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Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi

A confessarti che ho dimenticato aperto il barattolo della marmellata. Le colazioni in solitaria e la spontaneità delle mie scritte sui muri. Sarà la paura, sarà che prima o poi verranno a cercarmi, ma ho sempre fretta chissà poi perché. E mi ritrovo a dirti che non ha senso parlare male degli altri, che non è sempre importante dire quello che penso e che bisogna imparare il silenzio quando il pubblico è inadatto alla libertà del verso beat. E augurarti la buonanotte, guarda che ci sono, non è importante dove.

Nei tuoi disegni i cuori innalzati in vecchiaia, che non è mai troppo tardi ce l’hanno insegnato da piccoli, prima o poi anche io suonerò uno strumento.

E le lamentazioni sul freddo che fa, le code al cinema. Fuori dalla porta i dibattiti su un film e una parola con la data di scadenza mai scritta. Quella bellezza abusata, annegata, innalzata, adorata e consolata. Non così sogno i miei domani, se è vero che crescere è ridurre tutto al semplice ritorneremo un giorno a pronunciare sillabe come Ma Ma e Ta Ta, perdendo i contorni e facendoci paesaggio per poter guardare senza essere giudicati. Che non ho mai visto una fabbrica prendersela perché non piace, mai cascate innalzarsi per fascino.

E dieci dita dai vent’anni, la ragione mi conduce in porti sconosciuti e scelgo l’esempio dei Cristi morti di cirrosi epatica: lo scandaglio dell’io e la comprensione di tutte le debolezze. Quando sarai grande poserai la testa sulla mia spalla e mi mancheranno le carezze, che ho le mani disperse nel fascino ignoto delle conoscenze superficiali.

Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi.

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Aspettiamo le notti soltanto per accenderci

Coi pensieri di schiuma e gocce di un lunedì di pioggia, i cerchi concentrici delle mie debolezze e quei pesci che credevo estinti a nuotarmi nel cuore.

Come i cracker faccio briciole ovunque e non ho la fragranza del pane. E tra le parole scorgo la tamerice, sconfitto io dai ricordi e non fatto per le dimenticanze.

Con le finestre aperte a creare correnti di pensiero che vacillano in fretta e dare la colpa al freddo.

Poi il salire sulla giostra scendendo a patti con la mia timidezza o lanciare la valigia dal treno e raggiungere le foreste, i campi interminabili delle langhe e i cipressi degli Appennini.

Quanta solitudine nella spilletta col mio nome scritto a pennarello che infilzo all’uniforme del lavoro. Abbiamo bisogno di chiamarci per nome per darci colpe o incarichi. Quando invece mi sussurravi il tuo io spalancavo gli occhi, ti dicevo è per questo che ci siamo incontrati. E le vittorie più belle son sotto la neve, l’hai visto il Giro d’Italia e il monumento a Pantani abbandonato ai venti? Ci pensi mai che morire in statue e non avere accesso alle piazze non serve a nulla?

Ci pensi ancora a Bianciardi? E alle relazioni omosessuali di Kerouac? Ci confondiamo coi sessi quando abbiamo troppo bisogno di darci, e va a finire che nell’estasi della necessità intrecciamo contatti che all’occhio allenato dei telecomandi possono apparire perversi. La perversione è parlare ogni giorno di un bene comune e far della giacca una necessità. Perversione è firmare autografi per ore e pubblicarne con orgoglio una foto. Perversione è dire che potrebbe andare meglio e che per fortuna esistono i poeti.

Ma il poeta soffre e piange a colori per questo suo sentire così umano e si rivolta sulle scrivanie e scivola tra le gambe di più e più donne cercando la musa santa che lo conduca a una beatitudine che potrà chiamare eterna: non c’è un infinito per i battiti del cuore, non c’è una regola dell’amare.

Andate e uscite e poi cercate il bisognoso e il debole dicono i pulpiti, quando i fragili siamo noi e abbiamo bisogno della presenza per il come va e discussioni interminabili sulle notti e i giorni. La quarta elementare sarebbe una conquista, quando non ci riempivamo le labbra di rossetti scuri e non ce ne fregava nulla della divulgazione di massa. Che se ne fanno i saloni delle parrucchiere dei contenuti delle nostre teste, quando tagliano il superfluo e si concentrano sulle copertine e ammirano le firme e gli autografi sulla terza di copertina. Meglio sarebbe una foto, magari abbracciati, con quell’espressione del dove mi trovo adesso.

Vorrei soltanto racchiudere le esperienze nel portabagagli e un giorno prendere le strade lunghe del centro Italia e lasciar tutto ai venti, che si mischino coi cirri bianchi, l’azzurro degli occhi degli altri, i primo voli di rondine.

E poi che faranno le lucciole di giorno? Così anche noi aspetteremo altre notti soltanto per accenderci e continueremo a chiederci che senso ha.

Foto: Man Ray

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A tirare la coda ai tram

A rovesciare tovaglie con le ultime braccia che ci sono rimaste. Il resto è caduto a briciola, solitario il passero mi trascina per la camicia, dice vola anche tu se puoi farlo e costruisci un nido. C’è chi una casa ce l’ha e chi è costretto ad affittare il tempo, a riempirsi le dita di graffi, le bruciature dei rapporti superficiali.

E quanta tristezza mi coglie a vederti là, circondata di spine e uva passa, nel frutteto acerbo del buon agire. Quanti altri sorrisi di bimbi porteremo sulle labbra per nascondere i nostri pianti, quanti ancora poeti del nulla saremo costretti a inseguire per dare senso alla melanconia di questi sguardi negati.

Mettere un punto e a capo è operazione impossibile quando si tratta di stomaco e cuore; è tutto un sussulto, il ruminio greve delle giornate di maggio. Vorrei potare le tue relazioni millenarie e condurti nell’aspro dei limoni, lo zucchero delle ginestre per le nostre colazioni primaverili, di quando hai ancora gli occhi chiusi e ti avvicini per sentire calore.

E mentre alla fiera del libro cantano gli imperatori dei gelati, tra i banchetti estatici dell’alta borghesia ci sono ancora, nascosti, i colletti bianchi dei folli che rifiutano la vita grassa e lanciano il tempo a cavallo dei ronzini scartati dagli altri, e si ritrovano soli nelle notti insonni a cavallo di biciclette trovate per caso: le relazioni col rosso dei semafori e tirare la coda ai tram.

Posso solo ricordarti che tu sei ancora diversa da quel che fai, e poi da chi ti circondi, ed è per questo che parti in solitudini e rifiuti il contatto col nuovo. I tuoi disegni in bianco e nero: non troverai mai i colori che cerchi nella spirale chiusa della sicurezza, che potrei prendere treni e perdere aerei, che potrei farmi notte per donarti lune e giorno per illuminarti gli occhi. Che tu sia serena, triste, felice o scontrosa non è interessante. Sono importanti gli incontri e questa vita che lasciamo indietro a furia di comprare scarpe nuove. Che poi te lo dico, mi basta il tuo profumo; è andata a finire che non riesco più a ricordarlo.

Foto: Rafael Sanz Lobato

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Quando il gallo cantò 3 volte

E ritrovarsi così deboli, negare certezze e opinioni, quando il gallo cantò tre volte.

Risalgo al volo dei corvi tra i tuoi capelli, alle strade lunghe della stazione Cadorna e alle redazioni dei giornali di moda. La frangia a incorniciarti il volto, la scuola d’Atene e il coltello di Fontana per gli spazi tra i tuoi denti da latte. Mentre ti svaghi su Candy Crash e regali le tue dodici e più vite a tutti gli altri, non c’è traccia di carta nella mia casella delle lettere.

Prima o poi arriverà una busta paga e mi vergognerò di versare denaro allo stato. Mentre capisco che non mi interessano i discorsi geniali e non ho curiosità alcuna nei pavoni del sapere. Mi toccano le relazioni, il profumo ingannevole delle scapole e il modo di guardare nel vuoto. Quando appoggi il pollice sulla guancia vedo il segno dei morsi, e cambi pelle per le stagioni che vuoi dimenticare.

E quando incontri la notorietà abbandona gli occhi sul davanzale dei denti, li troverai bianchissimi o marci di fumo, non c’è verità in quelle bocche sfatte.

Figlia mia, amante, abbi sempre paura di chi ti circonda il collo dopo cinque minuti di conoscenza, sorridi invece quando ti prendono sottobraccio.

Non c’è amore che scoppia come gli incendi che poi si faccia foresta, non c’è foresta che non sia prima stata gemma e pascolo.

E mentre impazza la fiera del libro mi trovo qui, la finestra chiusa, a ripararmi dagli schizzi di boria di chi s’affaccia al balcone del canale terzo. E predica sapienza scambiando la categoria del reale con quella dell’interesse.

Vorrei dirti che se ho perso tre chili non è perché mangio meglio. Vorrei installare una telecamera e contare il numero delle notti che mi rivolto nel letto. Dirti che ti cerco è così banale che potrei entrare negli smartphone degli adolescenti ora che ho i capelli rasati sui lati.

Qui tutto è pronto per la beatitudine, non resta che aspettare e prima o poi arriverà il grande giorno, quando i perché troveranno risposte e non avrò più bisogno di toccarti.

Foto: David LaChapelle

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Spliff

Davamo la colpa alla schiena per quelle notti trascorse accanto alle finestre. Il respiro nell’atto titanico dello sfondamento dei vetri e sigari ormai deformi sul davanzale.

Ci sono luci che non si spengono mai e mille strade che non ho mai attraversato. Sento il palpitare interminabile del viscere della terra e gli insegnamenti della scuola superiore ricoperti di alghe. L’odore incredibile del tuo collo bianchissimo e quel tuo viso che manca d’armonia.

Ho smesso di credere nell’amore uno a uno, che i pareggi non fanno vincere nessuna classifica, così l’universo ha bisogno di libertà vere.

E come un jeans troppo grande non veste bene senza una cintura così è della libertà, va stretta in vita e non lasciata andare, che si sporca col passo e perde d’eleganza.

Non più poesie solitarie in stanze d’albergo, non più canti delle ninne nanne nei carillon; ci vogliono madri dalla voce dolce e padri presenti. Poi zaini sulle spalle e una gobba accennata, che il peso non ha mai fatto male e diffido di chi corre col petto in fuori. Guardati ancora nudo allo specchio, rasa quel pelo, tra il pollice e l’indice il grasso in eccesso: l’imperfezione è una grazia che bisogna riconoscere.

E spazi aridi tra le orecchie per l’ascolto dei filantropi, che con Celine chiamo e richiamo grandi rompicoglioni. Trova il tempo per riposarti gli occhi e non credere ai numeri grandi e all’assenza delle differenze. Mentre a Milano crescono Festival Indipendenti e a Piacenza si radunano gli alpini pensi alla tradizione e alle rotture. E come Fontana intagliamo tele in cerca delle fessure per seminare nei nostri giardini le nostre idee di piccolo mondo, e poi metterci intorno recinti, noi che combattevamo la proprietà privata e citavamo Rosa Luxemburg, chi è quello? E’ uno dei nostri?

A nulla serve creare parole nuove e il cambiamento pensato dell’alzata di mano. Verranno le volpi nei nostri campi e ammazzeranno qualche gallina, vuoi ribellarti alla natura, tu? Tu che costruisci muri, tu che lanci parole al vento senza rispetto per gli ascoltatori?

Li senti i tuoi neuroni crepitare? Perché quell’ultimo spliff? Per arrivare fin qui a teorizzare sull’esistenza?

Mettiti sotto le coperte e abbraccia il cuscino, respira forte e sogna. Che magari è meglio. Che magari domani ti svegli e quando bevi il caffè sei contento. Poi fatti un video, così come sei, sette secondi, apri Photo Boot, clicchi registra, ti inquadri e dici: “Sono felice”, così magari tu ci credi, che a me non importa nulla.

E ora vieni a casa, suona, siediti a tavola, mangiamo, beviamo, e poi stiamo pure in silenzio, che abbiamo sostituito lo stare, col fare, e la felicità non fa, sta.

Foto: Jeff Wall

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Le occupazioni studentesche delle librerie

Li vedi dispersi e decisi. Canottiere larghe e sciarpe, e cartelle datate, scritte coi pennarelli neri e spray rossi. Occhi lucidi, appassionati e puri. Lunghi capelli neri. E bionde rasate sui lati. Jeans strappati e pantaloni eleganti a risvolto. Negli zaini libri dalle copertine ingiallite e la critica ai compromessi storici.

Tiravamo sera con l’accendino a consumare i polpastrelli, le dita gialle e smorfie eleganti per soffiare via fumo denso e fare chiarezza nelle nostre notti. Ci dicevamo del senso di essere al mondo, vedevamo tramontare i nostri vecchi e per le nostre idee facevamo ricorso alle date incise sui cartelli intravisti nelle foto in bianco e nero. La barba incolta di mio padre e il pugno alzato a rivendicare il diritto di aprire la bocca e svelare il rosso della lingua.

C’è l’io in formazione, la testuggine organizzata delle battaglie perse, quei megafoni e lo stile vecchio dell’arringare la folla. I motivi va a finire che son sempre gli stessi.

Non ci vedo del bello nelle occupazioni studentesche se non il lucidare le proprie domande e cercare risposte nel collettivo, invocare una giustizia che non si conosce. Il bene comune è un campo da calcio per trascorrere i pomeriggi, la fontanella per bere e i contrasti duri. Le cadute a sangue sulle ginocchia e l’esercizio dei calci piazzati. E sentimenti contraddittori; vorrei dirci di non stancarci, vorrei dirci che è bello credere in qualcosa, un qualcuno, almeno in noi stessi, negli ideali di altri che la nostra breve esperienza ancora non coglie.

Mi piacerebbe ci fossero più case aperte e meno assemblee. L’abuso dei beni comuni. Una libreria è una libreria, e ne sono rimaste poche. Non facciamone slogan, non mettiamoci i libri di un’epoca fa e odore stanco di pantaloni a zampa. Per sconfiggere i pachidermi bisogna farsi furbi e sfidarli su un campo che non è il loro. Portiamoli al mare, facciamoci orche e impariamo l’agilità tra le correnti. Meravigliamoci del giallo fosforescente del plancton e non diamo tutto per due casse semidistrutte, la parata dell’orgoglio dei diversi e quattro stracci senza in tasca neanche più un quotidiano.

Poi quelle divise, il casco a bloccare il pensiero, a cercare il potere nell’ordine, il comando del comandato, la servitù accumula rabbia. Noi figlie e fratelli delle stesse madri. La spesa al mercato e mettiti la canottiera che prendi freddo. Noi seduti agli stessi banchi di scuola ora ci facciamo cariche opposte e poi ci lamentiamo quando siamo i primi a offendere e così fieri di mostrare il taglio sul viso.

Maledetta la comunicazione e maledetta questa spettacolarizzazione dei nostri vorrei.

Che stiamo male è scritto nei nostri rapporti d’amore, nel non lasciarsi stare delle nostre vene e negli stupefacenti che inseguiamo la notte. Diplomati in canti e in letture, chiamiamo compagni coloro che scegliamo fratelli. Quando poi arrivi a casa ti togli le scarpe e cammini piano per non far rumore, poi tiri le coperte fin sotto al naso, respiri forte, guardi il soffitti e dici: sono un combattente, un guerriero. E provi a disegnare un’ideale sulla parete, e va a finire che non ci riesci, che un po’ copi e un po’ ti chiedi se vale la pena stare ancora sull’altalena, ma poi ti spingono e senti l’ebrezza del volo e chiudi gli occhi perché hai paura e non puoi sostenere la vista dall’alto. Così cambi discorso e ti ritrovi bagnato, sudato, e aneli mappamondi di carne per distendere le tue mani stanche e bocche accoglienti per il calore che cerchi e che non trovi più.

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WooA!

Le gole ubriache di vita, le strade piene e le labbra bagnate, noi pronti ad accarezzare il mattino nelle spalle morbide e magre delle ragazze della notte, prendere un taxi all’alba e domandarsi se un letto può diventare lo scompartimento di un treno.

Poi i discorsi degli sconosciuti e i nostri pfff sbuffati e molte effe di compatimento. Che dovremmo vivere al posto di guardarci da fuori e fare della bocca una zip chiusa mentre dentro c’è un cazzo che pulsa. Trattenere i silenzi e accumulare saggezze e fantasie, poi farle esplodere in un grande WOOA.

Quando tutta questa pazienza sarà premiata. Temo la vittoria, le scarpe lustre del successo e le gite fuori porta, l’amore perverso verso gli animali e i desideri di volontariato di chi ha avuto troppo e non sa come né a chi rendere grazie.

Mi piace inciampare sul marciapiede e alzare gli occhi sul passante, chiedermi chissà come si muove ai concerti e il suo cantante preferito, chissà se sa disegnare, magari suona, e poi chissà cosa legge. E non frequento i circoli accademici densi di parole precise e nomi eclatanti. Non riesco a parlare a lungo degli stoici e nemmeno di Epicuro, figurati di Lacan. Mi soffermo sul significato delle rughe sul viso e sul pensiero che sta dietro a un taglio di capelli. Forse non tutti possono essere dei Pasolini, dei Carlo Emilio Gadda o magari non è il tempo per fare il verso a Tolstoj, quello che so è che ci sediamo al tavolo con la domanda del cosa ci faccio qui e cerchiamo una soluzione. E non ci lasciamo stare, abbiamo un vulcano che ribolle e nessuna risposta, né schieramento politico pronto a difenderci dalle eruzioni.

Desideriamo per noi l’umanità e ci facciamo servi nello sguardo. Abbiamo sviluppato un’attitudine impotente e non sappiamo imporci perché guardiamo oltre lo strato della menzogna e riconosciamo l’umano nel passo, nel cristallino e nella modulazione della voce, e non è poi così importante quante parole ci rimbalzano addosso, che misuriamo il tempo in sguardi.

Vorrei pregare ora, farmi silenzio e sacrificare tutti quei giorni che mi sono sentito colpevole per qualcosa che non ho mai scelto, ma che mi apparteneva in nascita. La conoscenza passa attraverso gli inferni, il puzzo di piscio fuori da casa, il vomito nei cessi degli sconosciuti e le istruzioni d’uso dei preservativi.

Quel Cristo che perde l’equilibrio sui rosari di strada viene a cancellare questa colpa che ci hanno appiccicato addosso. La conoscenza salvifica del nostro corpo e l’energia sessuale che esplode in conoscenza, e creazione, e wooa! Ancora WooA!

E ora è notte tra i sampietrini, il barista fuma l’ultima sigaretta guardando il bancone, le madri controllano l’orologio in attesa di folli vergini adolescenti e i padri russano e voltano la testa dall’altra parte, che in fondo, e lo sai, ci sono due sguardi che ci fanno da casa. Quello che aspetta e poi quello che se ne fotte, si volta, e poi, prima o poi, qualcuno aspetta.

E intanto, nel cielo, tra le automobili e nelle camere d’albergo, e altrove, scoppiano stelle, e lunghi sibili nei nostri silenzi, e lunghi WoooA, WoooA, WoooooooA.

Foto: Alban Grosdidier

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A chiamarsi per nome

La bottiglia vuota, la tavola imbiancata di cenere e la diaspora delle due e mezza di notte. Ci lasciavamo come gli adolescenti, metti giù tu, no prima tu. E un letto, un divano, le nostre voci a sonaglio e il veleno dei discorsi sulle nostre mancanze. E gli ideali orgiastici delle pulsioni nascoste. Ci accoglieva la solitudine e ci ribellavamo posando il dito sul mouse e facendoci forza nelle conversazioni scariche del martedì sera, domani è il primo maggio e un’altra birra, non si lavora. Il tuo pendaglio a forma di casa e finestre sempre aperte per entrate invadenti. Che continuiamo a cercare di fare nostro quello che è distante, allunghiamo la lingua per la curiosità dei mondi che non ci appartengono e non abbiamo il coraggio di dare la colpa alla sete di conoscenza, al nostro narcisismo e al fascino infinito della pelle liscia. La crema sull’abbronzatura esalta l’odore, esalta il sapore, così aspettiamo l’estate e il sole che scalda. Per non vergognarci di perdere il senno, di perdere il sonno. Ci facciamo geranei e aspettiamo l’acqua dal cielo, le bocche bagnate degli sconosciuti. E poi lo so che il pensiero ora è sulla strada, nelle labbra rosse di queste darling parigine, negli occhiali neri dei maschi impegnati. Mentre ci promettiamo i domani in lunch, in brunch, mi faccio serio e mi accarezzo le guance, c’è una barba da fare, il capello da sistemare. E accordarsi al presente trovando il compromesso col mondo reale. Una bottiglia è poca e due sono troppe. Che ne direste di una pasta aglio e olio? Che intorno alla tavola si consuma la conoscenza e Skype si dimostra una chitarra che tiene insieme serate disordinate, ognuno canta il suo ritmo e le parole del ricordo. E a furia di mi piace ci siamo fatti gioco e abbiamo sfidato la notte a colpi di clic. Mi piace guardarti ridere. E penso agli amici, ai bicchieri di plastica e ai soprannomi che ben conosco. Nelle conoscenze mature ci si chiama per nome. Quando il sesso degli angeli non è più un taboo e i siti porno soltanto pretesto. Dimmelo adesso che non volevi dormire sola. Dimmelo ora che poi è troppo tardi. Non ci saranno cinguettii per i nostri risvegli, il prezzo da pagare delle città grandi. Prendimi in braccio che afferro le stelle, solo per celia, questione di prospettive sai, come le foto sciocche. Il tuo capezzolo sinistro e i miei Vietnam per domare la tua pancia irrequieta. E allunga le braccia, e stendi i cuscini sul letto, che non sei sola e se li fai cadere, non si fanno male.

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E’ pronto il caffè

Frasi lunghe a ripeterti che non mi interessa l’amore ricevuto, che ho armadi zuppi di vestiti e tasche piene, sono essenziale, lo sai, e non chiedo riconoscenza. Come quando inviti qualcuno a cena, che non ti interessa cosa ti porta e se viene a mani piene, bussa coi piedi, perché tu prepari tutto e vuoi che stia bene lui, vuoi stare bene tu, lasciare andare la lingua, distendere le guance, farsi rossi di vino e non disdegnare la carezza della mezzanotte e magari il profumo buono dei tuoi sette colli,  niente più. E’ dell’indifferenza che non me ne faccio nulla, i miei sono inviti a cena, basta esserci, nient’altro. Che non sono manie. E se questo mondo insegna che non si fa nulla per nulla, che non c’è gratuità nelle offerte dei centri commerciali, nel ritorno d’immagine delle multinazionali e nei gadget personalizzati, tu prendi la via del verde, trova una panca, resta a guardare. Le cure delle madri agli infanti che domandano in continuazione e nulla sanno del valore dei soldi e della lordura che li accompagna. Dai, lavati bene le mani, vieni a tavola, è tutto pronto. C’è una donna con lunghi capelli rossi e vestiti neri nel centro di Milano che prepara cene grandi e il suo uomo dal bianco pennacchio che indossa ogni sera un giubbotto e ascensori e piani di scale, minestre calde e polpette scelte per anziane solitudini. Che in vecchiaia non si chiede più, s’aspetta, e nella corsa il quotidiano non s’accorge dei silenzi. E poi come va? Facciamola andare. Le signore ai fast food chiedono parole di compagnia e tè caldi per dar tregua al vuoto della bocca. Vorrei bussare alla tua porta, dirti che c’è, com’è? Prendo un caffè. E osservare quelle tazze antiche e il loro tintinnare, l’attenzione nei gesti e il senso raro dell’ospite. Ho portato le birre, accendo la musica, fumo una paglia. E neanche ti ascolto. E’ così che a notte fonda scrivo lettere e mando email, è così che l’assenza di risposta, in fondo, non mi pesa. Ma vieni a bussare, buon pomeriggio, è pronto il caffè.

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