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Quale cielo?

Proviamo a ribaltare il mondo e a camminare in cielo.

Quale cielo? Mi dici tu. L’azzurro intenso dell’aere montano, il celeste delle colline toscane o il glauco che accarezza il mare? E poi giorno o notte? Stelle o nubi? Cirri o cumuli? Siamo generici anche nei desideri e vorresti rivoltare il mondo con la funzione dell’Iphone che ti fa vedere tutto in negativo.

Io insisto col dirti che fare l’amore non è tutto, che bisogna saper tradire i silenzi senza un estro particolare e quando appoggio la testa tra le tue gambe magari è per chiederti casa e ristoro. I tuoi rosari sgranati al telefono con le amiche e quei problemi inutili del che penseranno di me. Hai aperto chissà quanti blog e tra password e tumblr non ci capisci più nulla.

E prendi aerei e mangi in troppi ristoranti e colmi gli occhi col bello e a sera avveleni serenità in debolezze. Poi scrivi sul quaderno che ti manca il coraggio dei piccoli passi e come a un due tre stella avanzi per poi scappare quando ti senti scoperta.

Che ne sarà un giorno delle tue magliette a righe, delle camicie firmate? Che ne sarà di questo seme che disperde il vento e impigliato alla rete chiede libertà.

Nelle prigioni del virtuale tutte le nostre immaginazioni.

E quando mi racconti dei tuoi sogni sei la prima a sorprenderti. Così ci tiriamo in mezzo in discorsi pro vegan, no vegan con l’ordine del mondo che fa il suo giro sull’autostrada Milano-Torino, sempre in ritardo per lavori in corso.

Mi dimostri che viviamo in un mondo fasullo, che dietro ogni cosa c’è una storia e un interesse e non hai voglia di raccontarmelo nei particolari. Ti dico perché non ci beviamo un caffè senza chiederci da dove viene e mi rispondi ok. Ma poi ci pensi e rimani immobile sulla soglia di casa. E ti urlo ti basta un passo, fallo. Senza paura, senza domande. Fallo.

Foto: Anna Aden

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Io vado in chiesa

Della debolezza delle sei del pomeriggio e di quelle fasi impilate in solitudini.

Avrei voluto farti ridere e mi è uscito uno scarabocchio, un urlo senza versi né disperazione. Dove la gioia, dove?

Ho rotto il freno davanti della bicicletta e la mia vespa è senza benzina da giorni. Era notte e si fermavano gli autostoppisti pronti ad accogliere le mie domande d’aiuto e ci sedevamo in fianco alla strada e condividevamo il superfluo di sigarette mentre l’indispensabile usciva dalle nostre bocche.

C’erano fuochi in lontananza e prostitute annoiate a specchiarsi nei cellulari. Volevamo soltanto parlare e ridare un volto umano alla notte non accorgendoci che il buio è fatto per il riposo.

Così mi dicevi che ti fischiavano le orecchie e rispondevo che è impossibile che qualcuno parli di noi.

E cercavamo stelle nei cieli e trovavamo soltanto bianco di lampioni e le scritte lampeggianti degli autonoleggi. Così le cicale danneggiavano i silenzi, ti dicevo che a Parigi non esistono le cavallette e tu sbuffavi e mi stringevi le spalle dicevi che prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo che i miei racconti son peggio delle foto delle vacanze. Che se in un luogo non ci sei stato non ti interessano le immagini degli altri, ti basta uno sguardo al ritorno e misuri il gradimento dallo sguardo e dalla camminata.

Hai mai pensato di fare il sufer? Credo di no.

Così il mattino della domenica ci scavava gli occhi e il marciapiede chiedeva il conto alle natiche. Credo sarebbe meglio rifugiarci in chiesa ed aspettare la prossima notte, dicevi tu. Ci guarderebbero storto, puzziamo. E c’era una volta una cena e una torta salata, vino bianco e pistacchi e un ragazzo alto e rasato con dei leggings strappati sulle cosce e tatuaggi a grappoli che mi guarda negli occhi e mi dice sì, la festa techno era ormai finita, mi ero portato anche una ragazza a casa, ci avevo fatto quei quattro salti d’obbligo, non mi ricordo poi tanto. Mi son svegliato e le ho sussurrato dormi, io vado in chiesa, credo di averne bisogno. E così ho camminato un po’ perché non ci entro io in una chiesa brutta e poi sono andato a Messa. Vedila come vuoi, ma non ci vedo niente di strano.

Dove lo cerchi riposo tu? Ti sei dimenticato della morte, stanotte? Io no, e così, per paura, non chiudo mai le porte e parlo con chiunque e poi scrivo a lei.

Le scrivi così tanto perché hai paura di morire? Credo di sì.

Credi che lei possa salvarti? Lo credo.

Non avrai più paura? Certo che sì, ma gliene parlerò.

Ti ascolterà? Non credo.

Immagine: Leliena Mojarova

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Non vergognarti della vita larga

Milioni di mosche e danze rituali per invocare la pioggia. Non indosso una camicia da giorni e mi si è bloccata la schiena, la ginnastica del risveglio e la finestra spalancata sul presente di questi giorni inutili trascorsi in provincia. Immobilizzato tra lenzuola colorate e mutande firmate schiaccio il tempo come mandorla chiara e svaligio frigoriferi vuoti.

Vorrei ancora scriverti mille e più lettere, ma non avrebbe senso. Vorrei disegnarti un mare calmo e correnti fredde che si infilano sotto al tuo costume.

Quando ti sorprendi in Oh di stupore e dimentichi di far annegare l’ancora e prendi fiato e dici tutto quello che ho non mi basta più e così sposti la sabbia dalle tue spalle e prendi la via più breve per arrivare da me e farti guardare. Non sarebbero necessarie parole se soltanto ti facessi presente e non ti vergognassi per la vita larga.

Non avresti bisogno di dirmi, scusami, sono un po’ stanca e nemmeno di specchiarti nelle vetrine dei negozi per controllare la forma dei tuoi capelli e il rossore delle tue guance.

Ci sono così pochi porticati a Milano che per proteggerti vorrei portarti a Torino e dirti ci sono strade che non finiscono mai. Nei rossi di Bologna le nostra battaglie durate una notte e tutte le ansie che sistemiamo sul comodino prima di prendere sonno. Sto leggendo ancora Kerouac, puoi lanciarmi insulti dall’alto dei tuoi giovani anni, ma non sopporto le lunghe descrizioni dei russi e le frasi a effetto dei nuovi Enrico Brizzi della letteratura italiana, che lui sì che è uno forte anche se l’han messo in un angolo catalogato come giovanilista. Ed ora lo trovi lungo le strade dei pellegrinaggi, negli scarponi che indossavo a vent’anni quando mi chiedevo il perché di tutti i miei egoismi e desideravo una vita volontaria senza conoscermi affatto.

Evviva l’Emilia e i figli degli anni ottanta. E abbasso i settanta, i quarantenni che fanno i professori a lettere e le letture di formazione.

E per tenermi aggiornato ho una collezione di insegne e cartelli stradali, sono soltanto foto fatte con l’I-phone, il contatto con la contemporaneità e il palazzi vuoti dell’est.

Nei centri sociali di Berlino quei muri arruffati di scritte e il disordine del nostro presente. Per chiarirci le idee occorre il bianco e l’architettura nuova dei nostri spazi intimi. Che siamo quel che guardiamo e nell’albicocca del tuo sedere vi sono il nocciolo e il seme delle nostre speranze. Così un tempo imitavo la voce del Tenente Lo Russo e sulle coste del Mediterraneo recitavo parole senza forza: “Chi vive sperando, muore cagando.” Ora arruolo le prime ore del giorno, il tempo di un caffè per guardare il sole che scavalca le imposte.

E ogni volta che ti scrivo mi trovo banale e inutile, così leggero che non puoi dedicarmi nemmeno un soffio, figurati uno sguardo.  E non so se così facendo ci si ruba intimità o ce le si regala, quello che so è che penso troppo e sul pavimento ci sono pagine di un romanzo che chiede di essere scritto.

Foto: Vivian Maier

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Non togliere il quale alla bellezza

Nell’azzurro le strisce bianche delle partenze d’agosto.

Le riflessioni sull’oggi affidate ai quotidiani e il lino delle camicie ad alleggerire gli argomenti dei talk show.

Con la televisione che ci insegna che è il ritmo quello che tiene desta l’attenzione, così parole si sprecano e si dà voce al superfluo.

Abbiamo prese scoperte e buchi nel nostro sistema di sorveglianza, e troviamo le case infestate di retorica e immagini vacue che a differenza dei topi non muoiono in terra, ma sublimano al cielo.

Ed ecco che leviamo i punti di domanda per affermare noi stessi, a condividere il pensiero dominante o a ostacolarlo senza attenzione per gli originali. Così tappezziamo i muri di stampe e perdiamo il contatto col gusto abituati all’Ikea della comunicazione. Informazioni a basso costo e colori pastello.

Così Dostoevskij  chiedeva: “Quale bellezza salverà il mondo?” Non vi erano punti a capo, nessuna affermazione consolante, ma una domanda netta, un endecasillabo atipico facile a ricordarsi. Abbiamo tolto il “Quale” e dimenticato il levare della pronuncia per affondare in voce e guardare in basso. Così bellezza è donna nobile e avvenente tramutata in prostituta, gambe divaricate al migliore offerente e labbra mosce incapaci di pronunce necessarie. La puoi ritrovare ai Festival o nelle insegne dei negozi, sui volantini dei treni ad alta velocità e nei best seller appoggiati alle casse delle librerie. In manuali o in arie, nella programmazione degli Arci e nei bar Indie. Se togli il “Quale” vuoi dirmi a che pensi? Non esiste il bello se non nel vero. Che cogli bello quel che già ti appartiene e ti rimanda a qualcosa che non sai. Bellezza è riconoscimento, poi scoperta e spavento. Mai consolante, mai pacifica, ma questuante. Vedere il bello chiede sforzo e coinvolge corpo e emotività, è gesto dinamico che costringe alla vita e abbandonare il certo e progredire in domanda. E’ una questione di alfabeti, lo sai? Così l’occhio va allenato e il passo armonizzato, il rischio è rimanere intoccabili, soli, protetti e insensibili: cinici e rimandare il senso critico allo sguardo informe dei più.

E poi ancora; ciò che è negato allo sguardo può dirsi bellezza? Così eserciti l’occhio e nei pomeriggi assolati le nenie assordanti delle tue prove di concordanza sguardo-cuore. Che a rinnegare i punti si finisce per farsi domanda. E così progresso. E così voce. Hai mai guardato il tuo esistere come un appello? Un desiderio di senso, un’interrogazione sul bisogno?

E così voce, dicevo. Così cittadino. Che la città è un meccanismo alchemico di risposte ai bisogni e fa cemento il punto e oasi di verde le virgole. La vita popola le strade e si chiede che fare di questi oggi e lo sguardo acuto vede il difetto e cerca un’architettura armonica e vera. La tensione verso l’infinito esistere di chi non si accontenta e fa della curiosità trampolino e slancio verso l’al di là. A saltellare sul già detto e dar nuovo colore alle altalene del sentire comune.

E così siamo politoi, cittadini, esperti in sguardo e poco avvezzi alle frasi lunghe e al ritmo in battere dei comizi. Facciamo domande e domandiamo il quale e poi il perché alla città. E desideriamo risposte e orecchi.

E se mi chiedi quale bellezza salverà la politica e se poi la politica salverà il mondo ti risponderò: ma sì, certo, è scelta attenta e occhio vivo, è domanda, è rincorsa all’architettura del bello, del fuori e dentro e dell’armonia dei contrari. E’ disciplina, sguardo alzato e ginocchia capaci di piegarsi, occhio allenato e presenza. Che per domandare bisogna ascoltare, per ascoltare bisogna star svegli e poi per star svegli occorre trovare un riposo buono.

E se mi chiederai: ma il compromesso è necessario? Ti dirò che non esiste azzurro che non conviva col bianco e nuvole in alta quota e temporali estivi. Poi le mattine della pulizia e dell’aria fresca, le notti afose, e che per ogni alba occorre puntare una sveglia.

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Non hai mai visto una gallina volare

Esistono mari rosa e vecchi che lanciano sassi dietro le spalle per la remissione dei peccati, la confusione del fondo del mare e la brezza leggera delle prime ore del giorno.

Coi piedi che affondano nelle sabbie mobili della precarietà compiliamo fogli a4 con gli obiettivi delle nostre giornate e la data di scadenza delle stelle d’agosto.

E mentre mi citi la filosofia francese io appoggio la testa sul palmo della mano e lascio a maggese tutte le mie voglie.

Tra le doppie punte dei tuoi capelli ho appeso tutte le mie speranze, taglierai il superfluo prima o poi e mi guarderai come si guardano i neonati, quel che prima non c’era ora c’è. E impiegherai giorni per realizzare che esisto oltre alle parole e a queste ecografie che ci facciamo sul web.

La periferia milanese risuona in campane e le galline la notte cercano riparo volando sui primi rami degli alberi. Non hai mai visto una gallina volare, lo so. Così ti prendo per mano, la notte, e ti porto a guardare il bianco di piume come le palline colorate che decorano gli abeti del Natale. E ti stupisci, mi dici esiste un mondo segreto inaccessibile ai più. Ti rispondo che noia questa storia degli altri e delle nostre vite singolari, i quattro giorni sulla terra dei nostri sistemi solari privati e il rischio di ruotare intorno a noi stessi.

Ci pensi mai che non c’è niente di più abitato come una casa, la notte, quando tutta una famiglia dorme? Questa è magia, mi dici tu. E poi mi parli dell’Europa dell’est e delle contraddizioni delle prigionie politiche e mi chiedo se un abito giallo servirà a ripararci lo sguardo. Ho voglia di una pizza e tengo sul comodino La città e la metropoli e mi sono scritto sul polso: diffida un poco di chi non si fida delle autobiografie.

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Sull’esplosione dei musei

Seduti sui bordi del letto ad aspettare le sentenze degli altri. A sporcare talento in lattine di Coca Zero e confondersi sulle terrazze dei bar.

Avvicinare un qualcuno per augurargli buongiorno e ricevere in risposta silenzi e paure.

Esiste un dovere che travalica l’etico e accarezza l’estetico, il tuo sguardo al galoppo e gli accappatoi intrisi di senso. Di quando ti asciughi le gambe, della tua crema per il corpo e dei tuoi sorrisi senza motivo apparente. Ti circondavi di affetti per le tue ricerche di senso e finivi per ascoltare i cantautori e maledette verità da canzonetta.

Così appoggiavo l’orecchio al muro per allenare l’udito nei respiri dei vicini e provare a percepire prima o poi la lontananza, lo spazio aperto che ci separa non è un aereo e nemmeno un treno. E’ una questione di classe, di credo, di paura e ignoranza. Non ci fideremo mai fino in fondo perché siamo troppo intelligenti per lasciarci andare a notti solitarie nei porti.

Ho chinato la testa durante lo stretching mattutino e guardandomi i piedi mi sono riconosciuto borghese. Al centro del mondo e delle città, gli amici e la casa in campagna, le feste in piscina e l’arte in casa. Come Francesco il Santo sbattere la porta e rinnegare il tutto dopo anni di depravazione e lusso? Onore ai santi e alle conversioni grandi. Gli occhi nuovi sulla via di San Paolo e l’amore che tutto stravolge. C’è una debolezza nella radicalità, come sconfiggerla e come far risplendere quel Cristo che molto ha vissuto e che troppi raccontano?

Sai che ti dico? Dei movimenti per la libertà dei nani da giardino e degli animali in cattività io me ne infischio. Liberare i musei e riempire di bellezza le case, le strade. Prendi il tuo zainetto e seguimi, oggi guardiamo quelle trecento opere, tre ore di attenzione e sguardo fiero di chi tutto coglie, e chiuderci in pareti bianche per l’esposizione privilegiata del bello.

Rendiamo il tutto accessibile ai tutti, l’esplosione dei musei, la bomba, non sarà altro che la sconfitta di una classe sociale che non esiste. Il potere dei più buoni che vogliono rendere accessibile ai più quel che accessibile non è. Che l’arte è un mercato e si arriva a gloria in morte.

Potrei smetterla ora di delirare in versi, verranno poi a dirmi che non è così, che la poesia è in quartina e in rime in bacio.

Leggimi a voce alta, mia donna, mia moglie, mio verso che cresce e mia pianta fuori dai vasi. Leggimi e poi guardami e in insulto o affetto reagisci, soltanto reagendo mi farai azione. Nell’altrimenti potrei rimanere sordo, zitto, inutile. Come le Ninfee di Monet all’Orangerie.

Foto:

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L’amore non esiste, esiste solo l’acqua del rubinetto

Costretto a casa. La paura del quadro elettrico e le esplosioni emotive delle circostanze.

Guardava alle pareti con l’espressione degli imbianchini. Lavoro, solo lavoro, tutto è lavoro.

Prese un pennarello nero e disegnò sul bianco del muro. Tre righe lunghe. Non soddisfatto decise di imbrogliare il mondo e sollevare ogni tratto dal senso. Ghirigori scuri e una scritta: l’amore non è esiste, esiste l’acqua del rubinetto e con quella laverò via le brutture del mondo.

Corse al lavandino, svitò il pomello di destra, mise le mani a conca e aspettò che si riempissero d’acqua, poi, facendo attenzione a non perdere nemmeno una goccia, raggiunse il muro e lanciò il liquido trasparente che s’impennò e finì sugli scarabocchi.

“Quando lei tornerà si arrabbierà molto. Darà la colpa a me. Sono emotivo. Tutto qui.”

Prese un panno bianco e strofinò il muro. Il disegno non si cancellava.

Allora si sedette a gambe incrociate sul pavimento, fissò la parete.

“Quando lei tornerà mi manderà via. Non mi vorrà più vedere. Ma non è colpa mia. Sono impulsivo, tutto qui.”

Pronunciò “impulsivo” a voce alta e appoggiò uno strano accento sull’ultima o, tanto che si meravigliò di come un suono così strano potesse essergli uscito dalla gola.

Si sollevò agilmente e raggiunse un armadio a muro, lo aprì e rovistando in una piccola latta afferrò dei chiodi, poi prese un martello. Tornò al muro. Si levò i pantaloni e li inchiodò al gesso. Poi si tirò via le calze una a una. Poi la camicia, poi il cappello. Tutto inchiodato in ordine sparso.

Si ritrovò in mutande seduto a gambe incrociate a guardare il muro davanti a sé:

“Dovrebbe arrivare Martin. Se arriva Martin non s’arrabbierà.”

Si sollevò ancora e raggiunse l’armadio, prese una giacca pesante e ci vollero quattro chiodi perché restasse attaccata al muro.

“Così non avrò freddo.”

Si sdraiò sul lato, il braccio piegato a sostenere la testa:

“Martin non arriverà. Non si arrabbierà. Se lei non arrivasse, non si arrabbierebbe. Speriamo che lei non arrivi.”

Si sfilò le mutande bianche e le sollevò davanti agli occhi. Poi le appoggiò al muro e diede un’occhiata all’insieme.

“Bisogna sporcarle. A lei non piacciono le mutande bianche.”

Tracciò una X col pennarello nero sul tessuto bianco.

“Le piacerebbero queste. Piacerebbero anche a Martin queste.”

Le inchiodò al muro.

“Ora ci vorrebbe una paperella dentro a una vasca da bagno. Se lei arrivasse e vedesse una paperella dentro una vasca da bagno non si arrabbierebbe, sarebbe contenta.”

Andò in bagno, prese una paperella e la inchiodò al muro un po’ in disparte rispetto ai vestiti. Poi col pennarello nero tracciò un grande cerchio che iniziava sul muro e finiva sul pavimento. Uscì nudo sulla terrazza di casa e ritornò dentro con una canna verde per l’irrigazione, la collegò al rubinetto della cucina e cominciò a bagnare mirando dentro al cerchio.

Rimase fermo. L’acqua scorreva. Fischiettava il ritornello di una canzone di Battisti.

“Si farà il bagno. Sarà contenta. Faremo il bagno insieme, tutti e due nudi. E se arriverà anche Martin si farà il bagno anche Martin. Non sono mai stato geloso di Martin.”

Alzò le spalle e appoggiò la canna al pavimento stando bene attento a non posizionarla fuori dalla linea nera.

Si sdraiò nell’acqua, guardò il soffitto, disse: “Manca qualcosa lassù, avremo bisogno di stelle, di un cielo, una nuvola. Dovrà essere bellissimo. Non ci serviranno lampadari.” Così prese la scopa e mulinò con forza contro al manufatto di vetro che si staccò e cadde sul pavimento frantumandosi.

“Lei non ha molta immaginazione, ma ne servirà molta, è tutto così bianco là sopra. Aspetteremo quando sarà buio e farò finta di vedere delle stelle cadenti. Lei ci crederà, ha sempre funzionato. Dirà: Peccato, dovrei stare più attenta.”

Guardava in alto e immaginava cieli senza rendersi conto che i suoi piedi erano rossi di sangue, trapassati più volte dalle schegge di vetro del lampadario distrutto.

Gli venne un’idea. Corse in camera da letto e prese il computer portatile. Lo appoggiò su una sedia, disse: “Ti verrà voglia di venire qui quando vedrai tutto questo. Non ti arrabbierai, credo faremo l’amore.”

Aprì Facebook e le scrisse queste esatte parole. Lei era in chat: attiva, verde. Non rispose. Lui sapeva che lei aveva letto.

“Arriverà, mi farò sorprendere.”

“E poi ci vorrà un sole. Un sole non allo zenit, un sole prima del tramonto. Un sole caldo che non scalda, che illumini senza invadenza.”

Così prese una lampada e l’appoggiò su una sedia. I piedi nell’acqua ormai rossa. Collegò la spina alla presa, la lampada si accese. L’acqua saliva.

“Non avrà caldo?”

Pensò allora che mancasse un vento leggero, di quelli che si infilano tra i capelli e sotto ai vestiti. Di quelli che solleticano i corpi nudi e costringono a stringersi.

Andò in bagno, sentì per la prima volta male ai piedi, non ci fece molto caso, afferrò l’asciugacapelli.

Il mare rosso, la paperella, la luce fioca di una lampada, le mani bagnate. Collegò la spina alla presa.

I vestiti appesi grondarono lacrime.

Lei non arrivò.

Martin fu il primo a bussare alla porta.

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Abbandonare Rojadirecta

E mentre nascono i figli dei re noi disperdiamo giorni a cercar vittorie nei videogiochi. Consumiamo le antenne paraboliche per aggiornarci gli smartphone e cerchiamo distanze sempre restando legati alla madre.

Ti chiederai perché non smetto di scrivere, io solo, io non amato, io relitto di navi affondate da tempo. Ti chiederai perché canto al risveglio e nego le rime e privilegio il ritmo, mentre mi gratto le nocche e spremo i pettorali perché sia fatta la volontà del giorno.

Aggrappati alle lenzuola chiudiamo gli occhi e cominciamo il viaggio, neghiamo la meditazione e incensiamo l’emozione. E decidiamo di andare senza bisogno di via e protestiamo con stile evitando il giudizio, ma spostando lo sguardo.

Dovremmo possedere il balcone davanti al nostro e sederci a contemplare la natura morta del nostro mobilio: dove vivi è importante. Così, in questa rue Montorgueil pitturata in turisti e urlante in mercato, sfilo vestito di camicie leggere e scarpe pesanti. Raggiungo la chiesa di Saint Eustace e accedo all’incomprensibilità del gregoriano. Ricordo che esistono le genti e che utilizzo la parola con spocchia borghese. L’inaccessibilità di certi ritmi barocchi e il potere del tamburo africano.

A seconda del cuore dilazioni in battiti il tuo sentire. Potrai associarti alla popolata schiera dei saggi e trascurare il carattere schivo del mio osservare, o andare oltre al già udito e darti il tempo per comprendere. Che se all’inizio è fascino e poi disagio, è con l’ascolto che accedi alle altezze.

Raffinarsi in esercizi, il quotidiano rito del risveglio in piegamenti sulle braccia e suono di tasti e desideri irrisolti. Saranno anni che non mi rispondi, e non ci sono campanelli, né porte, né numeri di telefono. Che belle labbra che hai, che orecchie grandi vorrei. Per sostituire all’istinto l’ascolto e penetrare a fondo quel che mi sono tatuato nel colon, che ogni tanto si infiamma e poi, cheto, si lascia dimenticare. Andare al mare, mangiare una pizza, venirti a prendere e aspettare che scendi. Una vita normale, una vita risolta e appuntamenti sicuri: l’abbonamento alle televisioni a pagamento e abbandonare Rojadirecta così che anche un match di precampionato perda insicurezza, acquisti in qualità.

Foto: David Goldblatt

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Lontano dal Gange

La fontana della mia fronte e foglie nuove in capelli per questo luglio caldissimo. I ricordi dell’adolescenza e le turiste straniere alle giornate mondiali della gioventù. Il calcio mercato e le prime amichevoli dell’anno. Il numero 10 è palla a girare sul secondo palo, esultanza a lingua fuori e tocco originale. Non cerco un risultato, un finale e nemmeno una storia, mi esalta il beat, la suprema stella Vega che trasforma la noia in fascino e la banalità in canto.

Con l’impegno politico affondato nelle fontane e questo parlamento prostrato al gossip, i neonati blog dalle cosce nude e l’ironia tagliente che tutto è tranne sapienza.

Non ho mai amato ridere, la passerella e il lusso, ma compagnie, canti, vino e poi il finire degli eventi e fissare la tavola da sparecchiare, le impronte delle labbra sui bicchieri e non rimandare l’ordine al domani.

Mentre mi parli della crisi dell’industria musicale cresce il disimpegno e tutti i concerti estivi che fanno esultare il corpo. Qualcuno si guarda intorno in cerca di uno sguardo d’intesa, di una spalla nuda.

Tu che ti muovi lontano dal Gange e ti bagni soltanto in sorgenti. E preferisci il guardare al farti guardare, sarà per questo che subisco il fascino anarchico di chi sta dietro all’obiettivo e scatta e lascio il narcisismo sui palchi per poi sognarlo di notte.

E dai primordi le maledizioni sul fascino del diverso, l’irrazionale curiosità dei lati oscuri, dei punti neri su schiene bianchissime. Chiameremo noi maturità accettare la debolezza e propositi esigenti per i giorni a venire. Ho cominciato a fumare a trent’anni, smetterò in fretta. Chiamami se vuoi codardo, io che il vizio lo sfioro e faccio slalom tra i pali stretti della notte.

Come vorrei farmi silenzio e smettere di scrivere fin quando tu verrai a cercarmi. Morirei solo, vene nere d’inchiostro e letture interrotte.

E il no come vessillo, l’arcobaleno delle elezioni cilene e il rifiuto di Beethoven all’inchino davanti alla famiglia imperiale, dei canti di Schubert e dell’incomprensibilità del gregoriano.

Di chi è arrivato troppo avanti per poter tornare e di coloro che inseguono e ci vorrà tempo perché possano avvistarlo e magari capirlo e magari stringerlo o sedersi con lui, offrirgli uno sguardo e poi dirgli: la solitudine è come l’acqua del mare. Prende forma con te, colore col cielo, senso se l’attraversi, e poi evapora piano se l’annaffi di sole.

Foto: Giulio Di Sturco

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Io gabbiano, tu mare

Il mare della Sardegna e le tue passeggiate lunghissime per poi gettarti nell’acqua a cancellare il sudore col sale.

Le bracciate rilassate in purezza d’intenti e lo sguardo agli scogli o al cielo. Durezza o blu e capelli bagnati d’estate.

Di fianco al letto i tuoi libri vari: lo sguardo sull’oggi e le riflessioni sull’esistenza. Coi dubbi che assalgono chi compie scelte forti e tutto il già detto custodito in silenzi.

Di quella prima volta a pranzo due battute sciocche e l’ironia sulla normalità degli altri, ti immaginavo come uno dei miei personaggi: complesso e folle, e mi mostravi la semplicità del vivere felice.

E così davanti a un caffè cominciare un’amicizia, che fai e come ti chiami e perché non ti lasci mai stare? Sedere alla stessa tavola senza il bisogno di dimostrarsi nulla, i dubbi sul presente e sulle carriere dei grandi. Uno sguardo che prova a scivolare sull’erba per togliere il pallone agli attaccanti del niente. A difendere originalità e brindare alla necessità.

Tu e i tuoi pranzi col lusso e gli incontri in vetrina. I tuoi viaggi a Roma, a Parigi, poi Santorini e i consigli sul bello. Che esiste un’arte da guardare e persone da incontrare. Per tutte le mie debolezze esposte in nero sulla tua camicia bianca e l’occhio esigente, ma comprensivo.

Quelle email che ci scambiamo ogni tanto e la concretezza del quotidiano. Riparare un armadio o accordare un organo.

Pensare alla brocca d’acqua trasparente che tieni sulla scrivania, dissetarsi in franchezza di scambi e simpatie nate in diversità.

Che se io sono gabbiano e volo tra città e mari per esercitare sguardi dall’alto e picchiate improvvise, tu resti mare e raggiungi le coste con sguardo nuovo, eredità millenarie.

Ascolti il mio verso gracidare in lamenti o esaltarsi in gioie da poco: un amore, un letto, un bicchiere di vino buono. Lasci il tuo silenzio ed esplodi in Buongiorno, mio caro, come va e poi stà bene, stà tranquillo. E davanti alle parole dei grandi sorridere ammirati e gesti di scherno e poi guardarci con cenni d’intesa, ogni amicizia una storia e a ogni ritorno un porto.

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