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Cascate tra le vostre gambe

Provocavamo con l’estetica e suggerivamo ai passanti luoghi appartati per guardare l’orizzonte. E ci sorprendevamo a scoprire che l’immagine interroga più della parola. Così finivamo a riflettere sulla mediocrità dei nostri quotidiani che distraggono lo sguardo e costringono all’occhiale.

Dalla finestra di fronte la telecronaca di Genoa-Napoli e il vantaggio partenopeo. Dietro le porte piastre per i capelli e profumi dolci: i preparativi per questa notte, ci presentiamo alle cene già apparecchiati e non abbiamo pazienza nell’attesa delle pietanze.

Così ci riempiamo la bocca con le ultime del giorno e sonnecchiamo sui ricordi.

Un amico intanto scrive dove voi odiate, noi amiamo e tornano a sorridere le due metà della luna.

Dovresti scrivermi che mi vesto sempre di nero e scurisco il blu per distinguermi dal cielo, che sono tempesta e grandine e danneggio con facilità tutte le mie semine. Chiamiamole sconfitte queste mie incapacità ad adeguarmi alla norma. Chiamiamolo egoismo questo temporale che si gonfia di tuoni e coi fulmini costringe ad alzare lo sguardo. Così invadente che finirò sui libri di storia, un po’ come i romani, solo che loro conquistavano tutto mentre io brucio e faccio scintille nel cielo. Se scriverò ancora di stelle prendetemi il bavero e caricate il destro. Mentre coi cioccolatini alimento la mia bulimia. Non c’è dolcezza in queste parole. Siamo cascate e ci dirigiamo tra le vostre gambe senza pensare. Vi sorprendiamo nel mezzo del buio o alle prime luci dell’alba, voi vi chiedete perché, vi lasciate affascinare dalla piena, poi costruite degli argini. Che a lasciarsi sommergere non si sa che fine poi si fa, e sarete una novella Atlantide o una triste Venezia. Coi turisti e la malinconia delle isole coi contorni che puoi tracciare col dito.

Per diventare necessari abbiamo bisogno di correre il rischio delle mani vuote, di quando serri le palpebre, accompagni le mani sul cuore e pensi: che ne sarà di noi. E a furia di ripeterlo ti viene fuori la zeppola del Muccino giovane, così sorridi e pensi a Santorini. Ti chiedi: verrai con me, prima o poi?

Foto: dalla rete.

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La libertà scritta sulle lenzuola

Così ti hanno dato il permesso di svitare il barattolo, che era già aperto, dicevi tu, ma non potevi uscire.

Che frustrazione guardare il cielo e trovare il vetro che spegne ogni volo.

E sostituivi ai muri i quaderni e poi mille tag  per decifrare il significato del tuo nome e isolarlo dagli altri. Tu li chiamavi fratelli, lo vedi poi che il cristianesimo e il comunismo in fondo in fondo si baciano? Te lo ricordi il graffito sul muro di Berlino, quello che nessuno capisce che significa e non si distingue tra giacca e camicia così sia lode ai patti stabili, agli amori senza distinzione di sesso.

Questa libertà ci farà male, ti dicevo io, mentre la trota cuoceva nel forno e tu appoggiavi gli occhi sull’orizzonte, dicevi lo vedi laggiù, lo sai che oltre mi è vietato andarci?

E col pensiero scalavi montagne e ti fermavi a riflettere sul significato della parola impegno e ci tiravamo paranoie infinite sui fumetti erotici degli anni novanta e mi dicevi che non è tanto l’atto in sé a sapere di meraviglia, ma tutto quello che c’è intorno. E l’inerzia ci portava a ballare sotto i soffitti alti i ritmi elettronici di un non so chi e mi dicevi lasciamo perdere i contatti, è questione di odori, lo sai.

E l’animale giocava tra i cuscini e tenevamo lontana ogni seduzione perdendoci a guardare gli spazi sporchi tra le piastrelle, colpa degli spliff dicevi tu, è un fumo di merda, potevi almeno pensarci.

E attraversi ora le strade facendo forza sulle cosce sode, la velocità dei pattini a rotelle e nessun timore dei semafori rossi. Sui luoghi del passato prossimo quelle lenzuola con scritto il tuo nome e la parola libertà. Sei libera ora oppure si sono allargati gli spazi? Che ne sarà di quei domani che avevi appuntato sul calendario? E l’emozione del varcare la soglia ci farà ancora venire presto e si rivelerà in pene o in gioie?

Per festeggiare taglieremo i cuscini e dai balconi getteremo piume: strade bianche e voglia di neve. Fatti abbracciare dai tuoi e riprendi il tuo posto. Sorridi ancora e sorprenditi diversa. Che i luoghi ci cambiano e gli orizzonti ancora ci interrogano. E attraverseremo le strisce pedonali ricordandoci di guardare negli occhi gli sconosciuti, per domandarci da dove vengono e dove andiamo noi. E spegneremo anche Rai3 quando ci accorgeremo che ci mettono a pecora per assecondare la morale dell’oggi e non far male a nessuno, sentirci più buoni. E ti prometto che non criticherò più il narcisismo degli altri e sostituirò l’io col tu che solo così ogni incontro è possibile e le domande non restano al silenzio.

Foto: dalla rete.

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Donami ancora bellezza

L’acqua del Naviglio così diversa da quella del Po, non è Torino coi suoi viali lunghi e le piazze larghe, non è Venezia con quell’odore che ti s’infila nelle narici e non ti lascia mai. Nemmeno Roma e la sua luce chiara, né Porto con le sue scale ripide o Parigi che t’invita ad alzare lo sguardo.

Muovevi la gonna come i toreri e facevi attenzione ai sempietrini, così non inciampavi e guadagnavi in portamento. Non avevo voglia d’uscire, non ce l’ho mai, avevo accelerato il cuore a forza di birre, che malto e luppolo sciolgono la lingua e annullano il ragionamento.

Così non ho fatto in tempo a guardarti e mi hai sorpreso nell’angolo più buio di un bar troppo indie, le sedie tutte diverse e un senso d’inadeguatezza, io senza un bicchiere tra le dita che potesse difendermi e donasse al corpo la possibilità di un atteggiamento studiato. E un po’ goffo e senza equilibrio ti avvicinavo per affidare gli occhi alle tue cure, come a chiederti donami ancora bellezza e costringimi a chiedere di più alle mie notti. Ti nascondevi nel nero dei tuoi capelli e riparavi le tue guance nella barba incolta di un giovane, la giacca di pelle nera che non si sbaglia mai.

Mi domandavo il perché tutto questo desiderio di conoscenze, e mi dicevo che tutti dovremmo passare almeno una notte in compagnia di un volto sconosciuto scelto tra i mille rivoltosi del dopo tramonto. E davanti a certi pensieri va a finire che mi spavento, che poi si invecchia e la fedeltà non è prerogativa dei cani. Un tradimento è una chiacchera? Così finivo appoggiato al bancone a incensare il più classico dei rituali: “Come mai qui?”, “E tu che fai?”, “Emigreremo tutti prima o poi.” E approfittavo degli stimoli per chiudermi al cesso a prendere respiro durante il piscio. Poi salutare, attraversare la strada, desiderare un incontro o il fascino quieto di quegli occhi grandi e un poco allungati. Delle tue scarpe leggere. Quell’abbronzatura svanirà presto e ti ritroverai anche tu un po’ più chiara e avrai ancora bisogno di farti guardare.

Foto: dalla rete.

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E passavamo il tempo a perdonarci

Correggevamo il tiro ricorrendo agli spliff, chiusi in case mai deserte e senza soldi per le consumazioni obbligatorie. Mi dicevi fottiamocene e andiamo a ballare, corromperemo i buttafuori negri raccontando della nostra migrazione e dei viaggi nell’Africa del nord. Tre o più birre nello zaino e segni rossi sulle spalle, marchiati dai vizi raggiungevamo il centro. Qualcuno ci lanciava addosso bottiglie vuote, ci piaceva il suono che fa il vetro quando si fa in pezzi e scappavamo dalle schegge correndo a più non posso. E sempre correndo, ricordo, tu rubasti la sciarpa a una bionda niente male e ti facevi rincorrere e ridevi e lei ti guardava, quanto eri bello con quella barba incolta e i capelli dispersi sul collo! Così ti ha avvicinato e ansimavate forte, tu esageravi, poi l’hai abbracciata, le hai detto balliamo e l’hai stretta sui fianchi. Ti aveva legato la sciarpa intorno alla fronte, voi così gipsy e giacche bianche intorno. E mi sedevo sugli argini e bevevo senza sentire il sapore: guardavo gli altri buttare discorsi a pelo dell’acqua e mi scoprivo interessato solo quando si parlava di me, di quelle stupide teorie sulla vita che si seminano in solitudine. Mi sorprendevi piangere e davo sempre la colpa alla congiuntivite. E mi dicevi io me la sposo e che ogni ballo è un matrimonio e una promessa di un istante chissà quanto vale. E passavamo il tempo a perdonarci, a dirci è normale, che siamo giovani noi per quanto ancora poi? E chiedevamo scusa per tutte quelle parole gettate come ami in deserti in notti insonni. Non pescavamo nulla se non diffidenze. Vuoi smetterla di stringermi? Vuoi mettermi al muro e costringermi a guardarmi allo specchio? E dimmi le ragioni dei miei inseguimenti e ridonami la possibilità della barba sfatta. Torneremo a danzare noi due, in parole e sguardi, e cercheremo la nudità per sentirci a casa.

Foto: dalla rete.

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Oltre la legge va la giustizia

Ci trovavamo intorno alla tavola. Il risotto alla monzese e il sollevamento della Concordia. Lo sai che il giglio è il fiore bianco della Madonna? E cercavamo futuri tra i capelli radi di un infante. Con la fortuna che non ci sono streghe a leggerci i fondi del caffè.

Rimandare i viaggi per i lavori saltuari e dire peccato, ci sono amicizie che mancano e bello sarebbe non avere limiti e creare i presenti, accordare il ritmo dei giorni a quello del cuore e non sentirsi il colpa per il volto appoggiato al cuscino. Tre biscotti in più a colazione e sei già fuori peso massimo. E mi dicevi finalmente anche tu come i più: un padrone, degli orari e uno stipendio. Quanto sarà che non lavori? E abbassavo il capo pronto a ricevere ceneri, che colpa abbiamo noi per questa necessità che ci spinge oltre alle contingenze? E attraverso il vetro del bicchiere modellavo la voce, mi sorprendevo ad alzare il tono, dicevo dovremmo ringraziare ogni giorno di alzarci presto e timbrare un cartellino. Così ci trovavamo ad annuire e timido usciva un: “Però non è giusto”. E davanti alla giustizia riempivo il bicchiere. Avrei voluto abbracciarti, ma sarebbe stato troppo, qualcuno non avrebbe capito. Che esiste una giustizia che va oltre la legge ce lo ripetiamo da giorni. E risultiamo così banali quando cominciamo a domandarci e poi chi l’ha inventato il lavoro, chi l’ha inventato il padrone? E’ tutta colpa della proprietà privata?

Così tiriamo in mezzo la parola borghesia, si parla di quel che si conosce, dico io. Apprezzi l’arte tu? Frequenti i musei? Hai il frigorifero di design? Ti concedi il lusso del bio? Il fascino orientale del vegan?

E rispondevi che distinguere la bellezza dal bisogno è quel che ci rende umani e mi infilavi in contropiede, in gol di punta sul primo palo, portiere battuto e stadio che esulta. Siamo così confusi quando si parla di noi così rifiutavi i dolci dicendo: non mi piace. Ci pensi mai a dove nascono i gusti? Hai voglia di un gelato?

Controllavamo le calorie domandandoci se è un gesto da proletari. Quanti fratelli hai tu? Coltivi la terra? E rispondevo che dovremmo inventare parole nuove e se proprio vogliamo usare quelle vecchie e sorpassate e avvezze al fraintendimento potrei dirti che il proletario è chi sa ancora scegliersi i giorni e ha coscienza del sé, chi conosce il compromesso e idealizza il futuro. E perché non un borghese? Usiamo i termini come bello e brutto, così personali che appena li pronunci ti domandi il perché. Dove la metti la passione, dicevi tu? Senza la borghesia l’arte non esisterebbe. E così chiederci se è necessaria, dei fondi statali e dei classici. Sai cosa penso? Dicevo io. Sarebbe già tanto sapere far architettura del bello, costruirci intorno lo spazio in cui vogliamo vivere. E togliere un po’ di pieni per dare spazio al pensiero. Noi come i piatti giapponesi, l’equilibrio estetico dei vuoti. Dovrei buttare un po’ di riviste? Che ne pensi di quei soprammobili?

Cominciamo a sparecchiare la tavola. Tre bicchieri e un cognac per mettere ordine a questa confusione.

Foto: dalla rete.

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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Te o il cane

Sono due settimane che non leggi i giornali. Me lo dici al telefono mentre ti chiedo ma tu come fai a non pensarci. All’Egitto e alle guerre dei nostri intestini. Così mi rispondi che hai già troppi gomitoli da sbrogliare, poi che ti devi truccare e che verranno a prenderti, ma faranno tardi, o farai tardi tu, non ha importanza.

E mi sussurri che tra i tuoi amici sono l’unico che arriva sempre in orario e che il mio atteggiamento ti costringe a confrontarti col tempo e con te. Così ti faccio il verso e ti dico pensa a prenderci meno sul serio dove saremmo adesso. Magari a Miami, mi dici tu. Di quando muovevamo l’ombelico ad Ibiza ed era soltanto un desiderio da diciottenni.

E poi mi chiedi che fine hanno fatto tutti i miei amici maschi. Così ti racconto che viaggiano in bicicletta per raggiungere il compleanno di un signore di anni novanta e poi se ne vanno a prendere il tetano Phnom Penh. E tra le montagne maturano i matrimoni, sul mare si affacciano i nuovi nati. E tutti quanti facciamo foto color seppia alle carrozzine che attraversano le strisce pedonali per strizzare l’occhio alle cartoline degli anni settanta, quelle che ci piacciono così tanto che non sappiamo più scriverci.

Quanto mi mancava la provincia italiana, ma nessun funerale per la chiusura dell’ultima libreria.

E gli intelligenti con la barba e le camicie in tinta unita lasciano i destini dello stivale nel fondo dei bicchieri di bianco. Le blogger appassionate dell’oriente che grondano rabbia e sfogano violenza in parola. Meglio sarebbe sollevare pesi in palestra o farsi sfondare da adolescenti curiosi.

Delle mie contraddizioni e di tutte le attese, d’estate dimentico il nome dei giorni e il mio letto è stufo di sopportarmi.

E per fortuna c’è il calcio mercato, con la vittoria della Supercoppa e il mercato degli esterni. Ci vuole qualcuno che corra e sappia offendere. Il fatto è che non ci insultiamo neanche più e prendiamo sonno troppo facilmente.

Sono due settimane che ho ripreso a guardare la televisione e già mi basta. Chiamami e dimmi prendi il treno e raggiungimi, qui non c’è nulla, avremo tempo per i discorsi, anche il mio cane chiede di te. Così mi torna in mente quel dubbio di sempre: ti bacio o prima accarezzo il cane?

Foto: Mael Baussand

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Io vado in chiesa

Della debolezza delle sei del pomeriggio e di quelle fasi impilate in solitudini.

Avrei voluto farti ridere e mi è uscito uno scarabocchio, un urlo senza versi né disperazione. Dove la gioia, dove?

Ho rotto il freno davanti della bicicletta e la mia vespa è senza benzina da giorni. Era notte e si fermavano gli autostoppisti pronti ad accogliere le mie domande d’aiuto e ci sedevamo in fianco alla strada e condividevamo il superfluo di sigarette mentre l’indispensabile usciva dalle nostre bocche.

C’erano fuochi in lontananza e prostitute annoiate a specchiarsi nei cellulari. Volevamo soltanto parlare e ridare un volto umano alla notte non accorgendoci che il buio è fatto per il riposo.

Così mi dicevi che ti fischiavano le orecchie e rispondevo che è impossibile che qualcuno parli di noi.

E cercavamo stelle nei cieli e trovavamo soltanto bianco di lampioni e le scritte lampeggianti degli autonoleggi. Così le cicale danneggiavano i silenzi, ti dicevo che a Parigi non esistono le cavallette e tu sbuffavi e mi stringevi le spalle dicevi che prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo che i miei racconti son peggio delle foto delle vacanze. Che se in un luogo non ci sei stato non ti interessano le immagini degli altri, ti basta uno sguardo al ritorno e misuri il gradimento dallo sguardo e dalla camminata.

Hai mai pensato di fare il sufer? Credo di no.

Così il mattino della domenica ci scavava gli occhi e il marciapiede chiedeva il conto alle natiche. Credo sarebbe meglio rifugiarci in chiesa ed aspettare la prossima notte, dicevi tu. Ci guarderebbero storto, puzziamo. E c’era una volta una cena e una torta salata, vino bianco e pistacchi e un ragazzo alto e rasato con dei leggings strappati sulle cosce e tatuaggi a grappoli che mi guarda negli occhi e mi dice sì, la festa techno era ormai finita, mi ero portato anche una ragazza a casa, ci avevo fatto quei quattro salti d’obbligo, non mi ricordo poi tanto. Mi son svegliato e le ho sussurrato dormi, io vado in chiesa, credo di averne bisogno. E così ho camminato un po’ perché non ci entro io in una chiesa brutta e poi sono andato a Messa. Vedila come vuoi, ma non ci vedo niente di strano.

Dove lo cerchi riposo tu? Ti sei dimenticato della morte, stanotte? Io no, e così, per paura, non chiudo mai le porte e parlo con chiunque e poi scrivo a lei.

Le scrivi così tanto perché hai paura di morire? Credo di sì.

Credi che lei possa salvarti? Lo credo.

Non avrai più paura? Certo che sì, ma gliene parlerò.

Ti ascolterà? Non credo.

Immagine: Leliena Mojarova

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Non hai mai visto una gallina volare

Esistono mari rosa e vecchi che lanciano sassi dietro le spalle per la remissione dei peccati, la confusione del fondo del mare e la brezza leggera delle prime ore del giorno.

Coi piedi che affondano nelle sabbie mobili della precarietà compiliamo fogli a4 con gli obiettivi delle nostre giornate e la data di scadenza delle stelle d’agosto.

E mentre mi citi la filosofia francese io appoggio la testa sul palmo della mano e lascio a maggese tutte le mie voglie.

Tra le doppie punte dei tuoi capelli ho appeso tutte le mie speranze, taglierai il superfluo prima o poi e mi guarderai come si guardano i neonati, quel che prima non c’era ora c’è. E impiegherai giorni per realizzare che esisto oltre alle parole e a queste ecografie che ci facciamo sul web.

La periferia milanese risuona in campane e le galline la notte cercano riparo volando sui primi rami degli alberi. Non hai mai visto una gallina volare, lo so. Così ti prendo per mano, la notte, e ti porto a guardare il bianco di piume come le palline colorate che decorano gli abeti del Natale. E ti stupisci, mi dici esiste un mondo segreto inaccessibile ai più. Ti rispondo che noia questa storia degli altri e delle nostre vite singolari, i quattro giorni sulla terra dei nostri sistemi solari privati e il rischio di ruotare intorno a noi stessi.

Ci pensi mai che non c’è niente di più abitato come una casa, la notte, quando tutta una famiglia dorme? Questa è magia, mi dici tu. E poi mi parli dell’Europa dell’est e delle contraddizioni delle prigionie politiche e mi chiedo se un abito giallo servirà a ripararci lo sguardo. Ho voglia di una pizza e tengo sul comodino La città e la metropoli e mi sono scritto sul polso: diffida un poco di chi non si fida delle autobiografie.

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Sull’esplosione dei musei

Seduti sui bordi del letto ad aspettare le sentenze degli altri. A sporcare talento in lattine di Coca Zero e confondersi sulle terrazze dei bar.

Avvicinare un qualcuno per augurargli buongiorno e ricevere in risposta silenzi e paure.

Esiste un dovere che travalica l’etico e accarezza l’estetico, il tuo sguardo al galoppo e gli accappatoi intrisi di senso. Di quando ti asciughi le gambe, della tua crema per il corpo e dei tuoi sorrisi senza motivo apparente. Ti circondavi di affetti per le tue ricerche di senso e finivi per ascoltare i cantautori e maledette verità da canzonetta.

Così appoggiavo l’orecchio al muro per allenare l’udito nei respiri dei vicini e provare a percepire prima o poi la lontananza, lo spazio aperto che ci separa non è un aereo e nemmeno un treno. E’ una questione di classe, di credo, di paura e ignoranza. Non ci fideremo mai fino in fondo perché siamo troppo intelligenti per lasciarci andare a notti solitarie nei porti.

Ho chinato la testa durante lo stretching mattutino e guardandomi i piedi mi sono riconosciuto borghese. Al centro del mondo e delle città, gli amici e la casa in campagna, le feste in piscina e l’arte in casa. Come Francesco il Santo sbattere la porta e rinnegare il tutto dopo anni di depravazione e lusso? Onore ai santi e alle conversioni grandi. Gli occhi nuovi sulla via di San Paolo e l’amore che tutto stravolge. C’è una debolezza nella radicalità, come sconfiggerla e come far risplendere quel Cristo che molto ha vissuto e che troppi raccontano?

Sai che ti dico? Dei movimenti per la libertà dei nani da giardino e degli animali in cattività io me ne infischio. Liberare i musei e riempire di bellezza le case, le strade. Prendi il tuo zainetto e seguimi, oggi guardiamo quelle trecento opere, tre ore di attenzione e sguardo fiero di chi tutto coglie, e chiuderci in pareti bianche per l’esposizione privilegiata del bello.

Rendiamo il tutto accessibile ai tutti, l’esplosione dei musei, la bomba, non sarà altro che la sconfitta di una classe sociale che non esiste. Il potere dei più buoni che vogliono rendere accessibile ai più quel che accessibile non è. Che l’arte è un mercato e si arriva a gloria in morte.

Potrei smetterla ora di delirare in versi, verranno poi a dirmi che non è così, che la poesia è in quartina e in rime in bacio.

Leggimi a voce alta, mia donna, mia moglie, mio verso che cresce e mia pianta fuori dai vasi. Leggimi e poi guardami e in insulto o affetto reagisci, soltanto reagendo mi farai azione. Nell’altrimenti potrei rimanere sordo, zitto, inutile. Come le Ninfee di Monet all’Orangerie.

Foto:

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