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Abbandonare Rojadirecta

E mentre nascono i figli dei re noi disperdiamo giorni a cercar vittorie nei videogiochi. Consumiamo le antenne paraboliche per aggiornarci gli smartphone e cerchiamo distanze sempre restando legati alla madre.

Ti chiederai perché non smetto di scrivere, io solo, io non amato, io relitto di navi affondate da tempo. Ti chiederai perché canto al risveglio e nego le rime e privilegio il ritmo, mentre mi gratto le nocche e spremo i pettorali perché sia fatta la volontà del giorno.

Aggrappati alle lenzuola chiudiamo gli occhi e cominciamo il viaggio, neghiamo la meditazione e incensiamo l’emozione. E decidiamo di andare senza bisogno di via e protestiamo con stile evitando il giudizio, ma spostando lo sguardo.

Dovremmo possedere il balcone davanti al nostro e sederci a contemplare la natura morta del nostro mobilio: dove vivi è importante. Così, in questa rue Montorgueil pitturata in turisti e urlante in mercato, sfilo vestito di camicie leggere e scarpe pesanti. Raggiungo la chiesa di Saint Eustace e accedo all’incomprensibilità del gregoriano. Ricordo che esistono le genti e che utilizzo la parola con spocchia borghese. L’inaccessibilità di certi ritmi barocchi e il potere del tamburo africano.

A seconda del cuore dilazioni in battiti il tuo sentire. Potrai associarti alla popolata schiera dei saggi e trascurare il carattere schivo del mio osservare, o andare oltre al già udito e darti il tempo per comprendere. Che se all’inizio è fascino e poi disagio, è con l’ascolto che accedi alle altezze.

Raffinarsi in esercizi, il quotidiano rito del risveglio in piegamenti sulle braccia e suono di tasti e desideri irrisolti. Saranno anni che non mi rispondi, e non ci sono campanelli, né porte, né numeri di telefono. Che belle labbra che hai, che orecchie grandi vorrei. Per sostituire all’istinto l’ascolto e penetrare a fondo quel che mi sono tatuato nel colon, che ogni tanto si infiamma e poi, cheto, si lascia dimenticare. Andare al mare, mangiare una pizza, venirti a prendere e aspettare che scendi. Una vita normale, una vita risolta e appuntamenti sicuri: l’abbonamento alle televisioni a pagamento e abbandonare Rojadirecta così che anche un match di precampionato perda insicurezza, acquisti in qualità.

Foto: David Goldblatt

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Lontano dal Gange

La fontana della mia fronte e foglie nuove in capelli per questo luglio caldissimo. I ricordi dell’adolescenza e le turiste straniere alle giornate mondiali della gioventù. Il calcio mercato e le prime amichevoli dell’anno. Il numero 10 è palla a girare sul secondo palo, esultanza a lingua fuori e tocco originale. Non cerco un risultato, un finale e nemmeno una storia, mi esalta il beat, la suprema stella Vega che trasforma la noia in fascino e la banalità in canto.

Con l’impegno politico affondato nelle fontane e questo parlamento prostrato al gossip, i neonati blog dalle cosce nude e l’ironia tagliente che tutto è tranne sapienza.

Non ho mai amato ridere, la passerella e il lusso, ma compagnie, canti, vino e poi il finire degli eventi e fissare la tavola da sparecchiare, le impronte delle labbra sui bicchieri e non rimandare l’ordine al domani.

Mentre mi parli della crisi dell’industria musicale cresce il disimpegno e tutti i concerti estivi che fanno esultare il corpo. Qualcuno si guarda intorno in cerca di uno sguardo d’intesa, di una spalla nuda.

Tu che ti muovi lontano dal Gange e ti bagni soltanto in sorgenti. E preferisci il guardare al farti guardare, sarà per questo che subisco il fascino anarchico di chi sta dietro all’obiettivo e scatta e lascio il narcisismo sui palchi per poi sognarlo di notte.

E dai primordi le maledizioni sul fascino del diverso, l’irrazionale curiosità dei lati oscuri, dei punti neri su schiene bianchissime. Chiameremo noi maturità accettare la debolezza e propositi esigenti per i giorni a venire. Ho cominciato a fumare a trent’anni, smetterò in fretta. Chiamami se vuoi codardo, io che il vizio lo sfioro e faccio slalom tra i pali stretti della notte.

Come vorrei farmi silenzio e smettere di scrivere fin quando tu verrai a cercarmi. Morirei solo, vene nere d’inchiostro e letture interrotte.

E il no come vessillo, l’arcobaleno delle elezioni cilene e il rifiuto di Beethoven all’inchino davanti alla famiglia imperiale, dei canti di Schubert e dell’incomprensibilità del gregoriano.

Di chi è arrivato troppo avanti per poter tornare e di coloro che inseguono e ci vorrà tempo perché possano avvistarlo e magari capirlo e magari stringerlo o sedersi con lui, offrirgli uno sguardo e poi dirgli: la solitudine è come l’acqua del mare. Prende forma con te, colore col cielo, senso se l’attraversi, e poi evapora piano se l’annaffi di sole.

Foto: Giulio Di Sturco

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Io gabbiano, tu mare

Il mare della Sardegna e le tue passeggiate lunghissime per poi gettarti nell’acqua a cancellare il sudore col sale.

Le bracciate rilassate in purezza d’intenti e lo sguardo agli scogli o al cielo. Durezza o blu e capelli bagnati d’estate.

Di fianco al letto i tuoi libri vari: lo sguardo sull’oggi e le riflessioni sull’esistenza. Coi dubbi che assalgono chi compie scelte forti e tutto il già detto custodito in silenzi.

Di quella prima volta a pranzo due battute sciocche e l’ironia sulla normalità degli altri, ti immaginavo come uno dei miei personaggi: complesso e folle, e mi mostravi la semplicità del vivere felice.

E così davanti a un caffè cominciare un’amicizia, che fai e come ti chiami e perché non ti lasci mai stare? Sedere alla stessa tavola senza il bisogno di dimostrarsi nulla, i dubbi sul presente e sulle carriere dei grandi. Uno sguardo che prova a scivolare sull’erba per togliere il pallone agli attaccanti del niente. A difendere originalità e brindare alla necessità.

Tu e i tuoi pranzi col lusso e gli incontri in vetrina. I tuoi viaggi a Roma, a Parigi, poi Santorini e i consigli sul bello. Che esiste un’arte da guardare e persone da incontrare. Per tutte le mie debolezze esposte in nero sulla tua camicia bianca e l’occhio esigente, ma comprensivo.

Quelle email che ci scambiamo ogni tanto e la concretezza del quotidiano. Riparare un armadio o accordare un organo.

Pensare alla brocca d’acqua trasparente che tieni sulla scrivania, dissetarsi in franchezza di scambi e simpatie nate in diversità.

Che se io sono gabbiano e volo tra città e mari per esercitare sguardi dall’alto e picchiate improvvise, tu resti mare e raggiungi le coste con sguardo nuovo, eredità millenarie.

Ascolti il mio verso gracidare in lamenti o esaltarsi in gioie da poco: un amore, un letto, un bicchiere di vino buono. Lasci il tuo silenzio ed esplodi in Buongiorno, mio caro, come va e poi stà bene, stà tranquillo. E davanti alle parole dei grandi sorridere ammirati e gesti di scherno e poi guardarci con cenni d’intesa, ogni amicizia una storia e a ogni ritorno un porto.

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Sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze

Basta oltrepassarli, è così che si riconoscono gli argini. Credevo bastasse guardarli e poi segnare due righe parallele per non pensare alla fine di tutto. Quando il cielo si farà tempesta e le rane gracideranno le canzoni di Battisti.

M’ero seduto sulla riva del mondo per guardare dal balcone le luci dell’alba: il rosso acrilico che sfuma in blu elettrico; invocheremo presto l’ennesimo blocco del traffico e non servirà a nulla.

E’ stato ieri, in bicicletta, mulinando un rapporto leggero, che ho realizzato di aver regalato le mie estati migliori al volontariato e che ero contento, così ignorante del mondo che trovavo felicità nei sorrisi degli altri e bucavo i tramonti per cercare il senso che sta dietro al creato.

E mi alzavo alle sei del mattino per andare alla Messa e scrivevo diari per la mia fidanzata di allora. Con le giornate che cominciavano tutte con “Oggi” e un “mi manchi” qua e là per dare un senso alla nostra lontananza.

Quando avremmo dovuto costruire baracche di paglia e iniziarci alla vita e all’armonia dei corpi e credevamo nell’aiuto come unica salvezza. Salva te stesso! Che ad allungare il palmo son tutti capaci, a stringerlo in pochi.

Nel mio passo di oggi c’è l’occhio compassionevole dei vent’anni e il cinismo dei trenta. Ti guardo con affetto e poi ti dico no, non si può. Io che cerco denari in salvadanai già rotti.

Mi disturba la mancanza di serietà nei contesti del rito, mi disturbano le parole di troppo e del pauperismo non posso pensarne che male.

Volevo scriverti qualche vorrei, buttarlo lì per la pausa pranzo dei tuoi cani, perché mangiassero di me e potessi confondermi al pelo per ricevere le tue carezze.

Di quando compravi le scarpe da trekking e dicevi che non basta siano tecniche, bisogna che siano belle. E ti rispondevo è così, cerchiamo di fondere tecnica e bellezza, lasciamo perdere i discorsi sull’origine della specie e sulla mancanza delle piste ciclabili e impariamo dagli africani a riunirci per strada senza un bisogno apparente. Senza un pic nic da consumare e per un giorno senza confidenze. Impareremo a stare e a non chiedere.

Come quel week end ad Aqui Terme, ci sedevamo a tavola e trascorrevamo ore in pigrizia, troppo caldo per alzarsi e troppo bello per parlare.

E’ così che la mia ragazza di allora mi lasciò, non riusciva a capire perché non facessi nulla, nulla di nulla, perché restavo seduto, annusavo il vino, lo sorseggiavo e finivo per fare discorsi assurdi sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze.

Foto: Stephen Gill

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La prima bestemmia

Nature morte in cucina e i panni stesi in cerca di una vita. Scuotere gli occhi del mattino per guardare oltre alla tazza del tè. Tornare a sottolineare parole imprescindibili e concetti espressi senza banalità retoriche e orpelli di vecchiaie.

Quando conosci la potenza del punto a capo e delle frasi brevi isolate. Quando conosci il potere evocativo di tramonti ed etimologie.

Tu che hai sbattuto l’anima contro ai marciapiedi, hai perso il pudore nelle scuole di teatro ed ora sai criticare, ma fai fatica ad amare. Io che ho raccolto l’anima sotto a un semaforo, sono salito in piedi sulle panchine per inaugurare la stagione dell’amore fatto di ribaltamenti e prese, battaglie di ventri e dolcezze e mani strette per farsi forza.

Con il chiodo fisso della creazione: dal due nasce il tre e non è per forza un bambino. Essere del nostro essere, prolungamento dei nostri sguardi e libertà di un nome.

E ci ripetevamo che fuori dal contesto ogni creazione acquista valore. E allora scappiamo dalla famiglia, dagli atelier, dalle scuole e dai cinema, dalle manifestazioni fatiscenti delle nostre contrarietà e dal paese natale. Ci torneremo in seguito accolti in feste o indifferenze.

Lo sguardo altro nelle attese racchiusi nelle ascensori. Una porta si apre e ci sarà prima o poi chi ci inviterà a cena e ci farà sedere alla tavola del tu.

Ed ora scrivimi che così non puoi sognare, che altra cosa erano i film dell’epoca nuova e i bianchi e nero delle magliette a righe, i discorsi improponibili ai piedi del letto e tutti i su e giù a mano piena di mister Godard.

Dovrei finire con un vorrei, lo sai. Ma al mattino il volere non serve a niente: scarpe da corsa e maglietta leggera, la strada aspetta e vuoi mettere a guardarla col fiatone, con le gambe pesanti? Lo sai che c’è? Che non riesco a fermarmi. E prova a prendermi, giochiamo a rincorrerci. E sarà allora che ti racconterò delle mie debolezze, della mano alzata della quarta elementare e della noia dei tempi della maturità. Del mio primo vaffanculo alla professoressa d’inglese e della mia prima bestemmia: anni sei, un prato, un retino, una farfalla bianca imprendibile. Accarezzo il cielo e la imprigiono, si rotola nell’erba, la mia mano piccola tra le maglie di corda, per la mia gloria a chiamare mamma, a chiamare nonna: un istante, mi distraggo, lei vola, io urlo per caso o per sentito dire. Contro dio, il cielo e il denaro. Poi piango. Il senso di colpa che accompagna i miei oggi e polvere bianca a colorare il verde dei fili d’erba.

manifesto futurista

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A me che me ne fotte

Quei passi, il mattino e le scale.

Non ci sono fringuelli qui a cantare i risvegli, nemmeno rane, neanche lucertole.

Si mischiano gli accenti, i vetri rotti della notte trascorsa in approcci. Accelerano le camionette della pulizia del quartiere e i bambini stringono la mano ai più grandi, si stropicciano gli occhi e corrono incontro alla vista dei coetanei.

E malinconica una madre guarda. Le ore del vuoto e una casa da riordinare. Comprare il pane, una sosta al caffè per la lettura dei quotidiani.

Poi sulla tavola un piatto vuoto, una buccia di banana, il barattolo della marmellata e una tazza grande sporca di caffè. Mentre tutti dormono suonano lente le campane dei monasteri e gli abiti bianchi sfiorano la terra per dare il benvenuto alla luce.

Non ora, non qui. A ricercare grandezze oltre noi, dei numeri primi e dell’epoca dei dinosauri.

Mentre la notte ci facciamo marchiare ad inchiostro il dorso delle mani e muoviamo il bacino nei locali più wow.

Guardavo un video con Andrea Pazienza ieri sera, il suo migliore amico stava con la sua ex ragazza, Gesù-Gesù lui ripeteva. L’altro era bello e si drogava di meno, mammamia quanto era bello. Io so cantare, so disegnare, sapevo amare. Gesù-Gesù, ripeteva e sulla pagina bianca scriveva: A me che me ne fotte.

Sulla copertina dei suoi libri l’immagine di lei. Sappiamo amarvi così, vi disegniamo su carta e viviamo i rifiuti come preghiere. Per gli abbandoni estivi dei cani e delle nostre speranza.

Agli angoli delle strade si radunano i sensibili, quelli che negano le identità sessuali e cercano il volto e la sfumatura del gesto, e della voce. Lo stile nell’accoglienza e l’attenzione ai particolari. E fermano la gente per strada con l’invadenza dei ragazzini, si lasciano andare in sconcezze per provocare i tran tran e raschiare il fondo delle notti tutte uguali.

Non è scontato il mattino e questa luce grigia delle ore sette che svela i contorni e rende innocui i pensieri fragili della notte.

Così io ora stropiccio gli occhi, stringo la mano all’oggi e a lui mi affido, Gesù-Gesù, correrò sulle strade incontro ai miei simili, canterò Albachiara di Vasco. Che me ne fotte a me, che me ne fotte.

Che invece poi me ne fotte.

Foto: Andrea Pazienza e Francesca

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Nuoteremo di giorno, fioriremo di notte

C’è un quadro di Daubigny che porta il tuo nome.

Così ti rincorrevo nei corridoi grandi dei musei fermandomi a lungo sulle panchine per guardare la gente fotografare di nascosto e confrontarsi sul senso delle immagini.

Io che scopro il pensiero soltanto nel letto e sulla strada mi faccio investire dal colore e dall’estetica, null’altro.

Come carta carbone prendo le pieghe delle tue guance e mi trasformo in cuscino per le tue notti insonni.

Chissà che pensi in tutti i tuoi silenzi. Chissà che guardi e quante volte al giorno ti sistemi le unghie.

A leggere la cronaca dei giorni peggiori e di chi non sa mordere il freno alla lingua. L’estetica è troppo importante perché si tramuti in insulto, preferisco un marmo levigato o i tuoi fianchi accoglienti.

Chi vomita odio e sciocchezze è colui che non sa sorseggiare il vino e sentirne l’odore, riconoscere i frutti.

Preferirei farmi sordo alla critica per non scoprire ancora una volta di essere io, il primo, il razzista. Io, il primo, il violento. Se la tua lingua darà scandalo, tagliala.

Riconoscere gli ambienti e cercare gli occhi prima di lasciare andare le labbra e investire in discorsi. C’è un alfabeto che trascende la scuola ed è esperienza e sguardo: incontro.

E vorrei chiederti scusa per le mie invadenze, perché non so tenere il ritmo e accelero in battere. Per mancanza di tatto e la debolezza. Io così uomo, così fragile e inadatto al due. Forgerò nei vulcani dell’isola magna armi nuove e scudi lucenti. Trasformerò le spalle in caverna e aprirò la porta ai pomeriggi d’estate, guardando in alto e dimenticandomi dell’ombelico.

Tu, se puoi, se puoi soltanto, sorridi alle mie mancanze e riempi i silenzi di senso, che prima o poi saremo cascata o soltanto ruscello.

Nuoteremo di giorno e fioriremo di notte.

E vestirò una maglietta larga e piedi nudi, sentiremo l’erba sotto ai piedi e ci dimenticheremo del mondo soltanto per oggi, così le farfalle verranno a far visita ai nostri capelli e ci presenteremo agli amici come un quadro di Renoir. Belli, incomprensibili e strafatti di luce.

Quadro: Renoir

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Sulla senna con Jimmy Choo

Guardava donne con le ali sorvolare le cattedrali tra gli Oh meravigliati delle turiste anglofone. Mentre si chiedeva cosa tenesse i suoi piedi ancorati alla terra, il puzzo di piscia della camminata in riva alla Senna. Quattro ragazzi in bermuda e camicia a tirare su droga dal naso e a scuotere il culo al ritmo dell’elettronica di Villalobos. Le righe orizzontali rosse sulla maglietta larga che si appoggia su un seno appena accennato, lei che muove le labbra e lui che resta in silenzio fissandole. Della collezione estiva di Jimmy Choo e delle derive politiche delle associazioni di volontariato. Così le ribaltava il mondo chiedendole chissà chi ha inventato lo zucchero filato e ci pensi mai a che lingua parleremmo se esistesse ancora la Pangea? Lei scuoteva la testa, rispondeva sciocco, ascoltami e poi chiamava l’amica per chiederle che fine avesse fatto e dirle sono con lui, ma se ci raggiungi possiamo andarci a bere qualcosa, non mi ha ancora detto niente, nessuna novità, no davvero, che ne dici di un gelato, ne fanno di buonissimi. Lui si incantava nel suono improvvisato di certi barconi immobili da anni. Gli veniva a noia il Jazz. Lei gli mostrava il collo e lui la stringeva da dietro. Ti sento distante. Lo sono eppure ti abbraccio, non te ne accorgi? In effetti ci sono muscoli involontari. Ci avresti mai pensato? Io e te a Parigi. Lui non ci aveva mai pensato, proprio mai. Il regalo di lei per i suoi trent’anni e un deodorante firmato Kenzo. Sei stanco? Andiamo a dormire. Lei chiama l’amica, le dice, è un po’ tardi, credo lui voglia stare in camera, non aspetto altro. Ci vedremo domani. Mi fai incuriosire. Così tornavano in albergo, mentre camminavano lui giocava a stare in equilibrio sul bordo del marciapiede. Lei lo guardava e rideva. Lo tirava verso di sè e lo baciava. Una volta in camera lei si chiude in bagno, lui si sdraia sul letto e guarda il soffitto. Lei si lava: le mutandine carine, il profumo buono. Si spalma la crema sulle cosce, si idrata le labbra, gli sciacqui di collutorio per l’igiene orale. Esce dal bagno e lui non c’è. Nemmeno un fiore sul letto, nemmeno un biglietto. Nessuna caccia al tesoro. Soltanto una valigia appoggiata alla porta, così sola, abbandonata, così chic e così firmata: le iniziali di lei.

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A parlare coi delfini

Verrai anche a dirmi che hai parlato coi delfini, che erano alieni pronti ad avvistare le invasioni dal centro della terra. Così ci spruzzavamo addosso quel che rimane del giorno e quanto gioivo nel vederti godere.

Mi dicevi che lasciarsi andare è così difficile e ti lanciavo occhiate sciocche da dietro al cuscino. Ti nascondevi nelle lenzuola per farti cercare, per farti trovare. E cominciavo a contare girato dall’altra parte, chiudevo gli occhi e aspettavo il mattino. Per leggere le prime notizie del giorno e affittare un goniometro per misurare la nostra lontananza. Parliamo di pianeti e di soli, di stelle fisse e altri piccoli mondi. Di questo tempo che dà senso all’alzarsi delle maree, delle tue paranoie al tramonto e di questi occhiali da sole che ci nascondono gli sguardi.

Mi leggevi la sensibilità di Mariangela Gualtieri e ti dicevo che dovremmo inventarci strategie per sussurrare poesia tra i sampietrini e non aspettare il palco e il buio o i libercoli bianchi di Einaudi.

Così in quel letto disabitato mi regalavo buonanotti in versi e prendevo sonno al fumo di un sigaro per poi svegliarmi con gli occhi infiammati. Così delicata è l’esistenza di chi si mette in ascolto del sé.

Voglio comprarti delle cuffie enormi, di quelle buone, s’intende, e vederti ballare da sola, per strada, salutare i passanti e appenderti ai semafori in pirouette.

Tutte queste immagini per il mio scrivere che non suona in campane e nemmeno in consolle. Ci pensi mai alle tue porte chiuse? A quanto è bello rispondere e far delle parole leggerezza e non temere il domani e le sensibilità sciolte. Siamo cavalli noi senza sella né fantino, dormiamo nei prati con gli occhi aperti e salutiamo il giorno prima degli altri.

Così ieri notte a cena con gli amici, a bere e fumare, a parlare degli aghi e della medicina orientale. Scottarsi la lingua col brodo bollente ricorda i postumi del masticamento da foglie di coca. Quel Sudamerica che ho tatuato nel colon e i tuoi viaggi a bordo dell’immaginazione.

E poi mi scrivi che con le parole fai esperimenti, che poi nessuno ti prende sul serio. Ma non temere, io sono anni e lo sai, chi si prende sul serio alla fine si perde, chi si loda s’imbroda e potremmo andare avanti così per giorni e magari ridere e finire sul divano a guardarci una serie a puntate.

Foto: Jeandel

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Nuovi io e te

Il destro, poi il sinistro.

Sono i tuoi piedi, quelli che ti eri dimenticata da tempo. Quelli che tenevi nelle scarpe la notte, pronti alla fuga. Ora invece sono là: distesi e nudi, sul tuo letto grande.

Non hai mai avuto davvero paura, pensavi soltanto a che fare, a trovare soluzioni concrete ai tuoi ideali di bellezza.

Nel megafono dei discorsi il tentativo di svecchiamento del politichese e quella retorica che strappa applausi. Così trascorrevi ore sui tetti non godendoti presenti di sguardi che abbracciano tetti e città; le utopie dense delle tue isole felici e quest’assenza di vento che impedisce partenze. Tu e i tuoi compagni diventavate voce sola e vi intonavate a coro per lo stadio dei traffici dei potenti.

La conquista di un luogo per dare casa ai vorrei. Cominciare dal luogo, non c’è altro modo per mettere fondamenta. Io che ti guardo da chilometri e chilometri di distanza, io che prendo treni e aerei come se fossero sigarette. Io che non sono presente e resto nell’aria, perché anche in assenza ci si può toccare, dicevi tu, ma non mi hai ancora convinto.

Esistono amicizie che riposano nel profondo, pronte a salvarti o a sparire. Il pensiero di sciami di farfalle in testa per questi pensieri sconclusionati e i giri di valzer della parola che finisce stanca a riposare su sedie di legno.

E ora cammini senza guardarti intorno, ora non fai attenzione a dove metti i piedi e non hai consigli da chiedere, né suggerimenti da dare. Ti guardi i piedi e dici che son fatti per l’alzata e non per queste passeggiate tra i metri quadri e i muri della casa dei tuoi genitori.

E dai uno sguardo ai siti internet che sbattono contro le correnti. Credi nella rete per pescare i pesci più grossi e poi ti perdi nel ritmo in battere di certi deejay d’oltremare. E quando hai voglia di fare l’amore ti neghi, che sei più forte tu delle velleità del tuo corpo. Come i mahatma e i Che, rinneghi te stessa per i progetti più grandi.  E parli con le rondini proponendo rotte impensate per le migrazioni.

Mentre ancora si riempiono le piazze dei sostenitori del buoncostume. La seduzione governa il mondo, la seduzione. Che sia di corpo o parola. Che sia d’immagine o profumo.

C’è un senso di sconfitta nei quarantenni di oggi, a rimpiangere gli anni ottanta e i Pink Floyd. Si sono seduti sulla sedia e ora si chiedono il perché. E non lo vedi come fanno ad attirare l’attenzione? L’ironia dell’evidente e i manifesti dell’antiperbenismo, dell’antibuonismo. Eppure sono così colti, così sensibili, così belli, mio Dio, dico, perché? Perché anche voi adeguarvi al mondo?

L’idea di sopravvivenza delle isole greche e l’autosufficienza del coltivare miele e braccialetti in pelle di capra. Torniamo ai tuoi piedi e alle forme che spesso nascondi. Torniamo ai tuoi muri e ai pensieri che ci incolli ogni giorno. Tornerai sulla strada anche tu con sguardo bianco.

E mi metterai nella schiera dei vecchi, del mio pensiero di trentunenne e di questo vagabondare senza sosta per esercitare l’ascolto del sé.

Di quando ieri, all’entrata di un locale, mi hanno marchiato il braccio con la scritta “egoiste”. Delle mie docce lunghe per lavare via i continui sguardi allo specchio.

E poi lo vedi come va a finire? Parti col scrivere un racconto e finisci per parlare di te. Di me.

Quando ci dicono che la narrazione è tutto, noi non crediamoci.

Quando ci tireranno paranoie sulla memoria, noi non crediamoci.

Quando ti proporranno il cerchio magico e lo sguardo neutro, noi non crediamoci.

C’è ancora un sentire che ribalta montagne e divarica fiumi. Ci sono ancora cosce che si aprono per sostenere libri e idee che sfiorano le lenzuola per poi arrampicarsi ai lampadari.

Non c’è paura in questo nostro andare. Sono necessarie parole abusate e piangenti: bellezza e umiltà. Sono necessarie parole accusate e potenti: presunzione, coraggio.

Che esiste un egoismo che ha a che fare con la tenerezza, qualcosa che ancora non ti so spiegare, per questo ci sto scrivendo sopra un romanzo.

Aspettando una tavola apparecchiata.

Un io e te che non possiede e libera.

Foto: Yang Yongliang

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