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Preferisco le efelidi

Ti scrivo sempre di notte. Sarà che al mattino mi sveglio tardi anche se mi alzo presto, che il mio alito sa di caffè e l’attenzione è al puzzle da costruire in giornata.

Così all’edicola ho acquistato una rivista in giapponese: i miei esercizi per capirti meglio, che tu giapponese non sei ma hai gli occhi grandi ed io mi ripeto che da qualche parte dovrò pur cominciare, a tradurti, intendo.

Non te la meno più con la storia degli alfabeti, che la conoscenza avviene quando non ti suonano strane le mie esclamazioni e il porco cazzo diventa la normalità. Ricordo che anni fa me ne andavo in giro sbandierando la storia che come si mangia si fa l’amore, ora però siete tutti vegani e non mi tornano i conti.

Poi ieri sera guardavo in streaming l’Italia del basket, pensavo che la maglia azzurra è così bella che è per questo che mercoledì tifavo Napoli contro il Dortmund. E che non me ne importa nulla del colore degli occhi, preferisco le efelidi e il sole che decide se mostrarle o nasconderle. E guardando un film mi dicevo che Filippo Timi e Fabio Volo non sono poi così diversi, che sono le intelligenze a classificare in cavalli ed asini escludendo la possibilità del mulo. E il meglio e il peggio presuppongono il medio. Chiamala mediocrità, se vuoi.

E mi ricordo che Fabrizio Corona diceva io mi alzo presto al mattino e Fabri Fibra a ripetere che più diventi umano più nessuno ti caga. Per essere idoli si creano distanze. Quando ti ritrovi a tu per tu col noto ti fai pensieri sciocchi del tipo è più alto, è più bello, è così bianco che sembra malato. E non riesci mai a scindere l’uomo dalla sua arte, così certe canzoni ti vengono a noia. Mai più con una rockstar scrivevi sui bagni del Frida. E il quartiere Isola faceva concerti all’aperto per insegnarti lo sguardo all’alto, e ti slogavi il collo a rincorrere i grattacieli. Ci pensi a chi andrà a vivere in quelle case da un milione di morti sul lavoro? Ci pensi mai a quel che c’è sotto terra? Io no, non ne ho mai il tempo, non ne ho la forza. E dopo dieci minuti di Report dico “Milena” io cambio canale, non ce la faccio, adesso su Rai3 arriva Concita e ci canta un po’ di ninna nanna. Meglio sarebbe vivere in Francia e tutto ignorare.

Ci pensi ancora alle distanze che costruiamo coi silenzi? Nell’assenza di voci parla l’altissimo, puoi dirmi tu. Io dico solo che mi esercito all’ascolto e che se anche sussurri, posso sentirti.

Foto: dalla rete.

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La libertà scritta sulle lenzuola

Così ti hanno dato il permesso di svitare il barattolo, che era già aperto, dicevi tu, ma non potevi uscire.

Che frustrazione guardare il cielo e trovare il vetro che spegne ogni volo.

E sostituivi ai muri i quaderni e poi mille tag  per decifrare il significato del tuo nome e isolarlo dagli altri. Tu li chiamavi fratelli, lo vedi poi che il cristianesimo e il comunismo in fondo in fondo si baciano? Te lo ricordi il graffito sul muro di Berlino, quello che nessuno capisce che significa e non si distingue tra giacca e camicia così sia lode ai patti stabili, agli amori senza distinzione di sesso.

Questa libertà ci farà male, ti dicevo io, mentre la trota cuoceva nel forno e tu appoggiavi gli occhi sull’orizzonte, dicevi lo vedi laggiù, lo sai che oltre mi è vietato andarci?

E col pensiero scalavi montagne e ti fermavi a riflettere sul significato della parola impegno e ci tiravamo paranoie infinite sui fumetti erotici degli anni novanta e mi dicevi che non è tanto l’atto in sé a sapere di meraviglia, ma tutto quello che c’è intorno. E l’inerzia ci portava a ballare sotto i soffitti alti i ritmi elettronici di un non so chi e mi dicevi lasciamo perdere i contatti, è questione di odori, lo sai.

E l’animale giocava tra i cuscini e tenevamo lontana ogni seduzione perdendoci a guardare gli spazi sporchi tra le piastrelle, colpa degli spliff dicevi tu, è un fumo di merda, potevi almeno pensarci.

E attraversi ora le strade facendo forza sulle cosce sode, la velocità dei pattini a rotelle e nessun timore dei semafori rossi. Sui luoghi del passato prossimo quelle lenzuola con scritto il tuo nome e la parola libertà. Sei libera ora oppure si sono allargati gli spazi? Che ne sarà di quei domani che avevi appuntato sul calendario? E l’emozione del varcare la soglia ci farà ancora venire presto e si rivelerà in pene o in gioie?

Per festeggiare taglieremo i cuscini e dai balconi getteremo piume: strade bianche e voglia di neve. Fatti abbracciare dai tuoi e riprendi il tuo posto. Sorridi ancora e sorprenditi diversa. Che i luoghi ci cambiano e gli orizzonti ancora ci interrogano. E attraverseremo le strisce pedonali ricordandoci di guardare negli occhi gli sconosciuti, per domandarci da dove vengono e dove andiamo noi. E spegneremo anche Rai3 quando ci accorgeremo che ci mettono a pecora per assecondare la morale dell’oggi e non far male a nessuno, sentirci più buoni. E ti prometto che non criticherò più il narcisismo degli altri e sostituirò l’io col tu che solo così ogni incontro è possibile e le domande non restano al silenzio.

Foto: dalla rete.

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Donami ancora bellezza

L’acqua del Naviglio così diversa da quella del Po, non è Torino coi suoi viali lunghi e le piazze larghe, non è Venezia con quell’odore che ti s’infila nelle narici e non ti lascia mai. Nemmeno Roma e la sua luce chiara, né Porto con le sue scale ripide o Parigi che t’invita ad alzare lo sguardo.

Muovevi la gonna come i toreri e facevi attenzione ai sempietrini, così non inciampavi e guadagnavi in portamento. Non avevo voglia d’uscire, non ce l’ho mai, avevo accelerato il cuore a forza di birre, che malto e luppolo sciolgono la lingua e annullano il ragionamento.

Così non ho fatto in tempo a guardarti e mi hai sorpreso nell’angolo più buio di un bar troppo indie, le sedie tutte diverse e un senso d’inadeguatezza, io senza un bicchiere tra le dita che potesse difendermi e donasse al corpo la possibilità di un atteggiamento studiato. E un po’ goffo e senza equilibrio ti avvicinavo per affidare gli occhi alle tue cure, come a chiederti donami ancora bellezza e costringimi a chiedere di più alle mie notti. Ti nascondevi nel nero dei tuoi capelli e riparavi le tue guance nella barba incolta di un giovane, la giacca di pelle nera che non si sbaglia mai.

Mi domandavo il perché tutto questo desiderio di conoscenze, e mi dicevo che tutti dovremmo passare almeno una notte in compagnia di un volto sconosciuto scelto tra i mille rivoltosi del dopo tramonto. E davanti a certi pensieri va a finire che mi spavento, che poi si invecchia e la fedeltà non è prerogativa dei cani. Un tradimento è una chiacchera? Così finivo appoggiato al bancone a incensare il più classico dei rituali: “Come mai qui?”, “E tu che fai?”, “Emigreremo tutti prima o poi.” E approfittavo degli stimoli per chiudermi al cesso a prendere respiro durante il piscio. Poi salutare, attraversare la strada, desiderare un incontro o il fascino quieto di quegli occhi grandi e un poco allungati. Delle tue scarpe leggere. Quell’abbronzatura svanirà presto e ti ritroverai anche tu un po’ più chiara e avrai ancora bisogno di farti guardare.

Foto: dalla rete.

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E passavamo il tempo a perdonarci

Correggevamo il tiro ricorrendo agli spliff, chiusi in case mai deserte e senza soldi per le consumazioni obbligatorie. Mi dicevi fottiamocene e andiamo a ballare, corromperemo i buttafuori negri raccontando della nostra migrazione e dei viaggi nell’Africa del nord. Tre o più birre nello zaino e segni rossi sulle spalle, marchiati dai vizi raggiungevamo il centro. Qualcuno ci lanciava addosso bottiglie vuote, ci piaceva il suono che fa il vetro quando si fa in pezzi e scappavamo dalle schegge correndo a più non posso. E sempre correndo, ricordo, tu rubasti la sciarpa a una bionda niente male e ti facevi rincorrere e ridevi e lei ti guardava, quanto eri bello con quella barba incolta e i capelli dispersi sul collo! Così ti ha avvicinato e ansimavate forte, tu esageravi, poi l’hai abbracciata, le hai detto balliamo e l’hai stretta sui fianchi. Ti aveva legato la sciarpa intorno alla fronte, voi così gipsy e giacche bianche intorno. E mi sedevo sugli argini e bevevo senza sentire il sapore: guardavo gli altri buttare discorsi a pelo dell’acqua e mi scoprivo interessato solo quando si parlava di me, di quelle stupide teorie sulla vita che si seminano in solitudine. Mi sorprendevi piangere e davo sempre la colpa alla congiuntivite. E mi dicevi io me la sposo e che ogni ballo è un matrimonio e una promessa di un istante chissà quanto vale. E passavamo il tempo a perdonarci, a dirci è normale, che siamo giovani noi per quanto ancora poi? E chiedevamo scusa per tutte quelle parole gettate come ami in deserti in notti insonni. Non pescavamo nulla se non diffidenze. Vuoi smetterla di stringermi? Vuoi mettermi al muro e costringermi a guardarmi allo specchio? E dimmi le ragioni dei miei inseguimenti e ridonami la possibilità della barba sfatta. Torneremo a danzare noi due, in parole e sguardi, e cercheremo la nudità per sentirci a casa.

Foto: dalla rete.

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Oltre la legge va la giustizia

Ci trovavamo intorno alla tavola. Il risotto alla monzese e il sollevamento della Concordia. Lo sai che il giglio è il fiore bianco della Madonna? E cercavamo futuri tra i capelli radi di un infante. Con la fortuna che non ci sono streghe a leggerci i fondi del caffè.

Rimandare i viaggi per i lavori saltuari e dire peccato, ci sono amicizie che mancano e bello sarebbe non avere limiti e creare i presenti, accordare il ritmo dei giorni a quello del cuore e non sentirsi il colpa per il volto appoggiato al cuscino. Tre biscotti in più a colazione e sei già fuori peso massimo. E mi dicevi finalmente anche tu come i più: un padrone, degli orari e uno stipendio. Quanto sarà che non lavori? E abbassavo il capo pronto a ricevere ceneri, che colpa abbiamo noi per questa necessità che ci spinge oltre alle contingenze? E attraverso il vetro del bicchiere modellavo la voce, mi sorprendevo ad alzare il tono, dicevo dovremmo ringraziare ogni giorno di alzarci presto e timbrare un cartellino. Così ci trovavamo ad annuire e timido usciva un: “Però non è giusto”. E davanti alla giustizia riempivo il bicchiere. Avrei voluto abbracciarti, ma sarebbe stato troppo, qualcuno non avrebbe capito. Che esiste una giustizia che va oltre la legge ce lo ripetiamo da giorni. E risultiamo così banali quando cominciamo a domandarci e poi chi l’ha inventato il lavoro, chi l’ha inventato il padrone? E’ tutta colpa della proprietà privata?

Così tiriamo in mezzo la parola borghesia, si parla di quel che si conosce, dico io. Apprezzi l’arte tu? Frequenti i musei? Hai il frigorifero di design? Ti concedi il lusso del bio? Il fascino orientale del vegan?

E rispondevi che distinguere la bellezza dal bisogno è quel che ci rende umani e mi infilavi in contropiede, in gol di punta sul primo palo, portiere battuto e stadio che esulta. Siamo così confusi quando si parla di noi così rifiutavi i dolci dicendo: non mi piace. Ci pensi mai a dove nascono i gusti? Hai voglia di un gelato?

Controllavamo le calorie domandandoci se è un gesto da proletari. Quanti fratelli hai tu? Coltivi la terra? E rispondevo che dovremmo inventare parole nuove e se proprio vogliamo usare quelle vecchie e sorpassate e avvezze al fraintendimento potrei dirti che il proletario è chi sa ancora scegliersi i giorni e ha coscienza del sé, chi conosce il compromesso e idealizza il futuro. E perché non un borghese? Usiamo i termini come bello e brutto, così personali che appena li pronunci ti domandi il perché. Dove la metti la passione, dicevi tu? Senza la borghesia l’arte non esisterebbe. E così chiederci se è necessaria, dei fondi statali e dei classici. Sai cosa penso? Dicevo io. Sarebbe già tanto sapere far architettura del bello, costruirci intorno lo spazio in cui vogliamo vivere. E togliere un po’ di pieni per dare spazio al pensiero. Noi come i piatti giapponesi, l’equilibrio estetico dei vuoti. Dovrei buttare un po’ di riviste? Che ne pensi di quei soprammobili?

Cominciamo a sparecchiare la tavola. Tre bicchieri e un cognac per mettere ordine a questa confusione.

Foto: dalla rete.

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E mi toccavi il cavallo

T’inciampavi spesso a pronunciare la parola “gorvernabilità” e all’entrata del Carroponte ci chiedevano una nuova ricetta contro il Berlusconismo.

Così m’invitavi a cena e io giocavo a nascondermi dietro al cucchiaino quando le parole si erano esaurite e i piatti sporchi già nel lavandino. Non ho mai pensato di baciarti, volevo soltanto una sigaretta per prendermi una pausa.

A fissare i tuoi occhi come se nascondessero qualcosa mentre ancora cercavo me stesso e iniziavo le frasi con l’io. E ti tenevi le mani sul seno per proteggere i tuoi discorsi assurdi sulla proprietà privata. Così ci perdevamo nell’idealità e non concedevamo lo spazio necessario alla noia. Le tue foto con gli animali domestici e i miei discorsi assurdi sull’arte dell’assenza in Exupery. E ti lamentavi del fatto che ho cominciato a postare disegni assurdi e carboncino. Della nostra estetica modaiola e del confronto tra i fianchi anni ottanta e quelli moderni. Della depilazione del pube dei ventenni.

Volevi leggermi i tarocchi e quando compravo l’Internazionale mi hai tirato in mezzo con l’oroscopo di Brezsny e le sue citazioni irragionevoli. Così c’è un mese per riposare e un altro per sperare, uno per seminare e un altro ancora per aspettare. E ti sorprendevi a chiedermi qual’è il mese giusto per scopare. Così ti guardavo e ti chiedevo una birra. Rispondevi no, ti fa male. Dicevo ottobre, dei dati Istat sulla nascita dei bambini, e contavamo nove mesi indietro, aspettiamo gennaio per guardarci nudi. Lo sai cosa mi manca? Dicevi tu: quei discorsi fatti al mattino del sabato, a stare nudi sul letto e ordinare una pizza, poi andare al cinema ancora assonnati. Mi leggi nel pensiero dicevo io. Quanto sei donna, dicevi tu. E così ti prendevo da dietro e ti chiudevo la bocca. Non hai il coraggio, continuavi tu. E mi mettevo a ridere, così ti toglievi i jeans e mi mostravi il cuore per dirmi lo sai che ti perdi? Viene settembre coi suoi maglioni e le correnti fredde del nord, dicevo io, riprenderò a indossare il cappello.  E ti sedevi sulle mie ginocchia, ci baciavamo le labbra, fumavamo molto, e mi toccavi il cavallo e mi sussurravi all’orecchio che noi siamo come i supereroi, che certi desideri li cacciamo alle spalle, che ci divertiamo troppo intorno alla tavola e che anche il letto sarebbe troppo. Vuoi dire che è colpa nostra? Che mettiamo la sicura al petto per non farci del male?

Foto: Lena Mirisola

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A rincorrere cani su strade deserte

Non hai più voglia di uscire ora che piove e ritornano i suicidi in stazione centrale. Così i rilievi di un magistrato rubano il tempo alle nostre domeniche pomeriggio e sull’autobus ci si ritrova a strusciarsi.

E ci viene a noia il sabato notte così per tenerci svegli ordiniamo un caffè. E’ arrivato l’autunno ci dice il ragazzo dietro al bancone e noi ci guardiamo: bastasse una pioggia a cancellare l’estate. E mi racconti della fine di tutte le tue storie e ti descrivo il mio licenziamento, poi ti mostro le mani, lo vedi anche il corpo si ribella al lavoro.

Poi appoggiato a un lampione tra le biciclette a scatto fisso e la babele dei turisti osservo i pantaloni rivoltati degli adolescenti e baffi accennati su camicie anni ottanta. Non ci puoi credere che in corso di Porta Romana tutti i bar sono chiusi e non c’è modo di sedersi e guardare la strada. Prendersi il tempo di un pensiero e non finire in quei ristoranti dalla clientela abituale e i tavoli appiccicati. Così mi nascondo dietro ogni angolo per fare cucù ai passanti e spero d’incontrarti, dirti finalmente anche tu sei qui, lo vedi com’è piccolo il mondo. E invece scendo in Feltrinelli, fermo un ragazzo vestito di rosso, avrà venticinque anni, gli dico l’hai letta la Kristof? Risponde un momento, la cerco, come ha detto? Non compro niente, dico io, chiedo soltanto se hai letto la Kristof? Chiama il suo responsabile, dice, senti tu il signore io non capisco. Quel ragazzo mi chiama signore, dico io, ma non sono il signore di nessuno, gli ho fatto solo una domanda, siamo qui per parlarci, non credi? Noi lavoriamo, risponde quello, non ci dia noie. Così prendo l’ultimo di Gramellini e la copertina attraente della Litizzetto, li metto sotto il braccio e me ne vado, non pago e non mi sento in colpa. L’allarme non suona, qui mettono il Jazz.

A casa novantesimo minuto e le opinioni di un non so chi. Che tempo che fa, ripetono i vecchi alle feste di paese. Che tempo che fa, si chiude anche il festival della Letteratura. La sofferenza ti rende cinico, dice mia madre, e in fondo è vero. Le ferite fanno la pelle più spessa. E mentre lotto con le intolleranze tu giochi a Candy Crash, che è un modo come un altro per sopravvivere. Mentre sulla mia scrivania stanno due libri e la domanda è: che me ne faccio? Ma il tempo è brutto, non ho voglia d’uscire. Le vie del signore non sono le nostre gridano auto su strade bagnate.

Foto: autore a me sconosciuto, dalla rete.

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

Pensò che non era il giorno per consumare l’attesa di un treno lanciando gli occhi sui binari e facendoli rimbalzare come i sassi piatti nel mare. Troppo tardi per visitare Firenze. Troppo presto per aspettare seduto su una panchina.

Tra gli abbracci e i saluti degli altri, le corse dell’ultimo minuto e i controlli della polizia fece forza sul braccio destro e si caricò la borsa a tracolla sulla spalla destra. Raggiunse il McDonald’s di fronte alla stazione e seduto sul gradino in marmo di una vetrina tirò fuori dalla tasca filtri e tabacco, il sacchetto trasparente dell’erba dalla tasca della camicia e l’arte del rollare imparata ai tempi della scuola superiore. Più d’un mendicante gli si avvicinò per chiedergli qualche spicciolo o una sigaretta. Lui nemmeno gli rivolse la parola e continuò lo strofinio tra pollice, indice e medio. Quando lo spliff fu pronto lo appoggiò tra le labbra senza accenderlo. Riprese la borsa e si incamminò lungo via Panzani. Il passo svelto ad evitare le chiome bionde dei turisti, dispensava sguardi ai vestiti lunghi e leggeri che facevano intravedere le forme di giovani femmine che si dannavano in discorsi fatti di c aspirate e superficialità tipiche del dopo lavoro. Il sole faceva risplendere le insegne delle gelaterie mentre i gelati rilucevano già di loro, tutta colpa dei coloranti, pensò il nostro, e allontanò l’idea di succhiarsene uno.

Si fermò davanti a una vetrina attratto dalle chiome pettinate delle commesse del pret-a-porter, pensò di entrare e chiedere un numero di telefono per un appuntamento futuro, poi si disse che chissà mai quando sarebbe tornato nella città del giglio, che era l’ora di chiusura e che nessun commesso ti dà mai retta quando ha fretta di chiudere il negozio e tornarsene a casa. Continuò su via dei Cerretani, poche centinaia di metri, voltò a destra in piazza dell’Olio, ancora dieci passi e lesse il nome sull’insegna: Nuvoli, fiaschetteria. Appoggiò la borsa contro al muro, prese lo spliff e dalla bocca lo mise con cura dentro a un porta sigari. Poi entrò, si avvicinò al bancone, guardò negli occhi l’oste e chiese: “Un bicchiere di rosso.” 

“Scelgo io” Gli si rivolse l’uomo.

“Scegli bene.”

Poi prese posto fuori, seduto su uno sgabello, le spalle al muro e i primi bottoni della camicia aperti. Il calice colmo. Si bagnò le labbra, schioccò la lingua contro al palato in segno d’apprezzamento. Di fianco a lui due turiste americane bevevano sguaiatamente una Vernaccia, le fissò, poi si accarezzò la barba e spostò lo sguardo sulla strada. Fissò gli occhi di una giovane ragazza bionda vestita in bianco. Si sentì guardata, sorrise. Lui non cambiò espressione, così lei spostò le guance per la vergogna e aumentò il passo. Lui a quel punto rise, lei non se ne accorse, girò l’angolo e scomparve.

Oh, c’hai rotto il cazzo con ‘ste descrizioni, ma chi sei Kafka?

Voi volete sapere che fine ha fatto lo spliff e speravate che si facesse la blondie, eh. E io che devo fare, vi devo accontentare?

Segni d’assenso.

Ma se v’accontento non c’è alcun mistero dai, alla fine si ritrovano a casa di lei a scopare contro al muro, posso inserirvi qualche dialogo stimolante, ma la storia è sempre quella, lo sconosciuto interessante che seduce la ragazzina indifesa. Volete questa?

Segni d’assenso.

E poi non vi basteranno mai i particolari, nel senso che mi chiederete di descrivere il coito e dovrò trovare qualcosa di più originale di una mano che stringe le lenzuola o delle dita del piede che si aprono a ventaglio per descrivere un orgasmo. Volete gli schizzi voi.

Segni d’assenso.

Non sarebbe più originale se si fossero conosciuti su Facebook?

Segni d’assenso.

E magari se dopo l’amore uno confessa all’altro un segreto, magari una malattia. E se poi lui stesse aspettando proprio lei, là all’osteria?

E se finisse col sangue?

Segni d’assenso.

Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

No, eh.

Potrebbe essere un alieno, lui. Uno che non si affeziona mai, uno che seduce per puro narcisismo, uno…

Un cantante, dite? Un attore? Anche sì.

Me lo fumo io il suo spliff. E’ per accontentare voi che nessun romanzo avrà inizio e questa è un’altra fine. Mentre mi accarezzo la barba, sorseggio un rosso. Fisso una ragazza, una bicicletta, una scia bianca nel cielo.

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai

La barba lunga, curata.

Un vestito blu, una camicia bianca.

Slip Intimissimi con elastico largo e capelli incerati. Il sole basso di settembre e l’afa che accarezza l’erba.

Tutto intorno un vociare di saluti, una campana che suona scomposta e il ritmo in battere dei tacchi alti. A scambiarsi occhiate interessate e annegare invidie nel prosecco, nell’abbraccio profumato con l’amico che non vedi da tempo.

La lunga sfilata di un velo chiaro e la notte annunciata dall’abito dello sposo. A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai.

E brindisi e rintocchi in cristallo. Il pianto gioioso degli infanti e le ruote delle carrozzine a sfidare la ghiaia.

A perderci tovaglioli tra le dimensioni dei calici, il vino buono e il cibo curato.

Alberi di frutta decorati in fiaba. Di piccole fiamme al riparo di vetri leggeri. E parenti in processione per il saluto nuovo, i cori degli amici e la goliardia dei canti.

Così che una chiesa, un cinquecento d’affreschi e semplicità di forme si fa culla alla santa alleanza. Un prete che osserva, un uomo e una donna a promettersi amore e vita insieme. La fedeltà ad un anello e parole pronunciate a voce piena, sguardo presente e coscienza.

L’esplosione dei cuori e le cataratte aperte delle madri. Costruivamo argini per allontanare la morte mentre un violino regolava la velocità del sangue.

Che il bello si gusta nell’immediato e la coscienza arriva nel poi. Risalgono gli sguardi e si tracciano contorni per le foto ricordo che appenderemo in salotto.

E mi dicevi sono felice e appoggiato a un balcone ti guardavo come si osservano le albe. Che rinascevi in chiarore, gli occhi puliti e il movimento delle mani a tradire l’emozione.

E poi la festa, tovaglie bianche e sedie occupate. Piatti colorati di cibi e camerieri in corsa. Non manca nulla, mangiate e bevete, oh voi tutti. Così il jazz accompagna i discorsi e i nostri occhi sugli abiti delle vergini e le scollature delle madri. Qualcuno si apparta e il vino accelera lo schiudersi di fiori d’incontro. E poi che lavoro fai, io sono il fratello, il cugino, l’amico. E quanto ancora continueremo a darci del lei.

Un risotto e un cannellone. Il rosso e il perlato del nettare sulle camicie firmate, corriamo il rischio di sporcarci per esultare a notte fonda. E cacciar via le piccolezze dei nostri presenti e ritrovarsi a condividere la gioia grande di un due che si è fatto uno, lei balla e lui la guarda. I neon colorati e mongolfiere a risvegliare il cielo, a dire lo sai che c’è, dai guarda giù, facci ballare.

Così anche la pioggia avvicina le timidezze e si trova il coraggio dello sguardo alto, e gli occhi si mischiano e la notte cancella distanze. Ci abbracciamo forte con gli sconosciuti e ricamiamo frasi poetiche per donne di mezza età. La cantilene dei primi saluti e a tarda notte mischiare sudori e labbra che accarezzano guance e mani che stringono fianchi.

Mi hai scritto un messaggio breve e ho pensato fosse uno scherzo. Verrà il mattino e ti risponderò con calma. Ora il corpo si muove, la musica scandaglia il fondale dei desideri e sposta le sabbie del buon costume. Così esplodono le voglie e i sigari esultano tra le nostre labbra gonfie. Col soffitto che attende il fumo dei nostri cervelli. Ci hai mai pensato che ai matrimoni non ci sono libri? Che ci si legge in volto e non ci sono punti a capo, è tutto una virgola, un punto esclamativo.

E a notte fonda i letti esultano di piacere e risa. L’amore che scoperchia il bianco dei denti e colora in rosso le schiene. Il destino dei vestiti eleganti è il pavimento, il sudore. Che fine han fatto i tuoi slip sarebbe meglio non chiederlo. Sarà il risveglio a salvarci. Oh voi che parlate d’amore, sveglia, la campana suona e ancora rintocca, su, forza, correte a guardare, qui tutti a raccolta. Federe bianche, capelli arruffati e lenzuola sudate.

Il mattino nuovo e una doccia.

Lasciate tutto com’è, passerà il fotografo, scatteremo una foto e avremo una nuova copertina per il vostro album, l’io e il tu lasciamoli ai fidanzati. Ora è una stanza e una notte trascorsa. Il noi di un risveglio.

Foto: dalla rete

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