Archivi categoria: Poesia

La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca

Sarà l’incompiutezza a caricare di senso le attese o è la finale quello che conta?

Come i Galletti con le consonanti in fine di parola rimaniamo in silenzio.

E non so più che nome scrivere sulle fronti delle nostre distanze. Col mio io che si dispiega in incontri e invadenze. E non si stanca. A tirar tardi nei bar, a far prendere aria ai piumoni invernali e a chiudere in fretta questi divani a forma di letto che il modo più semplice per rendere innocui i pensieri è l’addormentamento.

Fuori dai nostri ricoveri dotati di confort e dal declino delle nostre coscienze le forze armate sulle televisioni e interrogazioni parlamentari sull’ignoranza.

Il tempio del sacro delle nostre notti e la mancanza di glutei a cui stringersi. Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca. Vorrei riposare i capelli nell’incavo del tuo collo e recitare con le tue reni gli ultimi vespri alla sera e nuove lodi al sole che sorge. Tra i tuoi sussulti i miei sorrisi più veri.

Che non sono capace di emozionarmi per le cose grandi e perdo il senso della storia a ogni virgola, ma piango tra le vesti bianche delle statue di Rodin, mi incantano le luci delle discariche e poi mi interrogano gli sputi e i rivoli di piscia che lucidano il grigio delle nostre strade.

Tra i volti neri delle prime ore del giorno cercavamo sostanze per annullare le nostre domande quotidiane, le dita gialle e bottiglie come amanti. Dei tuoi capelli nessuna traccia e del tuo nome soltanto un ricordo invernale. Vorrei che tu mi tagliassi i capelli, sorprendermi a dirti no grazie oppure che vuoi.

E mi ritrovo qui, le grida sgraziate dei mercati all’aperto, tutto e per poco e un altro seduto su una finestra che intona liriche per un amore passato.

Per quando chiuderanno la vita in sentenze, perché ho paura dei punti fermi, della forza superficiale di certi imperativi e delle gote piene dei potenti.

Perché la fame non mi abbandoni, perché non abbia mai troppe coperte sul letto, troppe cortigiane dietro la porta.

Perché il mio portafoglio sia sempre aperto, per il desiderio di contatto e le canzoni del risveglio.

Quando ti dico: “Vorrei ballare con te” intendo farci armonia e finire dentro alle macchinette rettangolari delle stazioni dei treni, tirare la tendina dietro di noi e quando tutti penseranno all’amore boia vedranno un flash e poi un’altro ancora e ancora un altro. I fuochi d’artificio delle nostre intimità. Facciamo luce noi, anche lontani, anche tra i no e poi tutto questo silenzio che non ti fa star bene, che non mi far star cheto.

Foto: Eugene Richards

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A rubarti le spalle

La domenica con le tue pause, è sotto l’Inter a Catania mentre dall’azzurro del cielo di Parigi piovono malinconie irrisolte tra gli stendibiancheria nelle nostre case troppo piccole.

Sentirti bussare alla porta nel ventre della notte e dar tutta la colpa alla gradazione del vino.

Vorrei semplificare la mia sintassi per farti accedere ai luoghi bui del mio pensiero di oggi. Le luci intermittenti dei decoder e i codici intraducibili di quello che io chiamo desiderio di contatto, e tu non chiami e basta. E se poi gridi da qui non ti sento. Dei tuoi mille anni, dei tuoi mille amanti e del costume in due pezzi che ti ha reso donna.

Vorrei dividere il pane con te, noi due alla tavola di un signore che non conosciamo fino a toccare il fondo.

Vorrei farmi cane ed esserti fedele sempre, topo per elemosinare briciole del tuo passaggio.

E pareti in carta fotografica per lasciare impressi i nostri contorni. Le foto magnifiche degli orgasmi degli altri e la mia ricerca superficiale di attenzioni.

Ho cambiato l’acqua al pesce in tre case diverse nell’ultimo mese, il bagno è il luogo più frequentato del mondo e vai a finire che ti ci ritrovi sempre da solo.

Volevo rubarti le spalle e giocare a nascondino tra le tue labbra. Volevo almeno dirti addio, sporcarmi le guance di cioccolata e dirti che mal sopporto la parola sorriso.

Ci hanno rovinato tutto il vocabolario e con le mie pagine asciugo le tue lacrime dal pavimento e mi dico che forse così saranno zuppe di senso.

E quando mi dicono che la poesia si misura in pieni e in vuoti io storco le labbra e cambio voce, mi faccio verso e così, chino, fuori equilibrio, in tensione, dico che bello sarebbe se tu fossi qui.

Che vorrei rubarti le spalle, giocare a nascondino tra le tue labbra.

Foto: Enzo Sellerio

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Tutta la vita davanti è un film italiano

Quel che mi spaventa, lo sai, sono gli imperativi, il dito puntato, il punto fermo. E faccio a botte col già detto, le frasi fatte. Le formule irriproducibili degli anni passati. I caratteri mobili dei quotidiani e il mare salato che tiene a galla le nostre parole di questi giorni.

E dalle iscrizioni sul marmo ricordo che Goldoni è morto povero, che Hemingway era ramingo e che la morte fa brillare le ossa e dimentica la carne.

E mi spaventa chi si affida soltanto alla compagnia di un cane o di un gatto, chi ha paura della lingua e degli occhi. Chi si dimentica del significato della parola uccidere, chi si rintana nella retorica del meno peggio e parla di democrazia rifiutando lo sguardo degli altri. Che una cosa è la cultura, lo stile, l’ostentata bellezza, la sapienza, altra cosa è il non avere rispetto dell’altro, il volerlo prendere di peso, inculturare, schiaffeggiare con fare da saputello. Non mi convince l’accusa, rimbocchiamoci le labbra amico, sleghiamo i muscoli, viviamo nel bello, lottiamo per noi, per l’altro e l’altro ancora, parliamo poco, vestiamo con cura, circondiamoci di cose belle, persone interessanti, incontri dal vero, musica viva.

E proviamo a spegnere le luminarie, le televisioni e le raccomandazioni. Impariamo a tenere la mano, a disegnare gli occhi.

Che uso troppo le parole del sempre e del mai. E nelle righe qui sopra ho abusato dell’imperativo, con la paura di diventare quello che temo. Mi dicevi dell’estinzione dei dinosauri, dicevi che erano soltanto sciocchezze, racconti da carta stampata.

Che dimentico sul comodino il caffè dell’altro ieri e credo torni presto il tempo della novità, del tuo sedere tondo e dei tuoi versi al risveglio.

Nelle tasche ho ancora coriandoli e stelle filanti. Ho perso leggerezza sfilando lungo le strade delle città grandi.

Nel mio cervello c’è uno spazio vuoto che riservo per te. Ho perso il senno tra le lenzuola, smarrito bussole tra le schede elettorali.

Continuo a scriverti lettere lunghe una pagine, aspetto risposte lunghe una riga.

Che prendo aerei per tornare al paese e afferro treni per andare in città. Gli abbracci lunghi degli amici di sempre, le novità delle vite nuove e di quelle passate. La malattia che affonda il piede in tristezze e le sabbie mobili della ricerca d’impiego.

Vorrei scriverti delle stelle, dei tramonti sudamericani e dello smantellamento delle dittature, di nuove libertà, del mare d’Eritrea e delle lance che solcano l’onda. E ancora delle tivù satellitari, dei quartieri ricchi e bianchi e fetenti delle provincie africane, invece guardo i risultati elettorali con lo smartphone e rispondo a chi mi chiede che accade: stringo le labbra dico, va tutto bene, va tutto bene per farmi coraggio.

Se fossi qui mi diresti di pensare in grande, di lasciar perdere le contingenze. Che Tutta la vita davanti è un film italiano.

Photo: Larry Burrows

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Il mio regno non è di questo mondo

Caffè nero sui pantaloni e un taccuino. Due tiri di spliff della notte passata e vino buono in bottiglie da 375 cl. Assaporare il gusto dei ricchi e sporcarci le guance nella solitudine delle nostre piccole stanze.

Ho cominciato a parlare con gli acari e nelle veglie notturne declamo le poesie di Dalla. Telefonami tra vent’anni o mandami un messaggio per dirmi che esisti anche lontano dagli occhi.

Mentre facciamo del nostro passo rasoio e tra le palizzate alte dei cantieri e i caschetti gialli si nasconde la dignità delle vittime del pensiero dominante.

Ci concentriamo sui master, la lingua straniera e la disponibilità del denaro per vestire di buone parole la carne nuda degli altri. Il resto è malalingua e imbarazzo. E quando accarezzi l’animale ti ricordi del soffio che ti scuote le viscere, l’anima viva del tuo respiro e il calore del pollice opponibile.

Davanti alle ingiustizie le rassicurazioni del codice della strada per i nostri rapporti superficiali. Ricordati che il lavoro è soltanto lavoro, pensa a te stesso e fai attenzione agli specchi, alle tue immagini fotocopiate appese ai muri come carta da parati. Quando perderai in novità e forze rinfrescheranno le pareti e farai la fine dei mangianastri. Il sorriso, un inchino, ma non pensare che tu per loro sia un uomo, ti pensano a scale e fanno di tutto per montarti sopra senza che tu te ne accorga. Finché muovi la coda ti lanceranno la palla, correrai a prenderla e riceverai carezze e ossa. Ma i premi invecchiano e le corse stancano, digrigna i denti e abbaia, difendi il pelo, trascura il branco. Manifestare la rabbia è la necessità che va oltre le piazze e si fa quotidiano. A culo le nostre educazioni borghesi: i pugni alzati e i gomiti appoggiati alla tavole rotonde.

Sai che ti dico, amico? Non trascurare i tuoi modi, la dignità dei tuoi punti neri e le forme eccentriche del tuo vestire, ma allenta il nodo alla cravatta, non affogare nelle adorazioni rituali degli altri. Nei buonasera e nei come va gli indizi della povertà del linguaggio.

Vorrei parlarti ora degli interventi riusciti, delle piazze in festa e della mia fiducia nell’essere umano. Vorrei parlarti di Gesù Cristo senza il peso di Tolstoj. Ma non ci riesco. E solo tu puoi aiutarmi. Che non ho braccia per le mie notti insonni e trovo gioia nel divenire del sole e nei venti ghiaccio di fine febbraio. E il tuo vestito a pois bianchi è soltanto una mia invenzione che sei così impegnata nelle disabilità degli altri che finisci per dimenticarti la mia.

Quando credo che non esista un amore universale se non concretizzi in carezze, parole, attenzioni da niente. Amare il proprio sangue è facile, l’albero genealogico delle tue amiche e le tue radici di nascita, poi la saggezza stanca degli adulti che ti circondano. Ma è nel diverso che scorgo redenzione di noi e conoscenza. Io per te straniero, io vagabondo, io battuto, io beato.

E poi tu e quel pensiero che mi fa nebbia intorno, come in via Paolo Sarpi, come in corso di Porta Romana, come in Boulevard Saint Martin, tu e ancora tu.

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Je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation

Entre les connexions interrompues de nos téléphones contemporains, tu es partie dresser la bouche avec une galette de maïs. Les lèvres gonflées et le vin en calice sur ma table de bois foncé. Tes pieds sur le rebord de la fenêtre, avec le vent qui perturbe le printemps et ce pendentif que tu portes au milieu de ta poitrine. J’ai grimpé dans un arbre pour regarder à ta fenêtre, te dire bonjour en écartant les doigts pour les refermer sur mon désir érotique.Tu n’étais pas là, un dessin d’enfant : un dinosaure et un soleil naïf avec ses rayons qui tombent dans la bouche de l’animal, ta culotte pliée sur le lit et le parfum pastel du linge lavé. Le téléphone a sonné mais ce n’était pas toi.

Je suis tombé de l’arbre, un poteau entre les jambes ne sert à rien si on ne peut pas s’y raccrocher. Je cours sur place, la sueur efface tout souvenir de mon dos, en absence des traces de tes doigts. Dans l’espace entre tes voyelles longues tes joies futiles, je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation. On a parlé d’amitié, on s’est déchiré les joues par la distance de nos téléphones dans la banalité de l’obscurité.

Il y a une fenêtre au dessus de mes pieds quand je m’allonge sur mon lit et je dessine des formes étranges et je fume à travers un bâton d’encens, la brise de cinq heures du matin pour mes pensées qui ne laissent même pas tranquilles les moustiques fatigués.

Les rares nuages. La lumière froide. Au feu les palais, les antennes paraboliques, les balcons vides et les volets baissés. La vie intérieure et tous ces pixels en cascade.

Tu peux me dire maintenant ce que tu veux faire ?

Devrait-on s’asseoir au comptoir et boire une pinte comme tous les autres ? T’as envie d’un Mojito ? Je ne sais pas ce qui me fait passer mes nuits à regarder vers le ciel, on recherche le vol et on construit des ailes pour éloigner nos chaussures de la souillure de l’asphalte, rien d’autre. Tous ces verres vides, le tri sélectif de nos pensées d’aujourd’hui. Dis moi maintenant quoi faire, rêver de la mer ou descendre dans la rue faire la guerre avec les trams en attendant le matin ?

Ce discours à propos des animaux de compagnie qui nous a gardé les chaussures lacées, tu voulais retourner au silence et je t’ai dit qu’on pourrait le partager entre nous et l’habiter un peu. Alors tu as commencé à me gifler avec tes dents trop blanches et le soleil nous a surpris quand nos yeux étaient encore fermés. Pas comme ça, pas comme ça j’ai dit avant la bataille navale entre nos ventres, donne moi ta main et puis debout, laisse moi te regarder, laisse toi te faire embrasser, et puis tourne toi car ça me plait aussi quand tu ne me regardes pas et je suis forcé de perdre mes yeux sur ton monde divisé en deux par l’unique méridien que je puisse toucher. Et je glisse mes doigts dans tes ombres, je lève ta tête et pendant que tu murmures je te dis : tu voit ce qu’il reste de nous ? Les longues lignes de nos cheveux percent le ciel, nos mots échappent aux antennes, tu vois tout ce bleu, si tu te baisses un peu on sera au dessous de la ligne des gratte ciels, et le blanc et les parcs, les arbres en fleurs et l’explosion du pollen pour les conjonctivites de juillet, si ta vue est brouillée c’est que tu es ailleurs.

Martina Margini, con garbo e discrezione, ha tradotto questo:

Tra i fili interrotti dei nostri telefoni contemporanei, te ne sei andata in cucina ad apparecchiarti la bocca con le galletta di mais. Le labbra gonfie e vino in calici sul mio tavolo di legno scuro. I tuoi piedi sul davanzale della finestra, coi venti che disfano la primavera in fiori e quel ciondolo che porti in mezzo al petto. Mi sono arrampicato su un albero per guardare alla tua finestra, farti ciao aprendo le dita e poi chiuderle sull’erotico mio gioco. Non c’eri, un disegno di bimba: un dinosauro e un sole stilizzato coi raggi che finiscono in bocca all’animale, le tue mutandine piegate sul letto e il profumo pastello della biancheria lavata. Mi è squillato il telefono e non eri tu. Sono caduto dall’albero, a niente serve un palo tra le gambe se non ti ci puoi sostenere. Mi sono messo a correre sul posto, col sudore che lava via la memoria dalla mia schiena senza i segni delle tue dita. Nello spazio delle tue vocali lunghe le tue gioie da poco, vorrei perdere la testa per te soltanto per decapitazione. Ci siamo detti dell’amicizia, ci siamo strappati le guance sulle distanze dei nostri cordless della banalità del nero. C’è una finestra sopra i miei piedi quando mi sdraio sul letto e disegno forme strane e fumo con lo stick dell’incenso, la brezza delle cinque del mattino per i miei pensieri che non lasciano stare le zanzare stanche. Le nuvole rare. La luce fredda. Al fuoco i palazzi, le antenne paraboliche, i balconi vuoti e le persiane abbassate. La vita dentro e tutti questi pixel in cascata. Me lo vuoi dire adesso che fare? Dovremmo sederci a un pub e bere una media come tutti gli altri? Hai voglia di un Mojito? Io non lo so cos’è che mi fa passare le notti con lo sguardo all’insù, cerchiamo il volo e costruiamo ali per staccare le scarpe dallo sporco d’asfalto, null’altro. Tutti questi vetri vuoti, la raccolta differenziata dei nostri pensieri di oggi. Dimmelo adesso che fare, sognare il mare o scendere in strada e far la guerra coi tram aspettando il mattino? Quel discorso sugli animali da compagnia che ci ha tenuto allacciate le scarpe, che te ne volevi tornare al silenzio ed io ti ho detto potremmo dividerlo a metà ed abitarlo un poco. Così ti sei messa a prendermi a schiaffi coi tuoi denti bianchissimi e ci ha sorpreso il sole che ancora tenevamo gli occhi chiusi. Non così, non così ho detto prima della nostra battaglia navale coi ventri dammi la mano e su in piedi, fatti guardare, fatti baciare, e poi voltati che mi piace anche quando non mi guardi e sono costretto a perdere gli occhi sul tuo mondo diviso in due dall’unico meridiano che posso toccare. E infilo le dita nelle tue ombre, ti alzo la testa e mentre ansimi sussurro: lo vedi quello che resta di noi? Le linee lunghe dei nostri capelli trafiggono il cielo, sfuggono le nostre parole ai tralicci della corrente, lo vedi tutto quell’azzurro, se ti pieghi un poco saremo sotto la linea dei grattacieli, e bianco e parchi, alberi in fioritura ed esplosioni di polline per le congiuntiviti di luglio che se ti si annebbia la vista è perché sei altrove.

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PERCHE’ HAI PAURA DI UN FALLIMENTO? FESTIVAL DI SANREMO 2013

Abbiamo vinto il Festival di Sanremo, abbiamo visto il Festival di Sanremo.

La vista interdetta e i tetti di Francia, il tubo catodico non lascia spazio a visioni privilegiate, il nostro portafoglio piange e ci accontentiamo dell’essenziale, delle dirette scritte e della mancanza di immagini in diretta.

Guardavo la Champions su Rojadirecta, la telecronaca sudamericana e le vocali lunghe dopo i gol. Con la Juventus che espugnava Glasgow e le strisce bianco verdi del campo.

E intanto sui social network il dibattito sullo show degli show, quel Festival di Sanremo 2013 che avremmo dovuto guardare insieme, ma alla fine eravamo troppo stanchi e ognuno a casa sua: sushi d’asporto e polpette.

Il rituale delle entrate, le uscite a papera degli showman. E questa volta l’errore proprio sulla linea di porta, aspetti l’ovazione e l’urlo ti si ferma in gola, non sai che dire, non sai che fare e muovi la bocca cercando l’aria, e chiami tutti “ragazzi”, “amici”, “miei cari”. Non è così mon pote.

Non va così, che non è questione di ironia, di politica od altro. E’ questione di teatro, arte dal vero e palcoscenico, attore, pubblico.

Lo chiami palco, ma sai che in antichità era un’arena sotto la quale si consumavano cene e scopate sane e tradimenti e omicidi con vittime.

Se accetti la ribalta devi accettare il pubblico, mio caro.

Al di là del tuo valore, delle tue parole, dei tuoi proponimenti.

E non è vero che non hai detto nulla, non è vero che non ti hanno fatto parlare.

Tu lo sai, amico, che presentarsi sulla scena è portare un travestimento, un personaggio. E se i conduttori son protetti dall’amido delle cravatte e dai vestiti firmati, tu non lo sei, tu sei nudo proprio perché abbigliato. Truccato.

La testa calva e le mani in gesti. Tu hai già parlato. E il pubblico ride, e applaude, e fischia e se ne va. Il pubblico è vivo, e darei la vita perché continui ad esserlo. I calciatori sono fischiati, osannati, sbeffeggiati, oltraggiati, amati eppure inseguono una palla, hanno un ruolo preciso e lo sanno. E tu?

C’è stato bisogno che la moderazione prendesse di nuovo l’occhio di bue, il mezzo sorriso di un conduttore che vuole riportare tutto sui binari delle buone usanze, la moderazione della classe media. E invece no, questa volta no.

Le parole usate son state queste: “Vai pure avanti, vai avanti, dì quello che ti sei preparato, lo fai per il pubblico televisivo”. Quello che cambia canale, quello muto, zitto, quello consolante, in mutande, in cravatte.

E invece no, vivere la primavera è accettare il rischio dell’inverno. Nevicava, mio caro, potevi farti forza, improvvisare, dialogare oppure star zitto e tornare indietro. Potevi dire quel che avevi preparato oppure cambiare. Non sei anche tu uno di quelli che dice che senza pubblico non c’è teatro?

Perché hai fallito, questa volta, hai fallito. E quante volte è successo anche a me. La carta bianca può dare alla testa. Sai cosa c’è? Che l’ironia è una gran cosa, ma ha bisogno di necessità. E quella necessità era già scaduta perché solo pochi giorni prima avevi fatto lo stesso nell’inattaccabile condom televisivo. Lo sai che c’è un tempo per ogni cosa, passa tutto veloce qui, occorre adattarsi.

E non tiriamo in ballo la maleducazione, le fazioni politiche, le buone maniere e tutto il resto. Un buon teatrante è colui che conosce sé stesso, il testo, lo spazio, il palco e tiene conto del pubblico, tutto intero. E invece tu, o voi, userei il voi, avete fatto abitudine dei pasti caldi e delle sedie comode. Abitate con agio il canale 3 simbolo di una certa libertà di mano sinistra. Ma avete abusato, abusato, abusato. Non siete più necessari, miei cari. Tutto si è fatto routine, QUELLI CHE ci hanno stancato, QUELLI CHE Gaber e il potere dei più buoni.

Vi scrivo così perché al di fuori delle luci potremmo essere amici e dialogare come fanno i grandi, che guardandosi soli allo specchio la visione è parziale. Ma la vista dall’alto, dell’altro è quella che ancora una volta ci salva.

Non siete soli, siamo noi, siamo in tanti e non nascondiamoci più la notte.

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Le nostre notti bulimiche

E’ il grido più forte quello che viene a prendervi ora. A riflettersi tra gli zeta reticuli e il sistema binario delle nane gialle per cogliervi in soprassalto sul posto di lavoro: le sedie sudate, sempre lo stesso soffitto a farvi da cielo.

Voi frustrati, ammansiti, voi cani di bancata.

Voi storpi di mente, approfittatori di corpi,

voi donnette al guinzaglio del soldo.

Si fanno da parte le mosche evitando il piscio che fuoriesce dalle vostre bocche. Sottospecie di rospi, habitat di palude e lingue lunghissime. Tra le promesse del primo mondo e lo sbiancamento anale, i vostri denti sfatti di sigarette e le mani lisce di crema bianca. Sbrodolo le mie viscere su tutta la terra, semino disappunto eppure non sono capace di odiare.

Povero io, poveri voi.

Così legati al pensare per vetrine. Noi essere esposti al giudizio del passante: un prezzo in fronte e un buco per incassare i risparmi degli altri.

E vieni ancora a raccontarmi degli slanci incredibili della giovinezza. Delle pentole sotto all’arcobaleno e gli unicorni per i voli in planata di quando atterro tra le tue gambe. Con gli aggettivi di Baricco e letti di seta per i pompini interminabili che mi danno noia.

Dimmelo adesso che fare. Lasciare tutto e farsi camaleonti, confondersi ai muri, ai semafori, alle cravatte dei professionisti e alle antenne paraboliche o prendere di petto l’oggi e lasciar perdere i domani e i futuri disegnati da altri?

Mentre uscivamo dalle fabbriche parlavamo delle nostre mogli e dei diritti dei nostri compagni. La malattia del pensare per gli altri.

Siamo emigrati per dar aria ai polmoni: le sigarette troppo care e la vista dall’alto.

Il cielo sempre grigio e il sole tra i tetti come l’idea della speranza dei posti vacanti e la professione d’umiltà degli abiti bianchi.

Quando saremo capaci si spogliarci in pubblico ci accoglieranno le panchine ribaltate dei giardini del Lussemburgo.

Coi canti infiniti del mio intestino che chiede di te, il tuo indirizzo dai caratteri illeggibili e le lacrime che verso nei vasi dei tuoi geranei. Che germoglieremo a primavera te lo ripeto da anni.

Quando saremo disposti a comprare dei fiori per decorare il vuoto delle nostre stanze e rinunceremo alle copie d’autore e alla virtualità degli abbracci allora sì che saremo qualcuno.

E correremo il rischio dell’estetica.

L’inessenziale delle parole di Roberto Saviano e giuro non lo vorrei più nominare, ma mi fa rabbia e così vomito sulla confraternita delle caste e la Milano bianca dell’informazione. Per la divulgazione sciocca dei quotidiani e le stronzate che intingiamo nel caffé latte.

Che inizia Sanremo, lo sai, e dichiaro qui che non lo guarderò e sarà la prima volta. Che a casa ho tutte le raccolte, e Maledette Malelingue e pure Minchia Signor Tenente. E cederò, signora mia, io cederò, che sono come tutti voi, avi e figli.

Che c’è Fabio Fazio e poi la Litizzetto, che magari viene Guccini e magari si abbracciano e magari, dico magari, pure qualche giornalista col libro in uscita, che magari, e dico magari, parlerà dei giovani d’oggi, nessun riferimento a braccia tagliate, alle nostri notti bulimiche e alle sofferenze della società post DaDa.

Che magari un’altra pacca sulla spalla gliela diamo anche noi a questa gente, una a destra e una a sinistra, per fare del male a tutti. Che la reazione è interessante, il resto è routine e l’ironia non fa male a nessuno.

Mentre Vecchioni ci insegna ad amare. Noi dominati dagli scorci mozzafiato di vestiti di marca, il fascino eterno della donna oggetto. Un cazzo e un culo, un cazzo e un culo: quel vecchio film e la metafora della catena di montaggio.

Martedì poi sarà tempo di Champions e se la Juve vince e poi convince avrò altro da fare. Sempre meglio che lavorare.

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Anche una stupida domanda del cazzo

La calza sinistra bucata e gli sguardi lasciati dietro alle vetrine e agli angoli delle strade della città del mutuo soccorso.

Vengono a rubarci le chiavi di casa per mettersi nei nostri panni e non trovano niente di interessante.

Quando non ti ho mai visto in pigiama e ho fantasticato troppo.

Non c’è una notte qui, non c’è riposo per le nostre guance. Le carezze mancate e tutti questi sinonimi per descriverti quello che sento.

Dovremmo strappare una pagina bianca e metterla davanti a noi come una copertina.

Non credere a tutto quello che dico, ma guardami negli occhi, annusa l’odore che porto intorno al collo. Noi come gli asini, il carico delle rinunce, i viaggi intorno ai campanili e le sigarette spente sul balcone. Ci appendevamo alla traversa per sollevare i piedi da terra e simulare il volo.

E ti ho comprato un paio di stivali rossi per attraversare la strada, dicevi che non ti interessa nulla delle attenzioni degli altri e finivi per non capire che mi sporgevo così tanto che correvo il rischio di cadere dalla finestra e diventare l’angelo delle tue notti insonni. La deflorazione è soltanto un passaggio. Vuoi dirmelo ancora dov’è finita quella che una volta chiamavamo armonia?

E con dovizia di particolari potrei spiegarti il perché poi il coito mi interessa così poco eppure mi ossessiona.

Vorrei tenere i tuoi occhi sul comodino come se fossero un paio di occhiali. Che sono miope da troppo tempo e se dormo poco mi pulsa la cicatrice che porto sull’occhio sinistro.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Classificare le esperienze in base al tempo per la disabitudine alle attese. Se ci fosse Erri De Luca ci farebbe un sonetto, a te tendere: attendere.

Me lo vuoi spiegare perché non riesci a sederti con me senza pensare a un domani, senza farti prendere dalla paura di quel che succederà? Vorrei avere sessanta o più anni, i peli radi e bianchi e l’aiuto delle pastiglie. Vorrei dirti che è così sciocco fare teorie sulla vita e quello che conta è raccontarsi esperienze. Una bottiglia di Bordeaux del 2008.

E quando parlavamo della follia potevi citarmi Shakespeare o le frasi intraducibili sui bordi della strada che per me faceva lo stesso.

Quando ti ho detto che hai gli occhi liquidi hai fatto finta di niente.

E adesso sai che faccio? Vado a una festa di ventenni e spruzzo il profumo buono. E poi guardo in alto, i balconi e poi le nuvole, le ciminiere e le stelle, per non dimenticarmi dove voglio arrivare. Che sublimare in parole tutta l’esistenza mi fa un sacco male, come vomitare. Parlami ora, scrivimi adesso e dimmi quello che ti passa per la testa, qualsiasi cosa, anche una stupida domanda del cazzo.

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