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Le nostre notti bulimiche

E’ il grido più forte quello che viene a prendervi ora. A riflettersi tra gli zeta reticuli e il sistema binario delle nane gialle per cogliervi in soprassalto sul posto di lavoro: le sedie sudate, sempre lo stesso soffitto a farvi da cielo.

Voi frustrati, ammansiti, voi cani di bancata.

Voi storpi di mente, approfittatori di corpi,

voi donnette al guinzaglio del soldo.

Si fanno da parte le mosche evitando il piscio che fuoriesce dalle vostre bocche. Sottospecie di rospi, habitat di palude e lingue lunghissime. Tra le promesse del primo mondo e lo sbiancamento anale, i vostri denti sfatti di sigarette e le mani lisce di crema bianca. Sbrodolo le mie viscere su tutta la terra, semino disappunto eppure non sono capace di odiare.

Povero io, poveri voi.

Così legati al pensare per vetrine. Noi essere esposti al giudizio del passante: un prezzo in fronte e un buco per incassare i risparmi degli altri.

E vieni ancora a raccontarmi degli slanci incredibili della giovinezza. Delle pentole sotto all’arcobaleno e gli unicorni per i voli in planata di quando atterro tra le tue gambe. Con gli aggettivi di Baricco e letti di seta per i pompini interminabili che mi danno noia.

Dimmelo adesso che fare. Lasciare tutto e farsi camaleonti, confondersi ai muri, ai semafori, alle cravatte dei professionisti e alle antenne paraboliche o prendere di petto l’oggi e lasciar perdere i domani e i futuri disegnati da altri?

Mentre uscivamo dalle fabbriche parlavamo delle nostre mogli e dei diritti dei nostri compagni. La malattia del pensare per gli altri.

Siamo emigrati per dar aria ai polmoni: le sigarette troppo care e la vista dall’alto.

Il cielo sempre grigio e il sole tra i tetti come l’idea della speranza dei posti vacanti e la professione d’umiltà degli abiti bianchi.

Quando saremo capaci si spogliarci in pubblico ci accoglieranno le panchine ribaltate dei giardini del Lussemburgo.

Coi canti infiniti del mio intestino che chiede di te, il tuo indirizzo dai caratteri illeggibili e le lacrime che verso nei vasi dei tuoi geranei. Che germoglieremo a primavera te lo ripeto da anni.

Quando saremo disposti a comprare dei fiori per decorare il vuoto delle nostre stanze e rinunceremo alle copie d’autore e alla virtualità degli abbracci allora sì che saremo qualcuno.

E correremo il rischio dell’estetica.

L’inessenziale delle parole di Roberto Saviano e giuro non lo vorrei più nominare, ma mi fa rabbia e così vomito sulla confraternita delle caste e la Milano bianca dell’informazione. Per la divulgazione sciocca dei quotidiani e le stronzate che intingiamo nel caffé latte.

Che inizia Sanremo, lo sai, e dichiaro qui che non lo guarderò e sarà la prima volta. Che a casa ho tutte le raccolte, e Maledette Malelingue e pure Minchia Signor Tenente. E cederò, signora mia, io cederò, che sono come tutti voi, avi e figli.

Che c’è Fabio Fazio e poi la Litizzetto, che magari viene Guccini e magari si abbracciano e magari, dico magari, pure qualche giornalista col libro in uscita, che magari, e dico magari, parlerà dei giovani d’oggi, nessun riferimento a braccia tagliate, alle nostri notti bulimiche e alle sofferenze della società post DaDa.

Che magari un’altra pacca sulla spalla gliela diamo anche noi a questa gente, una a destra e una a sinistra, per fare del male a tutti. Che la reazione è interessante, il resto è routine e l’ironia non fa male a nessuno.

Mentre Vecchioni ci insegna ad amare. Noi dominati dagli scorci mozzafiato di vestiti di marca, il fascino eterno della donna oggetto. Un cazzo e un culo, un cazzo e un culo: quel vecchio film e la metafora della catena di montaggio.

Martedì poi sarà tempo di Champions e se la Juve vince e poi convince avrò altro da fare. Sempre meglio che lavorare.

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Macao, Fazio e Saviano (Quello che non ho è il potere dei più buoni)

E ancora cerco altre vie, tagliare la corda per inaugurare la stagione dei successi.

Le piazze rivoltano il selciato per lasciar spazio a quella Boulè alla greca, non c’è tempo per vecchi cervelli attaccati alle cose, valori antichi e polvere, niente a che fare con le radici.

Noi senza terra né spazio, noi derubati di tutto e ora nudi e deboli all’inganno dei più. San Sebastiano che guarda dal quadro, che perde le frecce e impolvera senza correre in soccorso dei nostri buchi invisibili e per questo profondi e incurabili senza profondità di sguardi e gli occhiali ultravioletti del bene comune. Che ci hanno tolto le gambe per correre e hanno amputato i nostri piedi per prendere a calci i segnali di stop; le mani e la lingua per stringere in cerchio le nostre parole emotive, senza sapere il perché dei nostri girotondi come i bambini scendiamo in cortile al suono delle urla degli altri.

Per quei ritorni a casa sporchi e sudati, passare la notte fuori come gli indiani a guardare le stelle per le previsioni sul futuro prossimo e i pensieri che si fanno ordinati che la notte ridona spazio ai vicoli stretti della città vecchia. Le nostre tende colorate in accampamento che una protesta non è parlare, ma necessario è stare. E come grilli con le gambe piegate produciamo suoni metallici quando arriva il tramonto e al mattino disegniamo il sole in alto a destra coi nostri pennarelli scarichi. Dimentichiamo l’ansia con passatempi inutili, quei concerti per prenderci in spalla e dirci che finalmente sappiamo dove guardare. L’occupazione del caos per farci linguaggio, i nostri nuovi vocabolari pronti per essere scritti e tutte quelle distinzioni sul lemma legalità. Noi così ingenui, disordinati e patetici perché disabituati all’azione; coi palloncini colorati, i saltimbanchi e la claque, che la canzone è politica è vero ma da lontano si fa baccano e fiera di maggio e vista dall’alto confonde.

Ci guardano i benpensanti, le poltrone dei canali streaming e le copertine dei telegionali con le foto curiose dei quotidiani, i visi colorati e i nomi nuovi che regaliamo alle piazze. Come i muezzin ci chiamano a raccolta i grandi nomi e poi dimmi che senso ha mettere i tuoi desideri nella bocca degli altri? Esercitare il corpo nelle palestre col modello del muscolo dei calciatori è cosa sana, ma che cosa hai fatto tu, uomo, per la tua lingua? I baci lunghissimi e tutti quegli anni di scuola dell’obbligo, poi l’università, e quando hai dato alla bocca arie di libertà? Nella prigione dei detti degli altri gettano le chiavi i nostri animali televisivi che conoscono Freud e ignorano i capelli rasati sui lati degli hypster e le chiome lunghe dei nostalgici degli anni settanta.

Non ci sono televisori in piazza Macao e per i cinema all’aperto si organizzano sguardi, più veri del video gli incontri. E tutto intorno le case paiono lucciole, la luce artificiale dei televisori. Saranno almeno un milione di topi a far saccheggio delle vostre dispense che siete innocui, sterili e vacui a gongolare negli occhi a torrente di Fabio Fazio, quei corpi esanimi sui fiumi senza vento della funerea retorica Saviana per le carezze sul mento e tutto quell’amore che brucia fuori, fuori, fuori da queste denunce che non ci sfiorano i capezzoli. I membri ritti ci fanno destare, parole efficaci, il resto è torpore. E scuotimi e fammi abbandonare la sedia, ma non dirmi sempre che fare e quel che è giusto pensare. Il potere dei più buoni, per le parole simbolo che in spiegazioni brevi perdono sostanza, la nebbia dell’indefinito e nessun tempo per la digestione. Il fascino dei cinque minuti della celebrità, la pena per i disgraziati e lo svelamento del già noto. E tutti in piedi per i nomi altisonanti, quanti mani stringi, mio nocchiero, e quante schiene attendono le tue pacche buone. Frusta e vita lasciate a invecchiare tra i pantaloni e fuori dal buio il raggio del sole seccherà i tuoi occhi umidi di niente, quando citi John Lennon mi salta in testa Melville, si toglie le scarpe Kerouac e ce le lancia addosso. Dove mi hai nascosto le parole dell’oggi? Dove, mio prode? Non abbiamo più tempo noi per la polvere delle nostalgie, i buonismi a stelletta per le decorazioni dei centri commerciali. Generali del buono e del bene, mai avrei immaginato di girarvi le spalle, lancerò il cappello sulla piazza perché nel caos si raccolgono monetine. Per i vostri miliardi di notorietà avete rinnegato il coraggio. Dov’è quell’atto di forza dell’abbandono della nave scuola per la libertà del mare? La Rai che sirene vi ha cantato? Dov’è la contraddizione dell’oggi? Dove la sofferenza nei vostri volti? Dove l’amore? Dove? Le parole oggi suonano come domande, il punto di domanda è dinamico, sai? L’affermazione è uno stop. Andrà tutto bene e tornerete a farci compagnia, come il Festival di Sanremo diventerete tradizione, attesa, emozione. Ma non lasciatemi un piatto sul tavolo, tradirò le vostre mense e salirò in piedi sulla tavola in cerca di voci che tagliano e ardono e si consumano. Che non c’è calore senza dissoluzione. Non è tempo questo di denuncia o nostalgia, per il vostro Grande Fratello degli intelligenti è arrivata l’ora della fine. Scontro e battaglie e metafore nuove, autostrade e semafori, falli e torri, grattacieli e caschi blu e il vaffanculo che non è volgare se risolve le situazioni.

E allora sì, sconfitti del vostro bene, sarete buoni a prendere un fucile e sparare ai barattoli, e sentirete il colpo, vibrerete per la paura e forse allora vi salirà tra le viscere quel desiderio di sporcarvi gli occhi e attaccare le fortezze limpide degli insegnamenti mai esperiti, perchè ancora questo ci chiede l’umanità, a noi delle piazze, sconfitti, subdoli, prigionieri. Vivi.

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