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Il tuo maglione di cashmere

E sei quel che guardi. E sei quel che cerchi.

Un campanello e sbattono piano le porte di un’auto. Le strade vuote di clacson. E finestre illuminate. Lampioni deboli. La neve nera nascosta sotto ai marciapiedi. Panchine verdi e fogli grandi di giornali come materassi, poi borse gialle della spesa. Il nero al semaforo e la mano tesa. La tv accesa e la tradizione dei film del Natale.

Svuotare l’immaginario dalle bruttezze per rincorrere di nuovo il senso. E via i rotocalchi, le immagini ritoccate dei desideri indotti. E via questi pixel che mi riducono le diottrie. Sporcarsi le mani per impacchettare gli amori, la cura nella piega e nastri scelti. Ripulire gli occhi per liberare il cuore. E sui banchi di chiese mezze vuote mettiamo a fuoco il nostro quotidiano. Non ora, non qui. La pulizia richiede tempo, e sforzo, e disciplina. Possiamo togliere la polvere, sistemare le sedie, preparare la tavola. Nessuno si accorgerà del ripostiglio, della cenere che riposa lontano dal camino. Di quando abbiamo consumato le nostre interiorità sfregandoci forte uno contro l’altro e come i fiammiferi farsi lampo e poi fumo. Una birra e una sigaretta, guardare dalla finestra con la paura dello specchio che ci bussa alle spalle. Osservarsi da fuori per capire la limitatezza dei nostri contorni e l’esasperazione della nostra sensibilità come una valvola di sfogo. Ti ritrovi ancora a grattarti le nocche, e lividi sotto ai tuoi occhi: tutti quei pugni che ci siamo tirati senza saperlo. Che camminiamo piegati in avanti.

Un orizzonte e suoni lieti, il silenzio delle ventitre e immaginarsi le tavole apparecchiate, odor d’abete e vino buono. Vorrei accarezzare il tuo maglione di cashmere e non smettere più. Le tue montagne. La farina che colora di bianco il marmo della cucina. E le tue dita sporche che pigiano un tasto e si fanno immagini. I tuoi disegni a penna nera e le tue scritte in corsivo. Narri senza le parole tu, e io sono ormai esperto nel linguaggio dei segni. E’ salito un dio sulla terra, è sceso un Uomo dalla luna. E’ nella debolezza che riconosco il divino. Che un neonato non sa far nulla. Un bambino non basta a sé stesso. Una donna, un ventre e poi mammelle gonfie e poi baci e il suono del risucchio di quando mangi il brodo troppo caldo. La necessità del calore di mani, quando diventerai madre stringerai forte i fianchi del figlio tuo, lo presenterai al cielo per guardarlo in volto, voi faccia a faccia per le parole che ancora non sapete dirvi. Il dio che nasce è un dio debole. Un Dio impotente, come l’Uomo.

E chiudo gli occhi, saluto la notte e faccio i bagagli. La strada aspetta. E dopo le cene e le risa, gettarsi nelle arterie della terra per trovarsi negli incontri. Le solitudini e le famiglie dimenticate. Le vecchiaie e le depressioni dei muri bianchi, delle argenterie. La malattia che isola. L’egoismo e la presunzione delle esperienze ciniche, i computer ancora accesi e le corse incontro a chi non vedi da tempo. Accedi una lampada o un cero e poi guardalo bruciare. E sei quel che guardi, e sei quel che cerchi. E ora fatti trovare, mia strada, mia primavera, mio moggio e mia radura. Fatti guardare che volto a volto possiamo parlarci, che così lontani non siamo uomini, non siamo dei. Fatti baciare, che volto a volto, possiamo salvarci.

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Bandiera

Mi riferisco all’esperienza umana di chi è deputato, onorevole. Di chi è prete, suora, monaco o che altro. Di chi è cittadino impegnato, di chi è laico. Di chi è maestra, maestro, professore, docente, preside, rettore. Di chi è secondino, appuntato. Di chi è prigioniero, di chi è parente di un condannato, di un militare all’estero. Parlo di un medico, di un primario, parlo di un paziente.

Parlo ai di chi, e mi riferisco all’uomo.

Le istituzioni dai muri scrostati e la scarsa fiducia del prossimo. Che il massimo della generosità è il dono di una sigaretta fuori da un locale.

Tutta questa sfiducia nell’altro e noi vittime delle sentenze saccenti delle istituzioni sacre: il governo, la chiesa, la scuola, il carcere, l’ospedale.

Figlie e figli di un epoca che ha costruito grattacieli ideati in fantascienza e padiglioni iper-accessoriati, che ha lasciato le case basse alle campagne.

Io figlio, io cittadino, io adulto, io giovane. I giovani non esistono c’è scritto sul muro della mia scuola superiore.

C’è un atrio dell’università statale che mi interroga sul presente. Che siamo ancora nel ’68? Gli stessi slogan, gli stessi vestiti e pure i libri di allora. I cinquantenni hanno perso, miei cari, di quella generazione sconfitta cantava Gaber al Jamaica, e così è. Ci hai preso mai da bere al Jamaica? Hai consumato la notte in un Arci? Hai ballato mai il Sudamerica per le strade strette della Milano che dorme? Ci si ritrova anche oggi, si suona, si canta, si balla, si scrive e si crea. Che siamo un po’ confusi e non sappiamo fare gruppo, ma ci siamo anche noi. Non siamo giovani, non siamo niente. Non siamo corrente, non siamo i sessantatre, non siamo primavere né futuri probabili, non siamo, non siamo, non siamo?

E continuiamo a ragionare per categorie e abbiamo lasciato l’impegno civile ai nostri discorsi la sera tarda al bar, parliamo di politica come si fa col calcio, analizziamo schemi che non esistono e i caratteri dominanti della classe dirigente. Mi è simpatico. E’ antipatico, come Mourinho, ma dice quello che pensa e ci sa fare coi giornalisti.

Precario il mio pensiero di oggi, parole in bell’ordine per dare forma al vuoto e domanda di senso.

I miei pantaloni a quadri bucati sulla tasca sinistra e il peso del portafoglio. Il desiderio dell’estero per mettere fine alle relazioni stanche di qui. In vacanza dalle consuetudini per riappropriarsi di senso, di voglia, di un credo. Che il credo salva lo sai, in cosa credi tu? Almeno in te stesso, tu puoi?

E del Nirvana non me ne frega un cazzo. La voce di Kurt Cobain e Polly vuole un cracker.

Questo scoprire che non si può mettere freno all’amore, che il desiderio ci svela le alte sfere. Io non ci credo quando Battiato dice che non ha mai amato, che il letto è bello vuoto. Io non ci credo a chi lascia da parte la carne, e con carne intendo corpo e cibo e vino buono e profumi e stile nel vestire.

Non sono le parole dei grandi che guidano il mio fare di oggi, ricerco sulla strada i corpi che san farsi citazione e capelli a cui appigliarmi. Mi incantano le personalità note quando ne scopro le debolezze.

L’umanità è svelamento del sé, non sarò mai tuo amico se non so nulla delle tue bassezze, dello sporco che ti si accumula tra i capelli e del bisogno di ricambio della cute consumata.

Mi interessano i giornalisti che fanno della parola una bandiera necessaria e scoprono il mondo passo dopo passo, la fronte sudata, issano il vessillo in alto quando il vento è propizio e questo garrisce e colora il cielo grigio dei nostri giorni stanchi. Lo portano sulle spalle quando non spira brezza alcuna e siamo incastrati in gole, in apnea sotto i mari. Ma non lo abbandonano mai. Mai. Il peso del gonfalone, bandiera e asta e segni sulle spalle e calli sulle mani. Gli articoli e la libertà di Gianni Brera, la parole necessarie ed intime di Gianni Mura al tempo dei funerali.

Dovremmo inventarci dei soprannomi io e te, lasciarci andare ai dialetti.

Non voglio trascurare l’impegno pensando al prossimo come a cemento armato, vittima lui dei poteri forti, pavimento e fondamenta su cui si alimenta il sorriso del capo.

Rinnego le lobby, il frastuono degli accordi sotterranei, gli amori stanchi, la convenienze.

Mi dono al cambiamento, al nuovo, alla sorpresa degli incontri, agli sconosciuti, agli amori impossibili.

E vado per mondo con un bagaglio minimo: un computer, una penna, il pensiero. E diffido dei nostalgici, di quelli che il profumo della carta, di quelli che abusano del Quelli Che….

E credo nei ritmi, nelle parole indispensabili, nelle rime baciate, nelle strofe necessarie dei cantautori, nelle preghiere cantata, nel silenzio delle chiese e nelle loro porte grandi, nel valore del voto.

E così mi consegno a voi ogni giorno con queste parole fragili, il mio stendardo da sventolare, che se mi guardate a schiena nuda potete curarmi le piaghe.

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Non ho mai amato nessuno, amo te

La ferita aperta sotto l’occhio sinistro e il mio sbattere la testa contro i tuoi muri.

Questo frequentare l’aria aperta e poi le strade vuote a cavallo d’orizzonte; mi troverai a immaginare le vite interiori degli altri.

Con le mandate di chiave sui tuoi desideri e poi queste fottute distanze che non ti bastava la sicurezza e hai fatto costruire un fossato col ponte levatoio dei tuoi spostamenti settimanali. Potevamo conoscerci al Plastic e incastrare le lingue, la testa pesante e l’alito sconvolto della domenica mattina. Mi hai detto un giorno che il tuo cielo è grigio e io ho pensato a Tiziano Ferro e a quelle canzoni che mi vergogno di continuare a cantare. Del mulino de la Galette e delle pale a vento sulle colline del centro Italia, dei nostri venti che cambiano direzione a seconda dei giorni e non c’è spazio per accumulare energie, soltanto chili di troppo e preoccupazioni sui giudizi del sé.

Non ho muscoli per abbattere i labirinti muscosi delle tue lentiggini, brucerei in un baleno nel rosso delle tue gengive e sangue dal naso per gli sbalzi di pressione. Ho visto le braccia colorate di Jovanotti e ho pensato a una fiaba, tu nella bocca della balena e il mio dente da narvalo per penetrarti. E farti scappare. Dalle gabbie e dagli aerei. Brucerà il tempio prima o poi, si scoperchieranno i tetti dei nostri desideri e dalle anfore scorrerà il vino lasciato da parte per i futuri importanti.

Come a Santorini ci faremo magma, luminosi al contatto con l’aria e poi neri da affondare il mare. Dalla lava le ceramiche più belle, le teiere che tratti con cura. Mi inviterai prima o poi a prendere un tè e mi si appanneranno gli occhiali. Per quel calore che tengo dentro, che tu rifiuti. Non ho mai amato nessuno, amo te. Non sono mai stato così lontano da me.

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La prima neve

La prima neve e i lamenti degli automobilisti, il nero dei camini accesi e gli occhi grandi dei bimbi. Le nostre parole che cadono dalla sedia e i rimbrotti degli intestini per riportarci al reale. Che allontanavamo la fine del mondo a furia di isolamenti. Più ti allontani più ti presto attenzione, come i pastori del sud del sud del mondo, come le mandrie a nord del nord del cuore.

E tra i carrelli della spesa le nostre prime necessità in ordine sparso, le catalogazioni dei nostri vizi appese al soffitto. Poi la mia voce che non lascia ombre e la tua piccola storia. Mentre qualcuno ti fa dei ritratti non posso scordare il tuo viso, la presenza gentile delle tue guance e le tue labbra strette, piccoli morsi tra i denti bianchissimi. Sai, non so più cos’è il silenzio e mi allontano dalle scritture per capirne il senso. L’ordine è un ritmo che faccio fatica a comprendere.

Le maratone dei miei respiri di quando arrivo esausto al traguardo, col forno delle tue cosce per il mio pane quotidiano e tutte le nostre pene che svaniscono in pochi sguardi. Di quando giocavamo a fare i bambini, dei nostri ciao ciao nel bel mezzo della cucina e le vocine stridule dietro le tende per richiamare le streghe e gli incubi che abbiamo imparato a conoscere. E non c’è nero sotto ai nostri letti. Poi alle finestre chiedevamo tregua ai nostri futuri prossimi e per allontanare il pensiero dei traslochi ci incantavamo nel bianco dei tetti: il quaderno nuovo e le nostre dita inchiostro simpatico per le nostre firme. Lasceremo tracce come piedi nelle pozzanghere. E porteremo acqua ai nostri pavimenti assetati e trasformeremo i pensieri in torrenti per irrigare gli incontri e far fiorire amicizie. L’amore no, è una cosa diversa. Chiederò al cielo il perché del desiderio, ai prati verdi rugiada contro l’invadenza, poi luci al neon, risvegli in ritardo e gli inseguimenti nei corridoi bianchi dei supermercati, l’odore della terra soltanto un souvenir appoggiato sul televisore.

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Factory Girl

Tra le pieghe molli dei miei divani letto i calcinacci della Factory. E scie bianche nel cielo, le anfetamine maldestre che ti riportano sulle vie scorrette. Nelle tiritere dei fotografi il nostro sguardo deformato sulla realtà. I cantautori che trascinano la barca a riva e le tue gambe lunghe a cavallo di una batteria. Per quei ritmi in levare che ricamiamo di notte, il tuo ansimare e quei due buchi sulla schiena che riempio di parole. Ti soffio dietro all’orecchio e tremi. I tuoi capezzoli piccoli e la malinconia delle tue pose curve. Vorrei dirti affoghiamo nelle lingue straniere e poi brindiamo a questa ricerca affannosa di identità. Chi si tiene a distanza è fuori, e non ogni lasciata è perdizione ti dicevo mentre con le dita trascinavi gocce di pioggia sui vetri. Coi tuoi autoscatti al riparo dello specchio, la tua posa animale, la poesia di un bicchiere già vuoto e la trasparenza delle tue anche. I miei anch’io e gli anche tu e firme d’accusa e difese di morsi. Poi il sonno e questo vento denso di fumo, i camini accesi e la vastità piatta dei tetti di Londra. Prendimi le guance e suonale e poi corri in soccorso dei tuoi capelli lasciati a piangere le litanie dei pianoforti scordati degli studenti del piano di sotto. La coda dei turisti in attesa dei nostri scalpi. Che mentre camminiamo attiriamo sguardi e commenti, tu che mi dici dovremmo spogliarci qui e non daremmo così nell’occhio. Quando mettevamo like alle foto d’autore e poi le ricalcavamo dietro ai vetri, i tuoi occhi fradici di sonno e i Velvet Underground in sottofondo. Quando andavo al cesso e tre o quattro tiri di sigaretta, la testa gonfia e il risucchio dello sciacquone per i miei viaggi notturni negli scarti dei nostri corpi sani. I colloqui di lavoro che affrontavamo tenendoci stretti e il tuo passaporto colmo di timbri. Mi ha chiamato Wharol e ha chiesto di te. Mi ha chiamato Dylan e ha chiesto di me. Non suoneranno fisarmoniche ai nostri funerali, le gigantografie elettroniche dei miti passati riposano nelle fosse comuni. E ricordo soltanto che quando salivi sulla mia Vespa, sedevi a tre quarti.

Foto editor: Neige

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Pensati bianca

Dei miei capezzoli che guardano in basso e della mia inclinazione per le sconfitte. I tuoi avvistamenti con cannocchiali al contrario e fulmini come istantanee delle tue parole. C’eravamo fatti così vicini che sentivamo i nostri respiri a distanza. E ti prendevo il volto tra le mani e aprivi la bocca grande perché potessi respirarci dentro. Non ci sfioravamo le labbra per rispetto delle nostre fragilità. Tu e la tua vita, le gambe nude e le coperte troppo corte di una realtà sola. E mi dicevi che bisogna fare una scelta tra i pantaloni e le mutande, che altrimenti ci costruiamo addosso mura invalicabili e la pelle ne risente per questioni di traspirazione. Così te ne stavi là, il muscolo aperto e le mie parole a farsi eco nelle tue caverne. E come le foglie d’autunno planavi lenta nei torrenti bianchi delle nostre usanze notturne. Non tutte le foglie cadono ormai secche. Ho scritto su un foglio lasceremo questa casa prima o poi, lasceremo questa vita hai detto tu e ti chiedevo per dove e poi perché e non sapevi rispondere. Così mi hai scritto a presto e poi sei scomparsa. La vernice nera dei tuoi occhi e le mie docce fredde. Non c’eri più e ti portavo dentro, il mio cuore a forma di becco di pellicano e le migrazioni transoceaniche dei miei lamenti. A sfiorarti le dita in planata, i miei ricordi come le estati passate. Calor di nostalgia e ore vuote trascorse in pigrizia. Gli odori forti, i fiori schivi della Sicilia, l’assenza di spiagge e scogli duri da cui tuffarsi. Il nostro mare nero intorno ai falò, dietro alle spalle i trent’anni di guerra all’alimentazione e i difetti impercettibili delle nostre albe. Quando salutavi il giorno appoggiandoti alla finestra sopra il mio letto e al posto di guardare fuori, il sole, i balconi, le occhiaia nere dei professionisti e la pelle intagliata dell’anzianità, dicevi è sporco, il vetro intendevi. Non siamo bianchi, lo sai, che siamo guai e sogni finiti male, risvegli improvvisati e sveglie dimenticate. Non siamo neri, lo sai, e ci travestivamo da professori dicendo che il nero è l’assenza di tutti i colori, così chi è nero è vuoto e chi è sporco è bianco. E ora riguardati allo specchio, sistemati i capelli e pensati bianca, ti sussurravo all’orecchio. E mi eccitavo molto.

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Tu fiorirai in bellezza

Il tremolio delle dita sulla tastiera e quella candela consumata dal tempo sul ciglio della vasca da bagno. A fuoco i panni dimenticati in lavatrice, i nostri capi lisi dal logorio delle posizioni di testa. Ci scrivevamo delle lettere per sentirci meno soli. I nostri combattimenti con le ferite aperte delle nostre adolescenze, i tagli orizzontali sulle ginocchia e le canottiere della NBA. Saltavamo a piè pari le convenzioni, ma non eravamo invadenti, anche se ce lo scrivevate appiccicandoci carta igienica sulla schiena come si fa con i pesci in aprile. Addio ai preliminari di sguardi lontani e alle presentazioni degli amici in comune. Parlarsi soltanto per l’empatia dello sguardo o per colpa della strada in discesa, dei sanpietrini bagnati e dello scivolare di queste Clarks consumate. Sarà che la parola caso l’ho affogata nelle naftalina e che non apro gli armadi da tempo, che accumulo i vestiti sui divani e prima di dormire appoggio le magliette sulle luci al neon per moderarne l’intensità. E mi ritrovo al buio. Quanto vorrei sostituire l’invadenza delle mie sensibilità con la banalità dei gesti: una pizza, una rosa, un pompino. E dire no alle birre delle ventidue, al pensare alla Leffe come a una soluzione, un surrogato di libertà che non domanda di senso e chiedersi il perché al Monoprix di Place d’Italie la trovi sempre in offerta. Le mie difficoltà con gli idiomi e la curiosità per le lingue degli altri. Se mi neghi i tuoi muscoli non diventeremo forti mai. Le fascinazioni nelle tue fotografie, i tuoi disegni da bimba e la finezza della conoscenza. Le tradizioni da scavalcare per metter fuori la testa e oltrepassare la soglia. E con la bocca aperta raccogliere i primi venti e poi tornare dai tuoi cari, ti chiederanno il perché dei tuoi denti bianchi, del rosso del tuo palato e diranno distendi le guance, chiudi le labbra che prendo freddo, chiudi le palpebre che prendi sonno. E schiaccerai il bottone sul cuore e li investirai delle nuove stagioni, dalla tua bocca semi e fiori e piante e venti dai nomi impronunciabili. Pesci rossi sulle finestre e nuvole bianche a decorare i soffitti quando alberi di pesco nasceranno dagli occhi. E fiorirai in bellezza per lo sguardo stupito degli altri. Da piccola a donna. Da donna a germoglio. Che ogni giorno è una primavera me l’ero scritto sulle mani. E me lo ripetevo così tanto che ho finito per dimenticarlo.

Foto: Steve McCurry, Jodhpur, 2007.

Photo editing: Neige

 

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Non preoccuparti

Nella testa china delle piante aromatiche la nostra vittoria. Il balcone e il rifugio delle sigarette, il mio cappotto lungo e questo freddo che tarda ad arrivare. Le difficoltà con le lingue degli altri e poi in libreria per la lettura settimanale delle prime tre pagine in nuova pubblicazione. Questa sintassi stanca e punti e a capo per la sconfitta del nuovo sentire, con Milano che si guarda l’ombelico e gli scrittori sovrappeso e forfora sulle spalle in attesa di un nuovo giudizio, il pugno alzato e il dito puntato. Le contraddizioni dei quarantenni. La povertà dei beni materiali e la crescita esponenziale della considerazione del sé. Tra le vostre letture barba bianca per sguardi cristallizzato e già morti perché immobili. Quanto vorrei prendere la mano a un nonno sconosciuto, sedermi sulle sue gambe e guardare da vicino i tratti del suo viso senza che mi chieda che fai e perché credi ancora all’impossibile. La distanza necessaria tra ideale e reale. Quando lasci nella tasca un sasso bianco per ricordarti la strada di casa. E ti chiederanno il perché dell’erranza, della tua mancanza di stima verso i più e le debolezze di questo sistema che ti considera giovane a trent’anni. Quando in Eritrea ho visto madri di anni dieci e potenza d’affetto e schiena chinata e ideali di vita e progetti. Sulle nostre spalle consumate i lividi neri dei nostri bagagli. Per la leggerezza è necessario l’abbandonare. Lasciare in ego e possedimenti, che quel che si fa regale è il dominio del sé che agli altri poi ci penserai. Non preoccuparti. Guardare dentro al pozzo scuro delle nostre debolezze, e fecondare le arsure col credo. E nelle relazioni il mondo nuovo della scoperta dei precipizi e altezze sconosciute della nostra sensibilità. Creare legami per distruggere il nostro sentirci indispensabili. E poi lasciarsi andare all’altro, di quella mia volta in Sicilia, otto anni di bimbo e i capelli rasati, così al largo e re di un mondo ancora sconosciuto, poi il giubbotto di salvataggio che si sfila, la paura e acqua da bere in sorsi e pensare oggi sarò morto, morto come i grandi, morto come i pesci morti nella mia pancia viva, e poi una mano, papà e la forza del suo braccio e lasciarsi andare al pianto, acqua nell’acqua, sale con sale e sapore d’affetto e vita nuova in abbraccio. Dall’acqua per l’acqua. Che questo nostro andare sia cosciente del pericolo degli abissi, che i nostri giorni non trascurino mani, abbracci, affetti. Un mese al Natale e questa neve che prima o poi arriverà, che poi lo sai che per definizione allontana le aridità degli oggi e promette primavere e germogli.

Foto: Robert Frank

Photo editing: Neige

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Debolezze

E ritrovarsi in piccolezze. Scoprirsi bugiardi e ricominciare il disegno del sé. Lontani noi dal centro, l’unificare le spinte e camminare sulla corda che dimezza il cielo, tra gli alberi di purezza e dannazione la difficoltà dell’equilibrio. Avrei voluto ricordarti di quel giorno nel parco, il pic nic dei nostri chi siamo e confidarsi debolezze e fragilità. Di quel giro per Roma quando la notte non era un piumone, ma voglia e curiosità. I laghi del mio sudore e l’aria condizionata per asciugarci. Quando dormire vicini era volersi bene. E poi distanze e teste di moro e lontananze. Il linguaggio virtuale e la banalità delle domande sull’esistenza. E morire un po’ quando scopri che la menzogna ti è rimasta appiccicata al palato. La lingua al miele e i baci lunghissimi. I miei ti voglio bene e i tuoi lo so. E scoprirsi deboli e sciocchi. Basta una crepa per provocare disastri. E se lo pensi nel piccolo guardi alle marachelle dei grandi e dici che sì, potrebbe accadere anche a te. Dov’è la sorveglianza? Esercizio difficile la vigilanza. E sentinelle lungo i chilometri della mia muraglia. La carta velina dei miei pensieri di oggi, la trasparenza tanto lodata, tanto invocata. Che il tuo parlare e il tuo dire siano della stessa sostanza. E verità è un modo dell’essere, è carne e parola, sei tu. Non ricerchiamo le leggi, non ricerchiamo favole e tesi e sostanza. Nelle persone la possibilità del riscatto e nei dialoghi la tua vera essenza. E tutte queste parole così pesanti, basterebbe un ‘fanculo, e pugni e sudore e occhi neri e muscoli stanchi. E comincio a trapanarmi il cuore per far uscire il brutto. E cerco il blu, un fiore chiaro, che questo nero mi stanca.

Foto: Ryan Mc Ginley

Photo editing: Neige

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A Kerouac e allo scorrere di questo tempo senza piogge

Gonfio d’alcool e pensieri, le spalle al muro, i denti consumati per i morsi dell’insofferenza e quella sensibilità che ti costringe alle diversità. L’infinita ricerca di piogge contro le aridità di questa solitudine abitata. Lasciare indietro bellezze da adolescenti e poi di corsa oltre la porta di casa; avvicineremo gli orizzonti soltanto con la forza del nostro quarantadue di piede. E mentre sfiorivi crescevano orchidee bianche nei tuoi organi interni e ti facevi vicino al cielo, santo e perdente. Così beat che anche quando ti mettevi in disparte, appoggiato a un palo o disteso su un bancone, attiravi gli sguardi dei più. E avevi imparato a non giustificarti della tua presenza. E ti piacevano così tanto le piogge che avevi imparato a danzarci attraverso e coi capelli bagnati affrontavi il resto della notte e inseguivi le lucciole solitarie ai lati della strada. Le prendevi tra i palmi chiusi delle mani e appoggiavi l’occhio tra le fessure aperte delle tue dita. La luce vicina e i tuoi desideri lontani. E rimanevi abbagliato che non ti interessava più nulla e trascinavi i tuoi giorni aspettando un’altro temporale, sperando che lei se ne accorgesse e varcasse la soglia e non temesse più, per quel ballo che vi eravate promessi. Conserverai la lucciola in un barattolo e poi gliela donerai, lei esausta, tu sfiorito nel corpo, ma zuppo di gioia e bello. Sempre più bello.

Foto: Kerouac

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