Il tuo maglione di cashmere

E sei quel che guardi. E sei quel che cerchi.

Un campanello e sbattono piano le porte di un’auto. Le strade vuote di clacson. E finestre illuminate. Lampioni deboli. La neve nera nascosta sotto ai marciapiedi. Panchine verdi e fogli grandi di giornali come materassi, poi borse gialle della spesa. Il nero al semaforo e la mano tesa. La tv accesa e la tradizione dei film del Natale.

Svuotare l’immaginario dalle bruttezze per rincorrere di nuovo il senso. E via i rotocalchi, le immagini ritoccate dei desideri indotti. E via questi pixel che mi riducono le diottrie. Sporcarsi le mani per impacchettare gli amori, la cura nella piega e nastri scelti. Ripulire gli occhi per liberare il cuore. E sui banchi di chiese mezze vuote mettiamo a fuoco il nostro quotidiano. Non ora, non qui. La pulizia richiede tempo, e sforzo, e disciplina. Possiamo togliere la polvere, sistemare le sedie, preparare la tavola. Nessuno si accorgerà del ripostiglio, della cenere che riposa lontano dal camino. Di quando abbiamo consumato le nostre interiorità sfregandoci forte uno contro l’altro e come i fiammiferi farsi lampo e poi fumo. Una birra e una sigaretta, guardare dalla finestra con la paura dello specchio che ci bussa alle spalle. Osservarsi da fuori per capire la limitatezza dei nostri contorni e l’esasperazione della nostra sensibilità come una valvola di sfogo. Ti ritrovi ancora a grattarti le nocche, e lividi sotto ai tuoi occhi: tutti quei pugni che ci siamo tirati senza saperlo. Che camminiamo piegati in avanti.

Un orizzonte e suoni lieti, il silenzio delle ventitre e immaginarsi le tavole apparecchiate, odor d’abete e vino buono. Vorrei accarezzare il tuo maglione di cashmere e non smettere più. Le tue montagne. La farina che colora di bianco il marmo della cucina. E le tue dita sporche che pigiano un tasto e si fanno immagini. I tuoi disegni a penna nera e le tue scritte in corsivo. Narri senza le parole tu, e io sono ormai esperto nel linguaggio dei segni. E’ salito un dio sulla terra, è sceso un Uomo dalla luna. E’ nella debolezza che riconosco il divino. Che un neonato non sa far nulla. Un bambino non basta a sé stesso. Una donna, un ventre e poi mammelle gonfie e poi baci e il suono del risucchio di quando mangi il brodo troppo caldo. La necessità del calore di mani, quando diventerai madre stringerai forte i fianchi del figlio tuo, lo presenterai al cielo per guardarlo in volto, voi faccia a faccia per le parole che ancora non sapete dirvi. Il dio che nasce è un dio debole. Un Dio impotente, come l’Uomo.

E chiudo gli occhi, saluto la notte e faccio i bagagli. La strada aspetta. E dopo le cene e le risa, gettarsi nelle arterie della terra per trovarsi negli incontri. Le solitudini e le famiglie dimenticate. Le vecchiaie e le depressioni dei muri bianchi, delle argenterie. La malattia che isola. L’egoismo e la presunzione delle esperienze ciniche, i computer ancora accesi e le corse incontro a chi non vedi da tempo. Accedi una lampada o un cero e poi guardalo bruciare. E sei quel che guardi, e sei quel che cerchi. E ora fatti trovare, mia strada, mia primavera, mio moggio e mia radura. Fatti guardare che volto a volto possiamo parlarci, che così lontani non siamo uomini, non siamo dei. Fatti baciare, che volto a volto, possiamo salvarci.

Brueghel-004-741715

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One thought on “Il tuo maglione di cashmere

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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