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L’orchidea che non so disegnare

Un’orchidea nel petto il biossido di azoto che respiriamo affacciati alle finestre, quando vorrei allungare le braccia fino a terra raccogliere le tue gambe quando sei troppo stanca per salutarmi. Con gli aerei di carta ho organizzato attacchi ai tuoi polmoni per farti cambiare arie per farti ascoltare Tchaikovsky l’autunno e tutto il resto. Per le braccia nude delle piante i buchi dei picchi le malattie invernali le foglie sono cadute tutte lo stesso giorno quest’anno chiedilo al vento mi hai detto chiedilo al vento. L’orchidea nel petto ha fatto qui e là con la testa lo spostamento d’aria di quando socchiudi le palpebre. La luna in piena e le pietre sui davanzali a far la scorta di luce i laghi piatti per i saltelli per le influenze che ci fanno crescere come i bambini. Dovremmo appoggiarci al muro e disegnare boa sopra le nostre teste chiudere la porta, lasciarli al sole e vedere poi che viene fuori hai presente Snake? Le nuove generazioni, BlackBerry and company non giocano più. Angry Birds e i nostri voli rasoterra lontani dai radar. Gli scritti della notte che ci aggrappiamo alle citazioni per non cadere nella banalità. E poi ci spaventiamo. E si ferma il singhiozzo. Avremmo meno paura se fossimo allo stesso banco la prof che interroga e le mani nel buio dello zaino, la testa china per ritrovarci. Che siamo salvi solo per oggi. E dopo la chiamata alziamo lo sguardo come due brachiosauri collo e e collo per imitare i cigni di pezza degli hotel di lusso e poi imbarazzi come al tempo del primo brindisi. Che esistono tante rose lo sai, e una sola è sul mio pianeta. E addomesticare è una parola troppo lunga per i miei scritti. E lenta germoglia in fior di labbra quell’orchidea che non so disegnare.

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Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista?

Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista? E i maestri stanno sulle mensole ridacchiano dall’alto. Tra le colonne il partenone i discorsi dei pederasta i sermoni interminabili di Socrate e un po’ di su e giù le gare di corsa quando anche il fisico vuole la sua parte. E tutte le sere nell’agorà e poi il teatro che importanza ha se ci vestiamo da donna? I nostri vecchi abitano ancora le piazze coi dialetti che si mischiano è lì che si fa l’ Italia Unita. A citare la televisione siam bravi tutti dicevi e novantesimo minuto le radioline cucite intorno ai polsi. La piazza e il teatro. I discorsi pubblici dei potenti, e la boulè per le parole anziane e decidere sul domani la legge dei taglioni per i più furbi. E io non guardo la televisione, salvo RaiNews24 per quel suo direttore appassionato. La retorica dicevo e le bandiere in piazza la parlantina sciolta dei politicanti che fanno del teatro un’arena e vai coi discorsi e ci sentiamo meglio che siamo i buoni e tutti gli altri? Che ci faranno a casa? I giovani poi, dove sono i giovani? La politica dei cinquantenni che il sessantotto non verrà più e i libertari con gli slogan sulle magliette fanno sorridere. Che la politica si fa coi filosofi non con i retori e un’ingiustizia non va commessa mai manco quando la si riceve il bacino del mediterraneo ha scolpito parole nell’acqua e se le sono mangiate i pesci. Quante lettere disperse nelle cene i crostacei. Dovremmo passare più tempo a pescare, in silenzio, per non far scappare i pesci e acqua su acqua e gambero e cernia rifarci un linguaggio. Allora sì, allora sì potremo farci ascoltare. Senza linguaggio lo sai, è inutile parlare.

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Non sarà certo Baliani a salvarci

Non sarà certo Baliani a salvarci. Le nostre terre promesse i torroni i terroni per le mascelle dure il naso fino cento anni passano così in fretta mi dici che siamo già stanchi del ritmo lineare dei nostri battiti la superficie lucida delle pupille e i viaggi verso l’altrove. Col terzo occhio per i pensieri deboli che è così strano averti accanto e so come si piegano le tue guance quando scoperchi il bianco dei denti perfetti in fila come tanti soldati perché sei pacifista. Per i palati fini per le parole a grappolo che ci scorrono nell’intestino che ho dimenticato il sapore dell’uva mentre ti avevo di fronte. Per le strette di mano i complimenti rari. E poi cantarti in salmi la lista interminabile dei rettangoli che appoggiamo sul comodino e abbiamo fatto le pieghe alle rughe di Harry De Luca ai ghirigori surreali di Pennac e poi quel piano dovresti pimparlo hai presente il negroni quando è fatto bene? Un colpo alla testa, sangue caldo e cannella, le lacrime invisibili per la scena finale di Terraferma e quella barca che diventa cielo. E poi ci sono tutti i pensieri che girano attorno alle prime volte e le distanze che sostengono gli sguardi. Quando volevo essere un gabbiano per guardare dall’alto e dare a tutto una forma che poi se ci pensi più i contorni sono chiari più ti perdi i particolari e non volevo pescare e non volevo volare. E fanculo agli shuttle alle gare d’appalto che chi arriva primo vince e si perde il paesaggio.

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Potrebbe essere l’inizio di un film

Potrebbe essere l’inizio di un film. Un primo piano sui tuoi nei sulle tue labbra strette le cascate nere dei tuoi sguardi. Solo uno stormo, gli uccelli migratori le macchie sporche sui nostri cieli che non distinguevo i contorni e per sfogare le nostre voglie primordiali rincorrevo i vestiti corti i tagli tutti uguali e il movimento dub sui piatti di farina bianca. Lo specchio delle vetrine le mie occhiaia che toccavano il cemento e quello sguardo da buttafuori per non tradire le aspettative. Non sono io ho detto non sono io. E poi il telefono: non è il momento non m’interessa il su e giù quotidiano degli intestini e poi le docce interminabili per lavarci lo sporco tra l’aorta e l’anima tenue. E poi che fare? Prendere una di quelle strade tutte uguali. La settimana della moda e la bellezza che ha sbagliato indirizzo ho detto e le bolite della Bolivia gli orizzonti interminabili dei tramonti d’Africa che dovrei portarti al planetario lo sai quante stelle? C’è un cielo nascosto dietro ai lampioni dovremmo prendere a calci Milano e fare buio spegnere le luci artificiali il nervo ottico sotto tensione. E c’eri tu tra gli uccelli tra i cavalli coi paraocchi e le loro giacche bianche tutte bianche tu sotto un albero solitario, eri così nascosta che non ti avevo visto tua sorella bionda era il triangolo sull’autostrada si è fermato lo slancio la mia pupilla piccola e le ho preso la mano ho detto piacere un viso diverso gli occhi al posto degli occhi e la parola fina rara come i palati dei camionisti esigenti. Mi sono messo in ginocchio sotto al potere della giovinezza quegli sguardi puri e la tua camicia bianca diversa da tutte garibaldina d’assalto hai stretto le guance ti sei girata una castagna nel riccio ho detto appena caduta che già si allontana. Non servono guanti non servono forbici che basta avere pazienza e controllo e attenzione e il riccio si schiude e le castagne si svelano in coppie coi ciuffi intrecciati. Che il tempo è un dono mi hai detto e mi citavi Vian mentre mandavo a memoria Qoheleth.

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Amore salvami

Amore salvami sembra una canzone di Dente. In quella fase della nostra storia eravamo belli che eravamo entusiasti mi hai detto ma non lo sapevamo ho detto io lo sapevamo eccome hai detto tu. Che volevamo cambiare tutto e nei libri di Melville le citazioni: i luoghi veri non sono segnati su nessuna carta geografica. E non è poi così vero, sai? Che io me li ricordo; le carte d’identità i nomi e cognomi e le fotografie che ci siamo dimenticati di sviluppare. E non sapevamo dove stavamo andando e abbiamo circumnavigato le nostre ansie da prestazione l’Africa e poi il Sud America che cercavamo fortuna e trovavamo noi. Come quella sera che ho preferito il latte caldo alla birra e tu mi hai detto sei pazzo, ma eravamo a 4000 metri e bastano le altezze a darci alla testa. I viaggi interstellari sui bus notturni sulla strada che separa Milano e la Libia mettiamo gli occhi nel liquido delle lenti a contatto e al mattino cambiamo traguardi. E poi con te i silenzi non sono mai un problema ce lo siamo detti appena svegli sulle guance i segni di quella notte vissuta di sorsi la spogliarellista del nord Italia aveva rotto la bicicletta e l’avevamo portata in spalla il tragitto poetico del deserto con la luce della luna che non è mai abbastanza poi si è abbassata le mutandine ha detto guardate avanti e ha tirato fuori una torcia e sulla strada abbiamo proiettato i nostri contorni e sulle amache parlavamo del viaggio che senso ha se tu solo ti salvi? Amore salvami. Dovremmo menarlo di meno e schizzare vita di fuori e smettercela di tirarci per le magliette lise che poi si rompono. Se non ti piace il colore dei miei occhi non posso cambiarlo non è colpa mia. E poi su ebay ho ordinato due bacchette da rabdomante e un Tom Tom per perderci e poi tornare indietro e se chiudi gli occhi e ti fidi e se ci credi scaveremo fino in fondo le mani sporche e troveremo l’acqua e allora sì che mi permetterai di schizzarti in faccia vita e faremo docce all’aperto che nudi siamo più belli che siamo due e non siamo altro che questi.

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Vediamo ogni giorno il mare

Ascoltavo Cremonini perché un giorno migliore verrà e non mi vergogno dei gusti pop dei miei jeans larghi delle chiazze d’olio sulle magliette il sudore della mia fronte è gratis in questi giorni d’afa. Non mangiano più le zanzare troveranno altre caviglie per succhiarci le forze per farci a pois come i cani antipatici che non ci fanno le feste quando torniamo a casa. Dovremmo uscire a cena, berci una birra e farla scaldare a furia di parole, perderci il tempo per le passeggiate nei parchi per fare ironia sulle corse zoppicanti dei giovani d’oggi. Quando eravamo sani quando eravamo belli ci sbucciavamo le ginocchia e leccavamo il sangue che sapore ha poi il dolore? Le nostre croste i nostri passatempi le lenti d’ingrandimento per le lucertole che sapevamo prendere i raggi del sole e fare un fuoco di paglia. Rapiti da questa città i tentacoli delle nostre relazioni appena nate e poi morte di sonno. Quando ti ho scritto che dovevamo fare dei tetti una coperta e lanciare le nostre frecce avvelenate all’ordine dei teatranti alle cronache scariche dei giornalisti e a questi critici a questi critici che condannano l’uso sano dell’intelligenza per la virtualità dei pensieri e la carica elettrostatica del nostro agire. Mio nonno coltiva pomodori sul balcone e sa dirmi con certezza che fare quando la luna è piena. E tu cos’hai da dirmi e tu cos’hai da darmi? Che poi non m’interessa che merito ne avrò che gusto c’è. Ho smesso di bere ti ho detto che non sento più i sapori quando smetterai di fumare di atteggiarti in riva alle finestre sentirai il pulsare forte del muscolo che tengo nascosto, il cuore lo sai che mi piace quando pensi male. Le tue mani scolpite sopra il mio letto quando ti sei sporta più in là e disegnavamo L nella stanza come a dire che per ribaltare il mondo basta rivoltare noi. Che abbiamo ricevuto un dono due volte e non abbiamo potuto restituirlo questa sensibilità che disegna i contorni alle cose semplici alle cose sane alle cose buone e l’impossibilità assoluta di sentirne il sapore che come gli asini sulle schiene portiamo i ricordi e rincorriamo le carote le pietanze impossibili e sulle strade irte di Santorini portiamo a spasso i turisti i culi sodi delle adolescenti ansimiamo forte un passo e un raglio i nostri oh sì ah di soddisfazione per lo sporco che accumuliamo tra gli occhi che vediamo ogni giorno il mare ma non possiamo tuffarci.

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E poi tu dove sei?

E soffiare negli angoli, rivoltare le maniche alla città intera, ai vicoli di Brera e poi via Torino e i negozi indie i calzoni stretti le chiome rosse. Vorrei incontrarti tra cento secondi e dammi il tempo di prepararmi di spostarmi i capelli dal viso per guardarti meglio per mangiarti meglio che occhi grandi che hai e il numero di telefono il telefono ho detto solo per volontà di possesso. Non sopportavo l’idea di non poterti trovare quando volevo io per tutti i desideri che ci siamo tenuti in tasca al posto dei condom. E ancora soffio che sotto la polvere ci sono i tesori i ricordi di quel poco che ci siamo detti. Coi tram che ci fanno lo scalpo le ruote delle bici a terra l’umore in cielo che siamo bipolari dicevi che siamo saltuari come i lavori che ci siamo presi la partita iva che non apriremo mai e tu dove vai cosa fai me la dai? La parola dicevo quella mi basta quella mi sazia come la pasta in bianco il mezzogiorno col fuoco acceso per i caffè che beviamo la notte per tenerci svegli per i nostri progetti diurni. E per le tue sparizioni ho guardato Harry Potter per capire come fai e poi perché. La bacchetta magica la teniamo tra le gambe la scopa per i nostri voli notturni che è tutta colpa degli ormoni, ricordi? E con Battiato balliamo i circoli i girotondi tra sesso e castità tra pub e povertà dovresti vedere Asia Argento dovresti prendere esempio. La nostalgia per l’età di Pietro Germi dei telefoni a cavo dei vestiti la domenica a messa gli sguardi che dovevamo inventarci e gli amici che dovrei presentarti. Con l’ansia che mi prende la notte il cellulare: mi hai scritto mi pensi? Non sogno più lo sai e a niente servono le pagine gialle quando le abbiamo impilate una sopra l’altra le voglie che proiettiamo sugli oggetti che ci facciamo comodini l’elenco telefonico dell’umanità che non dorme mai che se mi sveglio e ti trovo al mio fianco ti rimbocco le guance e poi ti sussurro ti faccio contare le pecorelle smarrite dei nostri incontri mancati. Che tanto mi sveglio e poi tu dove sei?

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E quando parti inviti tutti a venire a trovarti

E poi quando parti inviti tutti a venire a trovarti. Che senso ha il tuo andare e il tuo partire quando poi non hai voglia di vedere nessuno. Vorrei che mi scrivessi lettere vorrei rileggerle più volte vorrei trovarci sempre qualcosa di nuovo. Però tu non scrivi e metti cornici all’esistenza scolpendo istanti e luce lasciando il colore nei suoi contorni o sbavando come un cane affettuoso. Il mio pelo giovane il tuo cane dolce dovremmo andare al parco e farli giocare a rincorrersi annusarsi le code e conquistare il mondo a torrenti di piscio. Dimmelo tu come il vento ci disperde quando la notte ci scopre dove non siamo. I colloqui procedono a stento quanta fatica si fa a ricacciarsi in bocca la fatica che abbiamo fatto per essere noi e poi aprire il frigorifero e richiuderlo la cantilena dei nostri avanzi le nostre bocche di quando volevamo mangiarci e galeotto il libro e chi lo scrisse che vorrei appenderlo sulla porta il vischio per i tuoi baci dal verso libero. Per gli incipit le prime pagine dei libri che teniamo sotto al cuscino. Le ninna nanna di Nymann il ritmo lento di Arvo Part. Non ci siamo ancora sfiorati e ho già paura che tu sfiorisca come i fiori che ho comprato la prima volta, li avevo presi per me per la mia casa nuova per la mia vista stanca. Strane creature che non puoi accarezzare perché appassiscono in fretta. L’odore incastrato nelle narici e le mani in tasca. Meglio sarebbe sdraiarsi in un prato e che l’erba si pieghi prenda la forma dei nostri corpi. Saremo sagome nella terra saremo appunti saremo guerra. E così ci incontreremo e non cercheremo isole o deserti saremo antenne e città fuori le mura fuori i contorni e fuori tutti e fuori tutti per le rivoluzioni di piazza le manifestazioni delle nostre piccolezze. Che ci siamo rivoltati dentro come i serpenti che tanto ti fanno paura non c’è premura che non c’è fretta che se disegni un boa ti dirò che è un cappello e farai tenda dei tuoi capelli neri, sorriderai e lo farai in francese e chissà poi che capirò.

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Amici

E tu sei là tra le maglie dei Blancos. I pettirossi che non volano a stormi ci lasciano a bocca aperta per quel che resta della nostra gioventù coi party organizzati per farci incontrare per farci dimenticare. Dovremmo far spazio ai balconi per far entrare il giorno. Le nostre case la vita notturna dei nostri computer che sanno di mela. E hai voglia a spingere il pensiero più in là trovarci il desiderio di contatto le mani la pelle il respiro e poi cos’è il futuro ci diciamo davanti alle telecamere buie e dell’oggi dovremmo godere e brindare quel carpe diem fuori moda e i bagni notturni i nostri materassi ad acqua per non andare a fondo. Le debolezze dei nostri piedi scalzi. E te li ricordi i neon le stelle spente in motorino a prendere a calci i semafori che pesavamo troppo e non c’era benzina e Vasco Brondi urlava sempre più forte il dolori del giovane Werther il mio fratello buono l’amico caro e il chitarrista mano veloce questa città che ci vomita addosso le biciclette verdi nei giardini di piazza Vetra i pensionati i passeggini coi topi del Naviglio che conquisteranno la city. Lo sai che un tempo ci si suonava il punk, lo sai che un tempo ci si suonava il Jazz? Ho incontrato una ragazza una sera che gioia che strana non te ne ho parlato che ci teniamo nascoste le cose belle e forse è per questo che ci chiamiamo amici. Dovrei guardarti in viso per sapere come stai tra i nostri yo i nostri yeah tantarobatop e i pensieri che vorremmo lanciarci addosso. Dovrebbero costruirci dei ponti mobili per perdere l’equilibrio e poi arrivare alla fine l’altra sponda un mondo nuovo le canzoni che non ti ho mai scritto la tua chitarra nuova spaccadibrutto. Per non pensare alle cose brutte cominceremo a vomitare conigli bianchi come i settantenni dell’ospedale di fronte. E salteremo a piè pari il dolore apriranno palestre solo per noi per i nostri muscoli vuoti e ci troveremo scritte coi pennarelli parole come faith and love per farci ridere i nostri sogni da adolescenti affogati di birra bionda. E prenderei mille aerei e perderei mille treni ma le parole corrono più veloci. Che siamo come i pettirossi uguali ai fringuelli nel volo ma sappiamo posarci la rarità dei nostri incontri che devi prenderti tempo che devi guardarci il cuore che devi guardarci il petto e poi dirci come ti chiami tu.

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Neige

E poi c’è la notte che ti porta dove non vorresti, lo spillo della debolezza per i nostri talloni invincibili di Achille e delle battaglie per la gloria e delle cariche dei mulini a vento. Del Chischotte ai concerti di Guccini con le labbra rosse di vino e tutte quelle volte che avrei voluto prenderti da dietro le tue natiche acerbe e poi dirti quei ti voglio bene lunghi tutta la notte. Avremmo potuto sederci sui gradini del palasport e asciugarci il sudore a parole i grappoli d’uva delle nostre considerazioni generiche che ti avrebbe fatto bene un anno a Londra che senza inglese non si va da nessuna parte ormai degli anni zero e dei nostri guai. E un motorino non serve a niente che i vetri delle birre vuote non finiscono più sotto ai sedili. Perché non hai la macchine mi hai chiesto e io con la solita litania del non me ne faccio niente che l’auto a Milano è un investimento quando avremmo potuto rifare le fodere ai sedili di dietro e controllare le sospensioni il movimento atavico delle onde i nostri aliti imperfetti. E poi io divago lo sai tra le tue soste, le storie di vita dei barman stanchi e i tuoi slanci affettuosi per la diversità. Hanno giocato al vodoo con la mia bambola di pezza stanotte ho bevuto abbastanza per raggiungerti e tu non c’eri e il numero civico era sempre quello col bar tabacchi di fianco e il vociare annoiato degli indie metropolitani. Tu sei un designer tu sei un container che se scaricassi quello che mi porto addosso dovresti affittare le gru dell’expo che sono pronte per gli investimenti i bastimenti carichi carichi di niente. Piazza Moscova il venerdì sera sembra il solarium delle lucertole le camicie aperte per accogliere la notte i vestiti firmati i pennarelli scarichi che non potevo scriverti nulla i miei scontrini in crisi non superano il pollice e poi ti ho detto che strano nome che strana vita le fotografie di Chaplin restano mute, lo sai? E leggerti le mie parole all’aria aperta sotto i balconi la pioggia bianca del satellite i quarantenni agli sgoccioli. Mi hai detto Neve e sono rimasto immobile per i ghiaccioli blu che non ti ho mai comprato per le parole che non ci siamo soffiati addosso. Che quando è freddo scolpiamo il cielo coi nostri aliti e dirigiamo gli aerei qualcuno mi ama qualcuno mi pensa le scie lunghe dei nostri intestini e i minuti spesi a cercare il tuo nome. Che alle volte basta un francesismo è solo autunno ma nevica forte.

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