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Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

Pensò che non era il giorno per consumare l’attesa di un treno lanciando gli occhi sui binari e facendoli rimbalzare come i sassi piatti nel mare. Troppo tardi per visitare Firenze. Troppo presto per aspettare seduto su una panchina.

Tra gli abbracci e i saluti degli altri, le corse dell’ultimo minuto e i controlli della polizia fece forza sul braccio destro e si caricò la borsa a tracolla sulla spalla destra. Raggiunse il McDonald’s di fronte alla stazione e seduto sul gradino in marmo di una vetrina tirò fuori dalla tasca filtri e tabacco, il sacchetto trasparente dell’erba dalla tasca della camicia e l’arte del rollare imparata ai tempi della scuola superiore. Più d’un mendicante gli si avvicinò per chiedergli qualche spicciolo o una sigaretta. Lui nemmeno gli rivolse la parola e continuò lo strofinio tra pollice, indice e medio. Quando lo spliff fu pronto lo appoggiò tra le labbra senza accenderlo. Riprese la borsa e si incamminò lungo via Panzani. Il passo svelto ad evitare le chiome bionde dei turisti, dispensava sguardi ai vestiti lunghi e leggeri che facevano intravedere le forme di giovani femmine che si dannavano in discorsi fatti di c aspirate e superficialità tipiche del dopo lavoro. Il sole faceva risplendere le insegne delle gelaterie mentre i gelati rilucevano già di loro, tutta colpa dei coloranti, pensò il nostro, e allontanò l’idea di succhiarsene uno.

Si fermò davanti a una vetrina attratto dalle chiome pettinate delle commesse del pret-a-porter, pensò di entrare e chiedere un numero di telefono per un appuntamento futuro, poi si disse che chissà mai quando sarebbe tornato nella città del giglio, che era l’ora di chiusura e che nessun commesso ti dà mai retta quando ha fretta di chiudere il negozio e tornarsene a casa. Continuò su via dei Cerretani, poche centinaia di metri, voltò a destra in piazza dell’Olio, ancora dieci passi e lesse il nome sull’insegna: Nuvoli, fiaschetteria. Appoggiò la borsa contro al muro, prese lo spliff e dalla bocca lo mise con cura dentro a un porta sigari. Poi entrò, si avvicinò al bancone, guardò negli occhi l’oste e chiese: “Un bicchiere di rosso.” 

“Scelgo io” Gli si rivolse l’uomo.

“Scegli bene.”

Poi prese posto fuori, seduto su uno sgabello, le spalle al muro e i primi bottoni della camicia aperti. Il calice colmo. Si bagnò le labbra, schioccò la lingua contro al palato in segno d’apprezzamento. Di fianco a lui due turiste americane bevevano sguaiatamente una Vernaccia, le fissò, poi si accarezzò la barba e spostò lo sguardo sulla strada. Fissò gli occhi di una giovane ragazza bionda vestita in bianco. Si sentì guardata, sorrise. Lui non cambiò espressione, così lei spostò le guance per la vergogna e aumentò il passo. Lui a quel punto rise, lei non se ne accorse, girò l’angolo e scomparve.

Oh, c’hai rotto il cazzo con ‘ste descrizioni, ma chi sei Kafka?

Voi volete sapere che fine ha fatto lo spliff e speravate che si facesse la blondie, eh. E io che devo fare, vi devo accontentare?

Segni d’assenso.

Ma se v’accontento non c’è alcun mistero dai, alla fine si ritrovano a casa di lei a scopare contro al muro, posso inserirvi qualche dialogo stimolante, ma la storia è sempre quella, lo sconosciuto interessante che seduce la ragazzina indifesa. Volete questa?

Segni d’assenso.

E poi non vi basteranno mai i particolari, nel senso che mi chiederete di descrivere il coito e dovrò trovare qualcosa di più originale di una mano che stringe le lenzuola o delle dita del piede che si aprono a ventaglio per descrivere un orgasmo. Volete gli schizzi voi.

Segni d’assenso.

Non sarebbe più originale se si fossero conosciuti su Facebook?

Segni d’assenso.

E magari se dopo l’amore uno confessa all’altro un segreto, magari una malattia. E se poi lui stesse aspettando proprio lei, là all’osteria?

E se finisse col sangue?

Segni d’assenso.

Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

No, eh.

Potrebbe essere un alieno, lui. Uno che non si affeziona mai, uno che seduce per puro narcisismo, uno…

Un cantante, dite? Un attore? Anche sì.

Me lo fumo io il suo spliff. E’ per accontentare voi che nessun romanzo avrà inizio e questa è un’altra fine. Mentre mi accarezzo la barba, sorseggio un rosso. Fisso una ragazza, una bicicletta, una scia bianca nel cielo.

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai

La barba lunga, curata.

Un vestito blu, una camicia bianca.

Slip Intimissimi con elastico largo e capelli incerati. Il sole basso di settembre e l’afa che accarezza l’erba.

Tutto intorno un vociare di saluti, una campana che suona scomposta e il ritmo in battere dei tacchi alti. A scambiarsi occhiate interessate e annegare invidie nel prosecco, nell’abbraccio profumato con l’amico che non vedi da tempo.

La lunga sfilata di un velo chiaro e la notte annunciata dall’abito dello sposo. A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai.

E brindisi e rintocchi in cristallo. Il pianto gioioso degli infanti e le ruote delle carrozzine a sfidare la ghiaia.

A perderci tovaglioli tra le dimensioni dei calici, il vino buono e il cibo curato.

Alberi di frutta decorati in fiaba. Di piccole fiamme al riparo di vetri leggeri. E parenti in processione per il saluto nuovo, i cori degli amici e la goliardia dei canti.

Così che una chiesa, un cinquecento d’affreschi e semplicità di forme si fa culla alla santa alleanza. Un prete che osserva, un uomo e una donna a promettersi amore e vita insieme. La fedeltà ad un anello e parole pronunciate a voce piena, sguardo presente e coscienza.

L’esplosione dei cuori e le cataratte aperte delle madri. Costruivamo argini per allontanare la morte mentre un violino regolava la velocità del sangue.

Che il bello si gusta nell’immediato e la coscienza arriva nel poi. Risalgono gli sguardi e si tracciano contorni per le foto ricordo che appenderemo in salotto.

E mi dicevi sono felice e appoggiato a un balcone ti guardavo come si osservano le albe. Che rinascevi in chiarore, gli occhi puliti e il movimento delle mani a tradire l’emozione.

E poi la festa, tovaglie bianche e sedie occupate. Piatti colorati di cibi e camerieri in corsa. Non manca nulla, mangiate e bevete, oh voi tutti. Così il jazz accompagna i discorsi e i nostri occhi sugli abiti delle vergini e le scollature delle madri. Qualcuno si apparta e il vino accelera lo schiudersi di fiori d’incontro. E poi che lavoro fai, io sono il fratello, il cugino, l’amico. E quanto ancora continueremo a darci del lei.

Un risotto e un cannellone. Il rosso e il perlato del nettare sulle camicie firmate, corriamo il rischio di sporcarci per esultare a notte fonda. E cacciar via le piccolezze dei nostri presenti e ritrovarsi a condividere la gioia grande di un due che si è fatto uno, lei balla e lui la guarda. I neon colorati e mongolfiere a risvegliare il cielo, a dire lo sai che c’è, dai guarda giù, facci ballare.

Così anche la pioggia avvicina le timidezze e si trova il coraggio dello sguardo alto, e gli occhi si mischiano e la notte cancella distanze. Ci abbracciamo forte con gli sconosciuti e ricamiamo frasi poetiche per donne di mezza età. La cantilene dei primi saluti e a tarda notte mischiare sudori e labbra che accarezzano guance e mani che stringono fianchi.

Mi hai scritto un messaggio breve e ho pensato fosse uno scherzo. Verrà il mattino e ti risponderò con calma. Ora il corpo si muove, la musica scandaglia il fondale dei desideri e sposta le sabbie del buon costume. Così esplodono le voglie e i sigari esultano tra le nostre labbra gonfie. Col soffitto che attende il fumo dei nostri cervelli. Ci hai mai pensato che ai matrimoni non ci sono libri? Che ci si legge in volto e non ci sono punti a capo, è tutto una virgola, un punto esclamativo.

E a notte fonda i letti esultano di piacere e risa. L’amore che scoperchia il bianco dei denti e colora in rosso le schiene. Il destino dei vestiti eleganti è il pavimento, il sudore. Che fine han fatto i tuoi slip sarebbe meglio non chiederlo. Sarà il risveglio a salvarci. Oh voi che parlate d’amore, sveglia, la campana suona e ancora rintocca, su, forza, correte a guardare, qui tutti a raccolta. Federe bianche, capelli arruffati e lenzuola sudate.

Il mattino nuovo e una doccia.

Lasciate tutto com’è, passerà il fotografo, scatteremo una foto e avremo una nuova copertina per il vostro album, l’io e il tu lasciamoli ai fidanzati. Ora è una stanza e una notte trascorsa. Il noi di un risveglio.

Foto: dalla rete

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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L’amore non amato

Esiste un amore non chiamato. Irrisolto. Un amore non amato.

Ruba il bianco alle nuvole e si distende in cirri nel passeggio dei giorni. Si alimenta in fiammate e malinconie. Di speranze e solitudini durate poco. Travalica il sesso e l’orgasmo della dimenticanza. Un amore che teme la morte e si presenta debole e inesperto.

Ci pensi ancora che c’è chi sporca il bianco delle camicie appuntando le proprie iniziali?

Nell’unicità del sentimento non corrisposto tutte le mie piccolezze. E la grandezza infinita del dono. Che se ti amo gratis è perché nulla pretendo. Le notti insonni a caricare surrogati negli occhi e disperdere la voce in eccitazioni da poco. E chiederti perdono quando non ci sei.

Nei dieci minuti prima del sonno il timore del vacuo. Che non ti accorgi che non puoi occupare i vuoti intorno se non sei presente e pieno. Quest’argilla che ci circonda il cuore e il bisogno di calore che plasma orizzonti.

Non riesco ad essere leggero oggi, non ora, non qui. Misuro la forza di gravità che lascia cadere le palpebre e dischiude le labbra nel taglio bianco dei denti.

E se pensi che hai bisogno ancora delle partenze e di nuovi indizi per quel tesoro che andavi cercando, ora siediti, accendi un sigaro, guarda in alto. Nega le convenzioni, fai attenzione agli imperativi, agli aggettivi qualificativi, parla a te stesso e considera il valore dello sguardo, del silenzio. Mastica a lungo.

Foto: Gaia Bambi, Io480534_10200803987612617_1075457236_n

 

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Quale cielo?

Proviamo a ribaltare il mondo e a camminare in cielo.

Quale cielo? Mi dici tu. L’azzurro intenso dell’aere montano, il celeste delle colline toscane o il glauco che accarezza il mare? E poi giorno o notte? Stelle o nubi? Cirri o cumuli? Siamo generici anche nei desideri e vorresti rivoltare il mondo con la funzione dell’Iphone che ti fa vedere tutto in negativo.

Io insisto col dirti che fare l’amore non è tutto, che bisogna saper tradire i silenzi senza un estro particolare e quando appoggio la testa tra le tue gambe magari è per chiederti casa e ristoro. I tuoi rosari sgranati al telefono con le amiche e quei problemi inutili del che penseranno di me. Hai aperto chissà quanti blog e tra password e tumblr non ci capisci più nulla.

E prendi aerei e mangi in troppi ristoranti e colmi gli occhi col bello e a sera avveleni serenità in debolezze. Poi scrivi sul quaderno che ti manca il coraggio dei piccoli passi e come a un due tre stella avanzi per poi scappare quando ti senti scoperta.

Che ne sarà un giorno delle tue magliette a righe, delle camicie firmate? Che ne sarà di questo seme che disperde il vento e impigliato alla rete chiede libertà.

Nelle prigioni del virtuale tutte le nostre immaginazioni.

E quando mi racconti dei tuoi sogni sei la prima a sorprenderti. Così ci tiriamo in mezzo in discorsi pro vegan, no vegan con l’ordine del mondo che fa il suo giro sull’autostrada Milano-Torino, sempre in ritardo per lavori in corso.

Mi dimostri che viviamo in un mondo fasullo, che dietro ogni cosa c’è una storia e un interesse e non hai voglia di raccontarmelo nei particolari. Ti dico perché non ci beviamo un caffè senza chiederci da dove viene e mi rispondi ok. Ma poi ci pensi e rimani immobile sulla soglia di casa. E ti urlo ti basta un passo, fallo. Senza paura, senza domande. Fallo.

Foto: Anna Aden

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Non vergognarti della vita larga

Milioni di mosche e danze rituali per invocare la pioggia. Non indosso una camicia da giorni e mi si è bloccata la schiena, la ginnastica del risveglio e la finestra spalancata sul presente di questi giorni inutili trascorsi in provincia. Immobilizzato tra lenzuola colorate e mutande firmate schiaccio il tempo come mandorla chiara e svaligio frigoriferi vuoti.

Vorrei ancora scriverti mille e più lettere, ma non avrebbe senso. Vorrei disegnarti un mare calmo e correnti fredde che si infilano sotto al tuo costume.

Quando ti sorprendi in Oh di stupore e dimentichi di far annegare l’ancora e prendi fiato e dici tutto quello che ho non mi basta più e così sposti la sabbia dalle tue spalle e prendi la via più breve per arrivare da me e farti guardare. Non sarebbero necessarie parole se soltanto ti facessi presente e non ti vergognassi per la vita larga.

Non avresti bisogno di dirmi, scusami, sono un po’ stanca e nemmeno di specchiarti nelle vetrine dei negozi per controllare la forma dei tuoi capelli e il rossore delle tue guance.

Ci sono così pochi porticati a Milano che per proteggerti vorrei portarti a Torino e dirti ci sono strade che non finiscono mai. Nei rossi di Bologna le nostra battaglie durate una notte e tutte le ansie che sistemiamo sul comodino prima di prendere sonno. Sto leggendo ancora Kerouac, puoi lanciarmi insulti dall’alto dei tuoi giovani anni, ma non sopporto le lunghe descrizioni dei russi e le frasi a effetto dei nuovi Enrico Brizzi della letteratura italiana, che lui sì che è uno forte anche se l’han messo in un angolo catalogato come giovanilista. Ed ora lo trovi lungo le strade dei pellegrinaggi, negli scarponi che indossavo a vent’anni quando mi chiedevo il perché di tutti i miei egoismi e desideravo una vita volontaria senza conoscermi affatto.

Evviva l’Emilia e i figli degli anni ottanta. E abbasso i settanta, i quarantenni che fanno i professori a lettere e le letture di formazione.

E per tenermi aggiornato ho una collezione di insegne e cartelli stradali, sono soltanto foto fatte con l’I-phone, il contatto con la contemporaneità e il palazzi vuoti dell’est.

Nei centri sociali di Berlino quei muri arruffati di scritte e il disordine del nostro presente. Per chiarirci le idee occorre il bianco e l’architettura nuova dei nostri spazi intimi. Che siamo quel che guardiamo e nell’albicocca del tuo sedere vi sono il nocciolo e il seme delle nostre speranze. Così un tempo imitavo la voce del Tenente Lo Russo e sulle coste del Mediterraneo recitavo parole senza forza: “Chi vive sperando, muore cagando.” Ora arruolo le prime ore del giorno, il tempo di un caffè per guardare il sole che scavalca le imposte.

E ogni volta che ti scrivo mi trovo banale e inutile, così leggero che non puoi dedicarmi nemmeno un soffio, figurati uno sguardo.  E non so se così facendo ci si ruba intimità o ce le si regala, quello che so è che penso troppo e sul pavimento ci sono pagine di un romanzo che chiede di essere scritto.

Foto: Vivian Maier

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Non hai mai visto una gallina volare

Esistono mari rosa e vecchi che lanciano sassi dietro le spalle per la remissione dei peccati, la confusione del fondo del mare e la brezza leggera delle prime ore del giorno.

Coi piedi che affondano nelle sabbie mobili della precarietà compiliamo fogli a4 con gli obiettivi delle nostre giornate e la data di scadenza delle stelle d’agosto.

E mentre mi citi la filosofia francese io appoggio la testa sul palmo della mano e lascio a maggese tutte le mie voglie.

Tra le doppie punte dei tuoi capelli ho appeso tutte le mie speranze, taglierai il superfluo prima o poi e mi guarderai come si guardano i neonati, quel che prima non c’era ora c’è. E impiegherai giorni per realizzare che esisto oltre alle parole e a queste ecografie che ci facciamo sul web.

La periferia milanese risuona in campane e le galline la notte cercano riparo volando sui primi rami degli alberi. Non hai mai visto una gallina volare, lo so. Così ti prendo per mano, la notte, e ti porto a guardare il bianco di piume come le palline colorate che decorano gli abeti del Natale. E ti stupisci, mi dici esiste un mondo segreto inaccessibile ai più. Ti rispondo che noia questa storia degli altri e delle nostre vite singolari, i quattro giorni sulla terra dei nostri sistemi solari privati e il rischio di ruotare intorno a noi stessi.

Ci pensi mai che non c’è niente di più abitato come una casa, la notte, quando tutta una famiglia dorme? Questa è magia, mi dici tu. E poi mi parli dell’Europa dell’est e delle contraddizioni delle prigionie politiche e mi chiedo se un abito giallo servirà a ripararci lo sguardo. Ho voglia di una pizza e tengo sul comodino La città e la metropoli e mi sono scritto sul polso: diffida un poco di chi non si fida delle autobiografie.

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Sull’esplosione dei musei

Seduti sui bordi del letto ad aspettare le sentenze degli altri. A sporcare talento in lattine di Coca Zero e confondersi sulle terrazze dei bar.

Avvicinare un qualcuno per augurargli buongiorno e ricevere in risposta silenzi e paure.

Esiste un dovere che travalica l’etico e accarezza l’estetico, il tuo sguardo al galoppo e gli accappatoi intrisi di senso. Di quando ti asciughi le gambe, della tua crema per il corpo e dei tuoi sorrisi senza motivo apparente. Ti circondavi di affetti per le tue ricerche di senso e finivi per ascoltare i cantautori e maledette verità da canzonetta.

Così appoggiavo l’orecchio al muro per allenare l’udito nei respiri dei vicini e provare a percepire prima o poi la lontananza, lo spazio aperto che ci separa non è un aereo e nemmeno un treno. E’ una questione di classe, di credo, di paura e ignoranza. Non ci fideremo mai fino in fondo perché siamo troppo intelligenti per lasciarci andare a notti solitarie nei porti.

Ho chinato la testa durante lo stretching mattutino e guardandomi i piedi mi sono riconosciuto borghese. Al centro del mondo e delle città, gli amici e la casa in campagna, le feste in piscina e l’arte in casa. Come Francesco il Santo sbattere la porta e rinnegare il tutto dopo anni di depravazione e lusso? Onore ai santi e alle conversioni grandi. Gli occhi nuovi sulla via di San Paolo e l’amore che tutto stravolge. C’è una debolezza nella radicalità, come sconfiggerla e come far risplendere quel Cristo che molto ha vissuto e che troppi raccontano?

Sai che ti dico? Dei movimenti per la libertà dei nani da giardino e degli animali in cattività io me ne infischio. Liberare i musei e riempire di bellezza le case, le strade. Prendi il tuo zainetto e seguimi, oggi guardiamo quelle trecento opere, tre ore di attenzione e sguardo fiero di chi tutto coglie, e chiuderci in pareti bianche per l’esposizione privilegiata del bello.

Rendiamo il tutto accessibile ai tutti, l’esplosione dei musei, la bomba, non sarà altro che la sconfitta di una classe sociale che non esiste. Il potere dei più buoni che vogliono rendere accessibile ai più quel che accessibile non è. Che l’arte è un mercato e si arriva a gloria in morte.

Potrei smetterla ora di delirare in versi, verranno poi a dirmi che non è così, che la poesia è in quartina e in rime in bacio.

Leggimi a voce alta, mia donna, mia moglie, mio verso che cresce e mia pianta fuori dai vasi. Leggimi e poi guardami e in insulto o affetto reagisci, soltanto reagendo mi farai azione. Nell’altrimenti potrei rimanere sordo, zitto, inutile. Come le Ninfee di Monet all’Orangerie.

Foto:

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L’amore non esiste, esiste solo l’acqua del rubinetto

Costretto a casa. La paura del quadro elettrico e le esplosioni emotive delle circostanze.

Guardava alle pareti con l’espressione degli imbianchini. Lavoro, solo lavoro, tutto è lavoro.

Prese un pennarello nero e disegnò sul bianco del muro. Tre righe lunghe. Non soddisfatto decise di imbrogliare il mondo e sollevare ogni tratto dal senso. Ghirigori scuri e una scritta: l’amore non è esiste, esiste l’acqua del rubinetto e con quella laverò via le brutture del mondo.

Corse al lavandino, svitò il pomello di destra, mise le mani a conca e aspettò che si riempissero d’acqua, poi, facendo attenzione a non perdere nemmeno una goccia, raggiunse il muro e lanciò il liquido trasparente che s’impennò e finì sugli scarabocchi.

“Quando lei tornerà si arrabbierà molto. Darà la colpa a me. Sono emotivo. Tutto qui.”

Prese un panno bianco e strofinò il muro. Il disegno non si cancellava.

Allora si sedette a gambe incrociate sul pavimento, fissò la parete.

“Quando lei tornerà mi manderà via. Non mi vorrà più vedere. Ma non è colpa mia. Sono impulsivo, tutto qui.”

Pronunciò “impulsivo” a voce alta e appoggiò uno strano accento sull’ultima o, tanto che si meravigliò di come un suono così strano potesse essergli uscito dalla gola.

Si sollevò agilmente e raggiunse un armadio a muro, lo aprì e rovistando in una piccola latta afferrò dei chiodi, poi prese un martello. Tornò al muro. Si levò i pantaloni e li inchiodò al gesso. Poi si tirò via le calze una a una. Poi la camicia, poi il cappello. Tutto inchiodato in ordine sparso.

Si ritrovò in mutande seduto a gambe incrociate a guardare il muro davanti a sé:

“Dovrebbe arrivare Martin. Se arriva Martin non s’arrabbierà.”

Si sollevò ancora e raggiunse l’armadio, prese una giacca pesante e ci vollero quattro chiodi perché restasse attaccata al muro.

“Così non avrò freddo.”

Si sdraiò sul lato, il braccio piegato a sostenere la testa:

“Martin non arriverà. Non si arrabbierà. Se lei non arrivasse, non si arrabbierebbe. Speriamo che lei non arrivi.”

Si sfilò le mutande bianche e le sollevò davanti agli occhi. Poi le appoggiò al muro e diede un’occhiata all’insieme.

“Bisogna sporcarle. A lei non piacciono le mutande bianche.”

Tracciò una X col pennarello nero sul tessuto bianco.

“Le piacerebbero queste. Piacerebbero anche a Martin queste.”

Le inchiodò al muro.

“Ora ci vorrebbe una paperella dentro a una vasca da bagno. Se lei arrivasse e vedesse una paperella dentro una vasca da bagno non si arrabbierebbe, sarebbe contenta.”

Andò in bagno, prese una paperella e la inchiodò al muro un po’ in disparte rispetto ai vestiti. Poi col pennarello nero tracciò un grande cerchio che iniziava sul muro e finiva sul pavimento. Uscì nudo sulla terrazza di casa e ritornò dentro con una canna verde per l’irrigazione, la collegò al rubinetto della cucina e cominciò a bagnare mirando dentro al cerchio.

Rimase fermo. L’acqua scorreva. Fischiettava il ritornello di una canzone di Battisti.

“Si farà il bagno. Sarà contenta. Faremo il bagno insieme, tutti e due nudi. E se arriverà anche Martin si farà il bagno anche Martin. Non sono mai stato geloso di Martin.”

Alzò le spalle e appoggiò la canna al pavimento stando bene attento a non posizionarla fuori dalla linea nera.

Si sdraiò nell’acqua, guardò il soffitto, disse: “Manca qualcosa lassù, avremo bisogno di stelle, di un cielo, una nuvola. Dovrà essere bellissimo. Non ci serviranno lampadari.” Così prese la scopa e mulinò con forza contro al manufatto di vetro che si staccò e cadde sul pavimento frantumandosi.

“Lei non ha molta immaginazione, ma ne servirà molta, è tutto così bianco là sopra. Aspetteremo quando sarà buio e farò finta di vedere delle stelle cadenti. Lei ci crederà, ha sempre funzionato. Dirà: Peccato, dovrei stare più attenta.”

Guardava in alto e immaginava cieli senza rendersi conto che i suoi piedi erano rossi di sangue, trapassati più volte dalle schegge di vetro del lampadario distrutto.

Gli venne un’idea. Corse in camera da letto e prese il computer portatile. Lo appoggiò su una sedia, disse: “Ti verrà voglia di venire qui quando vedrai tutto questo. Non ti arrabbierai, credo faremo l’amore.”

Aprì Facebook e le scrisse queste esatte parole. Lei era in chat: attiva, verde. Non rispose. Lui sapeva che lei aveva letto.

“Arriverà, mi farò sorprendere.”

“E poi ci vorrà un sole. Un sole non allo zenit, un sole prima del tramonto. Un sole caldo che non scalda, che illumini senza invadenza.”

Così prese una lampada e l’appoggiò su una sedia. I piedi nell’acqua ormai rossa. Collegò la spina alla presa, la lampada si accese. L’acqua saliva.

“Non avrà caldo?”

Pensò allora che mancasse un vento leggero, di quelli che si infilano tra i capelli e sotto ai vestiti. Di quelli che solleticano i corpi nudi e costringono a stringersi.

Andò in bagno, sentì per la prima volta male ai piedi, non ci fece molto caso, afferrò l’asciugacapelli.

Il mare rosso, la paperella, la luce fioca di una lampada, le mani bagnate. Collegò la spina alla presa.

I vestiti appesi grondarono lacrime.

Lei non arrivò.

Martin fu il primo a bussare alla porta.

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Abbandonare Rojadirecta

E mentre nascono i figli dei re noi disperdiamo giorni a cercar vittorie nei videogiochi. Consumiamo le antenne paraboliche per aggiornarci gli smartphone e cerchiamo distanze sempre restando legati alla madre.

Ti chiederai perché non smetto di scrivere, io solo, io non amato, io relitto di navi affondate da tempo. Ti chiederai perché canto al risveglio e nego le rime e privilegio il ritmo, mentre mi gratto le nocche e spremo i pettorali perché sia fatta la volontà del giorno.

Aggrappati alle lenzuola chiudiamo gli occhi e cominciamo il viaggio, neghiamo la meditazione e incensiamo l’emozione. E decidiamo di andare senza bisogno di via e protestiamo con stile evitando il giudizio, ma spostando lo sguardo.

Dovremmo possedere il balcone davanti al nostro e sederci a contemplare la natura morta del nostro mobilio: dove vivi è importante. Così, in questa rue Montorgueil pitturata in turisti e urlante in mercato, sfilo vestito di camicie leggere e scarpe pesanti. Raggiungo la chiesa di Saint Eustace e accedo all’incomprensibilità del gregoriano. Ricordo che esistono le genti e che utilizzo la parola con spocchia borghese. L’inaccessibilità di certi ritmi barocchi e il potere del tamburo africano.

A seconda del cuore dilazioni in battiti il tuo sentire. Potrai associarti alla popolata schiera dei saggi e trascurare il carattere schivo del mio osservare, o andare oltre al già udito e darti il tempo per comprendere. Che se all’inizio è fascino e poi disagio, è con l’ascolto che accedi alle altezze.

Raffinarsi in esercizi, il quotidiano rito del risveglio in piegamenti sulle braccia e suono di tasti e desideri irrisolti. Saranno anni che non mi rispondi, e non ci sono campanelli, né porte, né numeri di telefono. Che belle labbra che hai, che orecchie grandi vorrei. Per sostituire all’istinto l’ascolto e penetrare a fondo quel che mi sono tatuato nel colon, che ogni tanto si infiamma e poi, cheto, si lascia dimenticare. Andare al mare, mangiare una pizza, venirti a prendere e aspettare che scendi. Una vita normale, una vita risolta e appuntamenti sicuri: l’abbonamento alle televisioni a pagamento e abbandonare Rojadirecta così che anche un match di precampionato perda insicurezza, acquisti in qualità.

Foto: David Goldblatt

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