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Fioriremo in aprile

Domenica mattina e le tue scarpe nuove incorniciate in fotografia. La finestra spalancata per cambiare l’aria ai polmoni, rifornimenti di caffè e gomme gonfie per la giornata.

Mentre ci prepariamo tutti per un brunch, un lunch, per condividere l’esperienza della settimana mettiamo sotto al naso il profumo di uova, sugli occhi il nero delle notti passate e il rossetto rosso per lasciare l’impronta sulle tazze bianche.

Ci siamo svegliati lontani, è una vita ormai che funziona così. Che al tramonto ti invoco e mi vieni vicina, sono parole, sono carezze, nient’altro, facciamo le due del mattino cantando canzoni improvvisate e i gol della nostra squadra preferita nella lingua araba di youtube.

E adesso spogliati, e adesso spostati.

Nei tuoi vestiti firmati la cura del tuo io interiore, le mie bottiglie di vino d’annata e il fegato in sofferenza.

E dagli altoparlanti il grido del fai la cosa giusta. Che mi rimbombano nella testa parole come giustizia, diritto, fortezza, concordia. Ho fatto la pace con la bellezza, ma mi ritrovo sempre inadatto, ho la bocca piccola per concetti così grandi. Così digiuno e aspetto che qualcuno mi aiuti e le sciolga in quotidiano. Sarebbe bello se tu mi imboccassi, sarebbe bello se tu mi imbeccassi fin quando sarò capace e prenderò la forchetta da solo, con gli spaghetti è tutto più semplice se sei italiano, è una questione di abitudini, lo sai.

E mi ritrovo ad assaporare il buonsenso dei discorsi d’insediamento mentre mamma mi chiama, dice andiamo a teatro ogni tanto, lo sai, ho visto Latella e il suo tram, forse hai ragione, meglio restare a casa a guardare la televisione.

Bisogna farsi fortezza, costruirsi dentro forme nuove di accoglienza del sé e case grandi per cene in compagnia. Sopra il numero cinque diventa troppo lo sai e tutto si disperde in sottoinsiemi. Non ho parole per consolare i saggi e chiedo perdono per il cinismo che accompagna i miei giorni. Non tutto è possibile a noi. Non tutto è giusto, non tutto è bello.

Coltiviamo campi e ariamo di notte, seminiamo di giorno. Con tutto il concime che ci è piovuto addosso quest’anno daremo molti frutti vedrai. E fioriremo in aprile, chissà.

Foto: Alessandra Tecla Gerevini (http://www.aurorafotografi.com/)

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E’ nata Rebecca, lo sai?

Mi sono dimenticato di andare a teatro. L’hai abbandonato troppo presto, ti dicevo, e indicavo il tuo cavallo a dondolo.

Della leggerezza delle tue pastasciutte, dei tuoi capelli finissimi e poi dei miei: quadri astratti dipinti col vento.

Com’era bella la tua campagna: i pascoli in fiore tra le tue labbra e i torrenti in cascata delle tue dita. Non ci sfioriamo mai io e te, di quella volta che mi hai annusato il polso e avevo finito il profumo.

E poi le nostre conoscenze degli esiliati, che penso troppo, dicevi, e non cedo mai ai compromessi e tolgo il cappello soltanto quando varco la soglia di casa.

Il mio passo svelto e le frenate brusche. Il cappotto lungo e la sciarpa rossa. Il pugno alzato soltanto per salutare o in discoteca, a incitare gli adolescenti e pensare che non è ancora il tempo di guardare tutto da fuori e formulare ipotesi, opinioni e poi incastrarle su un foglio da inviare ai quotidiani.

Dovremmo metterci qui ogni sera a contarci le parole e a trovare un titolo per ogni nostra intuizione.

Non sarai certo di quelle coi tacchi alti, le gambe accavallate appoggiate sul tavolo. Mi scrivevi che sono un narciso soltanto perché posto su facebook i miei primi piani, ti dicevo che è soltanto un lavoro e in fondo mentivo.

E oggi è un giorno di ricorrenze, le piazze zuppe di turisti e i cortei. Le cascate delle camere Vaticane e il seggio vacante ci lavano via la stanchezza e rimpiazzano certe malinconie. Gli uomini buoni, gli uomini belli e la mosca all’orecchio per dirci hai sentito male, non può essere vero.

Nei miei week end la routine scarsa della programmazione del Piccolo Teatro di Milano mista al rock and roll di Filippo Timi, l’onda lunga del contenitore televisivo e la ricerca necessaria dei gruppi indipendenti.

E ci dicevamo che è tutta ricerca, ci ritroveremo un giorno, un prima o un poi, e racconteremo ai nostri figli la fatica necessaria del tirarsi insieme e far dei cocci un voto.

E’ nata Rebecca, lo sai? La speranza silenziosa degli ospedali di tutto il mondo.

E’ nata Rebecca, lo sai?

Così mi pettinavo i capelli con la riga di lato e indossavo la giacca più bella, poi nella piazza grande a guardare le giostre. I voli artificiali dei nostri corpi pesanti e la prospettiva dall’alto. E non avevo più paura a pronunciare la parola miracolo.

Foto: Carl De Keyzer

Homo Sovieticus

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Buon compleanno, fratello Jack Kerouac

A te che sei nato oggi, alle tue scarpe consumate, alle tue colazioni improbabili, alle guance sporche di nero e alle ferrovie americane.

Le palle lanciate sui campi da baseball, le fotografie in bianco e nero e la mascella squadrata.

Ai tuoi amici bellissimi, all’omosessualità esibita sulle spiagge marocchine, ad Essaouira e al grande sud.

A chi ti descrive come un vagabondo, un furfante, un piacione. Ai film americani e alle attrici bellissime. Alle tue prime serate e agli scrittori che sanno leggere a voce alta. Al bebop jazz della nostra scrittura che prende forma nell’aria e negli occhi e fugge dai classici.

Noi orrore delle case editrici: le frustrazioni degli editor per le nostre ansie.

Alle tue camicie a quadri, alle tue mani forti.

Alle sedie troppo basse, a quelle troppo alte, alla nostra schiena storta. Ai fogli stracciati e dispersi. Al ticchettio della macchina da scrivere. Ai vuoti delle bottiglie di birra, ai rutti sonori, i vaffanculo fuori dai locali, le gonne leggere delle adolescenti e labbra rosse per morire da vergini.

Il beat nervoso della tua voce, le lunghe pause e gli haiku per cercare la pace.

Ti presentavi alle interviste ubriaco per rispondere alle domande insensibili del pubblico adulto. Ti capisco, amico, quando cercavi la beatitudine e ti trovavi davanti il rispetto educato dei tailleur e le cravatte a righe dei professionisti della questua.

Ed io lo so che avresti preferito pisciare dai tetti o il petting spinto tra le auto parcheggiate a fila. E poi il senso di colpa della nostra istruzione cattolica, le ore spese in pigrizia e chiedersi il perché delle performance senza tregua degli altri.

Spaventiamo le femmine con le nostre domande sudate, l’impervia scalata del cuore degli altri mette in conto il sangue.

Tagliavamo pane e salsiccia per rimanere in contatto con la natura. E Gesù il Cristo in croce sui nostri letti, la benedizione alle nostre notti insonni, alle mattine trascorse a riprenderci.

E combattevamo la retorica del cielo, e usavi la parola stella perché prima o poi esplodessimo in luce. La necessità della scrittura come una doccia, i nostri abiti sporchi del pensiero nero e della debolezza incredibile che sapevamo riconoscere, ma non lasciavamo mai.

Che nei primi anni della nostra vita ci vergognavamo ad usare parole come seno, e sesso, e successo, ed ora andiamo di cuore e lasciamo la fica alle bocche degli altri. Che preferiamo i particolari, gli occhiali grandi e le vene pronunciate, le dita lunghe e le unghie curate.

Ti ho scoperto in via Festa del Perdono, Milano di luglio e motorini in festa. Ho comprato il tuo diario al Libraccio, On the Road lo avevo impilato tra le velleità della mia gioventù, tra la mia Africa e il Baobab della savana eritrea.

Che beat è beatitudine, cercare la purezza nelle viscere del proprio io, il sangue in grumi alla nascita e il desiderio dell’amore universale che non riesce a prendere forma.

Per questo versiamo cenere sui pavimenti in legno delle nostre case piccole, chiediamo scusa al mondo per le nostre domande di troppo e raggiungiamo il mare per dare sfogo alla nostra ricerca dell’infinito.

E come le onde torniamo sempre, il moto perpetuo del nostro sentire, ti scriverò ancora, e un’altra volta, una ancora, che per me sei oggi e buon compleanno, fratello Jack Kerouac.

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca

Sarà l’incompiutezza a caricare di senso le attese o è la finale quello che conta?

Come i Galletti con le consonanti in fine di parola rimaniamo in silenzio.

E non so più che nome scrivere sulle fronti delle nostre distanze. Col mio io che si dispiega in incontri e invadenze. E non si stanca. A tirar tardi nei bar, a far prendere aria ai piumoni invernali e a chiudere in fretta questi divani a forma di letto che il modo più semplice per rendere innocui i pensieri è l’addormentamento.

Fuori dai nostri ricoveri dotati di confort e dal declino delle nostre coscienze le forze armate sulle televisioni e interrogazioni parlamentari sull’ignoranza.

Il tempio del sacro delle nostre notti e la mancanza di glutei a cui stringersi. Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca. Vorrei riposare i capelli nell’incavo del tuo collo e recitare con le tue reni gli ultimi vespri alla sera e nuove lodi al sole che sorge. Tra i tuoi sussulti i miei sorrisi più veri.

Che non sono capace di emozionarmi per le cose grandi e perdo il senso della storia a ogni virgola, ma piango tra le vesti bianche delle statue di Rodin, mi incantano le luci delle discariche e poi mi interrogano gli sputi e i rivoli di piscia che lucidano il grigio delle nostre strade.

Tra i volti neri delle prime ore del giorno cercavamo sostanze per annullare le nostre domande quotidiane, le dita gialle e bottiglie come amanti. Dei tuoi capelli nessuna traccia e del tuo nome soltanto un ricordo invernale. Vorrei che tu mi tagliassi i capelli, sorprendermi a dirti no grazie oppure che vuoi.

E mi ritrovo qui, le grida sgraziate dei mercati all’aperto, tutto e per poco e un altro seduto su una finestra che intona liriche per un amore passato.

Per quando chiuderanno la vita in sentenze, perché ho paura dei punti fermi, della forza superficiale di certi imperativi e delle gote piene dei potenti.

Perché la fame non mi abbandoni, perché non abbia mai troppe coperte sul letto, troppe cortigiane dietro la porta.

Perché il mio portafoglio sia sempre aperto, per il desiderio di contatto e le canzoni del risveglio.

Quando ti dico: “Vorrei ballare con te” intendo farci armonia e finire dentro alle macchinette rettangolari delle stazioni dei treni, tirare la tendina dietro di noi e quando tutti penseranno all’amore boia vedranno un flash e poi un’altro ancora e ancora un altro. I fuochi d’artificio delle nostre intimità. Facciamo luce noi, anche lontani, anche tra i no e poi tutto questo silenzio che non ti fa star bene, che non mi far star cheto.

Foto: Eugene Richards

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A rubarti le spalle

La domenica con le tue pause, è sotto l’Inter a Catania mentre dall’azzurro del cielo di Parigi piovono malinconie irrisolte tra gli stendibiancheria nelle nostre case troppo piccole.

Sentirti bussare alla porta nel ventre della notte e dar tutta la colpa alla gradazione del vino.

Vorrei semplificare la mia sintassi per farti accedere ai luoghi bui del mio pensiero di oggi. Le luci intermittenti dei decoder e i codici intraducibili di quello che io chiamo desiderio di contatto, e tu non chiami e basta. E se poi gridi da qui non ti sento. Dei tuoi mille anni, dei tuoi mille amanti e del costume in due pezzi che ti ha reso donna.

Vorrei dividere il pane con te, noi due alla tavola di un signore che non conosciamo fino a toccare il fondo.

Vorrei farmi cane ed esserti fedele sempre, topo per elemosinare briciole del tuo passaggio.

E pareti in carta fotografica per lasciare impressi i nostri contorni. Le foto magnifiche degli orgasmi degli altri e la mia ricerca superficiale di attenzioni.

Ho cambiato l’acqua al pesce in tre case diverse nell’ultimo mese, il bagno è il luogo più frequentato del mondo e vai a finire che ti ci ritrovi sempre da solo.

Volevo rubarti le spalle e giocare a nascondino tra le tue labbra. Volevo almeno dirti addio, sporcarmi le guance di cioccolata e dirti che mal sopporto la parola sorriso.

Ci hanno rovinato tutto il vocabolario e con le mie pagine asciugo le tue lacrime dal pavimento e mi dico che forse così saranno zuppe di senso.

E quando mi dicono che la poesia si misura in pieni e in vuoti io storco le labbra e cambio voce, mi faccio verso e così, chino, fuori equilibrio, in tensione, dico che bello sarebbe se tu fossi qui.

Che vorrei rubarti le spalle, giocare a nascondino tra le tue labbra.

Foto: Enzo Sellerio

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Tutta la vita davanti è un film italiano

Quel che mi spaventa, lo sai, sono gli imperativi, il dito puntato, il punto fermo. E faccio a botte col già detto, le frasi fatte. Le formule irriproducibili degli anni passati. I caratteri mobili dei quotidiani e il mare salato che tiene a galla le nostre parole di questi giorni.

E dalle iscrizioni sul marmo ricordo che Goldoni è morto povero, che Hemingway era ramingo e che la morte fa brillare le ossa e dimentica la carne.

E mi spaventa chi si affida soltanto alla compagnia di un cane o di un gatto, chi ha paura della lingua e degli occhi. Chi si dimentica del significato della parola uccidere, chi si rintana nella retorica del meno peggio e parla di democrazia rifiutando lo sguardo degli altri. Che una cosa è la cultura, lo stile, l’ostentata bellezza, la sapienza, altra cosa è il non avere rispetto dell’altro, il volerlo prendere di peso, inculturare, schiaffeggiare con fare da saputello. Non mi convince l’accusa, rimbocchiamoci le labbra amico, sleghiamo i muscoli, viviamo nel bello, lottiamo per noi, per l’altro e l’altro ancora, parliamo poco, vestiamo con cura, circondiamoci di cose belle, persone interessanti, incontri dal vero, musica viva.

E proviamo a spegnere le luminarie, le televisioni e le raccomandazioni. Impariamo a tenere la mano, a disegnare gli occhi.

Che uso troppo le parole del sempre e del mai. E nelle righe qui sopra ho abusato dell’imperativo, con la paura di diventare quello che temo. Mi dicevi dell’estinzione dei dinosauri, dicevi che erano soltanto sciocchezze, racconti da carta stampata.

Che dimentico sul comodino il caffè dell’altro ieri e credo torni presto il tempo della novità, del tuo sedere tondo e dei tuoi versi al risveglio.

Nelle tasche ho ancora coriandoli e stelle filanti. Ho perso leggerezza sfilando lungo le strade delle città grandi.

Nel mio cervello c’è uno spazio vuoto che riservo per te. Ho perso il senno tra le lenzuola, smarrito bussole tra le schede elettorali.

Continuo a scriverti lettere lunghe una pagine, aspetto risposte lunghe una riga.

Che prendo aerei per tornare al paese e afferro treni per andare in città. Gli abbracci lunghi degli amici di sempre, le novità delle vite nuove e di quelle passate. La malattia che affonda il piede in tristezze e le sabbie mobili della ricerca d’impiego.

Vorrei scriverti delle stelle, dei tramonti sudamericani e dello smantellamento delle dittature, di nuove libertà, del mare d’Eritrea e delle lance che solcano l’onda. E ancora delle tivù satellitari, dei quartieri ricchi e bianchi e fetenti delle provincie africane, invece guardo i risultati elettorali con lo smartphone e rispondo a chi mi chiede che accade: stringo le labbra dico, va tutto bene, va tutto bene per farmi coraggio.

Se fossi qui mi diresti di pensare in grande, di lasciar perdere le contingenze. Che Tutta la vita davanti è un film italiano.

Photo: Larry Burrows

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Le nostre notti bulimiche

E’ il grido più forte quello che viene a prendervi ora. A riflettersi tra gli zeta reticuli e il sistema binario delle nane gialle per cogliervi in soprassalto sul posto di lavoro: le sedie sudate, sempre lo stesso soffitto a farvi da cielo.

Voi frustrati, ammansiti, voi cani di bancata.

Voi storpi di mente, approfittatori di corpi,

voi donnette al guinzaglio del soldo.

Si fanno da parte le mosche evitando il piscio che fuoriesce dalle vostre bocche. Sottospecie di rospi, habitat di palude e lingue lunghissime. Tra le promesse del primo mondo e lo sbiancamento anale, i vostri denti sfatti di sigarette e le mani lisce di crema bianca. Sbrodolo le mie viscere su tutta la terra, semino disappunto eppure non sono capace di odiare.

Povero io, poveri voi.

Così legati al pensare per vetrine. Noi essere esposti al giudizio del passante: un prezzo in fronte e un buco per incassare i risparmi degli altri.

E vieni ancora a raccontarmi degli slanci incredibili della giovinezza. Delle pentole sotto all’arcobaleno e gli unicorni per i voli in planata di quando atterro tra le tue gambe. Con gli aggettivi di Baricco e letti di seta per i pompini interminabili che mi danno noia.

Dimmelo adesso che fare. Lasciare tutto e farsi camaleonti, confondersi ai muri, ai semafori, alle cravatte dei professionisti e alle antenne paraboliche o prendere di petto l’oggi e lasciar perdere i domani e i futuri disegnati da altri?

Mentre uscivamo dalle fabbriche parlavamo delle nostre mogli e dei diritti dei nostri compagni. La malattia del pensare per gli altri.

Siamo emigrati per dar aria ai polmoni: le sigarette troppo care e la vista dall’alto.

Il cielo sempre grigio e il sole tra i tetti come l’idea della speranza dei posti vacanti e la professione d’umiltà degli abiti bianchi.

Quando saremo capaci si spogliarci in pubblico ci accoglieranno le panchine ribaltate dei giardini del Lussemburgo.

Coi canti infiniti del mio intestino che chiede di te, il tuo indirizzo dai caratteri illeggibili e le lacrime che verso nei vasi dei tuoi geranei. Che germoglieremo a primavera te lo ripeto da anni.

Quando saremo disposti a comprare dei fiori per decorare il vuoto delle nostre stanze e rinunceremo alle copie d’autore e alla virtualità degli abbracci allora sì che saremo qualcuno.

E correremo il rischio dell’estetica.

L’inessenziale delle parole di Roberto Saviano e giuro non lo vorrei più nominare, ma mi fa rabbia e così vomito sulla confraternita delle caste e la Milano bianca dell’informazione. Per la divulgazione sciocca dei quotidiani e le stronzate che intingiamo nel caffé latte.

Che inizia Sanremo, lo sai, e dichiaro qui che non lo guarderò e sarà la prima volta. Che a casa ho tutte le raccolte, e Maledette Malelingue e pure Minchia Signor Tenente. E cederò, signora mia, io cederò, che sono come tutti voi, avi e figli.

Che c’è Fabio Fazio e poi la Litizzetto, che magari viene Guccini e magari si abbracciano e magari, dico magari, pure qualche giornalista col libro in uscita, che magari, e dico magari, parlerà dei giovani d’oggi, nessun riferimento a braccia tagliate, alle nostri notti bulimiche e alle sofferenze della società post DaDa.

Che magari un’altra pacca sulla spalla gliela diamo anche noi a questa gente, una a destra e una a sinistra, per fare del male a tutti. Che la reazione è interessante, il resto è routine e l’ironia non fa male a nessuno.

Mentre Vecchioni ci insegna ad amare. Noi dominati dagli scorci mozzafiato di vestiti di marca, il fascino eterno della donna oggetto. Un cazzo e un culo, un cazzo e un culo: quel vecchio film e la metafora della catena di montaggio.

Martedì poi sarà tempo di Champions e se la Juve vince e poi convince avrò altro da fare. Sempre meglio che lavorare.

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Anche una stupida domanda del cazzo

La calza sinistra bucata e gli sguardi lasciati dietro alle vetrine e agli angoli delle strade della città del mutuo soccorso.

Vengono a rubarci le chiavi di casa per mettersi nei nostri panni e non trovano niente di interessante.

Quando non ti ho mai visto in pigiama e ho fantasticato troppo.

Non c’è una notte qui, non c’è riposo per le nostre guance. Le carezze mancate e tutti questi sinonimi per descriverti quello che sento.

Dovremmo strappare una pagina bianca e metterla davanti a noi come una copertina.

Non credere a tutto quello che dico, ma guardami negli occhi, annusa l’odore che porto intorno al collo. Noi come gli asini, il carico delle rinunce, i viaggi intorno ai campanili e le sigarette spente sul balcone. Ci appendevamo alla traversa per sollevare i piedi da terra e simulare il volo.

E ti ho comprato un paio di stivali rossi per attraversare la strada, dicevi che non ti interessa nulla delle attenzioni degli altri e finivi per non capire che mi sporgevo così tanto che correvo il rischio di cadere dalla finestra e diventare l’angelo delle tue notti insonni. La deflorazione è soltanto un passaggio. Vuoi dirmelo ancora dov’è finita quella che una volta chiamavamo armonia?

E con dovizia di particolari potrei spiegarti il perché poi il coito mi interessa così poco eppure mi ossessiona.

Vorrei tenere i tuoi occhi sul comodino come se fossero un paio di occhiali. Che sono miope da troppo tempo e se dormo poco mi pulsa la cicatrice che porto sull’occhio sinistro.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Classificare le esperienze in base al tempo per la disabitudine alle attese. Se ci fosse Erri De Luca ci farebbe un sonetto, a te tendere: attendere.

Me lo vuoi spiegare perché non riesci a sederti con me senza pensare a un domani, senza farti prendere dalla paura di quel che succederà? Vorrei avere sessanta o più anni, i peli radi e bianchi e l’aiuto delle pastiglie. Vorrei dirti che è così sciocco fare teorie sulla vita e quello che conta è raccontarsi esperienze. Una bottiglia di Bordeaux del 2008.

E quando parlavamo della follia potevi citarmi Shakespeare o le frasi intraducibili sui bordi della strada che per me faceva lo stesso.

Quando ti ho detto che hai gli occhi liquidi hai fatto finta di niente.

E adesso sai che faccio? Vado a una festa di ventenni e spruzzo il profumo buono. E poi guardo in alto, i balconi e poi le nuvole, le ciminiere e le stelle, per non dimenticarmi dove voglio arrivare. Che sublimare in parole tutta l’esistenza mi fa un sacco male, come vomitare. Parlami ora, scrivimi adesso e dimmi quello che ti passa per la testa, qualsiasi cosa, anche una stupida domanda del cazzo.

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