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Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway

Gli occhi incastrati tra i comignoli, contavamo fino a quando il pensiero si staccava da noi e ci trovavamo con le dita impegnate senza saperlo.

Il cellulare lasciato sul tavolo, i bicchieri tagliati in due dal rosso.

Per le trasparenze ci bastavano gli occhi e mi chiedevo se ci avessi dato del lucido, se esistessero ancora le bombolette che donavano la patina invisibile ai nostri lavoretti dell’asilo.

Quando il tuo gomito precipitava dal tavolo e facevi finta di niente.

I camerieri imparano tutte le lingue del mondo e io della tua non conosco la forma.

Ci siamo stretti intorno ai vicoli privilegiati di certa gioventù che si guarda troppo allo specchio, e ti dicevo che abbiamo perso tempo ad amarci in decalcomanie, che ora potremmo disegnarci senza l’aiuto delle fotografie.

Per i nei che danno senso al bianco, i punti neri per il grasso in eccesso. E poi un discorso sui trasferelli che non ricordo più.

Ci sorprendeva la grandine quando osavamo prenderci il tempo di guardare tutto dall’alto: il cielo parigino come la panna cotta dopo un lungo pranzo.

E mi chiedevo il perché dello sporco esagerato dei miei capelli.

Quando attraverso la strada ho paura delle biciclette.

E tra le lapidi dei grandi cercavo ispirazione e ti dicevo che sì i politici, sì i rivoluzionari, ma che ne è dei poeti? Hai mai conosciuto uno scrittore felice? Hai mai preso un caffè con Kafka? Un tè verde con Einstein?

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway.

Dimmelo ancora che i trapassati ci parlano, prossimi o remoti che siano. Dimmi che è della tua pelle bianca, dei pascoli erbosi del mio petto, delle tue labbra fini e del puttane agli angoli della strada. Che si sono divise il territorio per colore, mi dicevi, come a Risiko: qui i cinesi, qui gli indiani, qui gli africani, vuoi dirmelo ora che ne è stato delle prostitute australiane?

Per confidarti che la libertà si misura in incontri, delle malelingue delle città grandi e dei miei affetti per la provincia lombarda. Ti caveranno il sangue a furia di morsi, ti fischieranno le orecchie fino a farti impazzire, ma sai che non è cattiveria, loro lo fanno perché non hanno nient’altro, gli antidepressivi per stare meglio. Il giardino del vicino è sempre più stronzo.

Volevo scriverti dell’amore e ho spalancato le finestre: è entrato un gabbiano. Così gli ho domandato come ci si sente a perdere l’identità dell’io, gli uccelli non hanno nomi propri e va a finire che si confondono. Lui mi ha risposto che faccio domande non interessanti, che meglio è volare, andare, viaggiare, che a lui poco interessa dei riconoscimenti, che fa il pieno d’acqua, e aria, che abita il mare, ma non trascura i tetti, che si nasconde la notte e poi fa bianca l’alba.

Ci siamo stretti le ali come si fa nei libri per bimbi. E quando ha preso il volo mi ha fatto segno di rimanere, di non seguirlo, di prendere l’uscio, che a noi umani le picchiate fanno male, che non conosciamo le correnti e coi venti facciamo guerra, mentre loro no, mangiano, bevono, volano e sanno tutto gli orizzonti.

Così pensavo a te, e raccoglievo una penna bianca, la nascondevo tra i capelli e poi ballavo in cerchio, come fanno gli indiani, c0me fanno i gabbiani, e tu ridevi, pensavi che sciocco e a me andava bene anche così.

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Il mio bacino e il tuo culo stretto

Mi volti le spalle per prendere sonno dopo le telefonate impossibili e la ruvidezza dei tuoi gomiti. Non c’è il tuo alito a riscaldarmi le labbra, il mio bacino e il tuo culo stretto, non ci facciamo guerra per i confini.

Coi tuoi sussulti dentro a una notte fatta di tende tirate e letti sfatti. Le istantanee che ti scattavi da sola, come se tutti bastassimo poi a noi stessi.

E ti facevo domande sciocche soltanto per sentirti ridere. Che quando siamo sdraiati la nostra voce ha una pasta diversa.

E ti incollavo sul petto le scritte fosforescenti delle mie voglie, poi mi chiedevi di pulirti le spalle e di sistemarti i capelli.

Tra i nostri discorsi sulla violenza della parola amo, quando alzavi le sopracciglia, trasformavi le labbra in tunnel per inghiottirmi e rimanevi incastrata: un buco sulla guancia e poco sangue sulle lenzuola.

Moriremo d’insonnia prima o poi.

Dei tuoi arrivi e delle mie partenze.

Dei nomi che continuiamo a sottrarci.

E col cucchiaio di legno fare la guerra, rompere il ghiaccio delle tue sopracciglia, far piangere la tua conchiglia in tinta con le mie dita e mettere in sottofondo l’armonia tentennante dei carillons.

Quando la giostra gira soltanto per il padrone e i bambini la guardano con le mani sugli occhi e poi nel naso; a cavallo delle spalle dei padri ci facciamo largo tra la folla.

Noi che chiediamo libertà senza saperne il significato e nei discorsi traduciamo in energia le nostre pulsioni. Vorrei vedere ancora la tua camicia a quadri, le scarpe che d’estate non indossi mai per ritrovare il senso di questo tempo che ci scavalca, dove andremo noi non ci saranno strade era una frase di Ritorno al futuro.

Leccami          e             fottiti,                   amami e soffocami.                                                     Leccami e fottiti, amami e soffocami.

Solo a parole non si va da nessuna parte lo sai? Con l’Uniposca rosso ho scritto ora et labora sullo zaino Invicta per ricordare agli hipster che non c’è possibilità alcuna di dar tregua al pensiero durante le traversate, i coast to coast in queste città ricche d’invisibili.

Chi cade a terra può soltanto essere mangiato, come le mele, nutrimento e quiete.

Dal frutto il seme nelle favolose canzonette della scuola elementare, dal frutto il seme, che se non cadi e non ti fai assaggiare, poi non fai fiori, non diventi albero, non metti radici.

E poi sei bella, te lo scrivo ancora, te lo scrivo così, perché val la pena di ricordarcelo quanto sei bella.

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Noi vinceremo

I   c a l o r i f e r i    a c c e s i    e     l e     r i v i s t e       s   p   a   r   s   e       s u l         p a vi me nto.

Di quando sono venuti a bussare alle nostre labbra e senza paura guardavamo immagini deformate dagli spioncini troppo piccoli per i tuoi occhi. E sai le porte non si aprivano mai, che non avevamo ancora un curriculum da mostrare.

Dobbiamo farci sintesi per poi svelarci.

Prenderci il tempo di definirci in righe e combattere il desiderio di evasione dei nostri membri inadatti.

Con la durezza del clima e le nostre albe, il soffffffffffffio dei tuoi pensieri che si abbassa lento e si infila tra i vetri.

Come orchidee, come farfalle. Inchiodati nelle cornici bianche delle nostre case guardiamo le finestre illuminate degli altri per immaginarci altrove, le storie incredibili dei film e l’inquilino del terzo piano.

Mi hai scritto che sei differente, l’hai scritto col rosso delle tue labbra. Ti immaginavo nuda trascinare la tua bocca aperta sulle mie cosce, le scritte debordanti della tua giovane età. E mi dicevi che la carne la vendono dai macellai, le opere d’arte non stanno nelle gallerie, ma sulla strada. Poi mi mostravi il bianco del tuo seno mentre tracciavi con le dita i percorsi dolci degli M&M’s colorati.

La tua nocciolina e la mia lingua d’arcobaleno.

Così sintetici che nemmeno le protezioni che infilavo tra le mie gambe servivano a tenerci lontani. E continuavamo con le nostre solitudini, a imparare rime sparse.

E così Matteo se n’è andato al nord e Claudio avrà presto una casa. Marco si sveglia alle sette del mattino e Maria non sa distinguere tra luci e buio.

E se ti sfioro le guance non prendi sonno.

Le tue foto le affitto soltanto per qualche secondo, poi le chiudo in quel mondo fatto di pixel che per questioni di transistor va a finire che esistono sempre anche se non le vedi. Come le mie emozioni, come le mie ferite.

Poi mi farò un piercing sull’occhio destro per mostrare al mondo che ho il corpo bucato e per le sofferenze costruire una statua. Come una Nike fuori dalla città, i miei segni della vittoria, perché vinceremo, lo sai, se sarà prima, se sarà poi.

Noi vinceremo.

Photo: opera di Andrei Molodkin

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Mi farò volpe

Le undici e quarantadue, nessun rintocco e suoni rari. Un lenzuolo bianco e le sue macchie pallide, non serve altro per sentirsi soli. Le pulsioni eruttano a vulcano e poi la quiete. La fame folle del post orgasmo e il cuore a mille per le pressioni che saltano sulle nostre teste. Quando ti lasci andare alla notte e non prendi sonno mai. Che sei mia posso dirlo soltanto per questioni d’immaginazione. Ti trascinavi lungo le strade strette della metropoli con i tuoi taxi e non ti fidavi di metro e autobus per paura del contagio del genere umano. Le spalle coperte t’immobilizzano i movimenti, lo sai. Sono venuto a cercarti e non c’eri. Non ci sei più e lo so da tempo e riconoscerlo è più difficile dei quadri in 3D che trovavo appesi dal parrucchiere quando avevo otto anni. E fissavi lo sguardo su un particolare per accedere al tutto, al volume dei tuoi fianchi, il gorgogliare delle tue natiche e la lente delle tue lentiggini. Come la luna sull’orizzonte appare immensa e sopra la testa un puntino, non è questione di lontananza. Più siamo distanti più tu ti fai grande. Le mancanze diventano binocoli ed i miei occhi non reggono il rosso dei fumi dell’atmosfera terrestre. Vorrei essere bianco e puro e salire sul Grande Carro e farmi il giro del cielo per gli approdi che non so intuire e questo viaggio che acquista di senso in percorrenza. Dimmi dei tuoi cento nomi, dimmi della tua cordialità e dei cuoricini che disegni tra i pixel. Dimmi perché io son qui che cerco mille donne per ritrovare i segni di te. Il tuo camminare, le tue dimenticanze. Il tuo vezzo snob e la timidezza, l’accesso vietato ai tuoi luoghi chiusi e le mie domande invadenti. Vuoi dirmi perché ti sei fatta un recinto? Puoi rispondermi che sei come insalata, che cresci al riparo per darti in pasto alle tavole dei contadini.

Mi farò volpe e verrà la notte, penetrerò nel tuo campo, tra le dune morbide della tua terra calda, il seme del mio venire e poi tutte le parole che ci si può sussurrare soltanto quando siamo uno nell’altra. Non ti mangerò, non mi mangerai. Saremo soltanto quegli esseri così diversi che ribaltano le scatole preconfezionate degli equilibri. Verrò a prenderti fuori dal supermercato e ti aiuterò con le borse pesanti. Solleverò le palpebre dai tuoi occhi stanchi per farti vedere vedere la cicatrice sul mio occhio sinistro. La mia sofferenza è soltanto un trofeo. E costruirò con le mie mani primi e secondi piatti. Per l’antipasto useremo le nostre labbra e poi lingua e bocca e intestino e mani e cuore. Farò indigestione coi tuoi occhi e non ti chiederò più il perché dei tuoi allontanamenti. E te ne andrai quando vorrai, basterà un messaggio, una telefonata. Poi tornerai. E ci sarò sempre quando trasformeremo la volpe in peluche e poi ridendo la accarezzerai. E poi piangendo la bagnerai.

Coda da scoiattolo nei galli di San Marco a Venezia - Funerale della volpe mosaico del 11 sec

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Non ho mai amato nessuno, amo te

La ferita aperta sotto l’occhio sinistro e il mio sbattere la testa contro i tuoi muri.

Questo frequentare l’aria aperta e poi le strade vuote a cavallo d’orizzonte; mi troverai a immaginare le vite interiori degli altri.

Con le mandate di chiave sui tuoi desideri e poi queste fottute distanze che non ti bastava la sicurezza e hai fatto costruire un fossato col ponte levatoio dei tuoi spostamenti settimanali. Potevamo conoscerci al Plastic e incastrare le lingue, la testa pesante e l’alito sconvolto della domenica mattina. Mi hai detto un giorno che il tuo cielo è grigio e io ho pensato a Tiziano Ferro e a quelle canzoni che mi vergogno di continuare a cantare. Del mulino de la Galette e delle pale a vento sulle colline del centro Italia, dei nostri venti che cambiano direzione a seconda dei giorni e non c’è spazio per accumulare energie, soltanto chili di troppo e preoccupazioni sui giudizi del sé.

Non ho muscoli per abbattere i labirinti muscosi delle tue lentiggini, brucerei in un baleno nel rosso delle tue gengive e sangue dal naso per gli sbalzi di pressione. Ho visto le braccia colorate di Jovanotti e ho pensato a una fiaba, tu nella bocca della balena e il mio dente da narvalo per penetrarti. E farti scappare. Dalle gabbie e dagli aerei. Brucerà il tempio prima o poi, si scoperchieranno i tetti dei nostri desideri e dalle anfore scorrerà il vino lasciato da parte per i futuri importanti.

Come a Santorini ci faremo magma, luminosi al contatto con l’aria e poi neri da affondare il mare. Dalla lava le ceramiche più belle, le teiere che tratti con cura. Mi inviterai prima o poi a prendere un tè e mi si appanneranno gli occhiali. Per quel calore che tengo dentro, che tu rifiuti. Non ho mai amato nessuno, amo te. Non sono mai stato così lontano da me.

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Debolezze

E ritrovarsi in piccolezze. Scoprirsi bugiardi e ricominciare il disegno del sé. Lontani noi dal centro, l’unificare le spinte e camminare sulla corda che dimezza il cielo, tra gli alberi di purezza e dannazione la difficoltà dell’equilibrio. Avrei voluto ricordarti di quel giorno nel parco, il pic nic dei nostri chi siamo e confidarsi debolezze e fragilità. Di quel giro per Roma quando la notte non era un piumone, ma voglia e curiosità. I laghi del mio sudore e l’aria condizionata per asciugarci. Quando dormire vicini era volersi bene. E poi distanze e teste di moro e lontananze. Il linguaggio virtuale e la banalità delle domande sull’esistenza. E morire un po’ quando scopri che la menzogna ti è rimasta appiccicata al palato. La lingua al miele e i baci lunghissimi. I miei ti voglio bene e i tuoi lo so. E scoprirsi deboli e sciocchi. Basta una crepa per provocare disastri. E se lo pensi nel piccolo guardi alle marachelle dei grandi e dici che sì, potrebbe accadere anche a te. Dov’è la sorveglianza? Esercizio difficile la vigilanza. E sentinelle lungo i chilometri della mia muraglia. La carta velina dei miei pensieri di oggi, la trasparenza tanto lodata, tanto invocata. Che il tuo parlare e il tuo dire siano della stessa sostanza. E verità è un modo dell’essere, è carne e parola, sei tu. Non ricerchiamo le leggi, non ricerchiamo favole e tesi e sostanza. Nelle persone la possibilità del riscatto e nei dialoghi la tua vera essenza. E tutte queste parole così pesanti, basterebbe un ‘fanculo, e pugni e sudore e occhi neri e muscoli stanchi. E comincio a trapanarmi il cuore per far uscire il brutto. E cerco il blu, un fiore chiaro, che questo nero mi stanca.

Foto: Ryan Mc Ginley

Photo editing: Neige

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Come gli ombrelli dimenticati

Non correremo la maratona di New York.

Tra le macerie delle nostre feste della domenica le nostre strategie per non pensare. A casa presto, domani il lavoro.

Coi vicini che si esprimono ad urli e rancore per le sigarette spente nei vasi delle piante grasse.

I contenitori dell’immondizia zuppi dei nostri avanzi e tutti i tuoi rifiuti sistemati in lavastoviglie tra una forchetta e una tazza. Apparecchieremo un’altra tavola un giorno e la tovaglia sarà così bianca che proveremo il gusto di sporcarla. E vino nei nostri calici in affitto, tutto intorno a noi le indicazioni delle scadenze. Una casa a tempo e quegli amori che rifiutiamo perché ci siamo abituati a consumare in fretta per farci saltelli sulla parola fine. Così abbiamo deciso di non partire che i soldi sono sempre troppo pochi e le mete infinite, il rituale del cavatappi per queste serate solitarie, la pioggia di novembre e il giorno dei morti.

Gli amici e una pizza, tra le parole diventiamo due e poi tre e ci facciamo a tranci, poi a brani tra i colloqui di lavoro dei film e la sincerità del reale. Non ci prendono mai.

Le nostre strategie rinchiuse in un App e questi smartphone che ci indicano la strada. Con Google Maps ci siamo incontrati e quando ti ho accompagnato a casa non volevo salire e nemmeno salutarti per sempre. Sarei stato sotto al portone fino al mattino soltanto per sapere che se ne fanno delle attese gli ombrelli dimenticati. Poi ti ho scritto due righe e mi hai risposto che eri morta. E Capossela veniva a prenderci sotto il paltò per riscaldare le notti, noi accolita di rancorosi lo sai che una volta ci siamo incontrati e non eri in te? Non mi ricordo. E poi dicevi che scrivo come Vasco Brondi e io non sapevo cosa rispondere e ti domandavo di Tondelli, Ginsberg, Keruac e il gruppo ’63, ti urlavo non è così, sono un diverso.

E nelle nostre dimenticanze ci gettiamo i litigi dietro le spalle, quando mi scrivi che guardavamo Ciprì e Maresco su YouTube, Rocco Cane e i quattro ladroni, Signò Belluscone voglio una birra, quando ci porti la birra, ti sei dimenticato che ci avevi promesso una birra? Le carezze dell’ubriachezza e poi il divano, i nostri contratti che non si rinnovano, i diritti negati alle donne incinta e il nostro professionismo da 66cl. E ora vieni a dirmi ti aspetto per un brindisi e a me viene soltanto in mente una domanda: a cosa brindiamo? Poi mi prendi la mano e sostituisci un chi a quel cosa. E ci battiamo un cinque alto. E Pam andiamo al supermercato, che quella birra ce la compriamo, che Chi vive aspettando, chi aspetta sperando, muore cagando, che lo diceva Nicola Lo Russo in Mediterrano, 1991.

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Bello e brutto, mai e per sempre

Amare di un amore conosciuto, così simile a tutti gli altri che per distinguersi ha perso una gamba e ora zoppica, goffo girovagare di parole il mio. Quando alla stazione Centrale i treni partivano in orario e così ci siamo persi. Salutarsi dietro ai vetri come quelli dei film. Avrei voluto dirti lo vedi che ogni partenza è un fischio lungo? I cani abbaiano infastiditi mentre i capotreno ci chiudono ogni possibilità di fuga. Non c’è mai posto per la giacca. I quotidiani aperti con cura per non dar noia al vicino e le parole di rabbia che diluisco nella bottiglietta d’acqua. Non mi farò un opinione perché è inutile farsene una, preferisco gli investimenti della meraviglia, i tuoi occhi lasciati sul comodino e quelle lentiggini come una linea da tracciare sulle tue guance; ridisegnare il mondo attraverso gli incontri. E sulla sella del motorino gli adesivi dei popoli in guerra per ricordare al mio culo di aver cura degli altri e poi dimenticarmene. Volersi bene, oppure male, le velleità di queste parole cariche di polvere: bello e brutto, mai e per sempre. Dovrei parlarti dei guai della new economy, dei tre compleanni di Putin o dell’assassinio dei dissidenti? Dovrei portarti in piazza Fontana e leggerti le due lapidi a Pinelli? Omicidio o suicidio, i pascoli erbosi della giovinezza e l’impegno civile. Dov’è dunque questa verità che cercavamo con forza? Abbiamo cominciato a lavarci i capelli e a vestirci bene per distinguerci dal lasciarsi andare dei nostri coetanei. Contro alla corrente nelle correnti che non nascono più. Ci hanno marchiato a fuoco come una generazione liquida, avari noi del senso della storia, insetti da schiacciare e miele d’acacia per sapore di lontananza. Come quel giornalista che mi scrive io della tua scrittura non capisco nulla e per fortuna non sei un mio collega. Gonfio il petto e sputo per terra. Correggimi pure gli accenti che sono troppo occupato a medicarmi le guance. Per tutti gli schiaffi della carta stampata e la retorica del punto e a capo. Vorrei fermarmi e dire wow davanti a una stella cadente, ma ricerco le campagne per tenere gli occhi appesi alla via lattea e non perdermi tra le luci accese degli uffici nei grattacieli. Le parole nuove che non so usare e la precarietà dell’umanista. Vorremmo conoscere noi e il mondo fottuto che ci rovista le tasche e consumiamo le schiene sui libri o a cavallo del fiume, la briglia sciolta della nostra sensibilità per abituare lo sguardo alla perpendicolare. Che gli orizzonti non sono fatti per le foto noiose dei baci oceano, mare e poi cielo. Il mestiere di vivere, il mestiere del volto. Quando mi guarderai ci troverai le dighe chiuse, che per i pianti son terminati i giorni ed ora navigo a vista, la balena bianca e l’ossessione di Achab. Saremo felici un giorno, o almeno liberi, quando una città sembrerà mare aperto. Un bicchiere di bianco, i tuoi denti dritti.

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Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

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Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

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