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Il bramire dell’orso

Cosa ci lascia qui, seduti tra le teste scolpite dei grandi, appoggiati a questi scalini bianchi, a questo cielo bianco, a queste mani bianche? Cosa ci dona la notte se portiamo il suo nero soltanto tra i capelli, tra le pieghe del viso e dietro alle ginocchia. Quale insegnamento, quale luce nuova, qui i giorni si ripetono e non impariamo niente, il quaderno è bianco, bianco l’occhio, dov’è il senso dell’amaro della noce che il pugno rivela? Che ne è dei bucati di luglio, dei balconi stesi in fila indiana e del vociare delle griglie accese?

Non basta l’aria, non serve farsi vuoto intorno, appoggia la schiena al tronco, il piede alla terra. Nell’oscillare dei fili d’erba le tracce del nostro fiato dove vanno, chi inseguono? Questo vento che tutto disperde, all’aria il tuoi panni stesi e fiori gialli e il ciclamino, la margherita! Pecore di polvere a rincorrersi sulla strada, a dirsi addio tra le grate dei tombini, lasciare il mondo alle ruote, ai fanali spenti, alle autoradio accese. 

Davanti a casa non saluti mai dicendo è per sempre; io non so dove mettere le mani, dove tenere il senno, dove far forza col piede e cambiare la marcia. Così goffo è il ricordo dei tuoi portoni, dei miei, che importa. Oltre la soglia è un chissà.

Nei mentre la debolezza dei nervi dopo le notti dei sorsi. Milano che aspetti ad attaccarti al gas di scarico delle tue mille auto, Milano che aspetti a spararti, rinasci e muori tra i chiostri, lascia speranza alle albe.

Così un’immagine di adolescenza: una finestra grande e il bosco, il camino acceso, il tuo maglione bianco a girocollo e il mio abbraccio da dietro. E stare, istantanea di un tempo che non domanda, l’orecchio teso allo squittio della donnola, al bramire dell’orso, così il silenzio rivela e non nasconde più; nelle tue tasche a ricercare gli organi interni e in cascata rivelarmi a te, nel verso che svela l’uomo, nella piccola morte che porta il capo indietro, le dita dei piedi aperte e eccessi d’anidride carbonica nel sangue.

E al risveglio dirti buongiorno, lasciarti dormire. Bevi il caffè, non è mai tardi, lo sai, proprio mai.

Foto: da tumblr.

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Gioia altrove

Ti chiederai il perché di tutto questo silenzio. Troppa acqua in bocca e troppa ancora nel cuore.

Non aver paura dei giorni freddi è disciplina paziente: lo Qi Kong del mattino.

Mangiavo pop corn senza sale e guardavo quei film in cui non si sta fermi, che ogni posto è un richiamo e le montagne finestre per le nostre curiosità. Noi qui a morire negli autobus, a tirar su col naso i resti delle notti degli altri e interpretare i segni del cielo affidandosi agli oroscopi.

Mi dici la gioia è altrove, lascia le tasche al vuoto e i pensieri all’altissimo, raccogli la terra e portala al naso per sentirne il profumo, pianta un albero dopo ogni trasloco e smettila di dire che sono i rapporti umani quelli che salvano. Più ti affezioni, più sei dipendente, quante altre droghe ancora? Quanti giorni passati a non scegliere? Trova sorriso nel sasso, nel cane stanco che trascina le zampe, nel corvo nero che attende la morte, nella farfalla che gode del sole e dei fiori.

Basterà questo? Quando la barba si farà troppo lunga, quando i tuoi piedi resteranno dietro alle soglie, quando la tua parola traballerà tra i denti. Basterà questo?

Che te ne farai allora della verità, tu che hai snobbato il denaro, l’amore, il lavoro, la famiglia, la giustizia, che te ne farai allora della verità?

Dov’è finito il pennarello rosso? Occorre sbagliare e perdersi e inseguire. Chiama le cose col loro nome vero, lascia la prudenza a chi ha da perdere. Guardati allo specchio ora, fallo davvero, riesci a vedere quel che vedo io?

Corrimi incontro, lascia lieti i capelli. Finché cercherai di non esser trovata, sarai dovunque e in nessun luogo. Non sarai mai forte, dovrai sentirti forte, le certezze son per gli uomini stanchi.

E poi a penna nera, su un quaderno qualsiasi, scrivere a fatica che non c’è gioia se non condivisa; ti stringerai nel cappotto, farai di una sciarpa un abbraccio e aspetterai soltanto che il cielo scenda e ti stringa forte fino a farti blu una volta per sempre. Non sarà oggi, non sarà qui, c’è ancora tempo e orologi da perdere, account da lasciar vuoti e quando il tuo montone attraverserà la strada lo guarderò con stupore, come si fa coi cervi là tra le montagne.

Foto: da tumblr.

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Oooh e suoni di campanelle

Gli occhi divisi tra i tuoi mappamondi e il meridiano nero, pensieri affondati. Il mio strabismo di Venere, il neo sulla guancia sinistra e la leggerezza dei tuoi capelli. Lecca lecca tra i nostri respiri e bottoni da far saltare a ogni contatto.

Ti stringevi al muro per non prendere freddo, la curva dorata della tua schiena, gli scivoli delle tue cosce e tutto il calore del sole che nascondi dietro le spalle. Aspettavo i tramonti, i tuoi risvegli urlati e le mie mani a coprirti le labbra.

Ci guardavamo come fanno gli alieni con le pupille disordinate tra le lenzuola e la ricerca di un’armonia nell’ansimare. Poi ti scrivevo haiku sulla schiena, ti rilassavi al contatto del pennello e nero di china tra le tue scapole, il tuo ombelico come un bersaglio, gli schizzi a mano libera, poi disegni accennati in punta di lingua e le parole che ci rimangono tra i denti.

Sarà che il sacro risale alle nostre viscere, non vedo il male nelle vicinanze, nei desideri che non esprimiamo per non vergognarci. Vuoi dirmelo cosa sarebbero le rivoluzioni senza il narcisismo? L’hai guardato a lungo il ritratto del Che? Trovare bellezza nei colori del viso e nell’armonia del contatto, perdere il controllo dei battiti, la salivazione aumenta, puoi parlarmi ora delle tue sopracciglia, del rosso delle tue labbra e del sudore che mi riga il volto.

Ci si morde per sentirsi vivi, dicevi, e stringevi le gambe per far correre il cavallo, la criniera al vento e gli zoccoli duri, quante autostrade e quante montagne, quanti cieli immaginati sopra le nostre teste e scritte bianche a ricordarci di alzare gli occhi.

Poi tra i vagoni dei treni ci siamo distratti in sonno, le dita dimenticate sul muro e magliette disperse.

Dovremmo fare colazione ora, non rimandare i domani cercando il calore delle brioche. Fuori è tutto un brusio di lavatrici, un bisbigliare di porte chiuse e vetri appannati. Aspettiamo la neve per raffreddare i nostri desideri appesi agli alberi del Natale, il latte caldo fuori dalla finestra. Arriveranno le renne, arriveranno e non avremo più paura di rivelarci. Così deboli, storpi, soli, affannati, capaci di stupirci in danze proibite agli occhi degli altri. Ooooh e suoni di campanelle. Ooooh e suoni di campanelle.

Foto: Francesca Woodman.

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Facciamo l’amore con lentezza

Piove tra i maglioni stesi nel centro del salotto, torno ad ascoltare i Radiohead e il picchiettare di gocce sul pavimento. Si ammorbidiscono le suole delle nostre scarpe sotto gli ultimi soli di novembre, con le montagne a ricordarci l’attesa del bianco. Leggevo di te, ieri sera, ci sono incontri che avvengono nell’intimità di camere separate. Tra noi soltanto chilometri di insicurezze e il conforto degli amici come una gabbia. Così ruggisci, nessuno ti ascolta. Sbranerai pagine e mangerai ancora cioccolata prima di dormire.

Non ti vergognare delle tue cosce, lo sai che son cose da adolescenti: cresciamo in sapienza e guardiamoci negli occhi, non serve a niente adesso parlare. Ti immagino spesso nuda, seduta a cavalcioni sopra il mio bacino, facciamo l’amore con lentezza. Noi così presenti, noi così vicini, nessun paragone al già visto. C’è un’originalità nell’ansimare delle vicinanze che non può rifarsi a nessun modello.

Sei così elegante quando sei tu, il resto lasciamolo ai fogli patinati delle riviste. Sorrido quando mi dici che non è questo il momento, chisseneimporta del tempo, nemmeno lo spazio è adatto a noi, ti dico io. Se soltanto mi amassi ce ne andremmo a vivere nel verde, quello degli orizzonti e delle case basse, delle vigne in fila e delle colline che riposano lo sguardo.

Nel tuo amore non amato la mia frequentazione dei grattacieli, le corse in ascensore e l’inseguimento di un cartellino sul cuore con scritto il mio nome, un contratto e un affitto. E a notte fonda pensavo che me ne faccio delle proprietà private e poi come lo cresco un bambino? A strada e zaino in spalla? Chi ce l’ha fatta, che senso ha?

Mi innamoro delle sensibilità e come gli angeli ci stringiamo forte fino a farci preghiera. Sono le relazioni a salvarci. Mentre non ricordo le espressioni del tuo viso; quel vino bianco nel foyer del teatro, quando anche il gusto si perde, quando non finivi i cocktail e te ne andavi a cavallo di una mini e io ti inseguivo, ti inseguivo, il motorino spingeva solo i cinquanta e quanti semafori rossi e quanto si scivola sulle vene dei tram.

Foto: Robert Mapplethorpe.

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Ci immagini noi

E pregare, sì, pregare. Alzare le braccia al cielo, la faccia coperta di terra e saliva sul cuscino. Specchiarsi per non ritrovarsi. L’occhio tumefatto e le guance scavate. Ciuffi di pelo sulla pancia e nessuna maniglia a cui aggrapparsi per risalire.

Vestiti soltanto di un pigiama troppo largo e a righe, il divano come unico approdo e la televisione sempre accesa. Il frigorifero lasciato aperto e nessun segno di vita di fuori.

Celebrare l’oggi come le vedove che santificano i giorni. Nei riti del caffè annegare tutto quanto è stato e dimenticarsi di telefonare ai tuoi cari. Se c’è qualcuno che compie gli anni storcere il naso, noi ancora qui che misuriamo il tempo quando invece abbiamo bisogno di spazio. Spazio per andare e spazio per lasciarci andare. Immagino tu che ti gratti il naso e mi viene da sorridere. Ricerco il due da troppo tempo e ho perso il conto dei fallimenti, delle labbra appoggiate ai bicchieri e del mio ciuffo ormai troppo corto.

C’è tutto un desiderio di gioia qui dentro che ci starei ore a guardarti e non m’importa nulla di uscire, di occupare il giorno nella tela degli incontri, il cinematografo e la festa del momento. Non ho interesse per la contemporaneità ti dico e non mi degni degli occhi e mi rimandi alla finestra a guardare tutto ancora una volta da fuori. Non ho mai invidiato chi gioca con le tue piccole labbra, faccio attenzione al ritmo del tuo cuore così provo a zittire il mondo e per cercare il suono; lascio perdere tutto il resto.

O andare o andare, restare non ha nessun senso, me lo ripeto da anni e invece vorrei tenere tutto sotto controllo e lasciare all’immaginazione tutti i viaggi. Che ne è delle mie bandane e delle estati trascorse a cellulare spento. Dove è finita tutta la mia riservatezza? Sono in vetrina da chissà quanto e polvere nel mio ombelico e polvere sui miei capelli e polvere tu non sarai quando ritornerai.

Gli amici, lo vedi da te, si fanno grandi, hanno anelli sul dito e automobili nuove da portare all’autolavaggio la domenica. Pargoli per gli esercizi delle braccia, si impara ad amare da grandi quando si comprende perché la terra gira intorno al sole.

Quando finiscono i film è come la fine di un ballo, lasciamo perdere le parole e ci chiudiamo nel bagno per dar sollievo alla vescica. Non mi interessa più piacere agli altri, mi dici, non mi interessano le fotografie e nemmeno le cover dei cellulari.

Ci immagini noi su un aereo, una maglietta e dei bermuda, prendere un autobus con lo zaino in spalla, indossare un Casio e dimenticarci del web perché abbiamo orizzonti e passi e strada e letti da rifare e sacchi a pelo da comprare a poco prezzo e correre il rischio della dissenteria, aver fretta di svegliarsi al mattino per vedere il nuovo, i fenicotteri rosa dei grandi laghi e i geyser che sbuffano prima dell’alba.

Quando allungo le labbra e faccio puff mi prendi in giro, dici che sembro francese. Abbiamo nei che si ricorrono e sogni di fuga. Qui è diventata tutta routine, anche mangiare una pizza, sorseggiare una birra. Vorrei che fossimo a nostro agio non dico nudi, ma ricoperti di stelle e rami e ululati di gufi e topolini di campagna a bussarci alla porta.

E il nostro fare l’amore non sia sfogo ma celebrazione dei giorni, per tutti gli amanti delusi e la tristezza del non essere accolti. Per il tuo bagaglio leggere le mie mani rovinate. Chiameremo nostri i domani soltanto quando rinunceremo al mondo. Perché allora guadagneremo il gusto dell’essere noi, qui, presenti a noi stessi, senza specchi o gatti che fanno le fusa sotto gli armadi e cani che rincorrono le nostre noie. Ti salverò, mi hai scritto sulla mano. E non capivi che la salvezza si era già compiuta.

Foto: Eleanor Hardwick

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Dietro queste mura

Sembra non esserci un altro muro dietro queste mura. Questo è importante. Significa che se oltrepasso la soglia non avrò altre mura intorno, soltanto spazio vuoto e libertà di passi.

Così ti chiedevo di portarmi a guardare l’orizzonte, ti fermavi a pensare e non dicevi nulla. Io ti seguivo e stavi sempre un passo avanti come chi si prende la responsabilità di un insegnamento.

Era notte, non avevo l’orologio e il tuo andare troppo svelto per prendere il cellulare dalla tasca. Tra gli ubriachi di Porta Venezia e le insegne illuminate anche la notte, il rumore dei tuoi passi come un metronomo su cui regolare il respiro. E ti guardavo le gambe e mi beavo delle tue imperfezioni. L’odore dei kebab arrosto e le lingue straniere. Mi prendevi la mano per invitarmi ad allungare il passo e superavamo i tralicci del tram giù in fondo a via Porpora. L’ultima corsa della metropolitana e gli sguardi a riposarsi sull’asfalto. Le borse tenute strette e il nostro slalom speciale tra gli ultimi avventori del buio.

Ti fermavi davanti a un muro grigio, accarezzavi lentamente la superficie irregolare del cemento e indugiavi sullo spray nero spruzzato da qualche adolescente; e senza voltarti dicevi noi siamo così, una scritta indistinta sotto il cielo grigio. Poi ti arrampicavi sul muro: i tuoi sforzi ostinati e i tuoi fallimenti ripetuti. Così ti offrivo le spalle, facevi forza sugli avambracci, spingevi con le gambe e raggiungevi la cima. Seduta con le gambe a penzoloni guardavi davanti a te le scritte luminose che annunciavano il ritardo dei treni. Per me fu semplice raggiungerti, l’esercizio di tutta la mia adolescenza: saltare le recinzioni per recuperare il pallone. Sei più importante di un SuperTele, ti dicevo, e un poco più pesante. Ti stringevo le mani e tu le ritiravi. Giocavo a fare dei riccioli coi miei capelli e guardavo nel vuoto anche io. Perché siamo qui? I treni la notte non passano e non abbiamo comprato nemmeno una birra per goderci la rappresentazione di questo vuoto. Una birra, mi facevi il verso, hai sempre bisogno di qualcosa da fare altrimenti ti annoi, sarà per questo che dici sempre che vuoi smettere di bere, di fumare, di scopare, per ridarti la possibilità del non fare nulla e cambiare la velocità dei tuoi presenti. Mi hai portato qui di corsa, ti dicevo io. Non potevo fare altrimenti, dicevi tu, lo spettacolo è già iniziato, tra poco pioverà e tutto diventerà evanescente. Quando piove scompaiono i significati è per questo che riflettiamo di più.

Mi giro per baciarti e non ci sei più, chissà dove sei. Non mi viene da piangere da giorni. Passa veloce un treno e lo spostamento d’aria mi fa perdere l’equilibrio. Cado all’indietro, il riflesso del mettere le mani davanti al volto. Soltanto qualche graffio e striature nere tra le dita. Cerco una panchina, la trovo, è verde, le assi di legno consumate e un tappeto di cicche di sigaretta.

Ti siedi di fianco a me, mi dici: non cercarmi, lo sai che io vivo lontana. Sei partita senza salutarmi, ti dico io. I saluti non servono a niente, mi dici tu, nessuno se li ricorda i saluti. Ho ancora il tuo libro, hai sottolineato delle pagine, l’ho scoperto soltanto sfogliandolo, ho deciso di leggerlo quando hai cominciato a mancarmi. Io sono qui, mi dici tu, ci sarò sempre.

Perché non ti fai abbracciare? Ti chiedo io.

Perché non sono di carne.

Ma riesco a vederti.

Io non esisto, lo sai.

Riesco a vederti.

Lo so.

Foto: Susan Meiselas.

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Intima come Homesick dei Kings of Convenience

Intima come Homesick dei Kings of Convenience stendevi le tue mutandine appena lavate. Coi piedi nudi e l’odore di ammorbidente, i tuoi capelli appena svegli e il caffè sul fuoco che non saliva mai. Ti stringevo da dietro con la leggerezza delle foglie che cadono, appoggiavi la testa al mio petto e sorridevi, dicevi mi esploderà il cuore prima o poi. E con l’accento che mischia il milanese al toscano improvvisavo l’aria di Papageno riletta in chiave pop, mi dicevi che oggi tutti ascoltano i Velvet Underground e dovremmo farlo anche noi.

Guardando dalla finestra il passeggio dei cani ti domandavo dei bar sul naviglio e dei fiocchi incastrati sulle testa della new generation con la risposta pronta e così tanta consapevolezza che se l’avessi io avrei già aperto una ditta di trasporti interstellari e vivrei viziato, forse vizioso, lontano da questa pioggia bianca e dai baccanali del venerdì sera.

Non sapevamo che fare e mischiavamo gli amari, uno lo offrivo io, quell’altro tu, non lo sopporto più l’alcool così zuccherato, ma qui annacquano i cocktail e di vini decenti manco a parlarne. Se ordini un porto ti danno quello del supermercato, ammesso che si siano ricordati di comprarlo. Siamo superficiali anche quando beviamo, mi dicevi, chisseneimporta, ti rispondevo io. E provavo a baciarti, dicevi: ricordati che siamo amici. Tutti gli amici si baciano, dicevo io. Sulle guance, continuavi tu. Io mi mettevo a ridere, tu mi chiedevi scusa, sei così ansiosa che hai paura di ogni confidenza. Così mi raccontavi che sdraiata sul letto in posa da Olympia avevi stretto forte gli occhi e desiderato un uomo che ti amasse con gentilezza e modi pacati, che ti attraversasse l’anima a furia di sguardi; forse si avvera, lo leggi Paolo Fox? Così ti smarcavi dal Brezsny internazionale, per essere interessanti bisogna concedersi qualche leggerezza.

Ci salutavamo con gli abbracci lunghi, te ne tornavi a casa in auto, io cercavo la novanta che non arriva mai e mi concedevo il lusso di un sigaro per affrontare le attese. Che arrivo sempre in anticipo è un particolare senza doppi sensi, nessuna solitudine immeritata, ma capacità di guardarmi intorno e pensieri fragili interrotti dagli arrivi degli altri. Prima degli smartphone e di whatsapp, prima di immaginare i suoi baci lunghi, la delizia delle sue spalle nude, poi ritrovarsi a casa a leggere Jonathan Safran Foer.

Foto: Dent May, dalla rete.

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Scivoli

Invece di stare qui a chiederci in quale giorno della settimana appariamo più belli, saltare la cena del venerdì per essere pronti alle luci al neon e ai caratteri mutevoli del Plastic, tu mi hai costretto ad appoggiare le borse della spesa sul tavolo, a prendere l’ascensore e schiacciare il numero più alto: prossimi al tetto, prossimi al cielo.

Tra le antenne storte e i nidi delle cornacchie allungavi le dita sulla mia schiena per disegnarmi chissà quali costellazioni. Siamo costretti a immaginarci le galassie, dicevi, c’è troppa luce e le stelle sono come le talpe, scavano tane e si negano allo sguardo.

Le mie parole al miele e le tue espressioni di disgusto. Qualcuno suona una chitarra e ci sono treni che viaggiano di notte senza passeggeri. Chissà dove vanno mi dici tu. Chissà poi se è importante, ti dico io.

Mentre fotografavi i primi pianti del giorno ti chiedevo dai insegnami, mi dicevi: certe cose si imparano solo se le vuoi imparare, credo che tu non voglia davvero, ti piacerebbe, come a me piacerebbe essere al mare. E avevi ragione e sapevi come convincermi, sai, quando mi parli usi quella voce che hai solo tu, mai giudicante, ma rigorosa, quasi infantile. E se ti dico vorrei avere vent’anni, mi rispondi è tardi, avresti potuto imparare a suonare uno strumento e io avrei potuto amarti sentendoti suonare e parlare di meno, è la parola quella che ti frega, lo sai? E a furia di condizionali siamo arrivati alla pena più grande, quella del voltarci indietro e rimpiangere il passato.

Ci guardavamo negli occhi e i tuoi brillavano, i miei invece no. Che palle la malinconia, dicevi tu. Così ti mordevo le labbra e prendevi a pugni le mie spalle, dicevi: smettila, non è gentile. Le gentilezza è un’invenzione degli uomini. Non è vero, m’incalzavi tu, l’hai mai vista la rugiada posarsi sull’erba? No, dicevo io e cominciavo a parlarti delle mie infanzie, mi interrompevi, dicevi: guarda la mia schiena, come la trovi? Liscia, rispondevo io. Soltanto? Dicevi tu e ti piegavi un poco, mostravi le costole. Bella, continuavo io. Soltanto? Dicevi tu, lasciavi cadere il vestito, riparavi il seno col palmo delle mani, poi lo stingevi e rimanevi in silenzio. Neanch’io parlavo, il vento invece accarezzava le antenne che vibravano un poco emettendo dei sibili. Perché tutto questo, dicevo io? Mi toglievi la maglietta, dicevi presto sarà giorno, fammi ballare. E mi davi le spalle, passavano i treni e i camion per le pulizia delle strade, tu mi mordevi le dita, io ti annusavo le spalle. Se chiudi gli occhi lo senti il mare? Non ci riesco, dicevo io, e mi veniva da ridere. E ti facevi orizzonte e poi scivolo, eravamo onde, poi navi, e porti, e montagne da scalare e legna da ardere, camino acceso, stelle cadenti, fuochi artificiali, e dimenticavamo la morte facendoci eterni.

Foto: Aldo Mondino, Nomade a Milano.

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Con lo stradario in tasca

Ci nascondevamo tra i nomi di fantasia per non farci riconoscere. C’erano poi giorni in cui dimenticavamo la nostra identità e desideravamo soltanto scomparire sotto ai piumoni per fare buio su tutta la terra.

Che me ne importa delle grandi piogge, dicevi tu, ti ricordi quando in Eritrea partivamo col sole, poi una goccia e un’altra ancora si riempivano i fiumi e non c’erano argini. Lasciavamo le nostre quattro ruote motrici al riparo degli alberi e trascorrevamo la notte nel villaggio più vicino. Quando ti fai viaggio l’unica casa sei tu e impari la pazienza, l’attesa e la barba bianca della natura che non riesci mai a contraddire.

Così ieri notte in via dei Transiti tra i negozi aperti ventiquattro ore e i kebab a un euro e cinquanta ho avuto una visione: tutto il planisfero e le vite degli altri, io non ho mai visto il Canada, eppure esiste, dicono. Il mondo è un continuo fidarsi.

Non sentirti in colpa quando ti domandano se ci pensi mai a quante bombe cadono in questo momento e quanti prati si colorano di nero, quanti alberi non fioriranno più. Lo sterminio delle formiche e sassi per bloccare le vie di fuga. C’è chi ha la mente così vasta da contenere tutti i problemi del mondo e chi invece è fatto per le relazioni a due, chi si accorge dei tuoi stati d’animo e ti sta vicino soltanto con la presenza. E non dimenticarti di togliere il reggiseno, ci hanno insegnato le Femen, eppure io te lo chiedo sempre e tu mi dai del testardo.

Così non fidarti di chi ti dice che la musica è finita negli anni ottanta, il fondatore del Manumission di Ibiza ora ha tre figli, chi lavora di notte spesso di giorno ha una vita equilibrata.

E non ascoltare chi, come me, si perde in sentenze o rimpiange la giovinezza. Nelle manifestazioni di piazza abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce, dicevo io, finché ti ho incontrato e mi hai detto: sei in ritardo. Non sapevo tu mi aspettassi, ho detto io, non ci conosciamo. Eppure ti stavo aspettando, hai detto tu.

A chi disprezza i libri di Fabio Volo dovrebbero far vivere vite senza emozioni artificiali. Io per esempio ce l’ho con Pamuk che mi frantuma le palle, solo che se lui scrive di casa sua è un genio, se lo scrivo io sono un presuntuoso. E caro Foster Wallace, tu mi hai insegnato che non importa finire di leggere un libro, con te è quasi impossibile, lo sai, ci sono parole fatte per gli istanti.

Portare a termine tutto quel che hai cominciato a volte è rischioso. Ogni strada ha il suo andare, e se si riempiono i fiumi, cambiamo rotta, dormiamo in tenda.

Foto: Ben Ong.

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Due tiri allo spliff, tre sputi per terra

Cambiare la posizione del divano per cercare la luce e illuminare gli incubi della notte.

Ci guardiamo allo specchio giocando col ventre, stringendo i glutei per aderire alle mode del momento. Un giorno troppo magri e quell’altro troppo grassi. Non lo so come ci si sente sulle tue scarpe alte o che effetto fa allungarsi gli occhi col nero e far delle labbra una foglia rossa. In metropolitana si mischiano i profumi e non so distinguere i generi. Nella provincia ragazzi con giubbotti di pelle stanno seduti sullo schienale delle panchine, due tiri allo spliff e tre sputi per terra, due tiri e tre sputi per immaginarsi adulti. Così le vecchiette credono alle malattie dei piccioni e si prendono cura delle strade nere chine a raccogliere le cartacce. Le sigarette spente a metà per i richiami all’ordine e le iniziative promozionali delle compagnie telefoniche. Tutti i gruppi di Whatsapp ci hanno insegnato a non salutarci, alle domande dirette e alle risposte lunghe una riga. Così ancora ti spaventi quando ti parlo coi capoversi.

Nelle tue guance morbide il ristoro delle mie dita. Ci sveglieremo insieme in un supermercato e mi chiederai che resta della notte. Le luci al neon nell’ovunque.

Se avessimo a disposizione tutto il cibo del mondo cosa mangeresti? Se avessimo tutto il denaro cosa compreresti? Mi hai risposto che alla fine ricerchi il viaggio soltanto per incontrare il diverso, sia uomo, vulcano o mare e negli oceani affogano tutte le paure di chi tiene le chiavi in tasca e nel bling bling non trova quiete.

Ora suonano le campane dei monasteri, delle chiese di paese, mentre fischiano i capotreni e le porte si chiudono, le coppie si salutano. Rimpiangi i baci della tua adolescenza e incontri un’attrice che indossa le Hogan, così ti spieghi la decadenza dei palchi tradizionali e le avanguardie che si spogliano dei pantaloni con la nostalgia degli anni settanta e l’ultima intervista di Jodorowsky che non serve a niente. Puoi parlarmi ancora di Bob Marley se vuoi, dirmi che è la persona più nota del mondo, e io comincerò a scrivere con le canzoni di Rihanna in sottofondo, che altrimenti resto indietro, e non c’è più maestro che si faccia seguire.

Foto: dalla rete.

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