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Ma è già abbastanza

Tra i nostri esercizi di vanità un cerotto sull’indice e un taglio superficiale. Ripeti perché proprio a me così ci mettiamo a discutere su quel che ci è capitato in sorte e con le espressioni del viso dimentichiamo di accettare di esistere e poter far qualcosa per alleviare la sofferenza del non saper che dire, che fare, nemmeno dove andare. Dovremmo soltanto accettare la gioia, mi dici. Ma quale? Queste parole così gonfie che pronunciamo quando non sappiamo spiegarci e vogliamo sembrare più grandi. Oltre alla miseria delle nostre chiacchiere nei bar, quando degli incontri ci ricordiamo soltanto gli incipit o i saluti e il resto sono occhi altrove tra i cercatori di attenzioni e questa noia che portiamo sul dorso della mano destra come i timbrini all’entrata delle discoteche. La prima doccia non lava via nulla, bisogna grattare, quasi farci del male.

C’erano tre amici sul balcone e guardavano i carri sfilare, il carnevale che fa scendere in strada e colorare l’asfalto, dimentichi di ogni futuro e ignoranti di ieri ci ritroviamo cresciuti e sempre meno volgari, al di là dell’esibizione delle intimità e della nostra lingua che non teme imbarazzi.

Un’altra domenica di campionato e ceneri in testa, progetti per i lunedì pronti ad essere rimandati e diciotto gradi fuori dalla finestra. Per far prendere il sole ai cani nei parchi, per far prendere freddo alle nostre camicie primaverili, il tuo cappotto giallo in fondo alla strada e la curiosità vana nello scoprire che dentro non ci sei tu.

Tra le panchine verdi delle Tuileries e le statue in bronzo con le dita puntate verso di noi che riempivamo la borsa leggera per sostare nel verde e leggerci le carte, guardarci le mani e non scegliere mai. Che è più facile starsene soli, farsi il proprio ordine e chiudere le persiane quando è quasi buio per evitare lo sguardo invadente degli avventori.

L’irritazione di stare al tavolino a sorseggiare il caffè e tu che mi dici che soltanto i saggi dimenticano la propria testa.

Vorrei fare a botte con la poesia fino a lasciarmi ferire, abbandonare tutto questo lirismo in cerca della verità del dire, siamo diventati così evocativi che finiamo per essere finti e dopo tre righe mi cadono gli occhi, le palpebre chiudono il vuoto mentre le biglie rotolano e le spiagge si popolano delle orme dei cittadini riflessivi che cercano nel mare qualche risposta, ma trovano soltanto quiete e poi altre domande, ma è già abbastanza.

Foto: Andrea Pazienza, disegno.

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Nell’aria chiara delle città dell’est

Dicevi tra un mese è il mio compleanno e il tuo compleanno è arrivato. Tra i 45 giri la tua canzone è introvabile. Mi sono sorpreso a correre dietro a un treno con la giacca che si gonfia, il sole, di nuovo il sole a bagnarmi le tempie tra gli sguardi stupiti di tutti.

Poi sulla metro verde c’era un ragazzo, avrà avuto trent’anni, era italiano, la barba sfatta. Ci siamo guardati perché avevamo gli stessi occhi: io elegante, lui con la chitarra in mano, indossava due maglioni uno sopra l’altro, una giacca a vento e uno zaino, un cappellino colorato come quelli che fanno a mano agli angoli delle strade di Essaouira. Poi alla stazione di Centrale si è seduto per terra e ha cominciato a cantare De Andrè, il cappellino rovesciato per le offerte dei viaggiatori. Cantava come se il linoleum fosse un palcoscenico, costringeva ad alzare lo sguardo. C’era chi canticchiava, nella bocca una rosa, e dlin dlin di soldini. E grazie sinceri. Cosa ci spinge ad affezionarci a qualcuno che ci è familiare, che ci fa venire in mente gli amici, i nostri figli, gli ex fidanzati o i nipoti? Così la donna che mi stava a fianco mi ha detto: è bravo il ragazzo, io bravo l’ho ripetuto; non me ne importava per niente se era bravo o no, che aveva guadagnato tanto, ma tanto davvero e non perché era bravo, ma perché aveva restituito l’umanità a un vagone. Donne e uomini che quando escono di casa dimenticano l’accoglienza e si proteggono da tutte le invadenze del presente.

I concessionari sono zuppi di gente che sogna un’auto nuova e immagina un futuro diverso dal quotidiano vivere.

Se ti dico sei bella rispondi anche tu. Se ti dico allaccia la cintura tu cosa ricordi di tutte le mie attenzioni?

Dovremmo lavarci più spesso le mani che non ci stringiamo più, e credere negli skateboard volanti, i nostri futuri momentanei e i fumetti che ci rendono lecito quel che nascondiamo nel bon ton.

Forse dovrei mettermi un abito bianco e sposare quelle teorie sulla vita per cui non tutto esiste, sei il risultato soltanto delle mie proiezioni notturne. Sui muri a far le ombre cinesi eravamo tutti conigli.

Il tuo seno appoggiato sul davanzale e le canzoni delle nonne che non si cantano più. La pianta del fico e i calabroni a raccolta, le file infinite di vigne e il bianco delle nuvole che prende le forme più assurde. Delegare la libertà alla vacanza perché vorremmo sempre andare altrove: via da qui, da noi, dai pensieri degli altri e siccome quel luogo in cui vogliamo andare non lo troviamo, lo chiamiamo libertà. E siamo sempre in ricerca.

Ti dico continua a scattare fotografie, la scrittura è imperfetta, solo un’immagine può piacere per intero, mai una persona. Libera nos a Malo, libera nos dal tran tran delle città grandi, dai giochi dei parchi pubblici. Ritorneranno in vendita nelle cartolerie i palloni da incastrare sotto alle marmitte. Impareremo ad attraversare la strada a quattro anni e torneremo da scuola da soli e aspetteremo le quattro del pomeriggio per far merende con tutti gli altri, in casa, in strada, in metropolitana, poi prenderemo aerei per raggiungerci e aspetteremo la sera nell’aria chiara delle città dell’est.

Foto: dalla rete.

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Dei sottofondi

Seduto al tavolo nell’alto cielo delle terrazze, tra l’erica e il piccoli ulivi in vaso, seduto a gambe incrociate per non far prendere freddo ai miei piedi sempre nudi, appoggiavo il sigaro sul piatto del caffè, chiudevo gli occhi e lasciavo asciugare i pensieri al sole.

Pensavo sarebbe bello stare qui ore a cercare di non immaginarsi le vite degli altri, a dar noia ai vicini ballando quelle musiche col ritmo sempre uguale. Ad ascoltare i discorsi dei tuoi amici mi annoio presto così riempio il bicchiere e mi faccio di sorsi e tutto è più accettabile, una lunga ninna nanna che mi conduce a non sentire più nulla e a non offendermi per la mancanza di attenzioni, per la piccolezza delle parole che per quanto perfette non varranno mai il tempo.

Condividere il luogo e il tempo e dilazionare il possesso. Vorrei facessimo colazione insieme, con le tazzine bianche e i piatti bianchi, con la tovaglia bianca, con l’odore del pane, con il tuo sguardo che vuole essere lasciato in pace e i tuoi capelli che vengono dalle lenzuola. Potremmo anche non parlare. Magari potrei sfiorarti o versarti il caffè, riprendere il sigaro e continuare a fumare.

Non leggerei libri per settimane, troppo impegnato a buttar giù le mie insicurezze, a proteggere il basilico in pianta che abbiamo messo sul balcone della cucina.

Intanto c’è Clara che combatte per la sua giustizia e s’arrabbia col cielo, lo colpisce coi fuochi artificiali, Giulia che è scrive l’ennesimo curriculum e cancella i suoi studi, sommersa di volantini di pizzerie e kebab; Shanti continua a fotografare la realtà come l’immagina, mentre Davide scrive articoli lunghissimi per quindici euro. Rosario è caduto dalla Vespa, si lecca i danni d’immagine e pensa al significato dell’esistenza, sua figlia gli firma il gesso e gli dice che invidia, vorrei portarti in classe per farti fare gli autografi dai miei compagni. Laura indossa un grembiule a trent’anni e cammina su zattere altissime, porta sulle spalle cartelle enormi in pelle e si trucca sempre col nero, spende lo stipendio in concerti, Marianna continua a fare foto nuda e a pubblicarle sui social network, si vergogna però se la guardi negli occhi.

E tu resti sempre distante, con la valigia chiusa come se questa vita fosse sempre una partenza e quando si arreda casa è per fare un’opera d’arte, poi trasferirla. E io non sto mai bene dove sto, immagino sempre un altrove. Immagino sempre un qualcuno. Dice che ci si guarda intorno soltanto quando si è soli, ci si orienta nel bosco in solitudine, la soglia dell’attenzione cresce, ma è nel desiderio che si trova il coraggio d’andare e si dà senso alla parola nel passo.

Di quando il cammino di Santiago non mi ha detto proprio nulla, concentrato com’ero su di me. Mi sono svegliato così tante volte all’alba che ora ragiono soltanto a mattino inoltrato. Solo una prova di forza. E’ come andare a una festa e obbligarsi a non bere, a non mangiare schifezze. Il sacrificio è qualcosa che capita, non è un destino.

Mi chiedi perché scrivo tutti i giorni e ti rispondo che non rifaccio sempre il letto. Poi ti muovi davanti a me come fanno le canne dei laghi, mi inviti al tuffo e io ti rispondo di no, il cuore altrove.

Poi mi dilungo, ti dico che mi interessano le persone e pochissimo i sottofondi. Tu trovi la luce giusta e mi scatti foto in salotto, faccio fatica a tenere le mani aperte, così ti ci infili nel mezzo, nel tuo petto rumore di rotaie, fischiano i treni dentro alle stazioni, e del lavoro chissenefrega, sarà per un’altra volta.

Foto: Gabriele Basilico

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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Ivresse

Il nodo mancato, la corda che scivola e il cerchio in acciaio suona una nenia, poi s’interrompe. Così lo scafo è in balia delle correnti, sfiora la riva, poi prende il largo. La traccia sull’acqua subito scompare e non c’è suono che desti dal sonno, nemmeno uno spettatore sui balconi del borgo. Soltanto un cucciolo di cane, la notte sul fondo dello scafo, gli occhi aperti in risveglio e un latrato sottile, dove sono le case? Poi un ululato, le zampe appoggiate sul legno in movimento. Così si radunano i curiosi, l’orecchio teso, le mani a visiera per lanciare lo sguardo lontano. E i salvataggi per mare, il pelo zuppo, i capelli bagnati e applausi sul bagnasciuga. La barca ritorna alla terra, il nodo è nuovo e chissà quale notte ancora potrà giocar col fato e bagnarsi dei primi soli in mezzo allo specchio infinito che tutto riflette.

Mi dici non riesco, non è colpa mia, torno sempre indietro come i boomerang. Legno leggero che matura tra i panda, specie in via d’estinzione e contraddizioni in bianco e nero.

Io qui, tra le pieghe del viso, porto i segni del cuscino, delle mie sveglie posticipate. Non riesco a emozionarmi proprio, non riesco a sforzare le labbra in un wow davanti ai riconoscimenti degli altri, nemmeno davanti ai miei. Mi dici che non si fa, a volte le feste ci sono dovute. Alzo le spalle, dico, lo sai, sono tutto istinti e così distinguo la verità da quel che mi fa grande all’occhio fotosensibili degli altri. Emozione e desiderio, la razionalità è per i titoli dei giornali.

Nelle fragilità e nelle profondità dei ventricoli, le ansie che ci sorprendono prima di uscire di casa, il tuo sorriso quando è spontaneo, le mie innumerevoli debolezze, le ricerche di svago e le indignazioni che dovrei tenere soltanto nel portafogli e mostrare soltanto in intimità, come la figurina consumata di Alessandro Del Piero.

E ora ce l’abbiamo fatta, quella parola suona sulle bocche di tutti, con la sua doppia z che taglia, tre sillabe e un ritmo perfetto che si leva piano, s’innalza e poi si chiude dolce, è onda e non scompare, ma penetra la sabbia lasciandola bagnata e modellabile. Unisce quel che prima era soltanto un granello. Ora ce l’abbiamo fatta, è di tutti, per tutti, e non è un aggettivo che ha bisogno di sostegno, ma sostantivo che basta a se stesso. Che ci sarà poi? Un punto fermo, un segno esclamativo? Io sono per il punto di domanda, il dubbio e la tensione che suscita la ricerca della risposta.

Quale? Dove? Ognuno ha la sua, personale e raggiungibile, idealizzata o reale. Sai che ti dico, la ricerca vale tutto, tutto davvero e quando si muta in conquista allora è difficile trasformarla in parola.

Apro il mio portafogli: una fototessera da bimbo, l’asilo e il grembiule giallo pallido, i miei capelli a scodella e un sorriso bianco. Mentre si celebra il paese con la parola che ci lascia con la bocca aperta e le energie che si moltiplicano, mentre si celebra il paese io non mi emoziono, ma guardo la barca, là, col nodo teso e le onde che si fanno soltanto culla, barca che smania di prendere il mare, conoscere lo sconosciuto, gettare l’ancora tra le tue efelidi e respirare un poco l’aria che solo l’ebbrezza dell’inatteso sa dare.

Foto: dalla rete.

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Accompagnami alla sera

Dolce amore delle quattro di notte, nel sogno di una tavola apparecchiata, i tuoi amici tutt’intorno ed io nudo, coi punti interrogativi in gola trascinato sulla riva del mattino scuro.

Il fumo denso, le mie gengive rosse e i carrelli della spesa spinti dai bambini. Ogni voce un taglio, è fastidio d’intorno.

Ti ho incontrato con la valigia a tracolla, aspettavi un kebab fuori dalla vetrina: il pavimento bagnato, i miei calzoni bagnati, il tuo cappuccio bagnato. Mi chiedevi come stai e che fai, ma era troppo tardi, troppo tardi per non aspettarti, troppo tardi anche per risponderti. Qui le parole ci appesantiscono come la pioggia fa con i capelli, così accenno due passi di danza sul marciapiede, tu ti stupisci, dici hai fatto festa stanotte? Se per festa intendi semafori e piazze e litanie fuori dai locali, luci basse, banconi bassi, cameriere basse e sigari fumati in serie e disperata domanda di senso, sì, allora è festa quella che ho trascinato dietro di me in questa notte.

Così che il letto si è fatto caverna e non tana; non ci sono ombre da proiettare sul soffitto e la realtà si manifesta com’è: una spremuta e un caffè e acidità di stomaco e medicine bianche, mani bianche e polvere negli angoli.

Dolce amore sulla via, dolce amore sulle auto in sosta, sotto ai ponti del naviglio Pavese, le adolescenze a esplodere nelle campagne e la provincia che dorme sui cuscini striati di mascara.

E fuori manicomi abbandonati e case vuote, uffici vuoti, fabbriche vuote, tasche vuote e poi le parole, vuoti che servono soltanto per prolungare i nostri desideri di conquista e si conquista lo spazio, lo sai, soltanto lo spazio. L’occupazione del suolo privato è domanda, risveglio dell’altro attraverso attenzioni non richieste.

Lasciami alla pace, alle bandiere colorate e alle allegre maggiorenni.

Se gli autovelox misurassero la nostra impulsività sarei sempre colpevole, e così mi fermo un’altra volta, una ancora, non ho documenti, soltanto testimonianze, qui tutto passa, esplodono le stelle anche ora, anche qui, le nascite, le morti, anche ora, anche qui. E i tuoi capelli, i tuoi capelli che profumo hanno, e le tue mani, sì, le tue mani, muovile ancora piano, come sai fare tu e indicami una strada, una o più e poi accompagnami fino alla sera.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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Regarde le ciel, regarde ma bite

In metropolitana a inciampare tra i rossetti rossi, le fronti sudate dei taxisti e i tram incastrati nei binari. Gli occhi consumati per attirare l’attenzione e tutte quelle energie disperse. Mi domandavo sempre la stessa cosa: quanti tuoi vestiti ho dimenticato e quanto costa la pazienza è quell’infinito tatuato dietro al collo delle adolescenti.

Sui lati dell’autostrada le cinture di sicurezza come lacci emostatici, la voglia di vivere da iniettarsi in vena e i rosari sgranati degli anni ottanta.

Le tue guerre col microfono in mano e le aule zuppe dell’Università Statale di Milano; gambe incrociate su pavimenti freddi a raccogliere l’alito pesante dei professori che fanno i pendolari. Mentre a Palermo si fa il bagno e fioriscono i cactus, le nostre colazioni ad occhi chiusi e mani tese per raccogliere gli avanzi della notte, quando tutto si immagina e la verità russa piano.

Siamo invecchiati in fretta mi dici e appoggi le dita sui tasti della chitarra. Ti faccio domande assurde sul senso del nostro stare chiusi in casa e fare sempre tardi, tardi, tardi. Rispetto a cosa poi? Non mi rispondi.

Dovremmo impiegare il tempo dedicandoci al piacere, ma quale poi, dedicandoci a piacere, mi verrebbe da dire, delegando agli I LIKE le nostre coscienze.

Vorrei tagliarti i capelli e aspettare con te che ricrescano, la primavera delle nostre teste, consumare le mani a furia di carezze. E invece tra le tue labbra chissà, tra le tue labbra come si sta. E invece tra le tue cosce chissà, tra le tue cosce come si sta.

Così sulle punte dei piedi guardavamo dalle finestre per scoprire i segreti dei grandi, non ci sono torte a raffreddare sui balconi, non ci sono nemmeno balconi e panni stesi ad asciugare.

Qui tutto si fa grigio, quando togli il casco cerchi un rubinetto per lavarti il volto. E’ solo un momento, dicono i più, tutti sono in attesa che qualcosa succeda, perché qualcosa prima o poi succederà, e laveremo via il nero dei nostri lavori con le riforme dei cuori e finalmente potremo infilare le mani in tasca e distribuire caramelle per cariare i denti soltanto ai bambini dell’Africa, per rifarci l’anima coi sorrisi degli altri, perché il nostro, oh, il nostro è ancora sepolto. Sotto le colpe che non ci siamo mai perdonati, tra i calcinacci delle nostre infelicità immotivate.

Non c’è il sole oggi a Milano, ma sopra le nuvole è sempre sereno, sempre. Vuoi dirmelo ora che fare, continueremo a prendere aerei per accorgercene o ci basterà alzare lo sguardo, così regarde le ciel non sarà un’altra stupida frase scritta con lo spray sull’asfalto, non alzeremo le spalle, ma solleveremo le sciarpe, qualcuno il pugno, altri una mano, e cominceremo a salutarci, oggi e pure domani, dopodomani chissà.

Foto: dalla rete.

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Per l’altrove

Ogni volta che mi riprometto di non scrivere nulla viene un momento che mi costringe a tornare qui. I pixel bianchi, i muri bianchi, il computer bianco, la mani bianche. Tutta questa pulizia fuori dal giallo cupo dei polmoni, dei reni. Il nero dentro dove è buio e mai fa freddo.

Rigide le auto parcheggiate. Rigidi gli alberi che attendono i venti caldi per muovere la chioma, darsi alla danza. E i desideri che costringono all’immobilità, prima scatti poi inedia. C’è nell’incontro quel segreto luogo che impedisce l’andare e costringe al ricordare i passi per la coreografia di un futuro passato: la terra calda, il tuo abito caldo, il tuo alito, caldo.

Perché se soffi tutto si fa freddo e se aliti invece riscaldi? Mostri e realtà sconosciute, spiegazioni fisiche e piede che batte sulla punta e riposa sul tacco.

Nell’ora bruna a contemplare i cuscini, santa televisione sfilami le arterie, fai circolare in me desideri d’ovvietà e sveglie regolari.

Così sulla mia pelle il taglio e il ricamato solco del tempo. Le opinioni che si fanno più chete e ardono soltanto davanti al muro dell’ignoranza. La presunzione riservata ai vent’anni e pavimenti a pois, piogge sudate di necessità.

Mi dirai ora che ti sono oscuro, l’incontro svela, il resto è una notte senza tregua. Sotto alla mia finestra i corvi non fanno che parlare d’amore, io non capisco nulla. NULLA. Andiamo, niente scoramenti, diceva Piero Ciampi. Andare, camminare, lavorare.

In questa confessione al grigio cielo, avaro di nuvole bianche e voli neri, povero di stelle e di una fissità che sconvolge, in questo canto la felicità per gli esordi, per chi solleva la testa e non tiene per sé la paura, per i bambini che disegnano sui muri col gesso, per quelli che colorano i banchi. Per quelli che si addormentano sulle metropolitane al ritorno dal lavoro che non trovano, per quelli che l’inquietudine li squarcia. Per te che oggi t’emozioni, per gli orologiai che scandiscono i secondi e non sanno che il tempo, oh, il tempo… figurati lo spazio. Per quel giornalista campano che ha abbassato la testa e si è fatto più umano, più alto. In quest’età dove tutto è selfie e il resto altrove, per l’altrove e il segreto delle orme di chi la strada la abita e poi scompare, o torna.

Foto: dalla rete.

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In piedi sulla sedia

Così a mio agio qui, su carta immaginaria, al riparo della luce tenue di una lampada, su un tavolo di legno scuro, con le dita consumate e il velo del sonno che mi scompiglia i capelli. Così a mio agio qui, tra queste righe nate ribelli e ora chete. Goffo invece quando ti invio anche solo una riga, gli sms e il tono sconosciuto ai diapason. E’ questione di spazio e di stare, ci si conosce in presenza il resto è tutto un delegare all’immaginario. Così non sei drago e nemmeno lucertola, ogni tanto non sei nemmeno tu.

Vorrei contare i tuoi capelli e alla prima caduta ricominciare dall’uno. Così la mia pazienza avrebbe un fine.

Mi sono svegliato presto ieri, spremuta d’arance e occhi grandi, il primo caffè per provare a parlare. E ascoltavo Cesare Cremonini, fuori la luce chiara di un sole di febbraio, ero felice così, con tutto da perdere e un giorno da guadagnare. Non c’è nulla di trascurabile nella felicità. Se tutto diventa indefinibile, tutto diventa scomposto, che fine faremo noi abituati ai puzzle coi pezzi mancanti? Le multinazionali in Cina se ne fregano sempre. Se ne fregano i piani alti degli uffici di Garibaldi e se ne fregano pure gli impiegati addetti alle mance dei cessi dell’Autogrill.

Tornavo a casa al mezzogiorno per mangiare coi miei, il profumo della pelle di mamma e imprecare contro la sfortuna dimmi a che serve? Ricerca il sapore di casa, la bicicletta dell’amico che non vedi da troppo.

La memoria è un compasso sgraziato, non disegna che cerchi, come stagni dal fondale ricco, la fatica del nuoto e il tuffo, far forza sui quadricipiti per riemergere.

I quarant’anni di papà intorno al tavolo di nonna, la torta di frutta, i bicchieri di cristallo, la tovaglia bianca, quanti anni avevo allora? Che poesia avrò recitato in piedi sulla sedia, che paura avevo delle altezze?

Ma non si vive di sola memoria e così rovesciavo pagine di libri sul tavolo, mi asciugavo le guance col fumo denso dei sigari, ballavo sui balconi di Viale Marche suoni mescolati e bottiglie vuote. Non c’era vento e non suonavano i carillon. Tu ascoltavi, perché sapevi ascoltare. Io parlavo, perché non sapevo parlare. Così ci addestravamo al timore e nascondevamo i respiri perché troppe leggerezze ci fanno volare lo sai, e abbiamo paura, ora, che non abbiamo dieci anni e nemmeno ottanta, sempre alla ricerca, di cosa poi?

Foto: Ilaria Margutti, Il filo di Ananke.

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Tra i fenomeni del parkour

Dai tetti di Londra, tra i fenomeni del parkour, gridavo la ragione non è la verità, soltanto una regola per ridurre l’angoscia.

E ci mancava il fiato per la disperazione dei piccioni che vivono nelle metropoli e si accontentano dei piani alti, il mare ai gabbiani e i combattimenti topo a topo per la proprietà dei tombini.

E mentre mi facevo crescere i baffi per sentire più a lungo il tuo sapore, tu avevi gli occhi altrove, proiettati verso non so quale treno, quale nuova partenza.

Ci svegliavamo entrambi, la notte, controllavamo sul display dello smartphone le foto degli altri e ci tranquillizzavamo perché così va il mondo e noi rimaniamo ancora diversi.

Vorrei potere anch’io ripulirmi le spalle dai residui di tutti i nostri ieri, di questo sentire che non ci lascia tregua e dei pensieri che vengono a tirarci i capelli, così il dolore ci coglie mentre gli altri non se ne accorgono e sorseggiano i loro drink con i sorrisi perfetti.

C’è una forza, invece, che ci tira le labbra e ci spinge la mandibola indietro, la lingua indietro, la testa indietro. Lascia le lacrime al cuscino e imbocca la strada con le scarpe d’oro. Non abbiamo bisogno di sguardi e nemmeno d’inchini, mi chiedevi il dono della comprensione e trascorrevo il tempo tra le cartomanti e i pittori, indeciso su quale strada prendere e quale viso farmi ritrarre. Dov’eri tu in quei giorni?

C’erano cieli che gridavano il tuo nome, il verde e il blu dei negozi del Marais, e poi quelle sale enormi, penso alla solitudine dell’opera d’arte, sai? Chi se ne importa delle notti dei musei, dell’ultimo nastro della pellicola che a luce spenta si appoggia al piede del proiezionista. Sapessi come va il mondo, sapessi come va il mondo.

Noi dell’amore raccogliamo le briciole, beviamo il fondo delle bottiglie, ci accoppiamo in mancanze, noi dell’amore siamo occupanti, usurpatori sui tappeti della follia, sulle punte ad aspettare le crepe della ragione, noi ci affidiamo quando la fiducia è impossibile, noi siamo i disperati, mai cheti, noi siamo il noi che nulla completa, siamo noi, e siamo in tanti.

Foto: dalla rete.

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