Come scrivere a questa Italia che le vuoi bene, che tanto non capisce e trema. Ti avrei voluto vedere anche soltanto per il tempo di un ciao, le tue lentiggini da soffiare sulla facciata di quel palazzo chiuso da tempo e dimenticarti chi sei e la responsabilità di quel nome che ti hanno appiccicato addosso.
Nelle tue cene di gala indossate abiti colorati, qui ci circondiamo del nero per meravigliarci di quel che scorgiamo intorno. Mi son scoperto fiume e corrente, l’adrenalina degli incontri e il chissà, la fiducia nell’altro che abbiamo tavole sgombre e pensieri fini e facciamo denuncia d’azione per prendere fiato tra le parole.
Dall’alto i grattacieli del potere e gli elicotteri della presunzione, gli ottant’anni per dirci che fai e dove vai, le tirate d’orecchie dei grandi e la parola custodire che dorme ancora sotto ai cuscini con le fiale di Cialis e tutte le lotte che non ricordiamo.
E là nel mondo gettano assi di spade, e qui nel mondo gettano due di bombe, dovrei avere vista lunga e respiro profondo invece ansimo tra le lenzuola e mi preoccupo di quel domani che chiamo mio e non nostro. Quando prenderemo il coraggio di dirlo che mio può diventare termine denso e affettuoso, che tanti mio fanno un noi e una valanga di sguardi. Io non lo so perché ora ci si riconosce per strada e ci si tende la mano, non lo so perché ci si stringe in parola e tutto d’un tratto impariamo l’ascolto.
Io non lo so perché con gli altri è così facile e con te no. Dove sei tu? Mia. Che nel pensiero del mattino il mondo si fa lontano e i sampietrini delle strade di Milano piangono delle nostre assenze. Questa pioggia come un sipario, inizio o fine non c’è via di mezzo. Per i deboli son le carrozze e i vetri neri delle grandi auto, apri i tuoi argini, scendi dalla torre, vieni, vieni così vicina che non possa guardarti per intero, così vicina che ci possiamo confondere e come Piccolo Giallo e Piccolo Blu farci verdi e dirci che era così facile come fare il pane, conoscere il forno e aspettare, guardare, imparare e a tu per tu con la pasta molle accettare le sberle e sporcarsi le mani per farci corazza dorata e fragile e sapore, e profumo.
E ancora cerco altre vie, tagliare la corda per inaugurare la stagione dei successi.
Le piazze rivoltano il selciato per lasciar spazio a quella Boulè alla greca, non c’è tempo per vecchi cervelli attaccati alle cose, valori antichi e polvere, niente a che fare con le radici.
Noi senza terra né spazio, noi derubati di tutto e ora nudi e deboli all’inganno dei più. San Sebastiano che guarda dal quadro, che perde le frecce e impolvera senza correre in soccorso dei nostri buchi invisibili e per questo profondi e incurabili senza profondità di sguardi e gli occhiali ultravioletti del bene comune. Che ci hanno tolto le gambe per correre e hanno amputato i nostri piedi per prendere a calci i segnali di stop; le mani e la lingua per stringere in cerchio le nostre parole emotive, senza sapere il perché dei nostri girotondi come i bambini scendiamo in cortile al suono delle urla degli altri.
Per quei ritorni a casa sporchi e sudati, passare la notte fuori come gli indiani a guardare le stelle per le previsioni sul futuro prossimo e i pensieri che si fanno ordinati che la notte ridona spazio ai vicoli stretti della città vecchia. Le nostre tende colorate in accampamento che una protesta non è parlare, ma necessario è stare. E come grilli con le gambe piegate produciamo suoni metallici quando arriva il tramonto e al mattino disegniamo il sole in alto a destra coi nostri pennarelli scarichi. Dimentichiamo l’ansia con passatempi inutili, quei concerti per prenderci in spalla e dirci che finalmente sappiamo dove guardare. L’occupazione del caos per farci linguaggio, i nostri nuovi vocabolari pronti per essere scritti e tutte quelle distinzioni sul lemma legalità. Noi così ingenui, disordinati e patetici perché disabituati all’azione; coi palloncini colorati, i saltimbanchi e la claque, che la canzone è politica è vero ma da lontano si fa baccano e fiera di maggio e vista dall’alto confonde.
Ci guardano i benpensanti, le poltrone dei canali streaming e le copertine dei telegionali con le foto curiose dei quotidiani, i visi colorati e i nomi nuovi che regaliamo alle piazze. Come i muezzin ci chiamano a raccolta i grandi nomi e poi dimmi che senso ha mettere i tuoi desideri nella bocca degli altri? Esercitare il corpo nelle palestre col modello del muscolo dei calciatori è cosa sana, ma che cosa hai fatto tu, uomo, per la tua lingua? I baci lunghissimi e tutti quegli anni di scuola dell’obbligo, poi l’università, e quando hai dato alla bocca arie di libertà? Nella prigione dei detti degli altri gettano le chiavi i nostri animali televisivi che conoscono Freud e ignorano i capelli rasati sui lati degli hypster e le chiome lunghe dei nostalgici degli anni settanta.
Non ci sono televisori in piazza Macao e per i cinema all’aperto si organizzano sguardi, più veri del video gli incontri. E tutto intorno le case paiono lucciole, la luce artificiale dei televisori. Saranno almeno un milione di topi a far saccheggio delle vostre dispense che siete innocui, sterili e vacui a gongolare negli occhi a torrente di Fabio Fazio, quei corpi esanimi sui fiumi senza vento della funerea retorica Saviana per le carezze sul mento e tutto quell’amore che brucia fuori, fuori, fuori da queste denunce che non ci sfiorano i capezzoli. I membri ritti ci fanno destare, parole efficaci, il resto è torpore. E scuotimi e fammi abbandonare la sedia, ma non dirmi sempre che fare e quel che è giusto pensare. Il potere dei più buoni, per le parole simbolo che in spiegazioni brevi perdono sostanza, la nebbia dell’indefinito e nessun tempo per la digestione. Il fascino dei cinque minuti della celebrità, la pena per i disgraziati e lo svelamento del già noto. E tutti in piedi per i nomi altisonanti, quanti mani stringi, mio nocchiero, e quante schiene attendono le tue pacche buone. Frusta e vita lasciate a invecchiare tra i pantaloni e fuori dal buio il raggio del sole seccherà i tuoi occhi umidi di niente, quando citi John Lennon mi salta in testa Melville, si toglie le scarpe Kerouac e ce le lancia addosso. Dove mi hai nascosto le parole dell’oggi? Dove, mio prode? Non abbiamo più tempo noi per la polvere delle nostalgie, i buonismi a stelletta per le decorazioni dei centri commerciali. Generali del buono e del bene, mai avrei immaginato di girarvi le spalle, lancerò il cappello sulla piazza perché nel caos si raccolgono monetine. Per i vostri miliardi di notorietà avete rinnegato il coraggio. Dov’è quell’atto di forza dell’abbandono della nave scuola per la libertà del mare? La Rai che sirene vi ha cantato? Dov’è la contraddizione dell’oggi? Dove la sofferenza nei vostri volti? Dove l’amore? Dove? Le parole oggi suonano come domande, il punto di domanda è dinamico, sai? L’affermazione è uno stop. Andrà tutto bene e tornerete a farci compagnia, come il Festival di Sanremo diventerete tradizione, attesa, emozione. Ma non lasciatemi un piatto sul tavolo, tradirò le vostre mense e salirò in piedi sulla tavola in cerca di voci che tagliano e ardono e si consumano. Che non c’è calore senza dissoluzione. Non è tempo questo di denuncia o nostalgia, per il vostro Grande Fratello degli intelligenti è arrivata l’ora della fine. Scontro e battaglie e metafore nuove, autostrade e semafori, falli e torri, grattacieli e caschi blu e il vaffanculo che non è volgare se risolve le situazioni.
E allora sì, sconfitti del vostro bene, sarete buoni a prendere un fucile e sparare ai barattoli, e sentirete il colpo, vibrerete per la paura e forse allora vi salirà tra le viscere quel desiderio di sporcarvi gli occhi e attaccare le fortezze limpide degli insegnamenti mai esperiti, perchè ancora questo ci chiede l’umanità, a noi delle piazze, sconfitti, subdoli, prigionieri. Vivi.
Per lavarmi via lo snobismo e la necessità del prefabbricato mi sono messo in strada, afa d’asfalto e rondini in parata, la primavera calda del mese di maggio sulle piattaforme mobili del Naviglio. I discorsi retorici sugli amici degli altri e i nostri che fai che sprofondavano in acqua in suicidio col peso dei sassi.
E non chiedermi mai del futuro che la domanda genera perplessità ti ho detto io e possiamo darci tutte le risposte del mondo. Che la conoscenza è nello stare e interrogarsi a lungo genera immobilità. Non puoi fidarti di me se non mi vedi all’opera. Tre soldi in tasca e piccole mani per le case basse e quella volta che confidavo nell’inutilità dei grattacieli e poi sono stato costretto a ricredermi.
Ti ho chiamato e non hai risposto, mi rimbalzano addosso i tu tu del telefono e domande sulle mie responsabilità, non c’è un generico nell’uno a uno. Col campionato di calcio che perde gli ultimi petali per lasciare spazio al verde, le lacrime di malinconia per l’addio di Alessandro Del Piero ed i ricordi di bimbo. Il goal alla Fiorentina con la volee di esterno sul secondo palo nel tempo in cui nascondevo sotto allo zerbino le chiavi di casa e i sogni dell’astronauta e del calciatore. I giochi tra le mamme degli altri e poi la sera a scioglierci il fango dalle ginocchia a dirci che siamo sporchi e sudati perché vissuti. Ed ora è diverso, il mio cane che si avvicina, zampa sul tavolo per dirmi giochiamo e il mio no, che sono troppo stanco per lanciare una palla lontano.
E ritrovarsi al ristorante con le discussioni interrotte per l’arrivo di un piatto e quei cartelli vintage che recitano le proibizioni al giuoco del football. Levarsi la forfora dalle spalle e strappare i peli superflui dei ragionamenti contorti, sarà un pallone a salvarci e ci prenderemo gioco dei no che ci hanno cucito sulle magliette, festeggeremo il goal cercato da tempo e non avremo paura delle ammonizioni, via la maglietta e poi sulla strada correre correre e festeggiare, che siamo tornati al gioco e non abbiamo vergogna degli sguardi degli altri, ci prenderanno per folli e quando ci chiederanno il perché del nostro fare risponderemo in risata che non abbiamo tempo per la ferma di una risposta.
Non era un film. Cento passi da qui e poi trent’anni e numeri scarni. Una Renault rossa e una ferrovia, il grigio della città e il fascino ardente della notte tra i lampioni e il buio per le urla che non ci hanno raggiunto.
E seduto sul divano ho provato a modellare l’aria per averceli a fianco quei due che non hanno bisogno di un palcoscenico mi sono detto. Peppino e Aldo saltava la piazza. Aldo e Peppino e i nomi dei nostri nonni. Torneranno per aiutarci a distinguere bene e male e non ci faranno una trasmissione televisiva. Non torneranno.
Le sigle incise sul marmo e poi nebbia e cultura come quei voli interminabili dalla questura, la confusione delle morti per dirci che non ci stiamo capendo niente finché ci concentriamo sulle colpe. Che la felicità non è soltanto una questione personale e la memoria è una storia per bimbi con la paura necessaria per la consapevolezza e i nostri contorni da colorare sulle magliette di quelli che ci hanno detto importanti.
Di lì a poco i favolosi anni ottanta e tutti gli abiti delle rivendite vintage. Il mio pensiero come un tappeto sfilacciato ai bordi e lo sguardo all’Altissimo, per giungere alle viscere il sesso necessario, le parole che affollano le nostre teste a forma di stadio e i cori del pre pre partita per placare le nostre ansie da prestazione.
Che la bellezza è parola abusata, bellezza puttana ci hanno sputato sopra gli hypster del Rocket, hanno visto barbe rincorrerla in Macao e lei ancora scappa tra i fili del telefono il sudore buono degli sguardi teneri. Di quando avrei voluto morderti le guance, il tuo sedere che chiami grosso e tutti i tuoi però.
Che basterebbe fidarsi e lanciarsi, la paura di quel che siamo tatuiamocela sulla schiena, che non c’è tempo per il dubbio e non c’è spazio per le proiezioni sui grattacieli. Prendiamoci in braccio e stringiamoci le mani fredde, che vorrei alitarti tra i palmi per farti respirare estate.
Quaggiù si litiga per piccolezze. Il nostro nome sulla porta di casa, il nostro vanto di proprietà per le discussioni sull’affitto e poi le pause silenziose. Che quando vuoi bene soffri per sciocchezze. Ci veniamo a raccontare del desiderio del viaggio mentre facciamo del nostro letto una base di lancio e nulla più. Il solco tra i nostri materassi scadenti e i pendolari del lunedì mattina. Ci rivoltiamo tra le coperte cercando compagnie e poi la notte costruiamo casette di carta e al primo soffio scivoliamo sui tavoli pronti a ricominciare coi pranzi della domenica, soltanto un ricordo lo sai che non riesco a godermi il presente che ho lasciato i capelli impigliati al se fosse. E quando ti avrei voluto dire che le nostre portiere si aprono a scatto hai rivoltato il tuo reggiseno per farmi partecipare alle tue fragilità, la consolazione nelle malinconie di mamma. E con le labbra nuoto ancora tra le tue colline che mi manca il respiro mentre provo a dirti che sono alla ricerca di affetto come i cani che si strofinano contro al muro per dar sollievo alla pelle. Ma si è fatto tutto così veloce che ci siamo ribaltati in capriola e mi sono messo a ridere con tutti i difetti che mi lacrimavano dentro, si sgretolavano le pareti per lo stomaco fragile di noi giovani d’oggi tra le intolleranze e le allergie al quieto vivere. Sai che c’è? Siamo come gli arcobaleni e attendiamo orizzonti per poterci fermare noi che veniamo dopo le piogge. Che vasto è il cielo e nella notte muore, cerchiamo luce noi che viviamo di riflessi. Le bocche aperte dei nostri amici di sempre e i miei racconti sul cammino di Santiago che mi svegliavo all’alba e camminavo per ore, poche parole, tanti pensieri per poi svenire nel letto e dirmi domani bagaglio in spalla e camminare che prima o poi la strada dirà. E non mi guardavo allo specchio per giorni che non erano importanti gli atteggiamenti. Vorrei che ci prendessimo a pugni per ferirci, farebbe meno male e ti puoi immaginare le strade zuppe di bende, che così non potremmo nascondere le nostre sofferenze. Hanno inventato ambulanze e pronto soccorsi, i defribillatori per le nostre pause del cuore. C’eravamo seduti su un gradino e quando avremmo potuto asciugarci le lacrime e col ghiaccio dei cocktail sgonfiare le nostre ferite ci siamo fermati al come stai che fai e ci sei o ci fai. Che alla fine ci scambiamo i nomi per ritrovarci sullo schermo e farci i film e costeggiare le imperfezioni della nostra pelle e il colore dei denti senza il coraggio per l’attracco. Non ci sono approdi, sai? Che dovremmo condividere luoghi, per le parole che ci scendono dall’alto come lampadine e illuminano le nostre notti. Ho incominciato a scrivere per scacciare la rabbia e mi ritrovo a dirmi che ha smesso di piovere e squarci d’azzurro nel cielo. Ho gli occhi dipinti di nero, era un gioco da adolescenti, succhiavamo tequila sale e limone e ci siamo detti facciamolo, diventiamo anche noi tristi di fuori. Che siamo bellissimi quando ci laviamo la faccia, l’acqua fredda e le labbra in protesta. Le sensazioni nuove del mattino e l’aria tra le pieghe della maglietta. Che siamo pronti, e fuori non ci sono strade, soltanto domani.
Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.
Per poi sentirci nei miei momenti di disequilibrio, l’accesso eccentrico al mondo delle idee e il lego colorato delle complicanze. Il gradino in marmo della stazione per lanciare gli occhi sul primo vagone dei treni e perdersi il paesaggio pensando al fumo che non c’è più, le caldaie il carbone e quei viaggi interminabili per favorire le conoscenze, il sudore perso sulla camicia e dormire uno nelle braccia dell’altro, la morbidezza delle chiome degli sconosciuti e contro il freddo il rifugio dei nostri respiri profondi. Biglietti prego e il risveglio, le fabbriche dell’hinterland e i bar chiusi del centro che oggi è festa e decoriamo le case di pietanze imitando il profumo dei nostri nonni. E quant’è bello il tasto verde del telefono, il suono breve delle tue risposte e quella tua fretta che sa di casa e piatti da asciugare. Io non lo so cos’è la conoscenza per gradi, gli etilometri cantano giambi per i saltelli del mio immaginario. L’esperienza del tavolo e il vino, lo schiocco caldo tra labbra umide e quella tua educazione in presenza che sai di ghiaccio quando stiamo lontani. E così vorrei sedermi qui sulla spiaggia e aspettare che tu ti sciolga come lo spritz per tutti quegli aperitivi che non ci siamo concessi, che iniziano al tramonto lo sai e terminano al mattino tra le espressioni che all’inizio teniamo nascoste sotto le unghie. E verranno a raccontarti di un Cristo e ti diranno che non c’è col mantra degli antifurti la notte di Pasqua che non mi fanno dormire, rivoltarsi tra le lenzuola e immaginarti nuda con le contraddizioni dell’esercizio della ragione. Poi l’esercito stanco del sì e le anonime processioni della provincia, il contingente rancoroso del no per confondere le acque e appigliarsi ai valori ai valori ai valori, e tornerà quell’Uomo e cadranno i templi lo sai e le scritte colorate dei centri sociali, e cadono gli scrittori, cadono i libri, bruciano le foreste e nascono altri soli, nei centri commerciali vendono vestiti tutti uguali, come HM e le scelte globali per lo stordimento delle nostre necessità. Rimarrà l’uomo, lo sporco tra i miei capelli e questi occhi stanchi e mi dirai vieni qui, e quando saremo abbraccio ti dirò che questo è tutto e il nostro inizio sarà soltanto un respiro, e un punto, e un bacio sulla bocca che finalmente non riuscirò più a parlare.
Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.
E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.
Continuiamo a chiamarlo riposo, ma non c’è tregua per noi che dilapidiamo il sonno in risvegli. Le falene sui vetri rotti per gli sguardi deviati del nostro respiro notturno. Col fegato in supplica tra le labbra. I tiri alla fune tra le nostre tende, la luce forte delle dieci del mattino e le ipotesi sulla tua scomparsa. Il frigorifero è così vuoto che ospita l’eco dei pasti passati, gli amici intorno al tavolo quando hai sempre la sensazione che siamo trottole che giriamo forte su noi stessi e quando veniamo a contatto perdiamo il giro, ci allontaniamo e poi ci spegniamo. Le direzioni perse, le nostre adolescenze così simili e dentro il brulicare di mille spinte, le cariche esplosive dei nostri ormoni e le emozioni pure delle infanzie imperfette. Noi fuochi d’artificio, le micce tutte uguali per suoni e colori e fontane. E una scintilla l’origine delle nostre partenze. Con l’affetto che ci rimane tra i peli superflui, che a distanza di giorni riusciamo a scriverci un come stai, un dove sei, non ci si vede mai. Che fine abbiamo fatto noi, ripetevo e pensavo che noi è una parola forte, che spaventa sulle prime e poi allontana. Noi noi noi noi a ripeterla è un lungo richiamo, quell’ “Ohi” dei sette nani e le fatiche della miniera per tornare a casa la sera e intonare i canti delle viscere della terra che non abbiamo parole per descriverci. Una goccia di sudore sul percorso insidioso del mio ventre, nata così, le mie parole al sole per brillare e poi decolorare come le polaroid del nostro tempo, come quando ci siamo visti ed era bellissimo, che poi le ore confondono i contorni e torniamo ad essere sagome e silhouette per gli sguardi disinteressati della strada che si difende coi gradini e sbuffa di notte tra i mozziconi spenti, le merde dei cani e i chewingum masticati dagli studenti per quei baci lunghissimi che non mi ricordo più.