Archivi tag: parigi

Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi

A confessarti che ho dimenticato aperto il barattolo della marmellata. Le colazioni in solitaria e la spontaneità delle mie scritte sui muri. Sarà la paura, sarà che prima o poi verranno a cercarmi, ma ho sempre fretta chissà poi perché. E mi ritrovo a dirti che non ha senso parlare male degli altri, che non è sempre importante dire quello che penso e che bisogna imparare il silenzio quando il pubblico è inadatto alla libertà del verso beat. E augurarti la buonanotte, guarda che ci sono, non è importante dove.

Nei tuoi disegni i cuori innalzati in vecchiaia, che non è mai troppo tardi ce l’hanno insegnato da piccoli, prima o poi anche io suonerò uno strumento.

E le lamentazioni sul freddo che fa, le code al cinema. Fuori dalla porta i dibattiti su un film e una parola con la data di scadenza mai scritta. Quella bellezza abusata, annegata, innalzata, adorata e consolata. Non così sogno i miei domani, se è vero che crescere è ridurre tutto al semplice ritorneremo un giorno a pronunciare sillabe come Ma Ma e Ta Ta, perdendo i contorni e facendoci paesaggio per poter guardare senza essere giudicati. Che non ho mai visto una fabbrica prendersela perché non piace, mai cascate innalzarsi per fascino.

E dieci dita dai vent’anni, la ragione mi conduce in porti sconosciuti e scelgo l’esempio dei Cristi morti di cirrosi epatica: lo scandaglio dell’io e la comprensione di tutte le debolezze. Quando sarai grande poserai la testa sulla mia spalla e mi mancheranno le carezze, che ho le mani disperse nel fascino ignoto delle conoscenze superficiali.

Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi.

m_220954604_0

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Aspettiamo le notti soltanto per accenderci

Coi pensieri di schiuma e gocce di un lunedì di pioggia, i cerchi concentrici delle mie debolezze e quei pesci che credevo estinti a nuotarmi nel cuore.

Come i cracker faccio briciole ovunque e non ho la fragranza del pane. E tra le parole scorgo la tamerice, sconfitto io dai ricordi e non fatto per le dimenticanze.

Con le finestre aperte a creare correnti di pensiero che vacillano in fretta e dare la colpa al freddo.

Poi il salire sulla giostra scendendo a patti con la mia timidezza o lanciare la valigia dal treno e raggiungere le foreste, i campi interminabili delle langhe e i cipressi degli Appennini.

Quanta solitudine nella spilletta col mio nome scritto a pennarello che infilzo all’uniforme del lavoro. Abbiamo bisogno di chiamarci per nome per darci colpe o incarichi. Quando invece mi sussurravi il tuo io spalancavo gli occhi, ti dicevo è per questo che ci siamo incontrati. E le vittorie più belle son sotto la neve, l’hai visto il Giro d’Italia e il monumento a Pantani abbandonato ai venti? Ci pensi mai che morire in statue e non avere accesso alle piazze non serve a nulla?

Ci pensi ancora a Bianciardi? E alle relazioni omosessuali di Kerouac? Ci confondiamo coi sessi quando abbiamo troppo bisogno di darci, e va a finire che nell’estasi della necessità intrecciamo contatti che all’occhio allenato dei telecomandi possono apparire perversi. La perversione è parlare ogni giorno di un bene comune e far della giacca una necessità. Perversione è firmare autografi per ore e pubblicarne con orgoglio una foto. Perversione è dire che potrebbe andare meglio e che per fortuna esistono i poeti.

Ma il poeta soffre e piange a colori per questo suo sentire così umano e si rivolta sulle scrivanie e scivola tra le gambe di più e più donne cercando la musa santa che lo conduca a una beatitudine che potrà chiamare eterna: non c’è un infinito per i battiti del cuore, non c’è una regola dell’amare.

Andate e uscite e poi cercate il bisognoso e il debole dicono i pulpiti, quando i fragili siamo noi e abbiamo bisogno della presenza per il come va e discussioni interminabili sulle notti e i giorni. La quarta elementare sarebbe una conquista, quando non ci riempivamo le labbra di rossetti scuri e non ce ne fregava nulla della divulgazione di massa. Che se ne fanno i saloni delle parrucchiere dei contenuti delle nostre teste, quando tagliano il superfluo e si concentrano sulle copertine e ammirano le firme e gli autografi sulla terza di copertina. Meglio sarebbe una foto, magari abbracciati, con quell’espressione del dove mi trovo adesso.

Vorrei soltanto racchiudere le esperienze nel portabagagli e un giorno prendere le strade lunghe del centro Italia e lasciar tutto ai venti, che si mischino coi cirri bianchi, l’azzurro degli occhi degli altri, i primo voli di rondine.

E poi che faranno le lucciole di giorno? Così anche noi aspetteremo altre notti soltanto per accenderci e continueremo a chiederci che senso ha.

Foto: Man Ray

1989.55.12 001

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Quando il gallo cantò 3 volte

E ritrovarsi così deboli, negare certezze e opinioni, quando il gallo cantò tre volte.

Risalgo al volo dei corvi tra i tuoi capelli, alle strade lunghe della stazione Cadorna e alle redazioni dei giornali di moda. La frangia a incorniciarti il volto, la scuola d’Atene e il coltello di Fontana per gli spazi tra i tuoi denti da latte. Mentre ti svaghi su Candy Crash e regali le tue dodici e più vite a tutti gli altri, non c’è traccia di carta nella mia casella delle lettere.

Prima o poi arriverà una busta paga e mi vergognerò di versare denaro allo stato. Mentre capisco che non mi interessano i discorsi geniali e non ho curiosità alcuna nei pavoni del sapere. Mi toccano le relazioni, il profumo ingannevole delle scapole e il modo di guardare nel vuoto. Quando appoggi il pollice sulla guancia vedo il segno dei morsi, e cambi pelle per le stagioni che vuoi dimenticare.

E quando incontri la notorietà abbandona gli occhi sul davanzale dei denti, li troverai bianchissimi o marci di fumo, non c’è verità in quelle bocche sfatte.

Figlia mia, amante, abbi sempre paura di chi ti circonda il collo dopo cinque minuti di conoscenza, sorridi invece quando ti prendono sottobraccio.

Non c’è amore che scoppia come gli incendi che poi si faccia foresta, non c’è foresta che non sia prima stata gemma e pascolo.

E mentre impazza la fiera del libro mi trovo qui, la finestra chiusa, a ripararmi dagli schizzi di boria di chi s’affaccia al balcone del canale terzo. E predica sapienza scambiando la categoria del reale con quella dell’interesse.

Vorrei dirti che se ho perso tre chili non è perché mangio meglio. Vorrei installare una telecamera e contare il numero delle notti che mi rivolto nel letto. Dirti che ti cerco è così banale che potrei entrare negli smartphone degli adolescenti ora che ho i capelli rasati sui lati.

Qui tutto è pronto per la beatitudine, non resta che aspettare e prima o poi arriverà il grande giorno, quando i perché troveranno risposte e non avrò più bisogno di toccarti.

Foto: David LaChapelle

David_LaChapelle

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Spliff

Davamo la colpa alla schiena per quelle notti trascorse accanto alle finestre. Il respiro nell’atto titanico dello sfondamento dei vetri e sigari ormai deformi sul davanzale.

Ci sono luci che non si spengono mai e mille strade che non ho mai attraversato. Sento il palpitare interminabile del viscere della terra e gli insegnamenti della scuola superiore ricoperti di alghe. L’odore incredibile del tuo collo bianchissimo e quel tuo viso che manca d’armonia.

Ho smesso di credere nell’amore uno a uno, che i pareggi non fanno vincere nessuna classifica, così l’universo ha bisogno di libertà vere.

E come un jeans troppo grande non veste bene senza una cintura così è della libertà, va stretta in vita e non lasciata andare, che si sporca col passo e perde d’eleganza.

Non più poesie solitarie in stanze d’albergo, non più canti delle ninne nanne nei carillon; ci vogliono madri dalla voce dolce e padri presenti. Poi zaini sulle spalle e una gobba accennata, che il peso non ha mai fatto male e diffido di chi corre col petto in fuori. Guardati ancora nudo allo specchio, rasa quel pelo, tra il pollice e l’indice il grasso in eccesso: l’imperfezione è una grazia che bisogna riconoscere.

E spazi aridi tra le orecchie per l’ascolto dei filantropi, che con Celine chiamo e richiamo grandi rompicoglioni. Trova il tempo per riposarti gli occhi e non credere ai numeri grandi e all’assenza delle differenze. Mentre a Milano crescono Festival Indipendenti e a Piacenza si radunano gli alpini pensi alla tradizione e alle rotture. E come Fontana intagliamo tele in cerca delle fessure per seminare nei nostri giardini le nostre idee di piccolo mondo, e poi metterci intorno recinti, noi che combattevamo la proprietà privata e citavamo Rosa Luxemburg, chi è quello? E’ uno dei nostri?

A nulla serve creare parole nuove e il cambiamento pensato dell’alzata di mano. Verranno le volpi nei nostri campi e ammazzeranno qualche gallina, vuoi ribellarti alla natura, tu? Tu che costruisci muri, tu che lanci parole al vento senza rispetto per gli ascoltatori?

Li senti i tuoi neuroni crepitare? Perché quell’ultimo spliff? Per arrivare fin qui a teorizzare sull’esistenza?

Mettiti sotto le coperte e abbraccia il cuscino, respira forte e sogna. Che magari è meglio. Che magari domani ti svegli e quando bevi il caffè sei contento. Poi fatti un video, così come sei, sette secondi, apri Photo Boot, clicchi registra, ti inquadri e dici: “Sono felice”, così magari tu ci credi, che a me non importa nulla.

E ora vieni a casa, suona, siediti a tavola, mangiamo, beviamo, e poi stiamo pure in silenzio, che abbiamo sostituito lo stare, col fare, e la felicità non fa, sta.

Foto: Jeff Wall

13_Sudden

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

WooA!

Le gole ubriache di vita, le strade piene e le labbra bagnate, noi pronti ad accarezzare il mattino nelle spalle morbide e magre delle ragazze della notte, prendere un taxi all’alba e domandarsi se un letto può diventare lo scompartimento di un treno.

Poi i discorsi degli sconosciuti e i nostri pfff sbuffati e molte effe di compatimento. Che dovremmo vivere al posto di guardarci da fuori e fare della bocca una zip chiusa mentre dentro c’è un cazzo che pulsa. Trattenere i silenzi e accumulare saggezze e fantasie, poi farle esplodere in un grande WOOA.

Quando tutta questa pazienza sarà premiata. Temo la vittoria, le scarpe lustre del successo e le gite fuori porta, l’amore perverso verso gli animali e i desideri di volontariato di chi ha avuto troppo e non sa come né a chi rendere grazie.

Mi piace inciampare sul marciapiede e alzare gli occhi sul passante, chiedermi chissà come si muove ai concerti e il suo cantante preferito, chissà se sa disegnare, magari suona, e poi chissà cosa legge. E non frequento i circoli accademici densi di parole precise e nomi eclatanti. Non riesco a parlare a lungo degli stoici e nemmeno di Epicuro, figurati di Lacan. Mi soffermo sul significato delle rughe sul viso e sul pensiero che sta dietro a un taglio di capelli. Forse non tutti possono essere dei Pasolini, dei Carlo Emilio Gadda o magari non è il tempo per fare il verso a Tolstoj, quello che so è che ci sediamo al tavolo con la domanda del cosa ci faccio qui e cerchiamo una soluzione. E non ci lasciamo stare, abbiamo un vulcano che ribolle e nessuna risposta, né schieramento politico pronto a difenderci dalle eruzioni.

Desideriamo per noi l’umanità e ci facciamo servi nello sguardo. Abbiamo sviluppato un’attitudine impotente e non sappiamo imporci perché guardiamo oltre lo strato della menzogna e riconosciamo l’umano nel passo, nel cristallino e nella modulazione della voce, e non è poi così importante quante parole ci rimbalzano addosso, che misuriamo il tempo in sguardi.

Vorrei pregare ora, farmi silenzio e sacrificare tutti quei giorni che mi sono sentito colpevole per qualcosa che non ho mai scelto, ma che mi apparteneva in nascita. La conoscenza passa attraverso gli inferni, il puzzo di piscio fuori da casa, il vomito nei cessi degli sconosciuti e le istruzioni d’uso dei preservativi.

Quel Cristo che perde l’equilibrio sui rosari di strada viene a cancellare questa colpa che ci hanno appiccicato addosso. La conoscenza salvifica del nostro corpo e l’energia sessuale che esplode in conoscenza, e creazione, e wooa! Ancora WooA!

E ora è notte tra i sampietrini, il barista fuma l’ultima sigaretta guardando il bancone, le madri controllano l’orologio in attesa di folli vergini adolescenti e i padri russano e voltano la testa dall’altra parte, che in fondo, e lo sai, ci sono due sguardi che ci fanno da casa. Quello che aspetta e poi quello che se ne fotte, si volta, e poi, prima o poi, qualcuno aspetta.

E intanto, nel cielo, tra le automobili e nelle camere d’albergo, e altrove, scoppiano stelle, e lunghi sibili nei nostri silenzi, e lunghi WoooA, WoooA, WoooooooA.

Foto: Alban Grosdidier

Alban-Grosdidier1

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

A chiamarsi per nome

La bottiglia vuota, la tavola imbiancata di cenere e la diaspora delle due e mezza di notte. Ci lasciavamo come gli adolescenti, metti giù tu, no prima tu. E un letto, un divano, le nostre voci a sonaglio e il veleno dei discorsi sulle nostre mancanze. E gli ideali orgiastici delle pulsioni nascoste. Ci accoglieva la solitudine e ci ribellavamo posando il dito sul mouse e facendoci forza nelle conversazioni scariche del martedì sera, domani è il primo maggio e un’altra birra, non si lavora. Il tuo pendaglio a forma di casa e finestre sempre aperte per entrate invadenti. Che continuiamo a cercare di fare nostro quello che è distante, allunghiamo la lingua per la curiosità dei mondi che non ci appartengono e non abbiamo il coraggio di dare la colpa alla sete di conoscenza, al nostro narcisismo e al fascino infinito della pelle liscia. La crema sull’abbronzatura esalta l’odore, esalta il sapore, così aspettiamo l’estate e il sole che scalda. Per non vergognarci di perdere il senno, di perdere il sonno. Ci facciamo geranei e aspettiamo l’acqua dal cielo, le bocche bagnate degli sconosciuti. E poi lo so che il pensiero ora è sulla strada, nelle labbra rosse di queste darling parigine, negli occhiali neri dei maschi impegnati. Mentre ci promettiamo i domani in lunch, in brunch, mi faccio serio e mi accarezzo le guance, c’è una barba da fare, il capello da sistemare. E accordarsi al presente trovando il compromesso col mondo reale. Una bottiglia è poca e due sono troppe. Che ne direste di una pasta aglio e olio? Che intorno alla tavola si consuma la conoscenza e Skype si dimostra una chitarra che tiene insieme serate disordinate, ognuno canta il suo ritmo e le parole del ricordo. E a furia di mi piace ci siamo fatti gioco e abbiamo sfidato la notte a colpi di clic. Mi piace guardarti ridere. E penso agli amici, ai bicchieri di plastica e ai soprannomi che ben conosco. Nelle conoscenze mature ci si chiama per nome. Quando il sesso degli angeli non è più un taboo e i siti porno soltanto pretesto. Dimmelo adesso che non volevi dormire sola. Dimmelo ora che poi è troppo tardi. Non ci saranno cinguettii per i nostri risvegli, il prezzo da pagare delle città grandi. Prendimi in braccio che afferro le stelle, solo per celia, questione di prospettive sai, come le foto sciocche. Il tuo capezzolo sinistro e i miei Vietnam per domare la tua pancia irrequieta. E allunga le braccia, e stendi i cuscini sul letto, che non sei sola e se li fai cadere, non si fanno male.

donna_donna_anna_karina_jean_luc_godard_011_jpg_sgxc

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

E’ pronto il caffè

Frasi lunghe a ripeterti che non mi interessa l’amore ricevuto, che ho armadi zuppi di vestiti e tasche piene, sono essenziale, lo sai, e non chiedo riconoscenza. Come quando inviti qualcuno a cena, che non ti interessa cosa ti porta e se viene a mani piene, bussa coi piedi, perché tu prepari tutto e vuoi che stia bene lui, vuoi stare bene tu, lasciare andare la lingua, distendere le guance, farsi rossi di vino e non disdegnare la carezza della mezzanotte e magari il profumo buono dei tuoi sette colli,  niente più. E’ dell’indifferenza che non me ne faccio nulla, i miei sono inviti a cena, basta esserci, nient’altro. Che non sono manie. E se questo mondo insegna che non si fa nulla per nulla, che non c’è gratuità nelle offerte dei centri commerciali, nel ritorno d’immagine delle multinazionali e nei gadget personalizzati, tu prendi la via del verde, trova una panca, resta a guardare. Le cure delle madri agli infanti che domandano in continuazione e nulla sanno del valore dei soldi e della lordura che li accompagna. Dai, lavati bene le mani, vieni a tavola, è tutto pronto. C’è una donna con lunghi capelli rossi e vestiti neri nel centro di Milano che prepara cene grandi e il suo uomo dal bianco pennacchio che indossa ogni sera un giubbotto e ascensori e piani di scale, minestre calde e polpette scelte per anziane solitudini. Che in vecchiaia non si chiede più, s’aspetta, e nella corsa il quotidiano non s’accorge dei silenzi. E poi come va? Facciamola andare. Le signore ai fast food chiedono parole di compagnia e tè caldi per dar tregua al vuoto della bocca. Vorrei bussare alla tua porta, dirti che c’è, com’è? Prendo un caffè. E osservare quelle tazze antiche e il loro tintinnare, l’attenzione nei gesti e il senso raro dell’ospite. Ho portato le birre, accendo la musica, fumo una paglia. E neanche ti ascolto. E’ così che a notte fonda scrivo lettere e mando email, è così che l’assenza di risposta, in fondo, non mi pesa. Ma vieni a bussare, buon pomeriggio, è pronto il caffè.

analog

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

A passera sciolta

Nottetempo viaggi in metropolitane, e cosce snelle, bocche ubriache di rosso e piedi unti e creme profumate.

Nottetempo sguardi bassi e occhi neri, melodie arabeggianti agli angoli della strada.

E tette enormi di prostitute settantenni.

Catene d’oro per colli d’ebano e suoni gutturali.

Le strade si assomigliano, si fanno strette, il passo è stanco, il piede spinge sulla scarpa nera elegante mentre la barba si manifesta e la pulizia del mattino è ancora da rifare.

Non sono bravo coi pronomi possessivi e al posto di mio o tuo preferisco dare un nome nuovo alle cose: chiamerò i tuoi capelli trasferelli, la tua bocca albicocca e i tuoi occhi pastrocchi. E quando ci ascolteranno parlare sembreremo bambini o folli, di pastrocchi, trasferelli, albicocche. Stavamo bene un tempo quando distinguevamo la notte dal giorno e cercavamo pascoli lieti e pecore smarrite da rincorrere con lo scettro dell’estetica e la parola melensa.

Sono vietati i panni stesi e per mancanza di spazio fioriscono i business delle lavanderie.

Sono vietati il fallimento e la gentilezza fine a se stessa. Sono vietati i complimenti strani: che belle gote hai, che buone le tue caramelle, mi piace il tuo mignolo dovresti affondarlo nel mascarpone e poi appoggiarlo sulle mie labbra.

Ho rimandato gli odi ai campi incolti, senza recinti né margini, ho delegato la gelosia alle coppie vergini, la rabbia alle relazioni più vere.

Quando mi fai leggere versi dell’Achmatova o di Aleksandr Blok penso all’attitudine della vita da single in case piccole e funzionali, alle regge e ai palazzi, alle cascine e alle case di ringhiera, e a quanto doveva esser bello cercare solitudine in strade e boschi, quando dietro ai paraventi di consumava la scoperta del nostro sesso e si finiva in rincorsa d’ancelle. Nascosti dietro all’occhio, sulla porta, il bagno dell’amata e dietro ad alberi le nuotate a passera sciolta delle dame di compagnia.

Le etichette all’amore si fabbricano nei palazzi, all’aria aperta è un fiorire di prati e gioie e consolazioni nobili. E quanto è bello sentirti ansimare, e dopo l’amore potremmo aprire le cataratte dei nostri discorsi mai rivelati ed evitare le complicanze dei perché.

Giudizi e tribunali non nascono per i sentimenti, ma per le azioni stolte, quelle del tu, mio.

E allora voltati, guardami, fatti rincorrere, e allora voltati, guardami e poi nasconditi.

buco serratura

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

E desideri di spogliarelliste

I pesci di notte non dormono e vederti nuda non mi provoca più nessuna reazione evidente.

Muovi i tuoi piedi nell’aria e io penso alla fragilità della classe politica italiana e scambio per franchezza quella che è miseria.

Tornavo a casa la notte con una borsa di plastica e un’insalata d’asporto, la bocca piena delle parole che vorrei vomitarti addosso per farti affogare di romanticherie. Quando dovremmo soltanto sedere insieme sulla panchina curva del tempo e non aver paura delle bottiglie vuote e dei vestiti firmati.

Nella mia chioma spettinata le briciole del nostro ultimo incontro, ho chiamato un parrucchiere, le forbici in mano, non c’è tempo da perdere nella corsa alle armi. Così ho riempito il curriculum di giornate inconcludenti e ore spese in pigrizia, la mano stretta alla maniglia che per aprire le gambe, sollevare le gonnelline leggere e accorgersi dei capezzoli più nascosti. Le scrofe allattano i piccoli appoggiate sul fianco, le madri invece abbracciano mentre il cielo sembra darmi tregua cancellando il sole col grigio.

Nell’armadio magliette della Juventus che non indosso da secoli, a quando un calcetto? Dovrò aspettare mesi per far lo sgambetto alla sfiducia che aspiranti madri hanno ricamato sulle mie camicie nuove.

E mentre tutto si chiude come ostriche ricche ai richiami dei sub, sputano acqua i delfini e ci confondiamo con le benedizioni, i nostri sogni solcano i sette mari mentre mi sono messo in lista d’attesa per l’assegnazione dei tuoi sette cuori.

Vorrei accanto a me una spogliarellista vestita perché non ho tempo da perdere.

Quando ho sentito casa e su Skype trascuravo parole per concentrarmi sul richiamo dei passeri. Le città grandi smarriscono l’ordine naturale dell’alternanza sole buio e rimandano alle stagioni la decisione sull’apertura delle terrazze.

Puoi venire a dirmi che scrivere non è un lavoro e ti metterò nell’orecchio una pulce, è un lavoro vivere? Perché non rivestire di merda le nostre unghie quando lo sporco testimonia l’esistere.

E troverò altri contenitori per le mie debolezze, perché è inutile scriverti, assomiglia a un videogioco senza morte apparente. Senza primi o secondi e con le password dimenticate.

E ti ricordi quando indossavi l’apparecchio? Ora hai i denti dritti, ma sei un po’ meno simpatica, forse più grande. Che quando ridi le tue lentiggini si fanno lucciole, i tuoi capelli bosco, i tuoi occhi lupi, conigli, donnole o randagi. E tanto ormai fa lo stesso.

aurevoirlesenfants8706g

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

A pisciare sui muri

Gli fisso le mani, le vedo tremare, gli chiedo che c’è. Non risponde, stringe il pugno più volte, poi mi si avvicina, mi bacia sulla bocca. Il labbro superiore bagnato di sudore.

Mi bacia ancora. Stavolta mi stringe le spalle, mi sussurra all’orecchio: “Facciamolo insieme”. E si volta di scatto, e cammina. Il passo lento e deciso, il corpo che non oscilla mai, segue una linea retta verso un obbiettivo che ancora non conosco.

Arriviamo davanti a casa di Sara, estrae il membro molle, piscia sulla porta. Mi guarda mentre sbattacchia il coso e inonda le scale d’urina. Ancora mi guarda, abbasso la cerniera dei jeans, piglio in mano il pene, piscio anche io. C’è una telecamera, la indico con la mano rimasta libera, lui alza le spalle, dà l’ultima scrollata là sotto e chiude i bottoni.

Perché? Domando io.

Non c’è un perché. Merita soltanto gli scarti.

Sara? Tu ami Sara.

E le piscio sulla porta di casa. Questo è l’amore. Donare tutto te stesso, anche gli scarti.

Bussa alla porta. Il vestito blu a fasciarle le gambe lunghe, capelli raccolti da un cerchietto verde pastello, rossetto chiaro, sorriso spontaneo, scarpa con tacco modesto.

Sara bacia Luca sulle labbra, lui le tocca il culo, lei ride. Poi viene il mio turno, mi bacia le guance, mi domanda come stai. Non aspetta risposta, dice: C’è odore di piscio.

Luca entra in casa, appoggia sul tavolo la bottiglia di rosso, io lo seguo. Mi sento un secondo, un cane segugio, decido di inventarmi qualcosa per distinguermi, dico: Io devo lavorare, me ne vado.

Sara mi guarda, dice: ok, a domani.

Luca non mi guarda, dice: Non te ne vai, tu rimani e bevi con noi. Riempie tre bicchieri di cristallo, me ne porge uno e mentre lo sto per ricevere mi sposta la mano, lo fa cadere. Vino sul pavimento, vino sul tappeto orientale, vino perfino su Juppy, il beagle che riempie di gioia ogni appartamento borghese.

Mi spiace. Dico io.

Non fa niente.

Sara corre in cucina, prende una spugna, ritorna, si accovaccia per terra, asciuga. Sporca il vestito blu.

Io guardo Luca che mi passa un altro bicchiere. Faccio ancora per prenderlo, lo sbatte per terra con forza, cristalli ovunque, macchie di rosso. Sara che urla: State più attenti. Luca che prende il terzo bicchiere, beve in un solo colpo, si avvicina a Sara, le bacia una spalla, dice: Bevi, tesoro, siediti e parla con Marco, pulisco io.

Così Sara si siede, prova a sorridere, le dico: Scusa, ho la testa altrove, è colpa mia.

Come se davvero lo fosse.

Lei dice: Non fa niente. Volta la testa e osserva Luca che raccoglie i vetri, la spugna ubriaca.

Juppy assiste alla scena dalle scale.

Sfoglio una rivista appoggiata sul divano, dico: Le stampano ancora.

Sara mi guarda dice: Perché non dovrebbero?

Non servono a niente. Tu le leggi?

Sì, certo.

Per me dovrebbero venderle come si vendono i soprammobili, complementi d’arredo artificiosi e sciocchi. Solo la copertina è importante, il resto è inutile.

Luca con la spugna ancora tra le mani si siede al mio fianco e ribadisce: Quello che conta è solo la copertina, come con le donne, amico mio, quello che c’è dentro è poco importante.

Il mio amico mi accarezza le spalle, mi bacia sulle labbra. Io le tengo chiuse, lui ci passa la lingua sopra con fare evidente, io chiudo gli occhi. Luca ride.

Gli occhi di Sara si fanno più piccoli: State scherzando? Ride. Lo faccio anche io con le mie amiche, quando siamo ubriache.

Luca prende l’ultimo bicchiere di rosso, brinda: Alle tue amiche. Lancia il bicchiere per terra con forza.

Mi prende sottobraccio, dice: Andiamocene.

Buonanotte Sara.

Buonanotte, aggiungo io.

Sara rimane là, sul divano, guarda il vino che conquista il parquet.

Usciamo e chiudiamo la porta dietro di noi, piano, per non disturbare più del necessario.

pipi

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,