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Ballano, ballano, ballano!

L’ironia critica e le classifiche. Le visualizzazioni, le vite regalate, i record imbattibili e le menzioni d’onore. Frequentare il volto truccato del potere e trasformarsi in polpi, la multi-presa per affrontare il presente e non raschiare mai il fondo.

Il fatto è che a certe cose o ci sei avvezzo o non lo sei per nulla.

Ti proporranno travestimenti tutta la vita, tu hai l’armadio già zuppo, non sai a chi donare il vestito e ti senti bene anche nudo.

Proprio ora sto immaginando i tuoi piedi, è così sciocco perché a me i piedi non sono mai piaciuti. Così realizzo che quando riuscirò a guardarti le unghie senza imbarazzo allora saremo così intimi che, insomma, potremo svegliarci insieme e fare ognuno la colazione all’ora che preferisce e magari andarcene a cena la sera soltanto scrivendoci: io non ho voglia di cucinare e tu? Io nemmeno, dai usciamo. E non ci sarà più nessuna ansia, nessuna attesa.

Proprio ieri sera si diceva che a invitare a cena una donna e poi il drink, la discoteca, beh, si paga di più che andare a troie. Qualcuno diceva è vero, qualcun altro: vuoi mettere il fascino? Vuoi mettere la seduzione? Tu poi mi prendevi in disparte, dicevi: lo sai, io non potrò amare più, cerco soltanto surrogati per rendere sopportabile la mia solitudine, forse dovrei comprarmi un gatto. E io a dirti che il sesso non mi interessa più granché, frasi così solo tu riesci a capirle, perché in fondo non è vero. Ma siamo sentimentali e davanti alle fronti lucide e alle idee del cinismo ci rifugiamo ballando come gli adolescenti e disinteressandoci di quel che succede intorno. Una volta invece avevo occhi dappertutto e controllavo chi avevo di fianco, la donna più bella, e lanciavo occhiate che rimbalzavano su capelli decolorati e orecchini inguardabili. Nell’evoluzione del desiderio le nostre frustrazioni. Il fatto è che confondiamo il traguardo e la corsa. Siamo in vita per vivere, non per arrivare da qualche parte. Cosa significa vivere, cosa arrivare? Mi domandavi tu. Io rispondevo: lo vedi, siamo qui e parliamo delle nostre grandi masturbazioni mentali eppure non ci vergogniamo e non ci stanchiamo e lo sappiamo che sono soltanto discorsi e non porteranno mai a nulla, e ora versami un bicchiere di Falanghina, apriremo poi un Roero Arneis, è freddo e nel frigo, non aspetta altro. Abbiamo trent’anni e diciamo ancora “spacca” e “bella lì”, la bella gente ci guarda male, non sarete un po’ troppo cresciuti? E ci accorgiamo che parliamo di pompini e scopate con una naturalezza sconosciuta, qualcuno ci morde la lingua, dice: certe cose si fanno e non se ne parla. Noi invece ne parliamo così tanto che finiamo per trascorrere notti in dolcezze a immaginarci mondi paralleli dove la gente si parla e si ama per davvero, dove non esiste l’interesse e ascoltare è più semplice del raccontare se stessi e un pompino conta tanto quanto una carezza, un sorriso.

Ho nascosto l’io sotto al giubbotto, ho deciso di guardare negli occhi e far tanto silenzio, prendermi il tempo del sorso del vino, di quando guardi il fumo sparpagliarsi nell’aria dopo aver fumato.

Oggi, solo per oggi, non ho alcun interesse che qualcuno mi legga. Nessuno. Presuntuoso come pochi, dirà qualcuno. Egocentrico, narciso, egoista. Può darsi. Leggevo di Bertolucci e quelle assurde polemiche sul sesso anale di mr. Brando all’insaputa di Maria Schneider e via e via, qualcuno diceva che chi scrive o suona o canta e cose così va a finire che a volte dimentica le consuetudini cordiali e sfrutta cose e persone per quella necessità che lo muove. Io non lo so se è poi così vero, tengo davanti il rispetto e la buona creanza, ma è vero che capita di debordare: augurare buone notti a chi ha già chi gliele augura, salutare con invadenza gli sconosciuti, porre domande che possono essere mal interpretate.

Immaginiamo mondi dove tutto è permesso, poi nella presenza dell’a tu per tu siamo semplici e sorridenti, poco furbi e sprovveduti. Creduloni e sciocchi, facilmente affascinabili. Così ogni tanto, più per paura che per desiderio, abbassiamo lo sguardo e ci fissiamo le scarpe. Incapaci di muoverci e con la paura di essere giudicati tatuata sulla fronte. Troppo magri, troppo grassi. Vorremmo essere sempre altrove e non sappiamo goderci il momento, così trascorriamo in noia le nostre notti e se appariamo folli, ribelli o invadenti è perché non sopportiamo l’immobilità. Chiamala tu superficialità, colpiscimi in mezzo agli occhi e ripetimelo più volte: se sei questa continua confusione è perché vuoi vivere più vite e fingere di non esistere per davvero. Hai così paura della morte che ti crei più esistenze nella speranza dell’immortalità.

Perché ancora vivi col desiderio di lasciare qualcosa alla posterità? Perché non abiti il presente con passo sicuro? Una volta qualcuno mi ha detto: volevo fare tante cose, poi ho fatto due figli e a loro leggo una fiaba ogni sera e insegno il saluto e l’incontro, credo sia molto. Così di fronte a quella montagna ho aperto la bocca nel gesto dell’estasi. Famosi o non famosi, non c’è tempo per arrivare a tutti. E poi ci pensi ai volti di plastica degli attori di Hollywood, di quella volta che ho scritto “A Miché”, l’amico mio negro che si voleva far prete per non entrare nell’esercito e mi faceva vedere le foto della sua ragazza che aveva due figli,  Miché che con l’inganno e in elemosina sorridente si è fatto regalare una macchina fotografica ed è diventato il più ricco del villaggio facendo foto e vendendole, poi ha preso una barca, è venuto in Europa, mi ha scritto dalla Germania: mandami dei soldi. Gli ho risposto col cazzo, nulla ti è dovuto, amico mio. E mi sono sentito male per mesi, ora quando c’è qualche notizia di quelle tristi sull’emigrazione io penso a lui. Penso alle storie originali e provo a togliere il velo del pietismo come si fa col grasso quando il brodo raffredda. Siamo sospesi tra il buonismo e il cinismo. Tutti questi ismi che ci riempiono la testa. Che ce ne facciamo del pensiero strutturato? Mi dici tu.

Quando vai a teatro e c’è lo spettacolo di DelBono, quello nuovo, si chiama Orchidee e ci recitano un ragazzo down, un ex tossico mendicante e un signore di 77 anni che ha vissuto più di metà della sua esistenza in manicomio, e poi uomini e donne imperfette eppure così veri che tu dici il mondo è insopportabile, ma se troviamo un modo, uno stile per starci può aprirci a speranza. C’è un girotondo di nudità che fa pensare ai quadri di Renoir, pittore della gioia, per qualcuno. In quel momento ho fatto pace col teatro, mi sono detto tutto sta qui e non era un’idea fricchettona, ma solo il riconoscimento del corpo e il suo utilizzo per non sbranare, per non appagare, ma per stare insieme. Non c’è una drammaturgia tradizionale, non per forza una storia, ma corde vive e confessione sincera: per me l’unica gente possibile sono i pazzi diceva il mio caro Kerouac, ma il pazzo è colui che esce dal paradigma è alogico che poi forse è una patologia, forse sarebbe meglio dire, pur con un neologismo, è antelogico: quel che era prima della parola e trova nella parola riposo soltanto dopo essere uscito dai binari che i più hanno disegnato.

Rendere questo mondo vivibile è possibile soltanto se riconosciamo la nostra umanità e non cerchiamo di adeguarla agli spigoli che ci hanno disegnato intorno. Ci chiameranno esseri semplici, poveri, perversi, disperati, peccatori e impuri. Saremo santi che ballano una musica che gli altri non sentono. E ballano, e ballano, e ancora ballano e per le strade si riconoscono.

Foto: Nicoletta Branco, il mio amico scrittore.

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LETTERA A UN POETA

Caro,

ti scrivo anche se non ci conosciamo, ti scrivo perché ho bisogno di confidarmi a qualcuno senza essere accusato di invadenze.

Siamo pietre che quando rimbalzano sui fiumi piatti saltellano e lasciano scie tonde, poi affondano e riposano nascoste ai più in attesa che qualcuno si tuffi per raccoglierle.

Così i nostri scritti. Proiettiamo le nostre interiorità sul bianco e rischiamo la critica, il giudizio e il riso. Lo facciamo per necessità e per sentire.

Come è difficile, amico mio, qui il mondo si guarda allo specchio e non ci accarezza le guance. Siamo così narcisi che ci specchiamo nelle vetrine per sapere quello che gli altri dicono alle nostre spalle. La nostra camminata e le sporgenze dei nostri bacini.

Non esistono più i gruppi o le correnti e così ci ritroviamo fermi sulle sedie con la testa china a cercare il plauso sui social network per sentirci meno soli. Che ne è del gruppo ’63 o degli under25 tanto cari a Tondelli? Il massimo che riusciamo a fare è organizzare serate nei piccoli locali e circondarci di amici sensibili. Ma frequentarci in scrittura è un’altra cosa. Quanto sarebbe bello stare intorno al tavolo e leggere di noi. Lasciar consumare i sigari al vento per il desiderio di farci ascoltare. E farci accarezzare i capelli soltanto al mattino. Magari tu a casa hai qualcuno che ti aspetta.

Nessuno ci aiuta, è vero, ma noi non ci aiutiamo. I nostri vecchi piangeranno le nostre morti, incuranti e inconsapevoli macchine per la distruzione. Il fatto è che vogliono salvare questa nave che è affondata da tempo e lasciano indietro il futuro. Sono così legati ai modelli che tutto è giudicato secondo parametro e dove c’è il talento non si fa nulla perché questo emerga. Fuori dai binari non viaggiano i treni.

Non siamo qui a darci la colpa, ti scrivo perché mi manchi. Mi mancano le tue parole, le tue lettere, i tuoi giudizi schietti, l’affetto dato dalla rivelazione delle nostre intimità.

Sai quanto mi piacerebbe parlare dell’amore e poter dire: vorrei morire per l’incavo delle sue scapole senza sentirmi un inetto. Questo nulla che ci sovrasta oggi risplende, nascosto, nel cielo azzurro di Milano. Nemmeno le nuvole osano contraddirlo. I passi sono stanchi e gli occhi appiccicati ai cellulari. Abbiamo le tasche più consumate di sempre.

Caro amico, dove sei? Dammi notizie di te. Scrivimi, cercami. Facciamo qualcosa. Li vedi i musicisti che stringono amicizia, fanno le jam e magari non si piacciono, ma si stimano, si aiutano. Perché noi no? Perché ancora cerchiamo la soddisfazione personale soltanto? Perché?

Al posto di trascorrere le nostre giornate sulle reti per tastare il polso al paese reale e poi farci pagare i laboratori per sopravvivere, facciamo così: trascuriamo quella boria che ci vuole insegnanti, neghiamo le cattedre e apriamoci al confronto, diamoci degli appuntamenti, apriamo le nostre case e decidiamo di leggerci e guardarci.

Potrei mettermi in ginocchio per ascoltare le tue parole, o in piedi sull’attenti, o seduto con le gambe incrociate, chiudere gli occhi, magari piangere o urlare. Sorseggerei del vino.

Preferisci finire anche noi come i nostri padri, su quelle scrivanie a decidere i destini dell’umanità? Domandami cosa c’è sotto al banco, pensa ai polpastrelli consumati, alle rughe dell’espressione, alle crisi di nervi davanti ai loro figli, ai mariti, alla frustrazione nell’osservazione dei muscoli altrui.

Finiremo noi come i filosofi e ci circonderemo di giovinette?

Indossiamo pure i nostri cappotti invernali, copriamoci di ridicolo ordinando un vino pregiato nei bar milanesi. Facciamoci invitare a cena dai nostri amici più ricchi e poi raccontiamocelo. Condividiamo questa povertà, è uno spazio raro, durerà poco, troveremo il modo per cavarcela, lo sai e non saremo più quelli che siamo ora.

Prepariamoci al tuffo, alle mani che verranno a raccoglierci, facciamolo insieme, che le correnti logorano chi le contrasta e modellano a loro piacimento. Facciamoci forti, facciamolo insieme e diventiamo diga.

O amico caro,

a presto.

Marco

Foto: dalla rete, Corso e Ginsberg.

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Così

Consumavo il telefono e pigiavo tasti in serie per riuscire a ridurti in numeri. Per dimenticare il suono della tua voce ascoltavo il peggio della musica indipendente e mi dicevo pensa però che nella musica l’indipendenza esiste e si può ancora dire quello che si vuole. C’è una band che si chiama l’Orso, gli è uscito l’EP, cantano la felicità di non amare nessuno: sarebbe straordinario, l’ho scritto sul biglietto della metro, poi mi sono accorto che non l’avevo timbrato, allora sono andato sulla verde, alla stazione di Lambrate, solo per il gusto di usarlo, l’ho fatto vedere a un controllore e sono stato attento che lo leggesse, mi ha detto: lei non può scrivere sui biglietti, gli ho detto: beh, ho scritto una cosa vera. Lui ha fatto quella faccia là di chi non gli interessa mica tanto quello che hai da dirgli e allora me ne sono andato. Intanto su Instagram tu mettevi foto che sembravi Majakovskij con quella blusa gialla, io sono esploso in wow mentre la poesia russa chi la legge più: forse i diciottenni. E questa è la bellezza del secolo nostro: i diciott’anni e le velleità che nessuno ha cancellato a penna. Quando sul treno ho dato un biglietto a una ragazza coi capelli rossi con scritto: rossa sei rossa, chiaccheriamo? Si è presa paura. Quando ho chiesto dov’è la stazione a due signore ingioiellate: si sono prese paura. E’ inutile insistere, ogni rapporto chiede pazienza. Non troppa, signorina Majakovskij, non troppa. Ora vorrei descrivere quegli esserini verdi che popolano il mio soffitto, sono sempre di più, sempre di più, ancora di più, hanno teste di gnu e corpi da donna: avrai finalmente una buona ragione per credermi pazzo. Vorrei solo dirti che il mio maglione grigio ha dei buchi, così lo indosso solo in casa. Ma alla fine il mondo che se ne fa del grigio? Meglio darlo alle tarme, dai.

Foto: L’orso, la band, http://lorso.bandcamp.com/ (semisonsbagliatocolsitocorreggetemi).

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Le trombe in aria

Le scritte sui muri affidate ai sottopassaggi. Le notti guardate attraverso il passamontagna e le bombolette spray incastrate nelle tasche dei jeans. Ora li fanno troppo stretti, guarda, niente a che vedere con quelli degli anni novanta che lasciavano più spazio al cavallo. Il fatto è che dai nostri diciott’anni, la patente presa e soltanto due errori in crocette, noi non abbiamo mai vissuto senza “ismi”. Maturati e cresciuti nel berlusconismo, la negazione di ideali con radici salde, e socialismo, e liberismo, chissà dove ce li hanno nascosti.

Ci definivamo anarchici ed eravamo così inconsapevoli quando compravamo il Manifesto e lo tenevamo sotto al braccio per entrare in università, poi dal compagno di banco leggevamo le pagine dello sport dal Corriere Della Sera, ci credi veramente tu? Ti rispondevo non lo so, non lo so davvero. Svilupperemo una coscienza critica, dicevi, e mi prendevi a schiaffi dietro le spalle perché avessi il coraggio di alzare la testa e guardare gli occhi vivi di quella bionda alla manifestazione. Te lo ricordi quando sotto ai balconi le vecchie si facevano nonne e ci offrivano il caffè? Ragazzi entrate, venite a trovarci, dicevano loro. E dai racconti degli altri accumulavamo esperienze.

Tu, intanto, ti abbonavi all’Internazionale e facevi colpo sulle ragazze impegnate. Io ti dicevo che avevamo scelto bene, che credere in qualcosa e lottare per quello rende più belli, che non avevo mai visto tanta figa quanta ne trovi alle riunioni dell’impegno esibito. Tu alzavi le spalle, non ti è mai interessata l’estetica, così non facevi sport, snobbavi la palestra e ti dedicavi alle lettere. Avevi imparato a fare silenzio e c’erano giorni che prendevo la canna da pesca per tirarti fuori un saluto. Dicevi: non tutti i giorni son fatti per proporre novità e così ci confrontavamo soltanto guardandoci a distanza.

Quando sei partito mi hai detto tornerò, lo sai.  Anche lei tornerà prima o poi. Della mia prosa dicevi che ti piaceva un sacco, diverrai un grande quando te ne fregherai degli altri e sarai vero con te. Impara a serrare le labbra e lo sguardo che scruta, non temere il giudizio e fai del tuo sacco un peso leggero. Abbiamo molti più possessi del necessario, molti più abiti di quanti ne chiede la bellezza. Io rispondevo: ti ridurrai come quei santi che muoiono soli e allontanati da tutti, con una donna che si renderà conto di quanto ti amava soltanto quando ti vedrà sconfitto e senza più forze per cercarla. Senza abbracciarmi dicevi chisseneimporta, se non ci salverà un’ideologia o un amore ricambiato troveremo una ragione nella ricerca. Poi ti sdraiavi per terra, accendevi una lampada e leggevi le poesie dei sufi, i tuoi discorsi a mezza voce: che giriamo fortissimo intorno a noi stessi e non è egoismo, è cercare l’altissimo nel vortice. Noi come le trombe d’aria colleghiamo il cielo alla terra, creiamo caos perché qualcuno prima o poi torni a mettere ordine.

Foto: Nan Goldin.

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La danza delle farfalle e i pesci carango

Ti chiedi il perché delle parole in giorni come questo. Immagini bocche cucite con l’ago che trapassa la carne, il filo che si tende e le labbra ridotte a fastidio. Guardi il brufolo sulla tua spalla destra con meno attenzione e davanti allo specchio fissi i particolari col pensiero altrove: non hai coscienza del tutto.

Ci sono morti e tragedie che ti interrogano e per qualche momento ti fanno uscire da te, non sei più tu e tu soltanto, ma torni uomo tra gli uomini. L’orrore, la compassione e un timore che ti prende da dietro e ti fa saltare sul posto e urlare: ho paura della morte. Non passa giorno che non ci pensi, e se davanti al naufragio di nostra noncuranza eviti d’interrogarti hai stretto il cuore in sacchetti di plastica, il sottovuoto di chi per non soffrire si costruisce rifugi: chiamo baracca l’odio, tenda il cinismo, tetto la superbia del “lo sai, va così, sarà sempre peggio.”

Ti parlerò ora delle farfalle africane che al termine della stagione delle piogge aspettano sui fiori che le ali si asciughino, poi prendono il volo. E’ il tempo dell’amore, cercare un simile e condividere il sole presente. Troppi alberi, troppe foglie, troppi arbusti, cespugli: non c’è lo spazio per la bella danza. Così via a risalire il fiume, chilometri e chilometri di volo per arrivare in alto, quando la vegetazione si fa rara, sotto alle cime della montagna. Il cielo aperto e lo spazio per la piroetta, chi vola più in alto, chi vola più in fretta. La meraviglia dei colori e quadri in divenire, l’amore che sboccia nel movimento, l’accoppiamento che è un meravigliarsi del volo e poi amarsi senza toccare terra. Dopo l’amore tornare in foresta. Lasciare di nuovo al cielo il suo spazio, carichi di prole per l’anno a venire, ricchi di bellezza. Nessun predatore ha mai pensato di guastare la danza, nessuna tempesta, mai nessuna nuvola.

Nei mari d’Africa poi la mole grande del pesce carango che vive in solitaria e caccia il pesce più piccolo. Poi viene la stagione meno pescosa e raggiunge i suoi simili, si ritrovano in branco, abbandonano il mare, risalgono la corrente del fiume e arriva un momento che si fanno danza: compongono un cerchio e via in girotondo. Quando lasci la fila indiana per concederti il tondo scopri che ti precedeva e chi ti seguiva, li guardi e nel volto lasci dietro le spalle la solitudine. Così il carango e la magia del nonsense del rito.

E allora smettere di pensare le relazioni come un possesso e appiccicare il fine a qualsiasi forma di intimità: l’ho scritto sulle note dell’Iphone quando in metropolitana si consumava il balletto degli sguardi tra gli sconosciuti. Che se ci avviciniamo è perché esistono alfabeti che non ricordiamo, ma possediamo per sensibilità e ferita, per meraviglia e vissuto. Dei nostri contorni che non sono infanti da riempire per intero. Nel metro di vita nostra già diamo i numeri, quanto hai vissuto, quanto ancora ti manca, dai non pensarci, lasciati andare, c’è una corrente da risalire, una danza ancora da ballare.

Foto: dalla rete.

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A pisciare sull’erba

Il mio buongiorno con le labbra sporche di marmellata. Ci facevano paura le metropolitane e tutti quegli scontri fortuiti. Non ho ancora capito se è troppo piccola la città o le gallerie, ma prima o poi finiremo per incastrarci.

Così alla stazione centrale guardavo le valigie e mi stupivo di tutto quel fucsia. Sarà perché faccio fatica a vestire i colori, ma è così sciocco che tutto questo mi infastidisca. Se hanno inventato il fucsia una ragione poi ci sarà. Dipende da come lo usi, diresti tu, e finiremmo a parlare di questo “come” che sostituisce il “cosa” per importanze.

Lo stile è tutto scrivono i creativi sui manifesti, questi apoftegma sparsi per la città e ignorati dalle intelligenze perché troppo moderni.

Mentre in parlamento si gioca a rialzo, si salvano quelli che salgono sui gradini e al momento giusto sanno scendere, farsi una gran corsa, evitare di farsi catturare e poi basta un saltello e via in salvo, penso ai movimenti del tuo occhio che sa catturare i tagli della luce e distingue tra soggetti e sfondo. Io invece mischio il tutto in parole e tu ti stanchi in fretta, non finisci nemmeno di leggermi. L’estate scorsa me lo dicevi: non faccio apposta, ma dopo un po’ lascio perdere, non perché non mi interessi, è che la mia attenzione se ne va, chissà poi dove va.

Dovremmo parlarci per immagini, ma sai che fotografo male e disegno anche peggio, sarà che non mi ci sono mai messo sul serio. E in tutto questo ho perso il senno e non lo so più dove volevo arrivare. Cerco di fare chiarezza così vorrei distinguere tra parola bella e parola necessaria, e poi nel necessario cercare il bello. Quel che mi interessa della parola è il suono, il ritmo che prendono le nostre labbra.

Mentre mi leggi fai attenzione a quello che ti succede: la bocca, il respiro, le dita dei piedi. Vorrei che mi ricordassi come un qualcuno che suona le viscere e concede al pensiero due passi nel verde. Come il cane che muove la coda, raggiunge il parco e piscia in pace santa, così anche tu, qui tutto ribolle e non sai mai a dove aggrapparti. Lasciati andare, giù i pantaloni, come in montagna, noi dietro agli alberi, l’aria fredda, l’erba che fuma. Non ti preoccupare, nessuno ci farà poi caso e ti sentirai meglio.

Foto: dalla rete.

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Sei così bella

Le otto del mattino in coda fuori dalla posta. I pensionati con l’ombrello in tasca si scambiano opinioni sul tempo dell’attesa. Che fretta hai? Devi timbrare il cartellino? Forse il ragazzo, dice un baffo e indica me. Io scuoto la testa. Non ce l’hanno il lavoro quei giovani, non ce l’avranno mai. Piego le labbra, rispondo con l’occhiolino. La nostra gioventù raggiunge la scuola pubblica: lo zaino in spalla e la sigaretta accesa tra indici e medi vergini d’abitudini. I capelli decolorati e questi jeans così attillati che fanno i culi tutti uguali. L’orgoglio metal sulle magliette. Io li guardo dritti negli occhi, qualcuno mi fissa, sembra mi sfidi e poi all’ultimo si vergogna. Le ragazze si toccano spesso i capelli. Io anche.

Dopo un inizio così magari immagini ti propini qualcosa di nostalgico: i racconti della mia adolescenza infelice o della mia giovinezza feconda, oppure qualche considerazione su questa che chiamano crisi o sullo scoraggiamento che ci piega le spalle verso il basso. E invece no, alla fine lo sai che finisco sempre per parlare delle tue cosce e della tua voce che ormai ho dimenticato.

Ieri ero in sinagoga e si discuteva del silenzio, io non ci so tanto fare così scrivo qui e corro il rischio della tormenta. Che mi dedico agli sguardi ormai lo sai, con la presunzione di portarmi a casa il solco degli occhi e di conservarlo con me per sempre. Il bello è che sono attenzioni che non chiedono ritorno.

Mi piacciono i soffitti alti e le pareti bianche perché posso riempirli di immagini. Sei così presente quando non ci sei. E mi dicevi se la casa è troppo grande apri le finestre e lascia entrare il cielo, lui sa come occupare gli spazi, vedrai ti sentirai meno solo. Io sulle prime m’appesantivo in retorica, poi immaginavo la tua lingua muoversi sul palato e tutto acquistava leggerezza. Ora tutto è bianco qui, bianco il cielo, bianca la mia maglietta e così bianco anche lo spazio che mi circonda. Potrei dirti che so già che vesti il nero anche oggi. Che ci vorresti qui tu e tutti quei simboli che ci disegnavamo sulle cartelle ai tempi della scuola: sia pace, sia equilibrio, sia perdita di ogni controllo.

Dimmi se sul Canal Saint Martin c’è ancora il segno delle mie ginocchia, di quando il vino mi aveva fatto perdere la direzione e parlavo con le anatre chiedendo loro il perché delle tue lontananze. Se tu fossi qui forse mi spaventeresti, oppure no, saresti a tuo agio, magari coperta soltanto dei tuoi tatuaggi. Quando ci vedremo portati un cappuccio, mi piace tanto e poi rassicura.

Ora dovrei fare come gli scrittori quelli veri e dirti tutto quel che ho capito sull’esistenza, ma sono così confuso che non saprei da dove cominciare. Solo una cosa mi è venuta in mente: quando mi chiedono qualcosa devo accarezzarmi la barba, pensare un poco e poi rispondere. Che ogni parola ha il suo peso e per uscire da questo silenzio che ci siamo costruiti intorno devo attraversare il cielo, mangiare le nuvole e poi raggiungerti. Non è mica semplice, ci vuole concentrazione. Dai fatti ancora una foto, dai resta ancora sull’attenti. Sei così bella. Te lo scrivo così, ma immagina la mia lingua che batte sul palato.

Foto: dalla rete.

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Quando mi assaggerai saprò di buono

Puoi continuare a ripetermi che tutto ha un senso. Le nostre telefonate notturne terminano per sfinimento. Ti domandavo il perché di tutte le pause che vi prendete voi donne e mi mostravi la scritta sulle tue scapole: remember me. E trascorrevo le ore del buio domandandomi come è possibile per me dimenticarti, poi a mattina realizzavo che quella che non si vuole dimenticare sei tu. E in mezzo al frastuono di nostre vita trovi il tuo spazio in quei silenzi che nessuno può disturbare. Quando tutto è sospeso non succede nulla, dicevo. Sei piccolo, replicavi tu. Ma se ho 31 anni, continuavo io. E la cosa ti rassicurava, che dopo i trenta uno ha coscienza almeno dei suoi limiti, ti tingi ancora le unghie lo sai? Non smetterai mai.

Quando nominavamo gli amici comuni era soltanto un modo per rassicurarci. E ti leggevo le mie poesie sempre nello stesso modo. Ti dicevo dovremmo tagliarci, meno parole e più intenzioni. Io qui a cercarmi un’offerta su Groupon per andare in palestra a rifarmi le spalle. Ho portato qualche peso quest’anno, mai troppi. Ho le dita consumate dalle intolleranze.

Ci hai mai pensato che i presidenti delle squadre di calcio hanno sempre il bilancio in rosso? Quando sei ricco conta soltanto il prestigio, che tanto povero non lo diventi mai. Quando invece ci credi e te la rischi, va a finire che a sera devi svuotare le tasche e ribaltare la lavatrice per recuperare gli ultimi cents. E così dai progetti per il bene comune finisci con l’inventare strategie per sopravvivere.

La chiami vita, questa? Che ce ne importa degli eremiti, dicevi tu. Io penso solo e soltanto a fare l’amore. Come fai a farti rovinare la giornata da un contrasto, un contrattempo, un saluto poco considerato, un’umiliazione ricevuta da chi non stimi? Altra cosa sono i dolori e le pieghe minute sotto agli occhi. Lo stress e le tensioni per lo sconosciuto e la rilassatezza di un pantaloncino e una canottiera. Se fossi donna non indosserei mai il reggiseno. Avrei i capelli lunghissimi o cortissimi. Leggerei Proust e Dostoevskij, o magari tutti e due. Invece son zuppo di peli sul petto e leggo gli americani, i francesi e gli italiani melanconici. Non sopporto più la comicità, e dire che a tavola rido.

Ora tu chissà dove sei, seduta a un tavolo a riflettere sulle prossime mosse di quei giochi che facciamo diventare seri, Giralamoda o quanto è bello il teatro. Vieni a cena, stasera, cucino io. Sei lontana, non verrai. Cucinerò lo stesso, così la prossima volta, quando mi assaggerai, saprò di buono.

Foto: dalla rete.

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D’aglio, prezzemolo e boschi

Un soffitto nuovo e un materasso morbido per appoggiare le guance.

Un contratto saltato, le coincidenze vengono per farci abbandonare le strade in discesa. La vita felice non è fatta di possesso e successo, ripetere dieci e più volte fino a farlo diventare un mantra: sesso, sesso, sesso. Facciamo suonare le sibilanti e poi ancora.

Il fatto è che sopravvalutiamo la nostra animalità e finiamo per ricercarla senza desiderarla davvero. Così che la meccanica dell’unione delle nostre nudità non ci lascia che ferite. E sospiriamo cercando di trovare lo stesso ritmo del respiro. Basta uno sguardo, mi dici tu, e per quello sguardo impieghiamo eternità, sarebbe sufficiente un secondo, magari due, ma abbiamo le tasche dei jeans zuppi di paura.

Ti scrivevo che non è la prima volta che sento il tuo nome, che quando avevo tredici anni lei ne aveva diciassette, raccoglieva il sole sul balcone e mi prendeva in giro quando mi sbucciavo le ginocchia calciando il pallone.

Finisce sempre così: troppe attenzioni non fanno altro che allontanarci. Ma ormai, lo sai, non sono fatto per le strategie e ancora quando giochiamo a tris metto la x nel centro. Attaccare dai lati è sinonimo di vittoria.

Del tuo sorriso scazonte e della malinconia dei tuoi occhi.

Mentre mi sorprendo della tua determinazione e di quanto a me invece costa il silenzio, gli amici scendono le scale degli aerei e fanno loro lo spazio di una nuova casa, che cosa cucini stasera? Bisogna che tutto s’impregni di noi.

Finirei ora sdraiato sul letto con la penna in mano, a scriverti una lettera che non saprei dove spedirti. E immaginerei domani e renderei i sogni sensibili. Quand’ero piccolo mi perdevo nei prati e mi emozionavo nel cercare i funghi. Di quella domenica pomeriggio che aveva piovuto tanto, ho indossato gli stivali gialli di gomma e poi con nonno a cercare le lumache. Sacchetti pieni, lo sai? Il viscidume sulle mani non aveva niente a che fare con la mia adolescenza, poi tutte in vasca a morire affogate. La farcitura e poi il forno. Odore d’aglio e prezzemolo, delle strade lunghe di rue Turbigo. Se tornassi bambino ti prenderei per mano e non avremmo spigoli, lo sai, forse davanti ai muri rimbalzeremmo, non come ora, che ci facciamo male.

Foto: dalla rete.

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Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

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