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Ammappate oh

Alla fine di tutto, prima delle albe, dopo i tramonti, quando le luci artificiali si accendono e le cucine si scaldano, i fornelli bruciano e sulle autostrade luccicano i giubbotti arancioni dei lavoratori; qualche Suv è fermo vicino al guard rail col cellulare acceso per avvisare la moglie di un ritardo.

In tutto questo, nella sera che viene, nelle palestre che si riempiono, nell’ansia che ti sale sui fianchi e ti prende alla gola quando viene buio, dentro di me nasce una rabbia prepotente, al posto di tagliare le cipolle per farmi piangere vorrei prendere il martello e distruggere i muri. Quelli che ci separano e poi tutte le incomprensioni tra le virgole e i punti.

Non ho voglia di nulla, anche i libri sono un di più e mi vien da ridere perché i momenti più veri dell’esistenza a volte sono quelli di un vaffanculo preso dritto sulla faccia, di un pugno allo stomaco o di un rifiuto. Quella che chiamo felicità deve fare a meno delle confezioni dorate dei cinema e di certe romanticherie adolescenziali scorte tra le pagine dei libri, fuori dal nichilismo nero dei Navigli, fuori dalle barbe lunghe che nascondono i denti e il rosso di certe labbra saporose.

Quando vai nei pub e ti bevi la birra ascolti la musica di vent’anni fa, dimmi perché dai.

Dovremmo appoggiare le scarpe sul divano e non aver paura di sporcare che lasciare un segno del nostro passaggio è seminare ricordi. Quando mi dirai che ti voglio bene solo quando scrivo io non ci crederò. Ammappate oh, ecco così dovrebbe essere, mica tutta quella paura che ci siamo rovesciati addosso. Ammappate oh.

Foto: da tumblr.

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Così

Consumavo il telefono e pigiavo tasti in serie per riuscire a ridurti in numeri. Per dimenticare il suono della tua voce ascoltavo il peggio della musica indipendente e mi dicevo pensa però che nella musica l’indipendenza esiste e si può ancora dire quello che si vuole. C’è una band che si chiama l’Orso, gli è uscito l’EP, cantano la felicità di non amare nessuno: sarebbe straordinario, l’ho scritto sul biglietto della metro, poi mi sono accorto che non l’avevo timbrato, allora sono andato sulla verde, alla stazione di Lambrate, solo per il gusto di usarlo, l’ho fatto vedere a un controllore e sono stato attento che lo leggesse, mi ha detto: lei non può scrivere sui biglietti, gli ho detto: beh, ho scritto una cosa vera. Lui ha fatto quella faccia là di chi non gli interessa mica tanto quello che hai da dirgli e allora me ne sono andato. Intanto su Instagram tu mettevi foto che sembravi Majakovskij con quella blusa gialla, io sono esploso in wow mentre la poesia russa chi la legge più: forse i diciottenni. E questa è la bellezza del secolo nostro: i diciott’anni e le velleità che nessuno ha cancellato a penna. Quando sul treno ho dato un biglietto a una ragazza coi capelli rossi con scritto: rossa sei rossa, chiaccheriamo? Si è presa paura. Quando ho chiesto dov’è la stazione a due signore ingioiellate: si sono prese paura. E’ inutile insistere, ogni rapporto chiede pazienza. Non troppa, signorina Majakovskij, non troppa. Ora vorrei descrivere quegli esserini verdi che popolano il mio soffitto, sono sempre di più, sempre di più, ancora di più, hanno teste di gnu e corpi da donna: avrai finalmente una buona ragione per credermi pazzo. Vorrei solo dirti che il mio maglione grigio ha dei buchi, così lo indosso solo in casa. Ma alla fine il mondo che se ne fa del grigio? Meglio darlo alle tarme, dai.

Foto: L’orso, la band, http://lorso.bandcamp.com/ (semisonsbagliatocolsitocorreggetemi).

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