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Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

Un Cipì o uno qualsiasi, volatili e smog sui fili della luce e temporali che tardano a venire.

Tutti sul filo, l’equilibrismo dei giorni per questi inviti a cui non rispondi mai. Le chiamerei umiliazioni se solo potessi permettermi di leccare l’asfalto e farmi maledire da lassù. Posso umiliarmi da me, da me soltanto, gli altri non riescono in nulla, muri infrangibili le mie guance sode e codazzo di pelo per ripulirmi dalla calunnia. Salite sui miei fianchi, gli argini sfuggenti della parola aguzza per la barca morbida delle mie labbra a frangere i flutti delle vostre euforie col muscolo gonfio dei giorni migliori insemino il mondo con parole liete.

Gravido ventre di terra riposa al suolo il seme dell’oggi e presto fiorirà, ne son certo. Non c’è timore in questo procedere a balzi, facciamo avanti e indietro come i Taxi della notte col satellite appiccicato al cuore noi; soltanto fiotti e sangue senza bisogno di additivi per far cadere dal sonno la notte e rialzarci in parata con le braccia alzate.

Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia della chiacchera intellettuale, noi che sfiliamo soli al ciglio delle piazze per guardare il centro e non perderci in attacchi inutili alle maggioranze, noi che siamo sconfitti perché non reggiamo il confronto, noi che ci ritagliamo gli angoli per essere protetti dai muri bianchi, vergini alle parole che fanno male e puri nel pensiero. Perdenti in debolezze e fragilità, la carne e il desiderio intimo di una compagnia capace di cemento e pala, scavare e costruire, questo vorremmo dalla scoperta che la nostra lingua è un muscolo e si lascia andare al braccio di ferro coi suoi simili, ma chiede tempo per abbattere muri, e freni ed età.

Non siamo fatti noi per il contingente, guardiamo in prospettiva e ci trasciniamo tra la velocità delle nuvole e i treni in ritardo e quando potremmo calcolare i tempi preferiamo variare il percorso e perderci che le città si rivelano sulle strade e i loro incontri e per i musei lasciamo spazio alla seconda età dello sposo e ai marmocchi vocianti che corrono sulle scale e battono le mani e la testa e cadono e quella, quella la chiamiamo vita, rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo.

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9 maggio

Non era un film. Cento passi da qui e poi trent’anni e numeri scarni. Una Renault rossa e una ferrovia, il grigio della città e il fascino ardente della notte tra i lampioni e il buio per le urla che non ci hanno raggiunto.

E seduto sul divano ho provato a modellare l’aria per averceli a fianco quei due che non hanno bisogno di un palcoscenico mi sono detto. Peppino e Aldo saltava la piazza. Aldo e Peppino e i nomi dei nostri nonni. Torneranno per aiutarci a distinguere bene e male e non ci faranno una trasmissione televisiva. Non torneranno.

Le sigle incise sul marmo e poi nebbia e cultura come quei voli interminabili dalla questura, la confusione delle morti per dirci che non ci stiamo capendo niente finché ci concentriamo sulle colpe. Che la felicità non è soltanto una questione personale e la memoria è una storia per bimbi con la paura necessaria per la consapevolezza e i nostri contorni da colorare sulle magliette di quelli che ci hanno detto importanti.

Di lì a poco i favolosi anni ottanta e tutti gli abiti delle rivendite vintage. Il mio pensiero come un tappeto sfilacciato ai bordi e lo sguardo all’Altissimo, per giungere alle viscere il sesso necessario, le parole che affollano le nostre teste a forma di stadio e i cori del pre pre partita per placare le nostre ansie da prestazione.

Che la bellezza è parola abusata, bellezza puttana ci hanno sputato sopra gli hypster del Rocket, hanno visto barbe rincorrerla in Macao e lei ancora scappa tra i fili del telefono il sudore buono degli sguardi teneri. Di quando avrei voluto morderti le guance, il tuo sedere che chiami grosso e tutti i tuoi però.

Che basterebbe fidarsi e lanciarsi, la paura di quel che siamo tatuiamocela sulla schiena, che non c’è tempo per il dubbio e non c’è spazio per le proiezioni sui grattacieli. Prendiamoci in braccio e stringiamoci le mani fredde, che vorrei alitarti tra i palmi per farti respirare estate.

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MACAO

L’aperitivo al bar, lo spazio neutrale per i nostri sguardi. Ci siamo detti è tardi, che gli anni ci pesano sulle spalle come le stellette dei militari e quanti morti avremo sulla coscienza? Che senza accorgercene ci siamo lasciati scappare il ciuf ciuf dei futuri.

Perdersi nei farò è l’immobilità concentrica della parola che decliniamo al condizionale con tutti gli avremmo, i dovremmo, i faremmo che ci penzolano dal soffitto che per evitarli ci trasformiamo in fotocellule. Le macchine fotografiche per dirci lo vedi, ci sono, ragiono e poi che altro vuoi? L’immagine è testimonianza ti ho detto, ma è il fare che diventa cronaca e sbagliare e disfare. E così parlavamo di Milano, degli Arci chiusi e delle nuove aperture, ci faranno suonare, ci faranno cantare, ci faranno ballare? Per le nostre aspirazioni abbiamo bisogno spazio e orizzonti, cadranno i grattacieli ti ho detto, e vedremo finalmente le sirene e impazziremo quando ci diranno che bastava turarsi le orecchie per evitare il frastuono e dare ascolto alle nostre fragili intimità.

Così mi hai detto Hey man, questa sera c’è gente in un posto. Ti ho detto embé, e poi perché? Non so, andiamo, vediamo, ascoltiamo hai da fare? Io no. Io nemmeno. Precari i nostri vuoti dell’esistenza, precari i nostri silenzi e gli affetti, precari noi e i nostri lavori artistici e quando ci verranno a dire che quel termine è snob li tatueremo tra le labbra come un urlo. Artisti noi che non neghiamo quello che siamo. Artisti noi che ci proviamo. Artisti noi che ci creiamo. Artisti noi tutti, mondo, abbiate il coraggio, abbiamo le forze, questa è la nostra utopia e parole dense, che se non osiamo finiamo con l’accontentarci.

Le sedie in cerchio e i modi gentili, le nostre divise così diverse e sciarpe e taccuini per gli immancabili occhiali tondi. Che c’era un luogo della mente, che si chiamava Macao, che era un museo in movimento, forza d’urto e aria nuova, sguardo libero per scavalcare orizzonti. Mi son disegnato un punto di domanda sulla mano: cos’è? Perché? Com’è? E tutte quelle domande che servono all’armonia. Vorrei, ma si può? E la parola occupazione come un macigno, così attiva che pare un invito. Andiamo, facciamo, occupiamo. Si occupa quel che è vuoto, i pieni non hanno bisogno di nutrimento. E gli occhi belli e i sopraccigli impegnati, parole nuove e un alfabeto da ribaltare, che quando si fa gruppo c’è un codice che è uguale al linguaggio dei più, ma nasconde intese e progetti impensabili. E allora a culo i però e le perplessità immobili. Andiamo, facciamo, occupiamo, la parola diventa azione ed ora siamo tanti, siamo scalini e usiamo le nostre spalle per raggiungere altezze, che siamo un gigante su un grattacielo. E ci domandiamo il perché e davanti alla musica rimaniamo immobili, rimandiamo il ballo al futuro che ora nei nostri corpi viaggiano veloci i ragionamenti. Per ogni più un però. Mi piace, alla grande, cioè.

Andiamo a Macao! Andiamo all’isola che c’è, di piano in piano, di parola in parola e poi sguardo aperto, mente leggera, timone saldo e la trasparenza dell’acqua. Che siamo un mare e prendiamo il largo sui grattacieli, che se non li pensi ostacoli e ci sali, sudi e fatichi, ma si rompe il velo e prendiamo il largo su orizzonti nuovi.

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Il Lupo Mangiafrutta

Darling, darling, darling ti ripetevo, l’avevo scritto sulla tua schiena, sui muri della tua stanza senza finestre. Ci siamo messi a fare la conta delle tue cicatrici, che ti tagliavi le braccia per soffrire di meno. Mi hai detto che le mie parole adesso sono sale. Che non puoi far altro che scappare. E io ancora disegno schiene, lo faccio a suon di lettere perché prima o poi una sedia mi chiederà il perché di tutto questo girovagare e faremo a gara a chi ne sa di più. Che non è poi così importante fare gli Ulisse e spingersi agli orizzonti del mai. Facciamo esperienza dalle terrazze, noi, come le sedie, noi, che offriamo ristoro e poi lasciamo la libertà dell’andare e rimaniamo fermi, soli, in attesa di un altro peso, le nostre conoscenze a saltello e i primi scricchiolii, che ci facciamo sentire solo quando proviamo dolore.

Te ne eri andata chissà perché, mi ripetevo, e non trovavo nessuna spiegazione. Avevo aperto gli armadi, cercato tra le bollette scadute un segno della tua presenza, le mie camicie non portano ferite al rossetto e il nero dei tuoi occhi si scioglie sempre troppo in fretta che mi piaceva suonare le tue vertebre quando ansimavi forte e poi piangevi e poi tornavo a guardarti e ti eri trasformata in Pierrot. Come in quella favola fucsia te ne andavi in giro tra le mie guance a cantare dei nostri futuri migliori, quando smetteremo di interrogarci e ci faremo trasportare dalla corrente. Siamo salmoni, dicevo io e così ci è venuta fame, ma in casa non c’era nulla. Solo un sacchetto di cozze. Ci puzzeranno le mani dicevi tu, siamo in decomposizione ti rispondevo. E poi mi sistemavi i capelli e mi dicevi che quei discorsi poteva farli giusto Morgan quello dei Bluvertigo. Allora mi sono messo la giacca col doppiopetto e ti citavo la Commedia a memoria e mi dicevi che si capisce sempre troppo poco delle cose belle che la passione ha bisogno di stile e altre sciocchezze così ho tirato fuori la lingua e tu ti sei messa a corrergli intorno. Eravamo indiani nella nostra riserva, al riparo dagli occhi invadenti del mondo c’eravamo costruiti una capanna e credevamo di bastarci e non avevamo paura del vento. Mi si incollavano i capelli quando mi sono detto che forse non avevo i soldi per pagare l’affitto e mi sono rivoltato i jeans ti ho detto basta, dormiamo di più e tiriamo la corda che per stare nei cieli ci vuole equilibrio. Così sono sceso in strada e Milano col sole e le edicole aperte coi cartelli per dirci che non si regalano informazioni e non c’è più tempo per le domande. Le chiese sono sempre chiuse mi dicevo, non c’è silenzio qui, poi piazza Vetra sdraiato sul prato a leggermi Wallace ed annoiarmi così tanto che mi sono messo la maglietta in testa come certi calciatori e ho corso fino alle colonne ho bussato alla porta, la chiesa chiusa, mi hanno detto che fai, ho risposto bussate e vi sarà aperto e mi sono sorpreso a ridere solo. Ho un cappello e due orecchie in testa, l’asino o il matto, io, Ninetto e il corvo in Uccellacci e Uccellini e i tarocchi di Brera.

Tutta quella storia di te ed i salmoni l’avevo solo immaginata, lo sai? Neanche sognata che quando viene la notte mi si rivoltano i pensieri e trasformo le ore in marmo duro che non c’è spazio per le buone immagini. E tu chissà dove sei. Le macchine fotografiche tra tuoi occhi piccoli e le tue gambe a compasso. Hai le labbra sporche di caffè, ti siederai a un buon ristorante all’ora di pranzo e ordinerai un primo, magari con le melanzane che ti piacciono tanto. Rifiuterai il dolce e poi ti pentirai. E tornerai a parlare dei grandi del mondo e poi degli ultimi, gli opposti e le contraddizioni tra i colori scarichi di questa Europa. E sogni di Indie e Sudamerica tra i tuoi capelli. Tu come Pasolini, gli occhiali inseparabili e il male inguaribile dell’esistenza sensibile. Tutte queste parole a grandine tra i peli del mio petto, mi intestardisco sulle necessità e dimentico il resto. I panni sporchi e la polvere, e quel curriculum così vecchio che non mi serve a nulla. Manca la carta igienica in bagno. La solitudine è una scatolina che si dimentica quel che contiene. E guarda il buio aspettando il momento della libertà, l’aria nuova del gesto lento dell’aprire. Bussate e vi sarà aperto. Poi quel Toc Toc, il tuo chi è e il Lupo Mangiafrutta. Che frutta vuoi? Non c’è.

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Albatros

Noi copertoni di auto abbandonati in mezzo alle autostrade del Fuorisalone, ci vedono all’ultimo e poi ci maledicono, pericolosi come il cielo di Milano e le piogge che ci rovinano i capelli, e poi sul letto ritrovare il contatto fisico con le periferie contadine della poesia russa. Per le stanche lacrime di aprile, per ridipingere le nostre schiene al contatto coi muri per l’ultima sigaretta, la notte e tutti quanti a sprecare lo sguardo nell’attesa di un’accoglienza, io, te e le canzoni demenziali degli anni ’80 che dovremmo tenere sul cruscotto. La musica elettronica e i beatnik che mi sono perso sulla strada. La piscia calda degli studenti e San Lorenzo in fumo, i rivoli densi dei nostri intestini per le emozioni che non ho ancora il coraggio di digerire. Teniamo gli occhi aperti a mattino inoltrato, il cellulare accanto come una pistola per difenderci dalle solitudini, gli attacchi sterili dei rotocalchi alle nostre gioventù. Come Baudelaire e l’albatros, superbi noi nell’orizzonte delle sensibilità, sconfitti in terra, coi nostri modi goffi, le debolezze nell’uno a uno e la psoriasi sulle nostre nocche per tutta la pelle che mi sono perso sul materasso perché ogni giorno tramuto le ansie in parola; nenie le mie per i volantini rossi che non nascondiamo più e le rivolte sepolte tra le tivù. Non guardarmi negli occhi perché non ha più senso. Ci hanno costretto a urlare il nostro nome agli appelli, le mattine scariche dei settemila caffè. Nessun rispetto padri miei per il rilascio degli intestini, sapete anche voi che al risveglio è pisciare quel che più ci sta a cuore. Ai nostri bisogni primari, ai conti aperti con le intolleranze. Ci costruiscono intorno palazzi d’argento, le nostre Babele a forma di Dna per quella cortina antiuomo che separa la vita del sogno dei nostri muri bianchi dallo stordimento caotico del reale. E adesso dovremmo toglierci le bretelle e i grembiuli per la nostra isola di Wight, le grotte aperte dei nostri cuori e i segni nuovi della libertà disegnati nel nostro sottopelle, che sono cuori e stelle o scritte indecifrabili per ricordarci che non ci stiamo capendo un cazzo. Guardami negli occhi ora, e poi voltati, ancora, e poi ancora, e farci folgori tra la mollezza di queste scarpe col tacco che improvvisano danze tra i vetri rotti e gli aliti all’acetone delle camicie intrise di assenze dolciastre. Ci disegneremo un letto sulla schiena io e te e mi sorprenderai da dietro e potremo accoppiarci ovunque senza condividere un affitto, non aspetteremo il silenzio, non attenderemo la notte per i nostri corpi ribelli che ci chiedono il conto dei giorni e ci interrogheremo sulle nostre indigestioni, sui libri, i film senza spari e l’alcool economico dei supermercati e poi le droghe del nostro stare insieme. Torneremo alle nuvole dei nostri vorrei e senza rimpianti apriremo le porte al belgiorno. E per dimenticare le nostre preoccupazioni lo Spleen di Parigi nelle tasche avare delle nostre camicie a quadri consumate sotto le ascelle per la vecchia familiarità con il Manifesto. Noi che tra le braccia non portiamo più nulla perché abbiamo la lingua e questa prosa viva e poi nulla da nascondere sotto le palpebre e se ti viene voglia di controllare avvicinati che mi spoglio piano e poi non ti mangio lo sai.

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Altro che lettere

Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.

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Le domande del cazzo che ci permettono di tirare avanti

Poi quelle sere a scriverci che non potevamo bastarci. Non mi piaceva la musica e nemmeno quelle facce pitturate di nero. Sul palco, ai lati del palco, le minigonne delle ex studentesse e i rossetti a scivolo per le labbra piccole di voi affamate di differenza. Ho immaginato l’erba in fili crescere sotto ai nostri piedi, affondano i vostri tacchi a punta per i passi di danza sui ventri affamati dei maschi al sapore del gin. C’era il sudore appiccicato alle pareti che si dondolava senza cura tra i nostri capelli pettinati a sbalzo, nessuna scrima per le notti insonni. Gli sguardi si fanno obliqui e gli occhi sono squali pronti a mordere e portare a casa, ingoiare e non assaporare. La notte ti combina vuoti e per riempirli raschi il fondo del portafogli e il mondo è quartiere, la luce ostacolo per quei voli in picchiata nella vacuità dei cocktail mentre è la planata, il cerchio concentrico dell’unità per proiettare lo sguardo fuori di noi e dai nostri egoismi, dai tuoi specchi grandi di quando ti guardi il culo e poi ti copri un poco come a dirti nascondi e mostra perché non ti guarderanno mai per quello che sei. Mi hanno telefonato per dirmi di dimagrire te ne rendi conto? Ti ho scritto due righe e poi le ho cancellate. Le domande del cazzo sono quelle che ci permettono di tirare avanti. Le nostre case sanno di chiuso, lo sai? La luce è fioca e i nostri panni riposano nelle lavatrici pronti a chiederci conto delle nostre azioni diurne. E poi perché, perché, perché proprio te? Che mi manca la provincia, le reti verdi con le galline e le chiese piccole con le panche strette. Il silenzio delle sei del mattino quando sulla strada non attraversano i gatti troppo viziati delle casalinghe ubriache di saggezza sui ferri da stiro già caldi, il caffè ci sveglia ancora per quelle sigarette che non mi va di fumare. E ora spogliati e fatti guardare, siediti accanto al mio letto che ho bisogno ancora di soprammobili, che non leggo un libro da un mese e per i miei occhi ho bisogno di umanità e calore e forme belle e non c’è spazio per i trucchi neri e le occhiaia lunghe che te la credi, ma a cosa credi o meglio a chi?

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Un bacio sulla bocca

Per poi sentirci nei miei momenti di disequilibrio, l’accesso eccentrico al mondo delle idee e il lego colorato delle complicanze. Il gradino in marmo della stazione per lanciare gli occhi sul primo vagone dei treni e perdersi il paesaggio pensando al fumo che non c’è più, le caldaie il carbone e quei viaggi interminabili per favorire le conoscenze, il sudore perso sulla camicia e dormire uno nelle braccia dell’altro, la morbidezza delle chiome degli sconosciuti e contro il freddo il rifugio dei nostri respiri profondi. Biglietti prego e il risveglio, le fabbriche dell’hinterland e i bar chiusi del centro che oggi è festa e decoriamo le case di pietanze imitando il profumo dei nostri nonni. E quant’è bello il tasto verde del telefono, il suono breve delle tue risposte e quella tua fretta che sa di casa e piatti da asciugare. Io non lo so cos’è la conoscenza per gradi, gli etilometri cantano giambi per i saltelli del mio immaginario. L’esperienza del tavolo e il vino, lo schiocco caldo tra labbra umide e quella tua educazione in presenza che sai di ghiaccio quando stiamo lontani. E così vorrei sedermi qui sulla spiaggia e aspettare che tu ti sciolga come lo spritz per tutti quegli aperitivi che non ci siamo concessi, che iniziano al tramonto lo sai e terminano al mattino tra le espressioni che all’inizio teniamo nascoste sotto le unghie. E verranno a raccontarti di un Cristo e ti diranno che non c’è col mantra degli antifurti la notte di Pasqua che non mi fanno dormire, rivoltarsi tra le lenzuola e immaginarti nuda con le contraddizioni dell’esercizio della ragione. Poi l’esercito stanco del sì e le anonime processioni della provincia, il contingente rancoroso del no per confondere le acque e appigliarsi ai valori ai valori ai valori, e tornerà quell’Uomo e cadranno i templi lo sai e le scritte colorate dei centri sociali, e cadono gli scrittori, cadono i libri, bruciano le foreste e nascono altri soli, nei centri commerciali vendono vestiti tutti uguali, come HM e le scelte globali per lo stordimento delle nostre necessità. Rimarrà l’uomo, lo sporco tra i miei capelli e questi occhi stanchi e mi dirai vieni qui, e quando saremo abbraccio ti dirò che questo è tutto e il nostro inizio sarà soltanto un respiro, e un punto, e un bacio sulla bocca che finalmente non riuscirò più a parlare.

 

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Tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

E prima o poi ti fermerai a pensare di quel che è stato del tuo andare: il puntino rosso tra le rughe delle espressioni stanche per le meditazioni notturne e le finestre degli occhi per la pulizia di primavera. Poi affannarsi nel togliere ragnatele al soffitto nel godere delle vertigini dei pensieri nascosti. Siamo minatori io e te, scaviamo a fondo le viscere della terra per tornare in superficie sporchi come gli aborigeni prima dei riti d’iniziazione. Noi esseri albini in questa terra nera che non c’è verso di parlarti se chiudi il cerchio delle tue conoscenze e rimani là coi soprammobili della vita facile. Le lavatrici dei nostri incontri mai asciugati all’aperto, e guardare la tua porta chiusa per domandarmi chissà, chi sarà e cominciare a suonare le canzoni di Battisti con le mie labbra morbide le bionde trecce gli occhi azzurri e poi? Dimmi che poi faremo di tutto questo girovagare una casa e scenderemo sul fiume per lavare i panni sporchi delle nostre dipendenze, mi darai la caccia come si fa con donnole, mi lascerai dormire al caldo delle tue mani piccole e avrò dieci segni sul viso per ricordarmi dei comandamenti vivi del nostro incontro, quando la strada è un letto e un aereo che ansima e romba per poi planare fuori da noi nell’incanto debole della notte. Nelle mie orecchie il suono lungo del tuo respiro, sotto le unghie la tua pelle consumata. Che siamo pellicani reali io e te, il becco lungo per le frasi che non mi hai detto, la pancia vuota per le parole che ti ho vomitato addosso e le distese infinite per i nostri voli al raso dell’acqua, che quando guardi il mare non c’è più spazio per i vuoti a perdere, ci carichiamo sotto la lingua le nostre malinconie per poi ingoiarle con la focaccia salata sulle spiagge della Liguria, per dirci andiamo, corriamo, mangiamo… e tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

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Il volo delle farfalle

Ti sei mai chiesta il perché delle mie insistenze? C’era cresciuto il muschio sulla pelle e le nostre radure s’erano perse tra il lavori della nuova metropolitana con tutti questi clacson che ostacolano le tue parole rare. Che prendi treni e aerei e scambi i biglietti come se fossero jolly per la nuova partita che andremo a giocare, per questo grigio che ci ricama sulla testa piccole piogge per spegnere gli incendi che ci infiammano sempre meno. Quand’ero fuoco mi si è avvicinato soltanto un nano, l’invadenza dei suoi modi così simili ai miei, seduto sul bordo delle mie labbra a cantarmi gli amori della piccola città e tutti i difetti nella fabbricazione del tempo libero. Mi sono ritrovato supino, le catene del pensiero dominante che mi trascinavano al centro della terra, lo sguardo al cielo ad aspettare che qualcosa venga giù, c’eravamo detti che non importa se sole, pioggia, nuvole o grandine, c’eravamo detti che l’importante è un segno, come le pieghe tra le tue labbra, per riprenderci in mano lo spazio dei nostri sguardi e quei pensieri piccoli che ci vergogniamo di confidarci. Sono arrivate le farfalle mi hai detto, ci pensi mai a quanto tempo passiamo senza sentirne la mancanza? E ti ho disegnato un’ala sulla schiena per ricordarti le tue adolescenze di quando sei stanca e socchiudi gli occhi, di quando ricordi e non ti fai quelle menate da adulta che prendi tutti i tuoi difetti allo specchio e non ti concedi il volo dell’imprevisto. Che tanto lo sai, non ci conosceremo mai fino in fondo che ci hanno dato torce per guardarci dentro, ma sono deboli e illuminano a scatti. E non c’è bisogno che te lo spieghi perché ormai lo sai, siamo Guernica per gli occhi stolti degli adolescenti, ghirigori e contorni e facce da toro e bombe inesplose, e dentro i tagli e le fontane dei desideri. Berremo acqua dalle nostre guance per dirci che sono i contatti che sanno dissetarci.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

www.alessandragerevini.com

 

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