Archivi tag: milano

Poi chiedere il nome ai tuoi capelli

Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Quella barca sul lungosenna, ricordi?

E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Chewingum

Continuiamo a chiamarlo riposo, ma non c’è tregua per noi che dilapidiamo il sonno in risvegli. Le falene sui vetri rotti per gli sguardi deviati del nostro respiro notturno. Col fegato in supplica tra le labbra. I tiri alla fune tra le nostre tende, la luce forte delle dieci del mattino e le ipotesi sulla tua scomparsa. Il frigorifero è così vuoto che ospita l’eco dei pasti passati, gli amici intorno al tavolo quando hai sempre la sensazione che siamo trottole che giriamo forte su noi stessi e quando veniamo a contatto perdiamo il giro, ci allontaniamo e poi ci spegniamo. Le direzioni perse, le nostre adolescenze così simili e dentro il brulicare di mille spinte, le cariche esplosive dei nostri ormoni e le emozioni pure delle infanzie imperfette. Noi fuochi d’artificio, le micce tutte uguali per suoni e colori e fontane. E una scintilla l’origine delle nostre partenze. Con l’affetto che ci rimane tra i peli superflui, che a distanza di giorni riusciamo a scriverci un come stai, un dove sei, non ci si vede mai. Che fine abbiamo fatto noi, ripetevo e pensavo che noi è una parola forte, che spaventa sulle prime e poi allontana. Noi noi noi noi a ripeterla è un lungo richiamo, quell’ “Ohi” dei sette nani e le fatiche della miniera per tornare a casa la sera e intonare i canti delle viscere della terra che non abbiamo parole per descriverci. Una goccia di sudore sul percorso insidioso del mio ventre, nata così, le mie parole al sole per brillare e poi decolorare come le polaroid del nostro tempo, come quando ci siamo visti ed era bellissimo, che poi le ore confondono i contorni e torniamo ad essere sagome e silhouette per gli sguardi disinteressati della strada che si difende coi gradini e sbuffa di notte tra i mozziconi spenti, le merde dei cani e i chewingum masticati dagli studenti per quei baci lunghissimi che non mi ricordo più.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Foglie nuove capelli corti

Le foglie nuove tra i capelli per i desideri di una vita risolta, la tranquillità dei caffè del dopocena e la domenica fuoriporta quando ho sempre desiderato il viaggio e la precarietà che si trascina nello zaino e dimenticarmi il tuo profumo, poi sulla fronte l’elettrocardiogramma dei tuoi sguardi e spargere lacrime in grappoli per i sorsi di vino mancato, per quei cocktail che non sapevi scegliere che deleghiamo agli altri i consigli per non prenderci troppo sul serio. Ho detto a tutti che se una montagna ti sfida è brama d’ascesa, altro discorso è il fascino eterno dell’abbandono, di quando le bussole segnano tutte il nord per le nostre stelle polari disegnate sul soffitto che Milano ci ricaccia la testa dentro e ci perdiamo gli incontri per il rilascio pigro degli intestini mentre il venerdì pomeriggio si popolano i centri estetici e i corsi di yoga, l’aperitivo e il Ciriboga, che ci serve una mano per separarci da noi. E nel centro della terra nascondiamo i nostri pensieri più bui, l’animalità senza collare dei nostri pensieri notturni, la secrezione delle nostre ghiandole e le polluzioni del cuore. Quei risvegli, i piedi nudi sul pavimento e il vortice ovattato del sentire, lo sciabordio delle scale e gli oblò dei nostri occhiali da sole per difenderci dagli sguardi invadenti delle telecamere dell’area C. E vorremmo che ci mettessero al muro, che ci controllassero le altezze lungo il metro a giraffa degli anni novanta quando bastava un citofono per scendere in strada e ricamarci sulle ginocchia la nostra sete d’affetto che tirare un rigore tra una panchina e una felpa col cappuccio era più d’un come stai, di un dove vai. E poi si faceva sera e succhiavamo il collo della maglietta per dissetare le nostre ore liete, il tramonto delle nostre giovani età quando ci nascondevamo tra i panni stesi, le biciclette con le ginocchia che superavano il manubrio, per poi bussare alla porta ciao mamma, ero qui, che avevo i capelli corti, così puro, così indifeso, così piccolo, così sciocco da credermi furbo.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Cerchiamo il mare nel delta

Parlavamo d’alfabeti io e te. Che sapevamo scrivere sui muri i nostri desideri d’essenza. Le mancanze prolungate dei riconoscimenti alla nostra giovinezza, verrà un giorno verrà se esiste un tempo per maturità. Abbiamo gli stessi occhi quando osserviamo dal basso i palcoscenici atipici di questa città che ansima sulle rotaie e dimentica i suoi natali al puzzo di palude, le chiuse del Naviglio e i balconi fioriti di via Fiori Chiari. Il movimento a salire del nostro sentire, quando col dito tenevamo il tempo del cuore, tum tum tum tum bussano i nostri reni che imbarchiamo acqua per tirar tardi la sera, affogare l’assenza del sentire armonico quando non bastano i discorsi e la solitudine è così presente che ti accarezza le guance; cercare un senso al se fosse e guardarsi intorno per accorgerci delle derive dell’estetica moderna. Ti ho già detto che sogno Firenze che Ivan Graziani è morto troppo giovane e abbiamo scritto MAI sui resti di un foglio di carta, poi l’abbiamo leccato e ce lo siamo appiccicati in fronte come a dire che il mai possono dirlo gli altri e noi portarlo addosso perché la paura dell’imprevisto crea soltanto scompensi. E su quel palco c’era Battiato che non suonava, che non cantava, che mostrava il suo disegno di uno struzzo, la foto sull’I-phone per le signore imbelli e usava parole forti, che la volgarità è una cosa stanca e chiama l’applauso, così umano e poco aereo che era una meraviglia ci siamo detti e poi ci si chiudevano le palpebre pensavo ai lamenti lunghi di Carmelo Bene che la sofferenza vanga la pelle e rivolta gli sguardi, l’accesso privilegiato allo sguardo interiore viene da un taglio altro che armonie, altro che teorie. E una canzone triste triste triste e sezionarci le vene di quella volta che mi sono sbucciato il ginocchio a 16 anni per tornare a casa in orario, salutare la fidanzatina del mano nella mano e leccarmi le ferite per la scarsa invadenza delle mie labbra. Che si nascondono due fiumi dentro al mio petto e invadenza d’occidente e orizzonti d’oriente, la ricerca dell’unità nel delta che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti e il chiuso aperto e il caldo e il freddo, che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Noi guard rail

E’ una questione di alfabeti lo sai, volevo tatuarmi le iniziali dell’esistenza, le ho sognate questa notte per perderle al risveglio tra il bianco degli occhi. Quando Calvino parlava della leggerezza non aveva certo in mente noi e i nostri capricci da adolescenti che non riusciamo a tracciare contorni, insicuri come i disegni dei bimbi. Hai presente quei soli tondi e i raggi tutt’intorno? Dovremmo prendere le luci della città, i lampioni, i semafori, le luci strobo delle discoteche, riunirle in simposio sotto le nostre case anonime, le radici del tempo perso. Fare della notte riposo, la rete aperta delle nostra braccia a stringere orizzonti, salire i gradini delle domande per guardare tutto dall’alto. E ci siamo ritrovati a spalancare le labbra in quell’oooh di sorpresa, le belle pagine dei libri scelti e quelle canzoni che ci sciolgono le guance. Nei tubi dell’acqua sgorgano ancora la nostre parole di ieri e non si perdono. Che dovrei essere concreto come sabbia, affittare aerei, sgusciare il tempo dalle noci, la testa china sui libri e i progetti indecifrabili di Celan mentre in Siria fanno fuoco sui giornalisti. Vorrei essere in viaggio, lo zaino leggero e il passo pesante, i lamenti lunghi degli asini al risveglio e gli incontri coi popoli, quando sei straniero sorgono domande e se ti apri al dialogo acquisti in bagaglio. E invece siamo qui tra i brunch impronunciabili che ci si incastrano in bocca, a elemosinare vita tra le masturbazioni intellettuali e il fatto è che ci dividono le scrivanie e non c’è un fuoco attorno al quale stringersi e sprigionare calore dai corpi, noi autoscontri, noi scivoli colorati, noi guard rail per gli sguardi indiscreti delle auto in sosta.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Te li ricordi gli Uniposca sugli zaini Invicta?

Parlarti dell’amore come di un lungo silenzio come si fa con le persone che non abbiamo mai conosciuto e non sono famose perché se lo fossero gli avremmo lanciato addosso tutte le nostre smorfie del pregiudizio e avremmo confuso la bellezza con le passerelle, coi palchi dei grandi forum nelle pause tra le partite di basket. Hai mai pensato agli sguardi in metropolitana come a dei proiettili che si rifugiano nei nostri stomaci solo per qualche secondo prima di vomitare un altro aiuto al tempo, per non arrivare in ritardo agli appuntamenti coi nostri letti ancora sfatti che al mattino non abbiamo voglia. E sorprenderci nel dopocena a chiederci se abbiamo cenato e che cosa avremo poi mangiato che trafitti di pensieri scordiamo le pupille tra la lingua e lasciamo i sapori alle etichette colorate dei sughi pronti e delle scatolette. Se ci pensi bene non ci parlano più delle guerre. Che c’è un periodo per ogni cosa. Ora è tempo d’inseguimenti e cinture strette coi poliziotti che prendono in mano le pistole perché a portarle in giro tutti i giorni poi ti vien voglia di usarle che è per quello che non compro più le sigarette. Quando ho smesso di fumare sono ingrassato molto ed evitavo gli specchi che i bagni dei locali pubblici erano sempre un problema. Mi hanno detto che sarebbe meglio dimenticarti, ma il pennarello indelebile non si cancella coi pianti e nemmeno con l’alcool, te li ricordi gli Uniposca sugli zaini Invicta? Ci avevo scritto W i Queen e AC/DC col fulmine al centro come a dire che mi stava piovendo addosso l’adolescenza, ma tardano i soli e la mia pelle è bianca, bianca come i fazzoletti che sventolano gli arresi. Vorrei soffiarti tra le guance per donarti coraggio e prendere lo scivolo della tua schiena per la rincorsa, il volo sulla luna per recuperare i sentimenti, le ampolle chiuse e l’unicorno bianco e come Astolfo girarmi di scatto e trovare scritto il tuo nome.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Cipolla

Non è facile lo sai. E in tutto questo pensare ci sono distanze che non si possono tagliare. Con tutte le eventualità, le proiezioni sul futuro che abbiamo disegnato sulle lavagne quando ci chiedevano di separarci in buoni e cattivi. Tutta quell’ironia che non sapevamo cogliere, i fiori del nostro incontro appassiti nel desiderio accelerato degli intestini. Questi bacini che si fanno la guerra, la spada del mio pensiero forte e il tuo sedere splendido. Che fine abbiamo fatto noi mi chiedevo mentre guardavo i semafori, il rosso prolungato per il passaggio degli altri. Tu tra le highway a ricamarti le braccia, le ragnatele dei miei pensieri così contorti e quella nostra vicinanza nel sentire e lontananza per incontri e esperienze. Che vorrei prenderti da dietro e spingerti al muro, il murales caldo col passamontagna per proteggerci dagli sguardi di questo pubblico che non ci capisce. Che siamo capaci di svegliarci la notte e di sorprendere il giorno tra le righe dei saggi. Per la mia carta rovinata, le mie parole a danza sul bianco quando allungo la mano non posso toccarti. Sono così belli i tuoi disegni che vorrei imbiancarci la stanza. E tornare in quel bar la mattina del novembre, quando accarezzavo il tuo cane e ancora non sapevo che mi sarei ritrovato in gennaio a fare i capricci per quelle mancanze che non ti sai spiegare. E mentre le navi affondano e varano altre leggi scoperchiamo le vene alla donazione del sangue mi sento così piccolo che vorrei essere cipolla per dar sapore e poi farmi trasparente.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Mid (beatnik) night in Paris

E poi mi scrivi di notte tra righe ubriache, gli spazi inseparabili delle tue parole per tutti questi vuoti che mi sono creato intorno. L’invadenza del vino non fa rima con nulla e i fortunadraghi non ci vengono a prendere ai piedi del letto con le mie coperte che sono troppo corte per tutti e due. Che poi chissà le donne non sono mai sincere mi dici hai voglia a sciorinare frasi ad effetto e scegliere di essere presente o decidere di non esserlo sono solo variabili della teoria delle catastrofi. Insieme avremmo ribaltato i letti di tutta l’Europa, scaldato fumo ai semafori e infilzato i giorni con le nostre scarpe a punta. Abbiamo in tasca una cartina rovinata e prendiamo la metro perché abbiamo perso tempo a guardarci allo specchio quando a Parigi l’unica regola era non chiedere passaggi al traffico di linea che in Place Republique c’eravamo trovati alle cinque di notte a consegnare le guance alla gendarmerie per un rosso in bicicletta. L’ultimo Woody Allen non ci ha convinto e mentre proiettavo sul protagonista i miei “è così” tu mi cantavi dell’antipatia della Cotillard e io dicevo Marion, c’est moi altro che Pablo. E sotto la casa di Hemingway ci hanno aperto un pub di quella volta che mi facevo offrire Armagnac che basta una blusa per sembrare elegante ho dimenticato i soldi, sono straniero, sono sincero. E ci lanciavano bicchieri dal secondo piano che si inchinavano ai nostri piedi con le urla in francese che non mi fanno paura avrei dovuto stringerti ma l’hai fatto tu e siamo poi finiti al Canal Saint Martin quando si apre che sembra Tangeri per la quantità dei picnic. E mi chiamavi beatnik quando agitavo le mani e ti parlavo dell’inutile accademia della lingua, delle costruzioni noiose dei testi scolastici e di quella voglia che ci prende nell’ora scura del dopotramonto. E non hai risposto che abbiamo intrecciato le costole e ti ho leccato fino a consumarti, e al mattino non c’eri più, m’eri rimasta appesa alle labbra e così ti ricordo anche se non non sei mai esistita che era solo una mezzanotte di un film senza spari.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

1-1

Queste domeniche che rimaniamo aggrappati al cielo e ce lo rivoltiamo addosso per prenderne i colori e decidere l’umore a seconda del tempo. L’azzurro dei tuoi occhi di ieri e questi tè caldi che mi costringono a entrare nei bar senza ordinare nulla e intuire il posto della toilette provare col comando in fondo a destra e perdersi nelle cucine sporchissime a raccogliermi le braccia al petto come stelle cadenti e non avere spazio per stringere desideri. Dove finiranno i nostri liquidi, dove finiranno le nostre perdite di tempo a inseguire cinema che sanno di naftalina e immaginarci un posto nei ricordi. Caricare la schiena di progetti inverosimili e chiudere la porta alle realtà dei campi e alla brina d’agosto delle montagne argentine. Che la mia saliva era più buona quando lasciavamo spazio alla lingua e non ci tenevamo stretto sul petto lo zucchero filato dei nostri farò tramutati in denaro. Quando hai attirato la mia attenzione eri soltanto uno sguardo di fianco alla cassa per i cocktail che bevevo da solo per tenere impegnate le mani che è sempre meglio che non sapere dove metterle. Quando credevo di averti lasciato la buonanotte in tasca, il numero di telefono scritto col rossetto della mia amica biondissima che invece mi sono svegliato e mi era finito nella sciarpa e non sapevo perché; il calore dei numeri non può nulla contro le tempeste del tempo che scorre, i tuoi viaggi chilometrici nelle pianure del nord per le foto tra i fiori desaturati, il tramonto delle tue labbra rosse e le lingue lunghe delle nostre amicizie comuni. E poi ti sei svegliata mi hai chiesto hai vinto, ma la partita è finita 1 a 1 e mi sento sconfitto perché non so aspettare il domani per sussurrare i miei buongiorno. E poi ti sei rimessa a dormire e io sono rimasto a guardarti. Ma non eri più tu e così ho cominciato a scriverti e mi sono fatto di viaggi come i folli, come i venditori di barbiturici e i cartomanti di Brera.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,