Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

Un Cipì o uno qualsiasi, volatili e smog sui fili della luce e temporali che tardano a venire.

Tutti sul filo, l’equilibrismo dei giorni per questi inviti a cui non rispondi mai. Le chiamerei umiliazioni se solo potessi permettermi di leccare l’asfalto e farmi maledire da lassù. Posso umiliarmi da me, da me soltanto, gli altri non riescono in nulla, muri infrangibili le mie guance sode e codazzo di pelo per ripulirmi dalla calunnia. Salite sui miei fianchi, gli argini sfuggenti della parola aguzza per la barca morbida delle mie labbra a frangere i flutti delle vostre euforie col muscolo gonfio dei giorni migliori insemino il mondo con parole liete.

Gravido ventre di terra riposa al suolo il seme dell’oggi e presto fiorirà, ne son certo. Non c’è timore in questo procedere a balzi, facciamo avanti e indietro come i Taxi della notte col satellite appiccicato al cuore noi; soltanto fiotti e sangue senza bisogno di additivi per far cadere dal sonno la notte e rialzarci in parata con le braccia alzate.

Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia della chiacchera intellettuale, noi che sfiliamo soli al ciglio delle piazze per guardare il centro e non perderci in attacchi inutili alle maggioranze, noi che siamo sconfitti perché non reggiamo il confronto, noi che ci ritagliamo gli angoli per essere protetti dai muri bianchi, vergini alle parole che fanno male e puri nel pensiero. Perdenti in debolezze e fragilità, la carne e il desiderio intimo di una compagnia capace di cemento e pala, scavare e costruire, questo vorremmo dalla scoperta che la nostra lingua è un muscolo e si lascia andare al braccio di ferro coi suoi simili, ma chiede tempo per abbattere muri, e freni ed età.

Non siamo fatti noi per il contingente, guardiamo in prospettiva e ci trasciniamo tra la velocità delle nuvole e i treni in ritardo e quando potremmo calcolare i tempi preferiamo variare il percorso e perderci che le città si rivelano sulle strade e i loro incontri e per i musei lasciamo spazio alla seconda età dello sposo e ai marmocchi vocianti che corrono sulle scale e battono le mani e la testa e cadono e quella, quella la chiamiamo vita, rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo.

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One thought on “Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

  1. marinella ha detto:

    …Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia delle chiacchere intellettuali …
    ma quanta sofferenza nella ricerca di un altro infinito dove le parole non prendano il sopravvento su di noi, deformino, confondano,devastino il nostro essere!

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