Archivi tag: amore

Ballano, ballano, ballano!

L’ironia critica e le classifiche. Le visualizzazioni, le vite regalate, i record imbattibili e le menzioni d’onore. Frequentare il volto truccato del potere e trasformarsi in polpi, la multi-presa per affrontare il presente e non raschiare mai il fondo.

Il fatto è che a certe cose o ci sei avvezzo o non lo sei per nulla.

Ti proporranno travestimenti tutta la vita, tu hai l’armadio già zuppo, non sai a chi donare il vestito e ti senti bene anche nudo.

Proprio ora sto immaginando i tuoi piedi, è così sciocco perché a me i piedi non sono mai piaciuti. Così realizzo che quando riuscirò a guardarti le unghie senza imbarazzo allora saremo così intimi che, insomma, potremo svegliarci insieme e fare ognuno la colazione all’ora che preferisce e magari andarcene a cena la sera soltanto scrivendoci: io non ho voglia di cucinare e tu? Io nemmeno, dai usciamo. E non ci sarà più nessuna ansia, nessuna attesa.

Proprio ieri sera si diceva che a invitare a cena una donna e poi il drink, la discoteca, beh, si paga di più che andare a troie. Qualcuno diceva è vero, qualcun altro: vuoi mettere il fascino? Vuoi mettere la seduzione? Tu poi mi prendevi in disparte, dicevi: lo sai, io non potrò amare più, cerco soltanto surrogati per rendere sopportabile la mia solitudine, forse dovrei comprarmi un gatto. E io a dirti che il sesso non mi interessa più granché, frasi così solo tu riesci a capirle, perché in fondo non è vero. Ma siamo sentimentali e davanti alle fronti lucide e alle idee del cinismo ci rifugiamo ballando come gli adolescenti e disinteressandoci di quel che succede intorno. Una volta invece avevo occhi dappertutto e controllavo chi avevo di fianco, la donna più bella, e lanciavo occhiate che rimbalzavano su capelli decolorati e orecchini inguardabili. Nell’evoluzione del desiderio le nostre frustrazioni. Il fatto è che confondiamo il traguardo e la corsa. Siamo in vita per vivere, non per arrivare da qualche parte. Cosa significa vivere, cosa arrivare? Mi domandavi tu. Io rispondevo: lo vedi, siamo qui e parliamo delle nostre grandi masturbazioni mentali eppure non ci vergogniamo e non ci stanchiamo e lo sappiamo che sono soltanto discorsi e non porteranno mai a nulla, e ora versami un bicchiere di Falanghina, apriremo poi un Roero Arneis, è freddo e nel frigo, non aspetta altro. Abbiamo trent’anni e diciamo ancora “spacca” e “bella lì”, la bella gente ci guarda male, non sarete un po’ troppo cresciuti? E ci accorgiamo che parliamo di pompini e scopate con una naturalezza sconosciuta, qualcuno ci morde la lingua, dice: certe cose si fanno e non se ne parla. Noi invece ne parliamo così tanto che finiamo per trascorrere notti in dolcezze a immaginarci mondi paralleli dove la gente si parla e si ama per davvero, dove non esiste l’interesse e ascoltare è più semplice del raccontare se stessi e un pompino conta tanto quanto una carezza, un sorriso.

Ho nascosto l’io sotto al giubbotto, ho deciso di guardare negli occhi e far tanto silenzio, prendermi il tempo del sorso del vino, di quando guardi il fumo sparpagliarsi nell’aria dopo aver fumato.

Oggi, solo per oggi, non ho alcun interesse che qualcuno mi legga. Nessuno. Presuntuoso come pochi, dirà qualcuno. Egocentrico, narciso, egoista. Può darsi. Leggevo di Bertolucci e quelle assurde polemiche sul sesso anale di mr. Brando all’insaputa di Maria Schneider e via e via, qualcuno diceva che chi scrive o suona o canta e cose così va a finire che a volte dimentica le consuetudini cordiali e sfrutta cose e persone per quella necessità che lo muove. Io non lo so se è poi così vero, tengo davanti il rispetto e la buona creanza, ma è vero che capita di debordare: augurare buone notti a chi ha già chi gliele augura, salutare con invadenza gli sconosciuti, porre domande che possono essere mal interpretate.

Immaginiamo mondi dove tutto è permesso, poi nella presenza dell’a tu per tu siamo semplici e sorridenti, poco furbi e sprovveduti. Creduloni e sciocchi, facilmente affascinabili. Così ogni tanto, più per paura che per desiderio, abbassiamo lo sguardo e ci fissiamo le scarpe. Incapaci di muoverci e con la paura di essere giudicati tatuata sulla fronte. Troppo magri, troppo grassi. Vorremmo essere sempre altrove e non sappiamo goderci il momento, così trascorriamo in noia le nostre notti e se appariamo folli, ribelli o invadenti è perché non sopportiamo l’immobilità. Chiamala tu superficialità, colpiscimi in mezzo agli occhi e ripetimelo più volte: se sei questa continua confusione è perché vuoi vivere più vite e fingere di non esistere per davvero. Hai così paura della morte che ti crei più esistenze nella speranza dell’immortalità.

Perché ancora vivi col desiderio di lasciare qualcosa alla posterità? Perché non abiti il presente con passo sicuro? Una volta qualcuno mi ha detto: volevo fare tante cose, poi ho fatto due figli e a loro leggo una fiaba ogni sera e insegno il saluto e l’incontro, credo sia molto. Così di fronte a quella montagna ho aperto la bocca nel gesto dell’estasi. Famosi o non famosi, non c’è tempo per arrivare a tutti. E poi ci pensi ai volti di plastica degli attori di Hollywood, di quella volta che ho scritto “A Miché”, l’amico mio negro che si voleva far prete per non entrare nell’esercito e mi faceva vedere le foto della sua ragazza che aveva due figli,  Miché che con l’inganno e in elemosina sorridente si è fatto regalare una macchina fotografica ed è diventato il più ricco del villaggio facendo foto e vendendole, poi ha preso una barca, è venuto in Europa, mi ha scritto dalla Germania: mandami dei soldi. Gli ho risposto col cazzo, nulla ti è dovuto, amico mio. E mi sono sentito male per mesi, ora quando c’è qualche notizia di quelle tristi sull’emigrazione io penso a lui. Penso alle storie originali e provo a togliere il velo del pietismo come si fa col grasso quando il brodo raffredda. Siamo sospesi tra il buonismo e il cinismo. Tutti questi ismi che ci riempiono la testa. Che ce ne facciamo del pensiero strutturato? Mi dici tu.

Quando vai a teatro e c’è lo spettacolo di DelBono, quello nuovo, si chiama Orchidee e ci recitano un ragazzo down, un ex tossico mendicante e un signore di 77 anni che ha vissuto più di metà della sua esistenza in manicomio, e poi uomini e donne imperfette eppure così veri che tu dici il mondo è insopportabile, ma se troviamo un modo, uno stile per starci può aprirci a speranza. C’è un girotondo di nudità che fa pensare ai quadri di Renoir, pittore della gioia, per qualcuno. In quel momento ho fatto pace col teatro, mi sono detto tutto sta qui e non era un’idea fricchettona, ma solo il riconoscimento del corpo e il suo utilizzo per non sbranare, per non appagare, ma per stare insieme. Non c’è una drammaturgia tradizionale, non per forza una storia, ma corde vive e confessione sincera: per me l’unica gente possibile sono i pazzi diceva il mio caro Kerouac, ma il pazzo è colui che esce dal paradigma è alogico che poi forse è una patologia, forse sarebbe meglio dire, pur con un neologismo, è antelogico: quel che era prima della parola e trova nella parola riposo soltanto dopo essere uscito dai binari che i più hanno disegnato.

Rendere questo mondo vivibile è possibile soltanto se riconosciamo la nostra umanità e non cerchiamo di adeguarla agli spigoli che ci hanno disegnato intorno. Ci chiameranno esseri semplici, poveri, perversi, disperati, peccatori e impuri. Saremo santi che ballano una musica che gli altri non sentono. E ballano, e ballano, e ancora ballano e per le strade si riconoscono.

Foto: Nicoletta Branco, il mio amico scrittore.

1370278_10202384210192473_1272038502_n

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Cosce

Dicono: sei sempre solo, non esci di casa. Dicono senza sapere, le supposizioni sul tuo presente storico. Mille e più serate nel weekend milanese, tutto questo costringe all’immobilità.

Ti accuseranno per l’incomprensibilità della tua lingua, tu baciali e negagli la possibilità della parola.

E un altro film inizia con: “Ho voglia di scopare.”, un altro spettacolo teatrale accavalla le gambe e suggerisce unioni che non avverranno.

L’indipendenza ora sta nell’orgasmo, dovremmo tutti curarci come Von Trier ed esibire in città i manifesti della nostra intimità. Quella è arte, mi dici tu e poi ne parli con le amiche, quelle valvole che io ti spalanco, invece, quelle sono esagerazioni. Che differenza fa? Al cinema sei così protetta e invece a leggermi ti senti appiccicata al muro?

Verrà un giorno in cui al posto di disegnare mani che si stringono ti accorgerai della mia, se non verrà significa che avrò confuso la realtà con l’immaginazione e qualcun altro mi accuserà dicendomi che è l’unica cosa che so fare. Se sorpasso il presente con la leggerezza degli abiti leggeri della primavera e rilancio i dadi al futuro aspettando vittoria è perché in fin dei conti so che all’uomo piacciono le cosce lisce, mentre per natura queste si presentano irte di pelo.

Non ci domandiamo mai il perché di questa estetica che ci attraversa. L’impresa titanica del rimandare il tutto alle invenzioni degli altri e negare il proprio sentire confondendolo col paradigma. Se uso parole difficili perdonami, qui nessuno mi aiuta e non so tendere la mano.

Quando questa mia voce cadrà nei burroni si farà urlo e avrà eco. Se soltanto uno e uno soltanto la ascolterà prenderà un pezzo di stoffa e si chiuderà la bocca per sempre. Saprà che è tutto inutile questo inseguirsi di emozioni che provo a confidarti, se il cielo non si fa rosso nessuno si accorge del tramonto. Eppure quello ogni sera si ripete uguale.

Foto: Nicoletta Branco.

3c5aac586f30d1e004a7a7f2504875fc

Contrassegnato da tag , , , , , ,

California

Mangio molti yogurt e sono intollerante ai latticini. Mi prudono spesso le dita delle mani e non ho mai voglia di prendere a pugni qualcuno. Dovremmo scrivere tutte le nostre contraddizioni sulle lavagnette della cucina, poi farci intorno quei disegni semplici figli di noie e telefonate lunghissime.

Quando scrivevi alle due di notte per dirmi spero tu stia dormendo io mi svegliavo e ti rispondevo: lo sai, io non dormo mai. Mentivo, ma non sono capace di resistere al richiamo del basso ventre. Nei canti delle sirene che fanno deragliare le mie notti la colpa delle mie occhiaia nere.

Vorrei essere anch’io un dandy nichilista, quelli col vestito nero e la camicia bianca. Vorrei dirti tanto alla fine lo sai si muore e guardarti con la presunzione di aver capito tutto. Vorrei anch’io ridere quando mi nominano Zoolander o Una notte da leoni e mimarti le scene, eppure non ci riesco.

Mi emozionano le paste lunghe al pesto di Camogli o quando un amico fa la spesa, ti suona a casa, dice: voglio cucinare per te. E non aspetta inviti e non ci sono orari.

Viaggiare e vivere all’estero aiuta a relativizzare tutto quello che ci succede, il rischio è diventare ghiaccio e non sciogliersi mai. Dovremmo farci più furbi, mi dicevi, e adattarci al contesto. Accumulare il denaro necessario per dire la nostra oppure morire poveri e inascoltati.

Quando ti parlavo della dilazione pensavi a non so quale malattia e io ti rincorrevo per ascoltarti affermare: ogni cosa a suo tempo. Mentre mi donavi le tue foto in bianco e nero e le sigarette lunghissime della mezzanotte i tuoi vestiti stretti, abbiamo stabilito un record di lontananze ti ripetevo, dicevi che siamo simili ed è per questo che non ci incontriamo mai. Credi che questo mi basti? Dovremmo farci più semplici, come bere un tè all’anice stellato da California Bakery, cercare dentro alla teiera la stella e trovarci soltanto un tritato. Ecco. Non andare a fondo, rimani in superficie che il mare è bello perché è blu e se non ci pensi, galleggi.

Foto: dalla rete.

tumblr_mjtwwtH3kH1rnue0do1_500 (1)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Le trombe in aria

Le scritte sui muri affidate ai sottopassaggi. Le notti guardate attraverso il passamontagna e le bombolette spray incastrate nelle tasche dei jeans. Ora li fanno troppo stretti, guarda, niente a che vedere con quelli degli anni novanta che lasciavano più spazio al cavallo. Il fatto è che dai nostri diciott’anni, la patente presa e soltanto due errori in crocette, noi non abbiamo mai vissuto senza “ismi”. Maturati e cresciuti nel berlusconismo, la negazione di ideali con radici salde, e socialismo, e liberismo, chissà dove ce li hanno nascosti.

Ci definivamo anarchici ed eravamo così inconsapevoli quando compravamo il Manifesto e lo tenevamo sotto al braccio per entrare in università, poi dal compagno di banco leggevamo le pagine dello sport dal Corriere Della Sera, ci credi veramente tu? Ti rispondevo non lo so, non lo so davvero. Svilupperemo una coscienza critica, dicevi, e mi prendevi a schiaffi dietro le spalle perché avessi il coraggio di alzare la testa e guardare gli occhi vivi di quella bionda alla manifestazione. Te lo ricordi quando sotto ai balconi le vecchie si facevano nonne e ci offrivano il caffè? Ragazzi entrate, venite a trovarci, dicevano loro. E dai racconti degli altri accumulavamo esperienze.

Tu, intanto, ti abbonavi all’Internazionale e facevi colpo sulle ragazze impegnate. Io ti dicevo che avevamo scelto bene, che credere in qualcosa e lottare per quello rende più belli, che non avevo mai visto tanta figa quanta ne trovi alle riunioni dell’impegno esibito. Tu alzavi le spalle, non ti è mai interessata l’estetica, così non facevi sport, snobbavi la palestra e ti dedicavi alle lettere. Avevi imparato a fare silenzio e c’erano giorni che prendevo la canna da pesca per tirarti fuori un saluto. Dicevi: non tutti i giorni son fatti per proporre novità e così ci confrontavamo soltanto guardandoci a distanza.

Quando sei partito mi hai detto tornerò, lo sai.  Anche lei tornerà prima o poi. Della mia prosa dicevi che ti piaceva un sacco, diverrai un grande quando te ne fregherai degli altri e sarai vero con te. Impara a serrare le labbra e lo sguardo che scruta, non temere il giudizio e fai del tuo sacco un peso leggero. Abbiamo molti più possessi del necessario, molti più abiti di quanti ne chiede la bellezza. Io rispondevo: ti ridurrai come quei santi che muoiono soli e allontanati da tutti, con una donna che si renderà conto di quanto ti amava soltanto quando ti vedrà sconfitto e senza più forze per cercarla. Senza abbracciarmi dicevi chisseneimporta, se non ci salverà un’ideologia o un amore ricambiato troveremo una ragione nella ricerca. Poi ti sdraiavi per terra, accendevi una lampada e leggevi le poesie dei sufi, i tuoi discorsi a mezza voce: che giriamo fortissimo intorno a noi stessi e non è egoismo, è cercare l’altissimo nel vortice. Noi come le trombe d’aria colleghiamo il cielo alla terra, creiamo caos perché qualcuno prima o poi torni a mettere ordine.

Foto: Nan Goldin.

nan_goldin_4

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

La danza delle farfalle e i pesci carango

Ti chiedi il perché delle parole in giorni come questo. Immagini bocche cucite con l’ago che trapassa la carne, il filo che si tende e le labbra ridotte a fastidio. Guardi il brufolo sulla tua spalla destra con meno attenzione e davanti allo specchio fissi i particolari col pensiero altrove: non hai coscienza del tutto.

Ci sono morti e tragedie che ti interrogano e per qualche momento ti fanno uscire da te, non sei più tu e tu soltanto, ma torni uomo tra gli uomini. L’orrore, la compassione e un timore che ti prende da dietro e ti fa saltare sul posto e urlare: ho paura della morte. Non passa giorno che non ci pensi, e se davanti al naufragio di nostra noncuranza eviti d’interrogarti hai stretto il cuore in sacchetti di plastica, il sottovuoto di chi per non soffrire si costruisce rifugi: chiamo baracca l’odio, tenda il cinismo, tetto la superbia del “lo sai, va così, sarà sempre peggio.”

Ti parlerò ora delle farfalle africane che al termine della stagione delle piogge aspettano sui fiori che le ali si asciughino, poi prendono il volo. E’ il tempo dell’amore, cercare un simile e condividere il sole presente. Troppi alberi, troppe foglie, troppi arbusti, cespugli: non c’è lo spazio per la bella danza. Così via a risalire il fiume, chilometri e chilometri di volo per arrivare in alto, quando la vegetazione si fa rara, sotto alle cime della montagna. Il cielo aperto e lo spazio per la piroetta, chi vola più in alto, chi vola più in fretta. La meraviglia dei colori e quadri in divenire, l’amore che sboccia nel movimento, l’accoppiamento che è un meravigliarsi del volo e poi amarsi senza toccare terra. Dopo l’amore tornare in foresta. Lasciare di nuovo al cielo il suo spazio, carichi di prole per l’anno a venire, ricchi di bellezza. Nessun predatore ha mai pensato di guastare la danza, nessuna tempesta, mai nessuna nuvola.

Nei mari d’Africa poi la mole grande del pesce carango che vive in solitaria e caccia il pesce più piccolo. Poi viene la stagione meno pescosa e raggiunge i suoi simili, si ritrovano in branco, abbandonano il mare, risalgono la corrente del fiume e arriva un momento che si fanno danza: compongono un cerchio e via in girotondo. Quando lasci la fila indiana per concederti il tondo scopri che ti precedeva e chi ti seguiva, li guardi e nel volto lasci dietro le spalle la solitudine. Così il carango e la magia del nonsense del rito.

E allora smettere di pensare le relazioni come un possesso e appiccicare il fine a qualsiasi forma di intimità: l’ho scritto sulle note dell’Iphone quando in metropolitana si consumava il balletto degli sguardi tra gli sconosciuti. Che se ci avviciniamo è perché esistono alfabeti che non ricordiamo, ma possediamo per sensibilità e ferita, per meraviglia e vissuto. Dei nostri contorni che non sono infanti da riempire per intero. Nel metro di vita nostra già diamo i numeri, quanto hai vissuto, quanto ancora ti manca, dai non pensarci, lasciati andare, c’è una corrente da risalire, una danza ancora da ballare.

Foto: dalla rete.

tumblr_md0fhyDA6Z1qcga5ro1_500

 

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

A pisciare sull’erba

Il mio buongiorno con le labbra sporche di marmellata. Ci facevano paura le metropolitane e tutti quegli scontri fortuiti. Non ho ancora capito se è troppo piccola la città o le gallerie, ma prima o poi finiremo per incastrarci.

Così alla stazione centrale guardavo le valigie e mi stupivo di tutto quel fucsia. Sarà perché faccio fatica a vestire i colori, ma è così sciocco che tutto questo mi infastidisca. Se hanno inventato il fucsia una ragione poi ci sarà. Dipende da come lo usi, diresti tu, e finiremmo a parlare di questo “come” che sostituisce il “cosa” per importanze.

Lo stile è tutto scrivono i creativi sui manifesti, questi apoftegma sparsi per la città e ignorati dalle intelligenze perché troppo moderni.

Mentre in parlamento si gioca a rialzo, si salvano quelli che salgono sui gradini e al momento giusto sanno scendere, farsi una gran corsa, evitare di farsi catturare e poi basta un saltello e via in salvo, penso ai movimenti del tuo occhio che sa catturare i tagli della luce e distingue tra soggetti e sfondo. Io invece mischio il tutto in parole e tu ti stanchi in fretta, non finisci nemmeno di leggermi. L’estate scorsa me lo dicevi: non faccio apposta, ma dopo un po’ lascio perdere, non perché non mi interessi, è che la mia attenzione se ne va, chissà poi dove va.

Dovremmo parlarci per immagini, ma sai che fotografo male e disegno anche peggio, sarà che non mi ci sono mai messo sul serio. E in tutto questo ho perso il senno e non lo so più dove volevo arrivare. Cerco di fare chiarezza così vorrei distinguere tra parola bella e parola necessaria, e poi nel necessario cercare il bello. Quel che mi interessa della parola è il suono, il ritmo che prendono le nostre labbra.

Mentre mi leggi fai attenzione a quello che ti succede: la bocca, il respiro, le dita dei piedi. Vorrei che mi ricordassi come un qualcuno che suona le viscere e concede al pensiero due passi nel verde. Come il cane che muove la coda, raggiunge il parco e piscia in pace santa, così anche tu, qui tutto ribolle e non sai mai a dove aggrapparti. Lasciati andare, giù i pantaloni, come in montagna, noi dietro agli alberi, l’aria fredda, l’erba che fuma. Non ti preoccupare, nessuno ci farà poi caso e ti sentirai meglio.

Foto: dalla rete.

tumblr_luujif08co1r5fwoio1_500

Contrassegnato da tag , , , , ,

D’aglio, prezzemolo e boschi

Un soffitto nuovo e un materasso morbido per appoggiare le guance.

Un contratto saltato, le coincidenze vengono per farci abbandonare le strade in discesa. La vita felice non è fatta di possesso e successo, ripetere dieci e più volte fino a farlo diventare un mantra: sesso, sesso, sesso. Facciamo suonare le sibilanti e poi ancora.

Il fatto è che sopravvalutiamo la nostra animalità e finiamo per ricercarla senza desiderarla davvero. Così che la meccanica dell’unione delle nostre nudità non ci lascia che ferite. E sospiriamo cercando di trovare lo stesso ritmo del respiro. Basta uno sguardo, mi dici tu, e per quello sguardo impieghiamo eternità, sarebbe sufficiente un secondo, magari due, ma abbiamo le tasche dei jeans zuppi di paura.

Ti scrivevo che non è la prima volta che sento il tuo nome, che quando avevo tredici anni lei ne aveva diciassette, raccoglieva il sole sul balcone e mi prendeva in giro quando mi sbucciavo le ginocchia calciando il pallone.

Finisce sempre così: troppe attenzioni non fanno altro che allontanarci. Ma ormai, lo sai, non sono fatto per le strategie e ancora quando giochiamo a tris metto la x nel centro. Attaccare dai lati è sinonimo di vittoria.

Del tuo sorriso scazonte e della malinconia dei tuoi occhi.

Mentre mi sorprendo della tua determinazione e di quanto a me invece costa il silenzio, gli amici scendono le scale degli aerei e fanno loro lo spazio di una nuova casa, che cosa cucini stasera? Bisogna che tutto s’impregni di noi.

Finirei ora sdraiato sul letto con la penna in mano, a scriverti una lettera che non saprei dove spedirti. E immaginerei domani e renderei i sogni sensibili. Quand’ero piccolo mi perdevo nei prati e mi emozionavo nel cercare i funghi. Di quella domenica pomeriggio che aveva piovuto tanto, ho indossato gli stivali gialli di gomma e poi con nonno a cercare le lumache. Sacchetti pieni, lo sai? Il viscidume sulle mani non aveva niente a che fare con la mia adolescenza, poi tutte in vasca a morire affogate. La farcitura e poi il forno. Odore d’aglio e prezzemolo, delle strade lunghe di rue Turbigo. Se tornassi bambino ti prenderei per mano e non avremmo spigoli, lo sai, forse davanti ai muri rimbalzeremmo, non come ora, che ci facciamo male.

Foto: dalla rete.

tumblr_m7gouveiFK1rx3f9mo1_500

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Le lettere non si scrivono più

Non c’è coraggio nelle valigie, ma nelle braccia di chi le solleva.

La cura nel costruire architetture del bello per i nostri risvegli, le pareti bianche per svuotare lo sguardo e prepararlo all’incontro.

Lo stereo suona musica da camera, non so perché va a finire che giudico anche la musica che ascolto: se è colta mi porta al vezzo e i cantautori che potevi incontrare a Bologna già mi sanno di vecchio. Dovrei lasciarmi andare alla corrente romana, ma troppe g mi vanno di traverso e il canto della sofferenza ci scava le guance. Dico davvero, li vuoi guardare ora i miei occhi? Ho perso in bellezza e concedo alla barba d’incorniciarmi il viso. La mia risposta alle tue questue di tracciar dei confini.

Sarà che siamo raggiungibili sempre e comunque, sarà che la tecnologia ha tolto il freno alla lingua, ma quattrocento e più lettere dentro al mio blog e quattrocento e più colpi sparati a salve.

Ti ho sognata questa notte, lo sai, e cucinavi peperoni verdi e rossi, ti dicevo falli bruciare così la pelle viene via e dentro rimangono teneri e cotti. Rispondevi: ho paura del nero, dicevo, prova e te ne accorgerai. Lasciavi perdere, prendevi la macchina fotografica e l’appoggiavi tra le mie mani dicevi: scatta senza pensarci. Io non riuscivo. Non è la stessa cosa? Perché non la smetti di pensare e fai, dicevi tu. Cosa? Rispondevo io. E mi accarezzavi il neo sulla guancia sinistra, appoggiavo le labbra al tuo collo e inspiravo col naso per ricordarmi del tuo profumo. La tua pelle così compatta e la camicia a quadri con le maniche arrotolate. Quanti complessi hai tu? Ricordo il culo, le braccia e poi i piedi. Troppo celebrale per arrivare così in basso. Così istintivo da rubarti le anche e sussurrarti da dietro che le parole non servono a nulla.

Quando parlo di Parigi mi danno dello snob, quel che è rimasto dei miei viaggi nel nord Africa è soltanto sapore d’avventura. Che ne sai tu dei tramonti deludenti di certa savana, dell’equilibrio straordinario dell’orizzonte e delle spine delle acacie. Di quei cammelli che attraversano deserti per anni e il perché lo sanno soltanto loro mentre esistono treni fermi da trent’anni abitati dalle formiche. Quando Marquez Gabriel Garcia parlava della pietra filosofale che tutto trasforma in oro non si dimenticava degli innumerevoli ritratti di famiglia e della libertà necessaria dalle confraternite. Mi dici lo sai, domani De Luca Erri parla all’università statale all’ora di pranzo? Mi sembra una cosa bella, ti dico io. Verrai? Credo di no. Perché? Perché gli ho scritto una lettera e non mi ha risposto. Lo sai a quante lettere avrà dovuto rispondere? Le lettere non si scrivono più.

Foto: dalla rete.

tumblr_lp3jkcYjK11qkxjn8o1_500

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

Shoes-design

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Cascate tra le vostre gambe

Provocavamo con l’estetica e suggerivamo ai passanti luoghi appartati per guardare l’orizzonte. E ci sorprendevamo a scoprire che l’immagine interroga più della parola. Così finivamo a riflettere sulla mediocrità dei nostri quotidiani che distraggono lo sguardo e costringono all’occhiale.

Dalla finestra di fronte la telecronaca di Genoa-Napoli e il vantaggio partenopeo. Dietro le porte piastre per i capelli e profumi dolci: i preparativi per questa notte, ci presentiamo alle cene già apparecchiati e non abbiamo pazienza nell’attesa delle pietanze.

Così ci riempiamo la bocca con le ultime del giorno e sonnecchiamo sui ricordi.

Un amico intanto scrive dove voi odiate, noi amiamo e tornano a sorridere le due metà della luna.

Dovresti scrivermi che mi vesto sempre di nero e scurisco il blu per distinguermi dal cielo, che sono tempesta e grandine e danneggio con facilità tutte le mie semine. Chiamiamole sconfitte queste mie incapacità ad adeguarmi alla norma. Chiamiamolo egoismo questo temporale che si gonfia di tuoni e coi fulmini costringe ad alzare lo sguardo. Così invadente che finirò sui libri di storia, un po’ come i romani, solo che loro conquistavano tutto mentre io brucio e faccio scintille nel cielo. Se scriverò ancora di stelle prendetemi il bavero e caricate il destro. Mentre coi cioccolatini alimento la mia bulimia. Non c’è dolcezza in queste parole. Siamo cascate e ci dirigiamo tra le vostre gambe senza pensare. Vi sorprendiamo nel mezzo del buio o alle prime luci dell’alba, voi vi chiedete perché, vi lasciate affascinare dalla piena, poi costruite degli argini. Che a lasciarsi sommergere non si sa che fine poi si fa, e sarete una novella Atlantide o una triste Venezia. Coi turisti e la malinconia delle isole coi contorni che puoi tracciare col dito.

Per diventare necessari abbiamo bisogno di correre il rischio delle mani vuote, di quando serri le palpebre, accompagni le mani sul cuore e pensi: che ne sarà di noi. E a furia di ripeterlo ti viene fuori la zeppola del Muccino giovane, così sorridi e pensi a Santorini. Ti chiedi: verrai con me, prima o poi?

Foto: dalla rete.

tumblr_lwbcwtuBet1qdr5k8o1_500

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,