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Cosce

Dicono: sei sempre solo, non esci di casa. Dicono senza sapere, le supposizioni sul tuo presente storico. Mille e più serate nel weekend milanese, tutto questo costringe all’immobilità.

Ti accuseranno per l’incomprensibilità della tua lingua, tu baciali e negagli la possibilità della parola.

E un altro film inizia con: “Ho voglia di scopare.”, un altro spettacolo teatrale accavalla le gambe e suggerisce unioni che non avverranno.

L’indipendenza ora sta nell’orgasmo, dovremmo tutti curarci come Von Trier ed esibire in città i manifesti della nostra intimità. Quella è arte, mi dici tu e poi ne parli con le amiche, quelle valvole che io ti spalanco, invece, quelle sono esagerazioni. Che differenza fa? Al cinema sei così protetta e invece a leggermi ti senti appiccicata al muro?

Verrà un giorno in cui al posto di disegnare mani che si stringono ti accorgerai della mia, se non verrà significa che avrò confuso la realtà con l’immaginazione e qualcun altro mi accuserà dicendomi che è l’unica cosa che so fare. Se sorpasso il presente con la leggerezza degli abiti leggeri della primavera e rilancio i dadi al futuro aspettando vittoria è perché in fin dei conti so che all’uomo piacciono le cosce lisce, mentre per natura queste si presentano irte di pelo.

Non ci domandiamo mai il perché di questa estetica che ci attraversa. L’impresa titanica del rimandare il tutto alle invenzioni degli altri e negare il proprio sentire confondendolo col paradigma. Se uso parole difficili perdonami, qui nessuno mi aiuta e non so tendere la mano.

Quando questa mia voce cadrà nei burroni si farà urlo e avrà eco. Se soltanto uno e uno soltanto la ascolterà prenderà un pezzo di stoffa e si chiuderà la bocca per sempre. Saprà che è tutto inutile questo inseguirsi di emozioni che provo a confidarti, se il cielo non si fa rosso nessuno si accorge del tramonto. Eppure quello ogni sera si ripete uguale.

Foto: Nicoletta Branco.

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Di questo nero che porti tra gli occhi

Che siamo ancora qua con le nostre metafore inutili e tutto quello che chiamiamo esperienza incastrato nell’incavo degli occhi per colpa delle congiuntiviti d’inizio settembre. La sveglia presto e la tua doccia lunghissima per controllarti il cuore, il cellulare per dare sfogo all’ipercinesi delle mie dita e il desiderio di tatto. Nelle orecchie il solco dei tuoi respiri profondi, gli orecchini regalati e quelli che solcano i tuoi profili. Il Pequod delle nostre traversate provinciali e il vulcano del collo per gli scivoli delle papille gustative. Quando c’eravamo fatti giostra e non c’erano code a premi sul soffitto, soltanto i tuoi capelli da tirare all’insù, quando sostavi tra le mie gambe e con la scusa dei semafori rossi ci siamo fermati. L’attesa del verde e la natura selvaggia delle emozioni. Che per parlarci usiamo la presenza degli altri come intermediario, il Plasil distensivo dei nostri intestini in burrasca. Vani in tentavi per guardare la nazionale italiana e mimetizzarci nella quotidianità dei più come i camaleonti con gli occhi ricoperti interamente di palpebre e l’autonomia dello sguardo, ragionar meno sulle parole e diminuirne il valore sostituendole al gesto. E tra i tuoi adoro, i carina e lo shopping del centro i capelli morti supini sul letto testimonianza di una vita che c’era, dei tuoi spasmi, dei terremoti della mia cassa toracica. Verranno ora a prenderti per portarti nel mondo inventato, con gli sceneggiatori in ginocchio davanti ai tiramenti pseudocattolici della tv di stato, la mia sconfitta contro le Waterloo che volevo combattere. Nessuno verrà mai a chiederci dei mulini a vento di questa notte, della tua sigaretta poetica all’ombra del davanzale. Nel sudore annegavano le mie tempie, che avevo le mani disposte a farfalla dietro la nuca e il volo oltre il soffitto dei però che vorrei cancellare. E adesso parlami di questo nero che porti negli occhi, dell’odore fragile dei tuoi bagnoschiuma ecologici. Della tua lingua lunghissima e di quell’unico bacio, di quando ti neghi facendomi contorno e dei tuoi ti voglio bene alle tavole dei più. E adesso spogliati non ti si addice, che l’ho già fatto io e poi non è importante. E ancora sento la tua voce, tra poco sarai qui oppure no non è importante, non saprò ancora come guardarti e poi dove sistemarmi, io come quei soprammobili dai quali non riesco a separarmi. Non sarò più invadente, ma presenza e sguardo. Per le parole che scavo nel bianco e per quella purezza che non ti riconosci sul fondo della tua schiena. Nei tuoi pigiami invernali respirerà ancora l’alito delle mie labbra che per le tue bastano due bacchette vicine e si fanno sushi, crude e distanti, così se mi avvicino, credi soltanto che io voglia mangiarti.
 
Foto: Francesca Woodman
Photo editing: Neige
 
 
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