Archivi categoria: Poesia

Regarde le ciel, regarde ma bite

In metropolitana a inciampare tra i rossetti rossi, le fronti sudate dei taxisti e i tram incastrati nei binari. Gli occhi consumati per attirare l’attenzione e tutte quelle energie disperse. Mi domandavo sempre la stessa cosa: quanti tuoi vestiti ho dimenticato e quanto costa la pazienza è quell’infinito tatuato dietro al collo delle adolescenti.

Sui lati dell’autostrada le cinture di sicurezza come lacci emostatici, la voglia di vivere da iniettarsi in vena e i rosari sgranati degli anni ottanta.

Le tue guerre col microfono in mano e le aule zuppe dell’Università Statale di Milano; gambe incrociate su pavimenti freddi a raccogliere l’alito pesante dei professori che fanno i pendolari. Mentre a Palermo si fa il bagno e fioriscono i cactus, le nostre colazioni ad occhi chiusi e mani tese per raccogliere gli avanzi della notte, quando tutto si immagina e la verità russa piano.

Siamo invecchiati in fretta mi dici e appoggi le dita sui tasti della chitarra. Ti faccio domande assurde sul senso del nostro stare chiusi in casa e fare sempre tardi, tardi, tardi. Rispetto a cosa poi? Non mi rispondi.

Dovremmo impiegare il tempo dedicandoci al piacere, ma quale poi, dedicandoci a piacere, mi verrebbe da dire, delegando agli I LIKE le nostre coscienze.

Vorrei tagliarti i capelli e aspettare con te che ricrescano, la primavera delle nostre teste, consumare le mani a furia di carezze. E invece tra le tue labbra chissà, tra le tue labbra come si sta. E invece tra le tue cosce chissà, tra le tue cosce come si sta.

Così sulle punte dei piedi guardavamo dalle finestre per scoprire i segreti dei grandi, non ci sono torte a raffreddare sui balconi, non ci sono nemmeno balconi e panni stesi ad asciugare.

Qui tutto si fa grigio, quando togli il casco cerchi un rubinetto per lavarti il volto. E’ solo un momento, dicono i più, tutti sono in attesa che qualcosa succeda, perché qualcosa prima o poi succederà, e laveremo via il nero dei nostri lavori con le riforme dei cuori e finalmente potremo infilare le mani in tasca e distribuire caramelle per cariare i denti soltanto ai bambini dell’Africa, per rifarci l’anima coi sorrisi degli altri, perché il nostro, oh, il nostro è ancora sepolto. Sotto le colpe che non ci siamo mai perdonati, tra i calcinacci delle nostre infelicità immotivate.

Non c’è il sole oggi a Milano, ma sopra le nuvole è sempre sereno, sempre. Vuoi dirmelo ora che fare, continueremo a prendere aerei per accorgercene o ci basterà alzare lo sguardo, così regarde le ciel non sarà un’altra stupida frase scritta con lo spray sull’asfalto, non alzeremo le spalle, ma solleveremo le sciarpe, qualcuno il pugno, altri una mano, e cominceremo a salutarci, oggi e pure domani, dopodomani chissà.

Foto: dalla rete.

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Per l’altrove

Ogni volta che mi riprometto di non scrivere nulla viene un momento che mi costringe a tornare qui. I pixel bianchi, i muri bianchi, il computer bianco, la mani bianche. Tutta questa pulizia fuori dal giallo cupo dei polmoni, dei reni. Il nero dentro dove è buio e mai fa freddo.

Rigide le auto parcheggiate. Rigidi gli alberi che attendono i venti caldi per muovere la chioma, darsi alla danza. E i desideri che costringono all’immobilità, prima scatti poi inedia. C’è nell’incontro quel segreto luogo che impedisce l’andare e costringe al ricordare i passi per la coreografia di un futuro passato: la terra calda, il tuo abito caldo, il tuo alito, caldo.

Perché se soffi tutto si fa freddo e se aliti invece riscaldi? Mostri e realtà sconosciute, spiegazioni fisiche e piede che batte sulla punta e riposa sul tacco.

Nell’ora bruna a contemplare i cuscini, santa televisione sfilami le arterie, fai circolare in me desideri d’ovvietà e sveglie regolari.

Così sulla mia pelle il taglio e il ricamato solco del tempo. Le opinioni che si fanno più chete e ardono soltanto davanti al muro dell’ignoranza. La presunzione riservata ai vent’anni e pavimenti a pois, piogge sudate di necessità.

Mi dirai ora che ti sono oscuro, l’incontro svela, il resto è una notte senza tregua. Sotto alla mia finestra i corvi non fanno che parlare d’amore, io non capisco nulla. NULLA. Andiamo, niente scoramenti, diceva Piero Ciampi. Andare, camminare, lavorare.

In questa confessione al grigio cielo, avaro di nuvole bianche e voli neri, povero di stelle e di una fissità che sconvolge, in questo canto la felicità per gli esordi, per chi solleva la testa e non tiene per sé la paura, per i bambini che disegnano sui muri col gesso, per quelli che colorano i banchi. Per quelli che si addormentano sulle metropolitane al ritorno dal lavoro che non trovano, per quelli che l’inquietudine li squarcia. Per te che oggi t’emozioni, per gli orologiai che scandiscono i secondi e non sanno che il tempo, oh, il tempo… figurati lo spazio. Per quel giornalista campano che ha abbassato la testa e si è fatto più umano, più alto. In quest’età dove tutto è selfie e il resto altrove, per l’altrove e il segreto delle orme di chi la strada la abita e poi scompare, o torna.

Foto: dalla rete.

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In piedi sulla sedia

Così a mio agio qui, su carta immaginaria, al riparo della luce tenue di una lampada, su un tavolo di legno scuro, con le dita consumate e il velo del sonno che mi scompiglia i capelli. Così a mio agio qui, tra queste righe nate ribelli e ora chete. Goffo invece quando ti invio anche solo una riga, gli sms e il tono sconosciuto ai diapason. E’ questione di spazio e di stare, ci si conosce in presenza il resto è tutto un delegare all’immaginario. Così non sei drago e nemmeno lucertola, ogni tanto non sei nemmeno tu.

Vorrei contare i tuoi capelli e alla prima caduta ricominciare dall’uno. Così la mia pazienza avrebbe un fine.

Mi sono svegliato presto ieri, spremuta d’arance e occhi grandi, il primo caffè per provare a parlare. E ascoltavo Cesare Cremonini, fuori la luce chiara di un sole di febbraio, ero felice così, con tutto da perdere e un giorno da guadagnare. Non c’è nulla di trascurabile nella felicità. Se tutto diventa indefinibile, tutto diventa scomposto, che fine faremo noi abituati ai puzzle coi pezzi mancanti? Le multinazionali in Cina se ne fregano sempre. Se ne fregano i piani alti degli uffici di Garibaldi e se ne fregano pure gli impiegati addetti alle mance dei cessi dell’Autogrill.

Tornavo a casa al mezzogiorno per mangiare coi miei, il profumo della pelle di mamma e imprecare contro la sfortuna dimmi a che serve? Ricerca il sapore di casa, la bicicletta dell’amico che non vedi da troppo.

La memoria è un compasso sgraziato, non disegna che cerchi, come stagni dal fondale ricco, la fatica del nuoto e il tuffo, far forza sui quadricipiti per riemergere.

I quarant’anni di papà intorno al tavolo di nonna, la torta di frutta, i bicchieri di cristallo, la tovaglia bianca, quanti anni avevo allora? Che poesia avrò recitato in piedi sulla sedia, che paura avevo delle altezze?

Ma non si vive di sola memoria e così rovesciavo pagine di libri sul tavolo, mi asciugavo le guance col fumo denso dei sigari, ballavo sui balconi di Viale Marche suoni mescolati e bottiglie vuote. Non c’era vento e non suonavano i carillon. Tu ascoltavi, perché sapevi ascoltare. Io parlavo, perché non sapevo parlare. Così ci addestravamo al timore e nascondevamo i respiri perché troppe leggerezze ci fanno volare lo sai, e abbiamo paura, ora, che non abbiamo dieci anni e nemmeno ottanta, sempre alla ricerca, di cosa poi?

Foto: Ilaria Margutti, Il filo di Ananke.

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Costellazioni

Raccolgo biglie di vetro trasparente e colori accesi nel centro, poi quei ciclisti che fanno uscire le nonne sui balconi come alle processioni, la mia tasca grande e robusta, la sabbia sotto le unghie e quelle pietre levigate dal mare, quasi sempre verdi: gli angeli delle bottiglie di birra abbandonate dai ragazzi degli anni settanta. Così piccolo che mamma mi chiama da dietro gli scogli, rispondo arrivo, raccolgo tutto e arrivo. E mi stanco in fretta di inseguire i grandi, la dita dentro la sabbia, il sale sulle labbra e il volo dei gabbiani che chissà dove dormono.

Che me ne importa del resto. Se io potessi, se io potessi soltanto ascoltarti e guardarti. Non lo sapevo a quei tempi. Ma mettevo sempre da parte una biglia, la mia preferita, in una tasca con la cerniera. Per proteggerla, per riconoscerla.

Oggi non sono al mare, ma c’è luce, hai visto? Non ti sveglierai più in tasca, ma sarai contenta, la testa un po’ pesante. E molti abbracci e baci da guance consumate e fiocchi, calici e bollicine.

Guardo un documentario sulle tartarughe delle Galapagos che quando davanti al muso gli si presenta una grande pietra continuano a spingere finché la pietra si sposta, fino alla morte o fino all’acqua, al nuoto leggero che non conosce ostacolo e porto. Non vedono che la roccia, sentono i muscoli duri, dimenticano il mare e il carapace non serve più, non c’è alcuna difesa nell’attacco. Così le tartarughe ninja si sono armate perché non hanno pietre da spingere né desiderio di acqua, ecco perché ora mi annoiano.

Quale follia riveste i miei giorni e quale lucerna vado consumando, quale mare mi accoglierà quando sarò poi solo a bearmi della curvatura della terra?

Nelle tempeste si vede solo acqua, nella notte ricerchiamo la luce, soltanto al sole appaiono le ombre. Vorrei prendere a pugni l’ansia e ricamare note sonore sul flauto, sulla chitarra appoggiata negli angoli.

La leggerezza sotto al tuo portone, io, come le moke gonfie di caffè lamento di spegnere il fuoco col borbottio, poi fischio e infine brucio nel disperdermi. Il tuo orecchio teso al gorgogliare, il mio piede tra i castagni s’appassiona al muschio, ma l’occhio si ripulisce e le dita accarezzano il dorso degli alberi.

Non penso al domani, è sempre lo stesso giorno qui sulla terra. Arriveranno i venti per confonderci le carte e poi i viaggi, quando non basteremo più a noi stessi, le nostre teste fatte di stelle non ancora ordinate in costellazioni.

Quanto alla legna lasciamo che bruci nei camini, le fiamme salgono al cielo e riscaldano l’aria abituata all’alito di gente infreddolita che rincorre le strade col passo incerto e lo sguardo sicuro. Ho immaginato il tuo pavimento caldo, le tue pareti pulite e quei colori poco invadenti che fanno il tuo mondo. Ho immaginato il bianco barocco e i tavolini all’aperto, poi le granite. Ho immaginato le piazze e il verde, la c aspirata e il vino. Troppo così ho immaginato che se te lo dico aumentano le ansie e la spontaneità fa il suo sacco per andarsene.

Ora, tutto questo mio scrivere non serve a nulla.

Addio malinconia,

non vorrei crepare prima di aver conosciuto i balconi di Cuba

i pianti sonori di Iguazu

i gechi di pietra del sud

Non vorrei crepare

senza sapere il colore del mare

quando il cielo non c’è

se sotto ai vulcani è freddo

se nel tuo ghiaccio c’è un buco

per poter pescare

se dietro alla tua porta c’è una serratura

per poterti guardare.

Poi finestre spalancate e uliveti, vigneti, yeti,

che lieti giochiamo a rincorrerci.

Foto: dalla rete.

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Tra i fenomeni del parkour

Dai tetti di Londra, tra i fenomeni del parkour, gridavo la ragione non è la verità, soltanto una regola per ridurre l’angoscia.

E ci mancava il fiato per la disperazione dei piccioni che vivono nelle metropoli e si accontentano dei piani alti, il mare ai gabbiani e i combattimenti topo a topo per la proprietà dei tombini.

E mentre mi facevo crescere i baffi per sentire più a lungo il tuo sapore, tu avevi gli occhi altrove, proiettati verso non so quale treno, quale nuova partenza.

Ci svegliavamo entrambi, la notte, controllavamo sul display dello smartphone le foto degli altri e ci tranquillizzavamo perché così va il mondo e noi rimaniamo ancora diversi.

Vorrei potere anch’io ripulirmi le spalle dai residui di tutti i nostri ieri, di questo sentire che non ci lascia tregua e dei pensieri che vengono a tirarci i capelli, così il dolore ci coglie mentre gli altri non se ne accorgono e sorseggiano i loro drink con i sorrisi perfetti.

C’è una forza, invece, che ci tira le labbra e ci spinge la mandibola indietro, la lingua indietro, la testa indietro. Lascia le lacrime al cuscino e imbocca la strada con le scarpe d’oro. Non abbiamo bisogno di sguardi e nemmeno d’inchini, mi chiedevi il dono della comprensione e trascorrevo il tempo tra le cartomanti e i pittori, indeciso su quale strada prendere e quale viso farmi ritrarre. Dov’eri tu in quei giorni?

C’erano cieli che gridavano il tuo nome, il verde e il blu dei negozi del Marais, e poi quelle sale enormi, penso alla solitudine dell’opera d’arte, sai? Chi se ne importa delle notti dei musei, dell’ultimo nastro della pellicola che a luce spenta si appoggia al piede del proiezionista. Sapessi come va il mondo, sapessi come va il mondo.

Noi dell’amore raccogliamo le briciole, beviamo il fondo delle bottiglie, ci accoppiamo in mancanze, noi dell’amore siamo occupanti, usurpatori sui tappeti della follia, sulle punte ad aspettare le crepe della ragione, noi ci affidiamo quando la fiducia è impossibile, noi siamo i disperati, mai cheti, noi siamo il noi che nulla completa, siamo noi, e siamo in tanti.

Foto: dalla rete.

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E non daremo la colpa alle stelle

Ma il sole dietro alle sbarre rimane sole? E dietro al sole il buio o ancora cielo? E dietro al cielo, dimmelo, ora, tu dove sei, dove ti nascondi, con la coperta alzata fino alla fronte, i vagabondaggi dei tuoi capelli. Vorrei averne uno, qui sul tavolo, sul tappeto o intorno al glande, a dire di un tuo passaggio, la tua vicinanza.

Troveremo un contenitore adatto alle parole per la raccolta differenziata dei nostri sentimenti dispersi. Quando unisci le mani, intrecci le dita, quando lasci la testa molle, le braccia molli, quando non vista danzi. Chissà se esistono specchi per guardarsi dentro, dici che è una fortuna, sarebbe una maledizione e finiremmo per restare immobili. Dove sono le tue labbra adesso e dove i tuoi occhi? Prima del risveglio a immaginare i corpi degli altri, dimmelo tu perché non basto a me stesso.

Ora, il cappello a trequarti, il ciuffo a cancellarmi un occhio per la pirateria delle relazioni, per le sorprese ai semafori e le contestazioni degli studenti. Ho dieci domande scritte sulla mano, mi dici come hai fatto, hai le mani piccole.

La curiosità è fatta di frasi brevi e domande veloci, prendersi il tempo della stretta è un’invadenza riservata a pochi. Non ti capisco, continui tu, non c’è niente da capire, dico io. Ricordi noi, sui balconi ad appendere arcobaleni, le bandiere contro le guerre e i diritti degli altri, gli altri che poi siamo noi e chi se no, dici tu, l’alterità è di per sé una violenza. Tu alzi le spalle e ti allontani, io ti guardo le scarpe, me lo ricorderò quel palchetto in piazza Castello, noi per le donne, noi tutte donne, dicevo anch’io, ma era impossibile, così una rondine e la primavera delle coscienze sempre in ritardo. Corriamo, propongo. Ma dove? Che importa. Importa invece.

Non ci sono più stagioni e altre lenzuola bianche attraversano le piazze, che dovrei fare, ti chiedo. Non lo so, rispondi tu. Non lo so, ripeto io. Dovremmo trovare un altro nemico, uno ancora, magari un amico.

Liberiamo queste finestra dalle grate che ostacolano lo sguardo, dove sbatteremo le nostre tovaglie? Oltre i palazzi, oltre i cancelli e i tavolini dei bar, oltre le strade grigie della provincia, oltre i nomi delle città, fino a perderci e distinguere soltanto il giorno e la notte, fotografie fatte con gli occhi, parola o vento. E non daremo la colpa alle stelle se siamo rimasti soltanto contorni.

Foto: dalla rete.

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A William Seward Burroughs nell’anniversario della sua nascita

Rimanere immobili è pericoloso, dicevi, tu che immobile non ci sei rimasto. Tu che hai fatto di tutto rendendo ogni lavoro degno del tempo, dell’attenzione. Senza borie vane, senza regola, né pensiero rivolto a futuri lontani.

Erano altri tempi, certo, non preoccuparsi del precariato perché c’era sempre bisogno di fare. Così a volte te ne andavi sulla spiaggia, là, a Essaouira, e ti riempivi le vene. Tu ti facevi per le strade della provincia d’America, nei cessi dei locali al suono del bebop e tra le gambe pelose di qualche amico.

Ti spogliavi con la naturalezza di chi cambia abito ogni giorno e usa il corpo come un appendino, nessuna paura del contatto fisico, nessun timore per l’esposizione al sole del giudizio. Così ti facevi, anche grande, ammettiamolo, e diventavi noto e stimato e frequentavi i salotti, sposavi donne per gentilezza o per la passione comune alle droghe, lasciavi il loro letto vuoto frequentando le schiene robuste degli uomini dei bassifondi. Chissà a quale dio ti rivolgevi col laccio emostatico e la siringa, i cucchiai sempre caldi e nessun brodo per sera, soltanto rituali per godimenti estatici e fuggivi.

Tutto è dolore e consapevolezza, e ti mettevi a scrivere e ti rivoltavi di barba e di ossa, non c’era tempo per sorrisi prolungati e gioie grandi, schiamazzi e grida, e dopo ogni fuga un’altra occasione da creare, un rischio da correre. Uccidesti tua moglie giocando a fare il Guglielmo Tell, nessuno se ne accorse, nessuno t’accusò, sapevi amare? Te ne sei andato rincorrendo canoe e carta, giù in Sud America e poi fino a Tangeri, il nero del Marocco, le case vuote e il fumo denso prima di prendere sonno, gli hammam per consumare l’amore.

Poi sulla spiaggia, sulla spiaggia ancora, tutto ci porta là, l’incontro con Jack e tu, fottuta pecora nera, drogato, frocio di buona famiglia, nel tempo che non chiede conti e porta falò per bruciare rimorsi, prendevi i tuoi scritti, cara grazia gli amici, e li mettevi insieme, ne usciva Pasto Nudo, lo pubblicarono e tu fosti famoso, mai indipendente.

I soldi della famiglia, perché dire no a chi tutto può. Così Parigi è un istante, tra le elite parigine non devi svelare molto, basta il vestito, il modo cortese, il fare arrogante. Tutto d’un pezzo, mai così diviso. Il tuo corpo si faceva più fine, i tuoi occhi più lunghi, il tuo culo, oh, ne parlavi sempre e nessuno ti ha mai detto di smetterla con la roba. Sacra lei più dell’alcool, i tuoi rituali, la tua spiritualità così ammirevole, sapevi tutto anche dei Maya.

Non lavoravi quasi più, chi non lavora pensa e contesta, lo sai, lo sappiamo entrambi perché affogavi le tue notti, imparavi, imparavi soltanto, non solo per necessità, ma per scelta, ti trascinavi qua e là soltanto per vedere cosa succedeva. E succedeva. Amavi il bardo Shakespeare, chissà com’è, chissà perché, raccontava storie, scomponeva la vita per poi ricomporla, tu invece, noi, beh, noi, che fine abbiamo fatto noi? Noi che eravamo disperati e felici, disperati e felici.

Rimpiangiamo il passato e sentiamo ancora il richiamo della strada, l’ululato del cane e le grida invadenti, là al tavolo ci sono le ragazze, vieni con noi, William? Certo, amico, non vorrai lasciarmi qui, solo, in compagnia delle foto bianche che mi ritraggono sempre più magro, sempre più solo. La mia malinconia, non si era soli allora, mai, e invece adesso? Si scrivono romanzi e finiscono sempre bene.

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Sui padri

Come coi venti qui battersi è impossibile. Prendere a pugni l’aria o maledire il sole, esercitare il muscolo alle forze avverse, socchiudere le palpebre per non soccombere alla luce. Uno sforzo uomo natura, ribellarsi al mondo strappando l’erba dei prati, staccare i petali ai fiori e incidere le cortecce degli alberi. Poi il respiro pesante, il corpo in sussulto, le dita rosse, le mani rosse, il graffio del legno e terra sotto le unghie. Vuoi ribellarti? Fallo. Non temere. Dopo lo sforzo arriva la lacrima, la maledizione alla nostra inettitudine. Troppo grande una vita per abitarla tutta.

E’ carta, è tempo, è petrolio nero, è vite radunate intorno alla vacuità dei dialoghi di questi oggi ineguali e tristi. La calza nera e la camicia bianca, l’occhio bagnato e le mani agitate. Nel contrasto dell’a tu per tu tiriamo ancora in ballo i padri, noi, in questo luogo che non conosce radici, in questo tempo che non conosce grazie. Tiriamo ancora in ballo i padri e lo facciamo col punto di domanda quando dovremmo riservare il tempo all’abbraccio, alla sedia, alle conversazioni dei pomeriggi. La paternità è cosa grande, è carezza e calore, è solitudini e ferite, è esempio e ribellione, ma nel divenire si fa parola o silenzio. Non c’è altra via, nessuna. E allora ti sforzi e crei dei rapporti, che non sono legami, sono libertà e ripartenza. Mai troppo vecchio per crescere, mai troppo giovane per imparare.

Mi rattrista tutto questo chiacchiericcio, mi rattrista la superficialità dell’affermazione del sé. Quando rompere il cordone ombelicale è necessario e doloroso e l’essere umano si fa adulto quando lascia, taglia, abbandona. Il padre, la casa, la legge. E così episodio di sangue, ferita aperta che fa male nel ricambio del tempo. E poi pensiero, ritorno e carezza.

Perché fare del privato un pugnale per minacciare le gole dei nemici del patinato. Perché? Che senso ha? Quanto misero sei tu che ti spertichi in attacchi?

Quel che io so di mio padre è lo sguardo, l’odore della sua pelle, la sua barba sfatta e il dopobarba, come indossa i pantaloni e come cammina, come si ritrae dagli abbracci e come si lascia andare, poi come sposta gli occhiali, i difetti della pronuncia, il respiro di quando dorme, la debolezza e le forze, le nostalgie, le imperfezioni delle sue mani, quel che c’è dietro alle sue parole, la sua presenza, la sua lontananza. Porto i suoi segni sulla pelle, non me ne importa ora delle sue colpe, nemmeno delle sue virtù, ci vive oltre lui, oggi per me. Dimmelo ora se c’è bisogno di altro. Vuoi giudicare un’altra vita? Domandare è lecito, ma quale risposta speri d’ottenere. Rendi grazie al silenzio e torna a guardare il soffitto. E alla prossima doccia, nella tua cruda nudità, pensaci, non saresti mai cresciuto se non fossi stato voltato e rivoltato, amato. Non saresti tu ora, se non avessi la ferita che zampilla e poi le parole che frenano il sangue e ricostruiscono la pelle. Stronzo.

Foto: dalla rete.

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Bianco di lune

Il primo davanti al palco o l’ultimo della fila, farsi spettatore dietro ai grandi schermi a intonare i cori, accompagnare il cantante.

Le rincorse alle transenne e i due metri dell’uomo a limitare lo sguardo.

Che te ne fai della folla, che te ne fai di una maglietta sudata, di tutte le emozioni che accumuli nel cestino dei vestiti sporchi? Quando al risveglio ricordi soltanto i sogni peggiori, l’odore delle padelle, la cena del giorno prima.

Dimmi cosa ti vieta di proiettarti in futuro? Per quei pochi istanti di terra vuoi smetterla di rinunciare a vivere? Pizzica le corde della chitarra anche se hai appena imparato, lascia le docce al canto, ascolta la musica che ti piace non quella che ti insegnano gli altri, gioca ancora con le posate, se vuoi, ricorda di svuotare la tavola prima del caffè, di lasciare la tovaglia ai discorsi. Che vuoi insegnarmi tu? Nulla, ti dico io, so quel che mi piace e quel che mi spaventa.

Parlami delle impossibilità dei discorsi in piedi davanti al caffè, delle ore vuote trascorse su twitter.

Mi dicevi viviamo in campagna, scegliamo per vicini i cani, le galline e i cinghiali dell’alba, magari il cervo ci farà dono di una fotografia. E invece dalle nostre riparate solitudini guardiamo altrove: il verso animale del branco, la retorica della lamentela, l’invidia e lo sguardo al vestito più caro.

Guarda a te stesso, dicevi, ogni giorno ha la sua pena, cosa vuoi caricare sulle spalle. Non sei un asino, nemmeno un pavone, non hai bisogno di fare la ruota per farti notare. Così prendevo il rullino, la macchina fotografica più vecchia, le istantanee e l’attesa di uno sviluppo.

Non abbiamo più tempo, dicevi, come se fossimo padroni di qualcosa, come se le debolezze non dominassero gli altari. Dentro le fragilità i tagli sulle nostre dita, le unghie consumate, gli angoli del nascondimento, gli abbracci al cesso, le lacrime vietate agli sguardi e i balconi per immaginare i tuffi. Quando ci renderemo conto della sconfitta subita saremo vincenti, ogni giorno la sua gioia, ogni giorno il suo gradino.

Ora donami soltanto bianco e lune crescenti di denti, tu, mia sola gioia, mia amica, mia piccola vita.

Foto: dalla rete.

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Il bramire dell’orso

Cosa ci lascia qui, seduti tra le teste scolpite dei grandi, appoggiati a questi scalini bianchi, a questo cielo bianco, a queste mani bianche? Cosa ci dona la notte se portiamo il suo nero soltanto tra i capelli, tra le pieghe del viso e dietro alle ginocchia. Quale insegnamento, quale luce nuova, qui i giorni si ripetono e non impariamo niente, il quaderno è bianco, bianco l’occhio, dov’è il senso dell’amaro della noce che il pugno rivela? Che ne è dei bucati di luglio, dei balconi stesi in fila indiana e del vociare delle griglie accese?

Non basta l’aria, non serve farsi vuoto intorno, appoggia la schiena al tronco, il piede alla terra. Nell’oscillare dei fili d’erba le tracce del nostro fiato dove vanno, chi inseguono? Questo vento che tutto disperde, all’aria il tuoi panni stesi e fiori gialli e il ciclamino, la margherita! Pecore di polvere a rincorrersi sulla strada, a dirsi addio tra le grate dei tombini, lasciare il mondo alle ruote, ai fanali spenti, alle autoradio accese. 

Davanti a casa non saluti mai dicendo è per sempre; io non so dove mettere le mani, dove tenere il senno, dove far forza col piede e cambiare la marcia. Così goffo è il ricordo dei tuoi portoni, dei miei, che importa. Oltre la soglia è un chissà.

Nei mentre la debolezza dei nervi dopo le notti dei sorsi. Milano che aspetti ad attaccarti al gas di scarico delle tue mille auto, Milano che aspetti a spararti, rinasci e muori tra i chiostri, lascia speranza alle albe.

Così un’immagine di adolescenza: una finestra grande e il bosco, il camino acceso, il tuo maglione bianco a girocollo e il mio abbraccio da dietro. E stare, istantanea di un tempo che non domanda, l’orecchio teso allo squittio della donnola, al bramire dell’orso, così il silenzio rivela e non nasconde più; nelle tue tasche a ricercare gli organi interni e in cascata rivelarmi a te, nel verso che svela l’uomo, nella piccola morte che porta il capo indietro, le dita dei piedi aperte e eccessi d’anidride carbonica nel sangue.

E al risveglio dirti buongiorno, lasciarti dormire. Bevi il caffè, non è mai tardi, lo sai, proprio mai.

Foto: da tumblr.

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