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Che siamo fragili, siamo piccolissimi

Che siamo fragili, siamo piccolissimi, ce l’hanno detto in molti modi e poi ci hanno convinto e dai televisori fioriscono ancora le mode nuove. I capelli si fanno racconti per le nostre sere d’autunno. Con la pioggia che concede tregua alle dita per le ansie che si appoggiano al tetto e rimangono là in attesa del vento e delle sveglie degli smartphone. Scoperchieremo prima o poi le nostre orecchie e faremo entrare tutti i passati che non ha senso rimpiangere. E quando li avremo dentro allora prenderanno l’odore del senso, delle nostre cene notturne a pensare a quei domani che non sappiamo nominare, dominare. Macinano treni i chilometri dei nostri ideali messi nelle borracce a prendere fresco, resistere alla calura d’agosto per riemergere come le balene al largo dei mari coi nomi impronunciabili. Mi sono caricato addosso il respiro artificiale della tastiera. La tua chioma gentile, il fascino delle dita appoggiate sul viso. Quando tutti i lampioni si fermano a guardarti e lasciano perdere la strada per illuminare il tuo vestito lungo. I punti di domanda per quella cosa che chiamiamo distanza e le tue perplessità sulle conoscenze artificiali. Sono entrato nella stanza in punta di piedi, il nudo dei miei versi e i nostri piatti preferiti. Ci cade addosso la pioggia di settembre mentre ricamiamo parole con la velocità delle tartarughe. E per la nostra amicizia aspetti la fiducia, e mi chiedi di sorprenderti che non basta il nome di un blog. Che sono qui, la finestra aperta e questo tetto che ospita la cenere delle sigarette passate. E vorrei parlarti la notte, ora che la curiosità ci batte le spalle e non riusciamo a non voltarci. Le bolle di sapone per questi pensieri che scoppiano prima di arrivare al soffitto e le preoccupazioni dell’ultima ora. Coi difetti di queste menti infeconde, leggerci i titoli di testa dei quotidiani e correre sotto la doccia per allontanare i paragoni malsani dei critici. Sei mesi nell’ade e sei mesi in erba, come Proserpina e le nuove concessioni governative con Cerere che fa fiorire la terra per gioia e la fa piangere nella mancanza. E questo è tutto, le previsioni meteo verranno prima dei nostri sguardi, lo sai, e imparerò la pazienza e riuscirò ancora sorprenderti, magari nuda, magari timida, magari tu.

Foto: Henri Cartier Bresson

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Le parole più lunghe di due sillabe servono a poco

Non mi piacciono gli spiedini. Il caldo avveniristico delle città grandi e le vie deserte per il rilascio dei nostri pensieri più belli. Ho immaginato un colore diverso per queste tonalità sporche del bianco. E come a Valparaiso e il Chile del nord, quel viaggio zaino in spalle. Le coperte a tatuarci la schiena e tutti quei farò che scrivevamo sul diario. Le corrispondenze col lasciare e le classifiche di gradimento del passato. E quando incontravamo qualcuno cercavamo di sorprenderlo con l’intimità del qui e gli approcci con le frasi stupide, siete italiani? Siete turisti? La strada dove ci porterà e tutti quei chissà che lasciavamo in bocca alla reception. I soldi nascosti nelle mutande e le paure del diverso. Che sciocco dormire con la preoccupazione per il domani quando ancora una volta è la strada a condurci nei luoghi insoliti dei nostri pensieri notturni. Ci pensi mai che non risolverai tutto con la complementarietà? Le parole più lunghe di due sillabe servono a poco. Litighiamo con gli avverbi quando ci interrogano. E quando brindiamo porto il bicchiere a toccare terra per inchinarmi al mondo e alla sobrietà che vado perdendo. Quando tornerai dall’estero e quelle canzoni inconfondibili dei cantautori, ti aspetterò seduto sui pop corn, come si fa al cinema quando ti guardo soltanto per due ore al silenzio. E i tuoi movimenti nel nero, il tuo profumo e la sensibilità della carne che sfiora. E quando provo a imitare il tuo respiro va sempre a finire che mi viene da ridere.

http://www.youtube.com/watch?v=1BM2Cjn-Ld4

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Quel movimento lento che ricorda il mare

Il gocciolio delle ultime ore prima delle partenze degli altri. I panni stesi ad asciugare nei salotti e l’attesa aperta delle valigie. Quell’impronta sulla finestra che ancora porta il ricordo delle tue dita. C’eravamo detti vedrai che prima o poi diventeremo viaggio e così ci siamo trasformati in distanze. Non era quello il desiderio della mia ultima stella cadente, le aspettative sono fumogeni, ti fanno chiudere gli occhi e ti perdi nel colore e poi non rimane niente se non una piccola fiamma che lenta si spegne, e odore di zolfo. Sono ancora aperti i kebap mentre Milano svuota gli uffici e chiudono i bar per signore. E tutto questo caldo che ci spinge allo scontro, le frasi di circostanza e la banalità della luce d’agosto. Attendiamo i tramonti per quei Ramadam degli aperitivi cittadini, i parchi aperti e le feste di piazza dopo le levatacce e le ore rinchiuse negli odori stanchi dei mezzi pubblici, aria condizionata alla scrivania e una decina di caffè. E poi traffico e telefonate, i messaggi all’amico e l’organizzazione della serata. Gli occhiali stesi e la doccia, e un altro giro con speranze di conquista. Cosa ne pensi del mondo? Ho appeso un post it sul frigorifero per ricordarmi che prima o poi dovrò darci una risposta. Che io esco tardi la notte. Le birre bevute sul pesce non stancano mai, meglio sarebbe del vino, e prendere la metropolitana, arrampicarsi sui tubi per rubare l’aria ai finestrini come pesci rossi, con le bollicine che si accumulano sulla mia fronte. E poi ti ho vista da lontano e ho appeso i pantaloni al muro per prendere fiato. Volano farfalle tutt’intorno e non ce ne accorgiamo. Il fastidio delle zanzare e il ronzio delle auto in sosta. E un saluto e poi più. Prendere la via di casa e scriverti frasi lunghe una riga così ci fraintendiamo e rovistiamo nei sogni in cerca di risposte. Rimpiango ancora il fallimento dell’Eritrean Airlines, l’ultimo volo e l’attesa di quindici ore all’aereoporto, quando aprivamo le valigie per cambiarci le t-shirt e imparavamo la pazienza dalla pelle nera. Giocare a pallone coi capelli biondi degli israeliani e poi aria d’Africa a cambiare il contorno dei nostri polpacci, la siesta delle ore più calde. Lo sai che c’è? Vorrei pronunciare più volte il tuo nome, ma ancora confondo gli orizzonti, le lune delle tue natiche e labbra rosse, cieli di palpebre e notti di crini trascorse in veglia e poi tempeste e nuove piogge, se ti avvicini te lo racconto, non sono viaggio ora, soltanto amaca, pronto ad accoglierti e farmi culla per quel movimento lento che ricorda il mare.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

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Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

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La libreria Feltrinelli di piazza Duomo

« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell’imminenza di una reazione fascista in Italia »

Così Leo Valiani di Giangiacomo Feltrinelli.

Buona fede e disinteresse totale.

La libreria Feltrinelli di piazza del Duomo appare ora come un Suv mimetico lanciato ai duecento all’ora su una strada di città in un giorno di pioggia, al suo passaggio fango sui marciapiedi e vestiti sporchi e pioggia di escrementi sui ricordi dell’uomo Giangiacomo e di una casa editrice storica milanese.

Una libreria che non si concede vetrine perché è lei stessa vetro e specchio spocchia della cultura italiana dell’oggi. Cultura dall’etimologica provenienza al culo, allo scarto biologico che il contadino felice espelle nella terra aspettando il germoglio. Cultiviamo chiappe già aperte e in attesa dello sfondamento.

Mi soffermo su Feltrinelli libreria, potrei allargarmi a Mondadori store, sull’altra riva del duomo, ma, mi permetto, non c’è paraculismo in Mondadori. Ad accoglierti le riviste di moda, i best sellers, i giochi elettronici e le offerte di viaggio. Feltrinelli no. Ospite della Galleria Vittorio Emanuele come sinonimo di buona signoria.

L’uomo in camicia bianca, lo studente infiorato e il tailleur pastello della signora arricchita. Tra occhiali di dimensione varia si srotolano boriosi gli occhi dei più, la voce alta delle due amiche che decantano l’arte del De Luca, il signorotto panciuto si compiace in Camilleri da Sicilia, sempre sulla cresta del blu di Sellerio. L’adolescenza di Ammanniti e i titoli gialli del nord. Gli americani dai ritmi spezzati per i palati freschi della gioventù milanese e le parole toccanti per le discrete presenze mediatiche di un Gramellini qualsiasi e gli Inseparabili pappagallini di Piperno con le Cinquanta sfumature di grigio del fumo delle mie sigarette e i Segreti di Augias Corrado.

I libri disposti in cumuli. Sui davanzali infiorati spopolano i nomi della televisione. Tiziano Ferro scrive a suo padre ed anche i comici hanno un’anima.

Il posto d’onore dei figli dei morti famosi.

Gli ex direttori dei giornali. Gli sportivi, i deejay. Gli sconti in percentuale.

Rimane un’area sana dove ricerchi per lettera alfabetica tra le poltroncine per le letture a scrocco dei pensionati e l’aria condizionata mal funzionante.

Colonnette sciape riportano consigli per gli acquisti e spesso ci prendono, tre o quattro righe scritte a mano perché il computer rende tutto più freddo. 2012 e l’Odissea in traduzione. Per essere onesti dovremmo tornare all’oralità del libraio, ma il ragazzino col Manifesto nello spogliatoio e la camminata veloce del lavoro part time sfoggia un apprezzabile snobismo giovanile e corre a prenderci il libro desiderato.

Il gusto della ricerca personale nello zaino, le merendine preconfezionate per i nostri quarto d’ora d’aria e la consolazione delle lettere sul cuscino.

Il mio malessere e il desiderio del fuoco. Parlo di me, non generalizzo nei verbi all’infinito e con l’imperativo di Roberto Saviano da Napoli.

Perché sono una persona disturbata, il mio pensiero si riempie di perché, le domande dinamiche che mi consentono di tirare avanti.

Al fuoco tutto questo, al fuoco e sputerei per terra, mi leverei le scarpe per lanciarle verso qualche muro così che sfondandolo pile di libri sul pavimento, restituire dignità al passo e privarlo della comodità di questi pavimenti bianchi e puliti, di quelle scritte rosse come avvertimenti. Contro i manager dalla cultura massificata in tomi, lo sguardo accademico della Crusca e tutti i punti di domanda che lasciate nella borsa.

E poi sciogliersi davanti alla parola Bellezza resa puttana e troia per le parole del sindaco di Firenze Matteo Renzi che recita Stil Novo, la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter. Mi pigli al culo con morso forte, la rabbia che mi mangia le viscere o perché? Perché? Perché consapevolezza ci hai abbandonato? Nascondi il volto e mostri il culo, neghi l’umanità dello sguardo, il velo di Maya delle parole innocue.

E perdersi sul volantini con la programmazione degli eventi, ci manca un Fazio per l’intraprendenza di questi inviti, cantanti e lacchè per quei cervelli sognanti che Majakovskij getterebbe sulla strada. Kerouac si presenterebbe ubriaco e tornasse ora il genio di un qualsiasi Bene Carmelo, ci accontentiamo di Sgarbi per farci tre risate tra le sedie tutte uguali.

Non così, no. Non così.

Non compro niente, morirò infelice, arrabbiato e ignorante. Perderò l’uso della parola e mi consegnerò al silenzio.

La vostra musica classica di sottofondo fa marcire le mie orecchie sensibili, nei padiglioni dei vostri occhi tutto questo bianco lucido è panna artificiale.

E finirei per citare la fascetta del primo in classifica nelle vendite, il soldo è dunque, arbitro della qualità, ma la dimentico e annego nel silenzio bianco dell’indignazione.

Quando Piperno col premio Stega tra i denti cita Andre Agassi in epigrafe: “Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo”.

Queste mie righe sono una sconfitta, ma non il bianco di una bandiera, saprò rifarmi e soffrirò meno.

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Chiamami sempre, chiamami ancora.

La bonaccia della domenica e nelle orecchie i segni rossi degli auricolari, le onde della tua voce per quando mi addormento. Ho scoperchiato le palpebre e ci ho trovato i resti della serata di ieri. Ruminiamo al mattino gli scarti dei nostri desideri della notte. Con l’alcool che neutralizza tutte le nostre idee di dignità ci mostriamo nudi alla pioggia di luglio che viene a farci sentire di nuovo il sussulto del corpo. A disperdere parole sul Naviglio, rincorrere le gonne in svendita delle ventenni e i saldi promozionali dell’età di mezzo. E così ritrovarsi a parlare di poesia alla logica cinica del barista cinquantenne, tante ne ha viste e poche ne racconta. La posa plastica della mia mano che appoggia il bicchiere sul cuore. Le emozioni riservate al dopo-sbronza, quelle telefonate che non dovresti mai fare, che dopo le due di notte tutto è invadenza. Bello sarebbe trovarti tra le strisce pedonali, le ballerine garbate e il vestito leggero, la forma allungata dei tuoi occhi per far guerra ai miei nascondigli. La debolezza esibita nel tono della mia voce e a perdere gli occhi sul tuo numero coi dubbio sul che fare, le parole a ripeterle perdono il loro significato mentre i numeri avvicinano al sonno. Non ci sono sveglie per le mie mattine, cerco i tuoi denti sul comodino per masticare di nuovo la tua lingua, scoprirti nascosta sotto al cuscino e aspettare il tuo cucù. Chiamami sempre, chiamami ancora. E in sogno il rumore sordo dei nostri corpi che sbattono contro doghe in legno, le grandinate sparse tra il monte bianco e il Po e la mia finestra dimenticata aperta. Mi son svegliato lago e al mio orecchio il tuo sussurro: facciamoci un bagno, facciamolo ora, fammi nuotare, fammi affogare.

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Le erezioni dei grattacieli costringono il nostro sguardo al cemento

Tu, vecchia prima di diventarlo.

Le braccia gonfie e i bracciali d’argento.

Le frequentazioni lontane dalle tua giovane età, i salotti e i palazzi.

Io, cameriere, anima avida e vinta,

spinto alla giovinezza dalla morte gravida del futuro prossimo,

io, ancora scrivo per te versi,

dimenticando che hai perso la vista.

Già i vermi colorano l’incavo delle tue pupille,

non passo veloce, non ubriachezza estiva

capelli vergini di sperma

e ochette consumate dal cloro

nella tua grande vasca bianca,

affoghi tu

con le utopie, il revanscismo e quella finta autorità della mano alzata.

Le rivoluzioni di piazza son tempi andati,

le tende che lasciamo ai bordi delle autostrade,

vittime le nostre emozioni della banalità del pastello.

No! Non così, donna, illudo i miei giorni

col sogno che altro non è che sonno.

Non c’è quiete nelle mie notti,

non c’è riparo da questa folla urlante

i pensieri, gli umori degli altri,

questa verità che non è degna di nomi comuni.

Salirò a piedi nudi sul tuo ventre e salterò aggrappandomi al cielo

vomiterai le interpretazioni,

le vecchie rivoluzionarie milanesi,

teatranti morte come gli edifici statali per l’invecchiamento della parola detta.

Le nostre voci soccombono ai ruggiti degli abiti corti,

le erezioni dei grattacieli

-vergogna!-

costringono il nostro sguardo al cemento

non vi è più cielo,

non vi è più grido che possa arrivare oltre l’umanità del ferro.

L’oro cerchiamo

tra le parole che mi vieti

il mio grido è morte in petto

si perde nei vicoli di Brera e palpa i culi molli delle cartomanti.

Guarda le carte e strappale,

al tempo dei giochi ritorna,

corri sul fiume,

le mammelle in vista,

corri sulla strada e non salutare i passanti,

non degnare del tuo sguardo i semafori

non perdere le tue lacrime per il riconoscimento degli altri.

Le tue immagini sono vive,

vivi anche tu, te ne prego,

basta sorrisi di circostanza,

spoglierei io le labbra gonfie delle tue amiche in putrefazione,

le penne scariche degli amanti dei quotidiani.

Là nelle tue afriche,

nelle tue americhe,

la gente tende le mani alle nuvole e scarica pioggia sull’occidente dei nostri pianti incerti.

Là, te ne andrai per i sentieri,

qui

felice un giorno. Felice.

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Tu, io.

Eravamo partiti perché qui non ci stavamo mica bene, c’eravamo detti ci sarà qualcosa oltre l’ovest. Quando conoscemmo l’ovest provammo a metterci un dito in bocca, a bagnarlo di saliva, a metterlo in culo al cielo per sentire la direzione dei venti dell’est. E così siamo ripartiti. Mi leggevi Il mago di Oz quando mi sono ricordato del profumo delle tue camicie azzurre, di quando appoggiavo la testa stanca sul tuo cuore e sentivo il battito metallico della tua valvola artificiale. I film con gli spari. La tua sedia preferita. Te lo ricordi quando disegnavi per me i leoni? Così sono partito per le Afriche, e i leoni non li ho visti perché al mio ritorno non c’eri più e a chi avrei potuto raccontarlo? Per quando ci siamo seduti davanti al lago e tu lanciavi i sassi di taglio, mi hai detto quando qualcuno ti offre dei soldi accettali e poi mi hai insegnato come tenere il coltello per fare la punta ai bastoni e combattere con la terra. Per il tuo ultimo viaggio hai aperto il portafogli e non ho accettato carta, volevo i tuoi occhi, ma erano già altrove. Sui sentieri terrosi dell’oggi tengo presente il tuo passo. I tuoi occhiali grandi. I cappotti Burberry che mi stanno larghi. Cammino ancora, verso sud questa volta, a esplorare la debolezza della mia carne, avresti molto da confidarmi. Verso sud. Lo zaino leggero per quando tornano i ricordi.

 

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Urlo

I capelli in grappolo, il respiro oleoso dei sanpietrini.

Per ricoprirmi le carni una blusa nera.

Con gli intestini che regalano fuoco,

il fegato ad invocare piogge

la campanella suona, suona la campanella

corriamo in frotte allo spettacolo in prosa delle otto.

Falso e fasullo e malsana idea del ricopiare quel che è già morto.

Siparii sudario per quei vestiti stirati, profumati.

Fasulli.

La strada, perso il cappello in conventicole oziose.

Balzo sulle tavole dei vostri banchetti agirando la spada viva della parola,

contro il tuo vociare inetto, urlo

sporco di sugo

le camicie di lino dei tuttologi rivoltate sugli avambracci,

le sigarette oziose sull’asfalto molle fuori dagli uffici.

Le reclame ai bordi della strada,

i culi sodi,

i vestiti a fiori.

E calzature sempre fuori luogo.

Siamo in ginocchio, la fronte abbassata, i pixel dei cellulari le nostre vicinanze,

non te ne sei accorto dai palazzi gettano brioches

e banconote.

Le nostre gole a cavallo del borgo,

le bottiglie di vino scolate e ammucchiate nei balconcini sessanta per cinquanta,

dimmelo tu, filosofo, cosa sai della Svizzera, dei bordelli,

dimmelo tu cosa sai delle afriche,

la pangea risorgerà e ci terrà stretti in quell’abbraccio di carne che tu teorizzi e perdi.

Fosse comuni dei nostri liquidi, tubi, soltanto tubi per i nostri bisogni primari.

E il tabù del belpensiero, i fru fru dei buongiorno e quei grazie che ci fanno i tagli alle labbra

e al supermercato acquistiamo lucidabocche.

Meglio un fanculo.

Rabbia, la verga,

violenza, sussulto.

Un rombo, l’aereo, la lontananza,

distanze.

Dimmelo allora che te ne fai del tuo muso bello, della lingua capace, dei seni acerbi,

che te ne fai dei tuoi fianchi abusati,

della tua pelle

morta.

Ero pronto a intronarti nel mezzo del mio ventre,

farmi centauro supino, con la tua criniera e il vento.

Sbattono ancora le ali delle finestre e invocano i nostri voli.

Il mio no è vita,

strappo alle lenzuola quel che resta della notte,

dimmelo allora cos’è che ti trattiene immobile,

cos’è che ti aziona soltanto in sussulti,

dimmelo il perché dei tuoi balzi, accelerazioni e stop,

discese e salite le nostre lingue bianche,

non ci sono colori tra noi,

non c’è tempo,

tutto è perduto nella tua foto che smagrisce in bianco.

Tutto è perduto della tua giovane età,

perso cammino aggrappandomi alle mura,

baluardo soltanto il mio volto aguzzo,

i capelli arresi all’avidità dello smog e la fronte alta in guerra col cielo,

guarda il mio passo,

cercami per quelle vie,

trasudo

parola e piscio

e vedrai il sangue delle mie nocche

sulle porte delle vesti bianche

come un avvertimento per i boia incappucciati che suoneranno alla tua porta,

le organizzazioni del volontariato.

Lascio una scia luminosa,

le nostre belle notti,

che se m’accascio è perché sono ferito

ansimo vita, povero,

ignorante del tempo, avido in sguardi.

Il rintocco dei miei tacchi lucidi a inventare un ritmo nuovo,

la blusa nera a cancellare le impronte.

Poi la città,

i netturbini,

i sacchi neri per la morte del vespro.

Gli orologi rubati impignati sulle piazze,

bruciamo il tempo per cancellare le condotte regolari,

l’appuntamento,

il ritardo.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non avrei tempo per i discorsi. Svelerei il mio bianco, la pelle debole, preda io per i tuoi denti bianchi.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non servirebbero gabbie. Saremo eterni, nell’ansimare delle nostre piccole morti e poi ci gireremo dall’altra parte.

Prenderemo sonno, e non sarà per sempre.

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Quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti

Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per le corse d’estate, il prato grande e noi a rincorrerci. Le lucertole e le cavallette, a staccare le code per giocare ai dinosauri, a mozzare le ali per provare a toccare l’altissimo e tutti quegli azzurri che scompaiono tra le montagne. Quei pomeriggi lunghissimi e il nascondino, le carte, e le prese in giro. E dare il nome alle nuvole coi buchi che ci siamo fatti sulle ginocchia, quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti. Il canestrino del  basket sopra la porta della mia camera, la palla di spugna e le tue vittorie che sei stato sempre più alto. I viaggi intorno al piccolo mondo, le brochette e i nostri balli tra i deserti. Le distanze che ci hanno avvicinato e i discorsi seri sopra ai divani. La Juventus per svagarci e poi diventare grandi in un puff, per i silenzi nei monasteri cari e le schermaglie dell’adolescenza. Tagliarti i capelli per sentirti caro, con la precarietà dei luoghi, i giorni corti d’inverno e il ti voglio bene come una cantilena. Ci sono parole che non serve dirci, ci sono sguardi al profumo di casa e accoglienze fatte di come stai. Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per dirti che siamo qui, per queste parole che sono carezze che non m’importa della retorica e quando stringo le braccia so che stringo anche te.

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