Le erezioni dei grattacieli costringono il nostro sguardo al cemento

Tu, vecchia prima di diventarlo.

Le braccia gonfie e i bracciali d’argento.

Le frequentazioni lontane dalle tua giovane età, i salotti e i palazzi.

Io, cameriere, anima avida e vinta,

spinto alla giovinezza dalla morte gravida del futuro prossimo,

io, ancora scrivo per te versi,

dimenticando che hai perso la vista.

Già i vermi colorano l’incavo delle tue pupille,

non passo veloce, non ubriachezza estiva

capelli vergini di sperma

e ochette consumate dal cloro

nella tua grande vasca bianca,

affoghi tu

con le utopie, il revanscismo e quella finta autorità della mano alzata.

Le rivoluzioni di piazza son tempi andati,

le tende che lasciamo ai bordi delle autostrade,

vittime le nostre emozioni della banalità del pastello.

No! Non così, donna, illudo i miei giorni

col sogno che altro non è che sonno.

Non c’è quiete nelle mie notti,

non c’è riparo da questa folla urlante

i pensieri, gli umori degli altri,

questa verità che non è degna di nomi comuni.

Salirò a piedi nudi sul tuo ventre e salterò aggrappandomi al cielo

vomiterai le interpretazioni,

le vecchie rivoluzionarie milanesi,

teatranti morte come gli edifici statali per l’invecchiamento della parola detta.

Le nostre voci soccombono ai ruggiti degli abiti corti,

le erezioni dei grattacieli

-vergogna!-

costringono il nostro sguardo al cemento

non vi è più cielo,

non vi è più grido che possa arrivare oltre l’umanità del ferro.

L’oro cerchiamo

tra le parole che mi vieti

il mio grido è morte in petto

si perde nei vicoli di Brera e palpa i culi molli delle cartomanti.

Guarda le carte e strappale,

al tempo dei giochi ritorna,

corri sul fiume,

le mammelle in vista,

corri sulla strada e non salutare i passanti,

non degnare del tuo sguardo i semafori

non perdere le tue lacrime per il riconoscimento degli altri.

Le tue immagini sono vive,

vivi anche tu, te ne prego,

basta sorrisi di circostanza,

spoglierei io le labbra gonfie delle tue amiche in putrefazione,

le penne scariche degli amanti dei quotidiani.

Là nelle tue afriche,

nelle tue americhe,

la gente tende le mani alle nuvole e scarica pioggia sull’occidente dei nostri pianti incerti.

Là, te ne andrai per i sentieri,

qui

felice un giorno. Felice.

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