La libreria Feltrinelli di piazza Duomo

« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell’imminenza di una reazione fascista in Italia »

Così Leo Valiani di Giangiacomo Feltrinelli.

Buona fede e disinteresse totale.

La libreria Feltrinelli di piazza del Duomo appare ora come un Suv mimetico lanciato ai duecento all’ora su una strada di città in un giorno di pioggia, al suo passaggio fango sui marciapiedi e vestiti sporchi e pioggia di escrementi sui ricordi dell’uomo Giangiacomo e di una casa editrice storica milanese.

Una libreria che non si concede vetrine perché è lei stessa vetro e specchio spocchia della cultura italiana dell’oggi. Cultura dall’etimologica provenienza al culo, allo scarto biologico che il contadino felice espelle nella terra aspettando il germoglio. Cultiviamo chiappe già aperte e in attesa dello sfondamento.

Mi soffermo su Feltrinelli libreria, potrei allargarmi a Mondadori store, sull’altra riva del duomo, ma, mi permetto, non c’è paraculismo in Mondadori. Ad accoglierti le riviste di moda, i best sellers, i giochi elettronici e le offerte di viaggio. Feltrinelli no. Ospite della Galleria Vittorio Emanuele come sinonimo di buona signoria.

L’uomo in camicia bianca, lo studente infiorato e il tailleur pastello della signora arricchita. Tra occhiali di dimensione varia si srotolano boriosi gli occhi dei più, la voce alta delle due amiche che decantano l’arte del De Luca, il signorotto panciuto si compiace in Camilleri da Sicilia, sempre sulla cresta del blu di Sellerio. L’adolescenza di Ammanniti e i titoli gialli del nord. Gli americani dai ritmi spezzati per i palati freschi della gioventù milanese e le parole toccanti per le discrete presenze mediatiche di un Gramellini qualsiasi e gli Inseparabili pappagallini di Piperno con le Cinquanta sfumature di grigio del fumo delle mie sigarette e i Segreti di Augias Corrado.

I libri disposti in cumuli. Sui davanzali infiorati spopolano i nomi della televisione. Tiziano Ferro scrive a suo padre ed anche i comici hanno un’anima.

Il posto d’onore dei figli dei morti famosi.

Gli ex direttori dei giornali. Gli sportivi, i deejay. Gli sconti in percentuale.

Rimane un’area sana dove ricerchi per lettera alfabetica tra le poltroncine per le letture a scrocco dei pensionati e l’aria condizionata mal funzionante.

Colonnette sciape riportano consigli per gli acquisti e spesso ci prendono, tre o quattro righe scritte a mano perché il computer rende tutto più freddo. 2012 e l’Odissea in traduzione. Per essere onesti dovremmo tornare all’oralità del libraio, ma il ragazzino col Manifesto nello spogliatoio e la camminata veloce del lavoro part time sfoggia un apprezzabile snobismo giovanile e corre a prenderci il libro desiderato.

Il gusto della ricerca personale nello zaino, le merendine preconfezionate per i nostri quarto d’ora d’aria e la consolazione delle lettere sul cuscino.

Il mio malessere e il desiderio del fuoco. Parlo di me, non generalizzo nei verbi all’infinito e con l’imperativo di Roberto Saviano da Napoli.

Perché sono una persona disturbata, il mio pensiero si riempie di perché, le domande dinamiche che mi consentono di tirare avanti.

Al fuoco tutto questo, al fuoco e sputerei per terra, mi leverei le scarpe per lanciarle verso qualche muro così che sfondandolo pile di libri sul pavimento, restituire dignità al passo e privarlo della comodità di questi pavimenti bianchi e puliti, di quelle scritte rosse come avvertimenti. Contro i manager dalla cultura massificata in tomi, lo sguardo accademico della Crusca e tutti i punti di domanda che lasciate nella borsa.

E poi sciogliersi davanti alla parola Bellezza resa puttana e troia per le parole del sindaco di Firenze Matteo Renzi che recita Stil Novo, la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter. Mi pigli al culo con morso forte, la rabbia che mi mangia le viscere o perché? Perché? Perché consapevolezza ci hai abbandonato? Nascondi il volto e mostri il culo, neghi l’umanità dello sguardo, il velo di Maya delle parole innocue.

E perdersi sul volantini con la programmazione degli eventi, ci manca un Fazio per l’intraprendenza di questi inviti, cantanti e lacchè per quei cervelli sognanti che Majakovskij getterebbe sulla strada. Kerouac si presenterebbe ubriaco e tornasse ora il genio di un qualsiasi Bene Carmelo, ci accontentiamo di Sgarbi per farci tre risate tra le sedie tutte uguali.

Non così, no. Non così.

Non compro niente, morirò infelice, arrabbiato e ignorante. Perderò l’uso della parola e mi consegnerò al silenzio.

La vostra musica classica di sottofondo fa marcire le mie orecchie sensibili, nei padiglioni dei vostri occhi tutto questo bianco lucido è panna artificiale.

E finirei per citare la fascetta del primo in classifica nelle vendite, il soldo è dunque, arbitro della qualità, ma la dimentico e annego nel silenzio bianco dell’indignazione.

Quando Piperno col premio Stega tra i denti cita Andre Agassi in epigrafe: “Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo”.

Queste mie righe sono una sconfitta, ma non il bianco di una bandiera, saprò rifarmi e soffrirò meno.

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One thought on “La libreria Feltrinelli di piazza Duomo

  1. marinella ha detto:

    GRANDIOSO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    TU SEI UN GRANDE!!!!!!
    DAI DAI DAI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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