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Per l’altrove

Ogni volta che mi riprometto di non scrivere nulla viene un momento che mi costringe a tornare qui. I pixel bianchi, i muri bianchi, il computer bianco, la mani bianche. Tutta questa pulizia fuori dal giallo cupo dei polmoni, dei reni. Il nero dentro dove è buio e mai fa freddo.

Rigide le auto parcheggiate. Rigidi gli alberi che attendono i venti caldi per muovere la chioma, darsi alla danza. E i desideri che costringono all’immobilità, prima scatti poi inedia. C’è nell’incontro quel segreto luogo che impedisce l’andare e costringe al ricordare i passi per la coreografia di un futuro passato: la terra calda, il tuo abito caldo, il tuo alito, caldo.

Perché se soffi tutto si fa freddo e se aliti invece riscaldi? Mostri e realtà sconosciute, spiegazioni fisiche e piede che batte sulla punta e riposa sul tacco.

Nell’ora bruna a contemplare i cuscini, santa televisione sfilami le arterie, fai circolare in me desideri d’ovvietà e sveglie regolari.

Così sulla mia pelle il taglio e il ricamato solco del tempo. Le opinioni che si fanno più chete e ardono soltanto davanti al muro dell’ignoranza. La presunzione riservata ai vent’anni e pavimenti a pois, piogge sudate di necessità.

Mi dirai ora che ti sono oscuro, l’incontro svela, il resto è una notte senza tregua. Sotto alla mia finestra i corvi non fanno che parlare d’amore, io non capisco nulla. NULLA. Andiamo, niente scoramenti, diceva Piero Ciampi. Andare, camminare, lavorare.

In questa confessione al grigio cielo, avaro di nuvole bianche e voli neri, povero di stelle e di una fissità che sconvolge, in questo canto la felicità per gli esordi, per chi solleva la testa e non tiene per sé la paura, per i bambini che disegnano sui muri col gesso, per quelli che colorano i banchi. Per quelli che si addormentano sulle metropolitane al ritorno dal lavoro che non trovano, per quelli che l’inquietudine li squarcia. Per te che oggi t’emozioni, per gli orologiai che scandiscono i secondi e non sanno che il tempo, oh, il tempo… figurati lo spazio. Per quel giornalista campano che ha abbassato la testa e si è fatto più umano, più alto. In quest’età dove tutto è selfie e il resto altrove, per l’altrove e il segreto delle orme di chi la strada la abita e poi scompare, o torna.

Foto: dalla rete.

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Costellazioni

Raccolgo biglie di vetro trasparente e colori accesi nel centro, poi quei ciclisti che fanno uscire le nonne sui balconi come alle processioni, la mia tasca grande e robusta, la sabbia sotto le unghie e quelle pietre levigate dal mare, quasi sempre verdi: gli angeli delle bottiglie di birra abbandonate dai ragazzi degli anni settanta. Così piccolo che mamma mi chiama da dietro gli scogli, rispondo arrivo, raccolgo tutto e arrivo. E mi stanco in fretta di inseguire i grandi, la dita dentro la sabbia, il sale sulle labbra e il volo dei gabbiani che chissà dove dormono.

Che me ne importa del resto. Se io potessi, se io potessi soltanto ascoltarti e guardarti. Non lo sapevo a quei tempi. Ma mettevo sempre da parte una biglia, la mia preferita, in una tasca con la cerniera. Per proteggerla, per riconoscerla.

Oggi non sono al mare, ma c’è luce, hai visto? Non ti sveglierai più in tasca, ma sarai contenta, la testa un po’ pesante. E molti abbracci e baci da guance consumate e fiocchi, calici e bollicine.

Guardo un documentario sulle tartarughe delle Galapagos che quando davanti al muso gli si presenta una grande pietra continuano a spingere finché la pietra si sposta, fino alla morte o fino all’acqua, al nuoto leggero che non conosce ostacolo e porto. Non vedono che la roccia, sentono i muscoli duri, dimenticano il mare e il carapace non serve più, non c’è alcuna difesa nell’attacco. Così le tartarughe ninja si sono armate perché non hanno pietre da spingere né desiderio di acqua, ecco perché ora mi annoiano.

Quale follia riveste i miei giorni e quale lucerna vado consumando, quale mare mi accoglierà quando sarò poi solo a bearmi della curvatura della terra?

Nelle tempeste si vede solo acqua, nella notte ricerchiamo la luce, soltanto al sole appaiono le ombre. Vorrei prendere a pugni l’ansia e ricamare note sonore sul flauto, sulla chitarra appoggiata negli angoli.

La leggerezza sotto al tuo portone, io, come le moke gonfie di caffè lamento di spegnere il fuoco col borbottio, poi fischio e infine brucio nel disperdermi. Il tuo orecchio teso al gorgogliare, il mio piede tra i castagni s’appassiona al muschio, ma l’occhio si ripulisce e le dita accarezzano il dorso degli alberi.

Non penso al domani, è sempre lo stesso giorno qui sulla terra. Arriveranno i venti per confonderci le carte e poi i viaggi, quando non basteremo più a noi stessi, le nostre teste fatte di stelle non ancora ordinate in costellazioni.

Quanto alla legna lasciamo che bruci nei camini, le fiamme salgono al cielo e riscaldano l’aria abituata all’alito di gente infreddolita che rincorre le strade col passo incerto e lo sguardo sicuro. Ho immaginato il tuo pavimento caldo, le tue pareti pulite e quei colori poco invadenti che fanno il tuo mondo. Ho immaginato il bianco barocco e i tavolini all’aperto, poi le granite. Ho immaginato le piazze e il verde, la c aspirata e il vino. Troppo così ho immaginato che se te lo dico aumentano le ansie e la spontaneità fa il suo sacco per andarsene.

Ora, tutto questo mio scrivere non serve a nulla.

Addio malinconia,

non vorrei crepare prima di aver conosciuto i balconi di Cuba

i pianti sonori di Iguazu

i gechi di pietra del sud

Non vorrei crepare

senza sapere il colore del mare

quando il cielo non c’è

se sotto ai vulcani è freddo

se nel tuo ghiaccio c’è un buco

per poter pescare

se dietro alla tua porta c’è una serratura

per poterti guardare.

Poi finestre spalancate e uliveti, vigneti, yeti,

che lieti giochiamo a rincorrerci.

Foto: dalla rete.

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E non daremo la colpa alle stelle

Ma il sole dietro alle sbarre rimane sole? E dietro al sole il buio o ancora cielo? E dietro al cielo, dimmelo, ora, tu dove sei, dove ti nascondi, con la coperta alzata fino alla fronte, i vagabondaggi dei tuoi capelli. Vorrei averne uno, qui sul tavolo, sul tappeto o intorno al glande, a dire di un tuo passaggio, la tua vicinanza.

Troveremo un contenitore adatto alle parole per la raccolta differenziata dei nostri sentimenti dispersi. Quando unisci le mani, intrecci le dita, quando lasci la testa molle, le braccia molli, quando non vista danzi. Chissà se esistono specchi per guardarsi dentro, dici che è una fortuna, sarebbe una maledizione e finiremmo per restare immobili. Dove sono le tue labbra adesso e dove i tuoi occhi? Prima del risveglio a immaginare i corpi degli altri, dimmelo tu perché non basto a me stesso.

Ora, il cappello a trequarti, il ciuffo a cancellarmi un occhio per la pirateria delle relazioni, per le sorprese ai semafori e le contestazioni degli studenti. Ho dieci domande scritte sulla mano, mi dici come hai fatto, hai le mani piccole.

La curiosità è fatta di frasi brevi e domande veloci, prendersi il tempo della stretta è un’invadenza riservata a pochi. Non ti capisco, continui tu, non c’è niente da capire, dico io. Ricordi noi, sui balconi ad appendere arcobaleni, le bandiere contro le guerre e i diritti degli altri, gli altri che poi siamo noi e chi se no, dici tu, l’alterità è di per sé una violenza. Tu alzi le spalle e ti allontani, io ti guardo le scarpe, me lo ricorderò quel palchetto in piazza Castello, noi per le donne, noi tutte donne, dicevo anch’io, ma era impossibile, così una rondine e la primavera delle coscienze sempre in ritardo. Corriamo, propongo. Ma dove? Che importa. Importa invece.

Non ci sono più stagioni e altre lenzuola bianche attraversano le piazze, che dovrei fare, ti chiedo. Non lo so, rispondi tu. Non lo so, ripeto io. Dovremmo trovare un altro nemico, uno ancora, magari un amico.

Liberiamo queste finestra dalle grate che ostacolano lo sguardo, dove sbatteremo le nostre tovaglie? Oltre i palazzi, oltre i cancelli e i tavolini dei bar, oltre le strade grigie della provincia, oltre i nomi delle città, fino a perderci e distinguere soltanto il giorno e la notte, fotografie fatte con gli occhi, parola o vento. E non daremo la colpa alle stelle se siamo rimasti soltanto contorni.

Foto: dalla rete.

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Il bramire dell’orso

Cosa ci lascia qui, seduti tra le teste scolpite dei grandi, appoggiati a questi scalini bianchi, a questo cielo bianco, a queste mani bianche? Cosa ci dona la notte se portiamo il suo nero soltanto tra i capelli, tra le pieghe del viso e dietro alle ginocchia. Quale insegnamento, quale luce nuova, qui i giorni si ripetono e non impariamo niente, il quaderno è bianco, bianco l’occhio, dov’è il senso dell’amaro della noce che il pugno rivela? Che ne è dei bucati di luglio, dei balconi stesi in fila indiana e del vociare delle griglie accese?

Non basta l’aria, non serve farsi vuoto intorno, appoggia la schiena al tronco, il piede alla terra. Nell’oscillare dei fili d’erba le tracce del nostro fiato dove vanno, chi inseguono? Questo vento che tutto disperde, all’aria il tuoi panni stesi e fiori gialli e il ciclamino, la margherita! Pecore di polvere a rincorrersi sulla strada, a dirsi addio tra le grate dei tombini, lasciare il mondo alle ruote, ai fanali spenti, alle autoradio accese. 

Davanti a casa non saluti mai dicendo è per sempre; io non so dove mettere le mani, dove tenere il senno, dove far forza col piede e cambiare la marcia. Così goffo è il ricordo dei tuoi portoni, dei miei, che importa. Oltre la soglia è un chissà.

Nei mentre la debolezza dei nervi dopo le notti dei sorsi. Milano che aspetti ad attaccarti al gas di scarico delle tue mille auto, Milano che aspetti a spararti, rinasci e muori tra i chiostri, lascia speranza alle albe.

Così un’immagine di adolescenza: una finestra grande e il bosco, il camino acceso, il tuo maglione bianco a girocollo e il mio abbraccio da dietro. E stare, istantanea di un tempo che non domanda, l’orecchio teso allo squittio della donnola, al bramire dell’orso, così il silenzio rivela e non nasconde più; nelle tue tasche a ricercare gli organi interni e in cascata rivelarmi a te, nel verso che svela l’uomo, nella piccola morte che porta il capo indietro, le dita dei piedi aperte e eccessi d’anidride carbonica nel sangue.

E al risveglio dirti buongiorno, lasciarti dormire. Bevi il caffè, non è mai tardi, lo sai, proprio mai.

Foto: da tumblr.

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Gioia altrove

Ti chiederai il perché di tutto questo silenzio. Troppa acqua in bocca e troppa ancora nel cuore.

Non aver paura dei giorni freddi è disciplina paziente: lo Qi Kong del mattino.

Mangiavo pop corn senza sale e guardavo quei film in cui non si sta fermi, che ogni posto è un richiamo e le montagne finestre per le nostre curiosità. Noi qui a morire negli autobus, a tirar su col naso i resti delle notti degli altri e interpretare i segni del cielo affidandosi agli oroscopi.

Mi dici la gioia è altrove, lascia le tasche al vuoto e i pensieri all’altissimo, raccogli la terra e portala al naso per sentirne il profumo, pianta un albero dopo ogni trasloco e smettila di dire che sono i rapporti umani quelli che salvano. Più ti affezioni, più sei dipendente, quante altre droghe ancora? Quanti giorni passati a non scegliere? Trova sorriso nel sasso, nel cane stanco che trascina le zampe, nel corvo nero che attende la morte, nella farfalla che gode del sole e dei fiori.

Basterà questo? Quando la barba si farà troppo lunga, quando i tuoi piedi resteranno dietro alle soglie, quando la tua parola traballerà tra i denti. Basterà questo?

Che te ne farai allora della verità, tu che hai snobbato il denaro, l’amore, il lavoro, la famiglia, la giustizia, che te ne farai allora della verità?

Dov’è finito il pennarello rosso? Occorre sbagliare e perdersi e inseguire. Chiama le cose col loro nome vero, lascia la prudenza a chi ha da perdere. Guardati allo specchio ora, fallo davvero, riesci a vedere quel che vedo io?

Corrimi incontro, lascia lieti i capelli. Finché cercherai di non esser trovata, sarai dovunque e in nessun luogo. Non sarai mai forte, dovrai sentirti forte, le certezze son per gli uomini stanchi.

E poi a penna nera, su un quaderno qualsiasi, scrivere a fatica che non c’è gioia se non condivisa; ti stringerai nel cappotto, farai di una sciarpa un abbraccio e aspetterai soltanto che il cielo scenda e ti stringa forte fino a farti blu una volta per sempre. Non sarà oggi, non sarà qui, c’è ancora tempo e orologi da perdere, account da lasciar vuoti e quando il tuo montone attraverserà la strada lo guarderò con stupore, come si fa coi cervi là tra le montagne.

Foto: da tumblr.

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Nelle tue tasche qualche migliaio di fotografie

Nelle tue tasche qualche migliaio di fotografie e tu così giovane che sai ancora imbarazzarti.

Le scialuppe di salvataggio calate sulla strada e i concerti dei clacson ai semafori, rientriamo tutti, rientriamo presto.

Togliere le scarpe e il pavimento che ci fa scivolare, un bacio alla moglie o al frigorifero. Salutiamo il televisore e sfondiamo il divano. Ora passami l’erba che ho voglia di non pensare. Ora passami la Coca Cola che c’è una serata da incorniciare.

E alle cinque di una notte come tutte le altre rigirarsi in un letto troppo grande e avere voglia di chiamarti. Chissà la tua voce dov’è nascosta e se ti stropicci le sopracciglia quando ti svegli.

L’esistenza negata a chi rifiuta il reale e le zampe dei cani appoggiate sulle ginocchia, i nostri infanti e i silenzi per raccontare storie.

Dovrei abituarmi a pensare a te oltre il corpo, come fanno le badanti sudamericane sedute sulle panchine che accarezzano la schiena a vecchi con lo sguardo rivolto a un altrove. Il rito del passaggio, quei capelli bianchi che perdendo colore acquistano luce e si preparano ad attraversare una materia che non afferriamo.

Mi dici che vuoi fumare prima di andare a dormire, ti dico che mi vengono le paranoie.

Mai che mi dici che vuoi scopare. La vita del due è un articolo “il” mi dici, si sta vicini senza toccarsi e si anticipa il nome, si aspetta il verbo, coscienti di non bastare a riempire le frasi di senso.

La vita dell’uno è una lettera dispersa capace di infilarsi ovunque e a confondersi con mille altre, tu dimmi che “e” vorresti essere nella parola perché? Quella accentata per dare nell’occhio ed esplodere sulle labbra degli altri o la prima che resta in disparte e assiste agli incendi esercitando la meraviglia?

Quante domande sciocche che ti rivolgo in lontananze, quante parole annegherei nel rosso e quanta vita dispersa ha già chiuso gli occhi e più non chiede di me.

Ma adesso che senso ha rimboccare le maniche a camicie che riposano in fondo agli armadi, dimmelo ora a chi regalare i miei papillon, le mie sciarpe calde, le mie mani deboli. Dimmelo tu, non altri.

Prenderò l’ultima barca, l’ultimo treno, l’ultimo verso di una poesia, l’ultima strofa di una canzone, prenderò e partirò, tu mi vedrai comunque. Che sono immagine, visione soltanto, perché non mi hai mai visto starnutire, né piangere e nemmeno venire.

Foto: da Tumblr.

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Io che alle madri piaccio sempre tanto

In piedi davanti al vetro ansimo, non ho corso, mi sono soltanto svegliato da poco. Lassù è blu di cielo, e verde di terrazze e luccichio di gru e ponteggi. I treni si rincorrono senza prendersi mai. Le carrozzine s’incontrano nei parchi senza salutarsi, qualche cerniera rimasta aperta sulle panchine e macchie di vino e sputo per terra. I centri commerciali svuotati d’abeti e case che si ribellano al freddo: tè caldi e castagne e vino, calze grosse e pantofole. Le spremute al risveglio e conservare le bucce d’arance per i caloriferi accesi.

Guardavo la televisione sdraiato sul tappeto, la bocca aperta, quando mi dicevi è pronta la cena io non rispondevo. La fame soltanto una distrazione. Sapevo addormentarmi alle sei del pomeriggio e andavo a letto felice tra i disegni di un libro o la parole antiche del nonno: sogni d’oro e brillanti e carezze da non restituire.

Mica come adesso che ogni giorno è attesa di partenza, d’aerei e biglietti. Quando mi parli delle tue scarpe nuove ti dico che al viaggio non serve, che la novità riempie gli occhi di stupore e i piedi di vesciche. Che ne sai tu dei viaggi se ormai vivi a Milano e trascorri il tuo tempo inginocchiato davanti a un computer? Che ne sai tu di quel che s’incastra nella mia barba, con quali canti accompagno il divano o le storie che hanno ascoltato i miei cucchiai di legno: il brodo per il risotto e l’attesa di quei due minuti burro e formaggio, ci vuole pazienza anche davanti al piatto, il gusto pieno arriva dopo due forchettate.

E quando ti dico non ho mai svuotato lo zaino tu non mi credi, mi dici hai le mensole colme di libri e nel passo acquisti pesantezza ogni giorno che passa. E faccio finta d’ascoltarti poi cambio discorso, delle primarie dei partiti politici e delle barbe sfatte dei leader, delle mille penne disperse sotto al letto e del programma della lavatrice, le tovaglie dallo sporco difficile.

E poi tu dove sei? Sei ancora là? O più in qua? Vicina o lontana? Quanti chilometri ci separano? Non mi rispondi e giro giro il mappamondo, mi dico partire non serve a niente se continuo a inseguirti e tu scappi, non è certo un gioco, ma nemmeno una cosa seria, chissà cos’è questo nostro rincorrerci, chissà perché. L’ho sognato proprio stanotte, una lettera di tua madre, che poi lo sai, mica la conosco, mica sa chi sono, diceva capirà, prima o poi capirà, dorme la piccola mia, lo sa che il mondo non può finire domani, si sveglierà, prima o poi si sveglierà. Ma io alle madri piaccio sempre tanto.

Foto: Luca Regia Corti.

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California

Mangio molti yogurt e sono intollerante ai latticini. Mi prudono spesso le dita delle mani e non ho mai voglia di prendere a pugni qualcuno. Dovremmo scrivere tutte le nostre contraddizioni sulle lavagnette della cucina, poi farci intorno quei disegni semplici figli di noie e telefonate lunghissime.

Quando scrivevi alle due di notte per dirmi spero tu stia dormendo io mi svegliavo e ti rispondevo: lo sai, io non dormo mai. Mentivo, ma non sono capace di resistere al richiamo del basso ventre. Nei canti delle sirene che fanno deragliare le mie notti la colpa delle mie occhiaia nere.

Vorrei essere anch’io un dandy nichilista, quelli col vestito nero e la camicia bianca. Vorrei dirti tanto alla fine lo sai si muore e guardarti con la presunzione di aver capito tutto. Vorrei anch’io ridere quando mi nominano Zoolander o Una notte da leoni e mimarti le scene, eppure non ci riesco.

Mi emozionano le paste lunghe al pesto di Camogli o quando un amico fa la spesa, ti suona a casa, dice: voglio cucinare per te. E non aspetta inviti e non ci sono orari.

Viaggiare e vivere all’estero aiuta a relativizzare tutto quello che ci succede, il rischio è diventare ghiaccio e non sciogliersi mai. Dovremmo farci più furbi, mi dicevi, e adattarci al contesto. Accumulare il denaro necessario per dire la nostra oppure morire poveri e inascoltati.

Quando ti parlavo della dilazione pensavi a non so quale malattia e io ti rincorrevo per ascoltarti affermare: ogni cosa a suo tempo. Mentre mi donavi le tue foto in bianco e nero e le sigarette lunghissime della mezzanotte i tuoi vestiti stretti, abbiamo stabilito un record di lontananze ti ripetevo, dicevi che siamo simili ed è per questo che non ci incontriamo mai. Credi che questo mi basti? Dovremmo farci più semplici, come bere un tè all’anice stellato da California Bakery, cercare dentro alla teiera la stella e trovarci soltanto un tritato. Ecco. Non andare a fondo, rimani in superficie che il mare è bello perché è blu e se non ci pensi, galleggi.

Foto: dalla rete.

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Le trombe in aria

Le scritte sui muri affidate ai sottopassaggi. Le notti guardate attraverso il passamontagna e le bombolette spray incastrate nelle tasche dei jeans. Ora li fanno troppo stretti, guarda, niente a che vedere con quelli degli anni novanta che lasciavano più spazio al cavallo. Il fatto è che dai nostri diciott’anni, la patente presa e soltanto due errori in crocette, noi non abbiamo mai vissuto senza “ismi”. Maturati e cresciuti nel berlusconismo, la negazione di ideali con radici salde, e socialismo, e liberismo, chissà dove ce li hanno nascosti.

Ci definivamo anarchici ed eravamo così inconsapevoli quando compravamo il Manifesto e lo tenevamo sotto al braccio per entrare in università, poi dal compagno di banco leggevamo le pagine dello sport dal Corriere Della Sera, ci credi veramente tu? Ti rispondevo non lo so, non lo so davvero. Svilupperemo una coscienza critica, dicevi, e mi prendevi a schiaffi dietro le spalle perché avessi il coraggio di alzare la testa e guardare gli occhi vivi di quella bionda alla manifestazione. Te lo ricordi quando sotto ai balconi le vecchie si facevano nonne e ci offrivano il caffè? Ragazzi entrate, venite a trovarci, dicevano loro. E dai racconti degli altri accumulavamo esperienze.

Tu, intanto, ti abbonavi all’Internazionale e facevi colpo sulle ragazze impegnate. Io ti dicevo che avevamo scelto bene, che credere in qualcosa e lottare per quello rende più belli, che non avevo mai visto tanta figa quanta ne trovi alle riunioni dell’impegno esibito. Tu alzavi le spalle, non ti è mai interessata l’estetica, così non facevi sport, snobbavi la palestra e ti dedicavi alle lettere. Avevi imparato a fare silenzio e c’erano giorni che prendevo la canna da pesca per tirarti fuori un saluto. Dicevi: non tutti i giorni son fatti per proporre novità e così ci confrontavamo soltanto guardandoci a distanza.

Quando sei partito mi hai detto tornerò, lo sai.  Anche lei tornerà prima o poi. Della mia prosa dicevi che ti piaceva un sacco, diverrai un grande quando te ne fregherai degli altri e sarai vero con te. Impara a serrare le labbra e lo sguardo che scruta, non temere il giudizio e fai del tuo sacco un peso leggero. Abbiamo molti più possessi del necessario, molti più abiti di quanti ne chiede la bellezza. Io rispondevo: ti ridurrai come quei santi che muoiono soli e allontanati da tutti, con una donna che si renderà conto di quanto ti amava soltanto quando ti vedrà sconfitto e senza più forze per cercarla. Senza abbracciarmi dicevi chisseneimporta, se non ci salverà un’ideologia o un amore ricambiato troveremo una ragione nella ricerca. Poi ti sdraiavi per terra, accendevi una lampada e leggevi le poesie dei sufi, i tuoi discorsi a mezza voce: che giriamo fortissimo intorno a noi stessi e non è egoismo, è cercare l’altissimo nel vortice. Noi come le trombe d’aria colleghiamo il cielo alla terra, creiamo caos perché qualcuno prima o poi torni a mettere ordine.

Foto: Nan Goldin.

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Ai pigri progetti della domenica

Ci stordivano i passeri che si dilungavano in discorsi cosmicomici tra i rami degli alberi. La radio e le canzoni in inglese. Quando non capisco mi innervosisco, lo sai.

Tutto intorno, protetti dai muri e dalle veneziane, bicchieri mezzi pieni su tavole ancora apparecchiate e uomini in slip che abbracciano cuscini e donne appoggiate sul fianco. Il suono delle campane della provincia.

Quando ti svegli non ti domandi mai la forma dei tuoi capezzoli. Lo sai che il silicone chiede del tempo per tornare al suo posto? Assomigli a un quadro cubista, ma mi piaci lo stesso.

Alle frustrazioni di chi non bacia perché non si è lavato i denti e a chi non fa l’amore perché al mattino vuole silenzio. A chi ha dormito pancia contro schiena e al bisogno di spazio di quando apri gli occhi. AI mille caffè sui fuochi artificiali e ai pigri progetti della domenica.

Il sudore dei corridori intasa i tombini.

I treni partono in orario e chissà quanti aerei abitano il cielo. L’atterraggio in un altro continente è spesso un qualcosa da ricordare, come tutte le bistecche alla fiorentina che hai assaggiato nella tua vita, quelle che hai comprato dal macellaio e hai cotto nel burro, quelle che hai lasciato in equilibrio sull’osso, l’olio buono e il taglio per valorizzare il rosso.

Gli amici che vanno a trovare amici in Inghilterra. Le foto di Instagram che mi dicono dove sei anche quando non ti fai sentire. La barba incolta di Pippo Civati e le lezioni di stile della mano destra. I discorsi escatologici di Renzi e l’estetica di Roberto Baggio. Lo sai a sinistra bisogna tradurre la parola “leader”, così anche Del Piero è emigrato in Australia.

I ritorni per nostalgia e i contorni che siamo costretti a rispettare. Quando eravamo bambini ci davano sagome da colorare e nulla ci importava dell’ordine precostituito. E giocavamo a sparare con rivoltelle di plastica e per la rivoluzione indossavamo magliette e stracci bianchi sugli zaini per dire no a tutte le guerre. Poi ci trovavamo a sera e per perdere il controllo, ribaltavamo il bicchiere e i nostri fegati nuovi non danneggiavano i risvegli. Le stesse campane, le vie non cambiano i nomi e nuove rotonde intercettano il traffico del centro. Mi disegno sul polso una x, dico guardala spesso, pensaci almeno una volta che se rimani tu le sconfitte non fanno altro che rendere necessarie le risalite, cinque anni fa il Napoli era neopromosso in serie B.

Foto: dalla rete.

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