Archivi tag: amore

Io vado in chiesa

Della debolezza delle sei del pomeriggio e di quelle fasi impilate in solitudini.

Avrei voluto farti ridere e mi è uscito uno scarabocchio, un urlo senza versi né disperazione. Dove la gioia, dove?

Ho rotto il freno davanti della bicicletta e la mia vespa è senza benzina da giorni. Era notte e si fermavano gli autostoppisti pronti ad accogliere le mie domande d’aiuto e ci sedevamo in fianco alla strada e condividevamo il superfluo di sigarette mentre l’indispensabile usciva dalle nostre bocche.

C’erano fuochi in lontananza e prostitute annoiate a specchiarsi nei cellulari. Volevamo soltanto parlare e ridare un volto umano alla notte non accorgendoci che il buio è fatto per il riposo.

Così mi dicevi che ti fischiavano le orecchie e rispondevo che è impossibile che qualcuno parli di noi.

E cercavamo stelle nei cieli e trovavamo soltanto bianco di lampioni e le scritte lampeggianti degli autonoleggi. Così le cicale danneggiavano i silenzi, ti dicevo che a Parigi non esistono le cavallette e tu sbuffavi e mi stringevi le spalle dicevi che prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo che i miei racconti son peggio delle foto delle vacanze. Che se in un luogo non ci sei stato non ti interessano le immagini degli altri, ti basta uno sguardo al ritorno e misuri il gradimento dallo sguardo e dalla camminata.

Hai mai pensato di fare il sufer? Credo di no.

Così il mattino della domenica ci scavava gli occhi e il marciapiede chiedeva il conto alle natiche. Credo sarebbe meglio rifugiarci in chiesa ed aspettare la prossima notte, dicevi tu. Ci guarderebbero storto, puzziamo. E c’era una volta una cena e una torta salata, vino bianco e pistacchi e un ragazzo alto e rasato con dei leggings strappati sulle cosce e tatuaggi a grappoli che mi guarda negli occhi e mi dice sì, la festa techno era ormai finita, mi ero portato anche una ragazza a casa, ci avevo fatto quei quattro salti d’obbligo, non mi ricordo poi tanto. Mi son svegliato e le ho sussurrato dormi, io vado in chiesa, credo di averne bisogno. E così ho camminato un po’ perché non ci entro io in una chiesa brutta e poi sono andato a Messa. Vedila come vuoi, ma non ci vedo niente di strano.

Dove lo cerchi riposo tu? Ti sei dimenticato della morte, stanotte? Io no, e così, per paura, non chiudo mai le porte e parlo con chiunque e poi scrivo a lei.

Le scrivi così tanto perché hai paura di morire? Credo di sì.

Credi che lei possa salvarti? Lo credo.

Non avrai più paura? Certo che sì, ma gliene parlerò.

Ti ascolterà? Non credo.

Immagine: Leliena Mojarova

tumblr_m6auq79Tgp1qix68ao1_500

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Non vergognarti della vita larga

Milioni di mosche e danze rituali per invocare la pioggia. Non indosso una camicia da giorni e mi si è bloccata la schiena, la ginnastica del risveglio e la finestra spalancata sul presente di questi giorni inutili trascorsi in provincia. Immobilizzato tra lenzuola colorate e mutande firmate schiaccio il tempo come mandorla chiara e svaligio frigoriferi vuoti.

Vorrei ancora scriverti mille e più lettere, ma non avrebbe senso. Vorrei disegnarti un mare calmo e correnti fredde che si infilano sotto al tuo costume.

Quando ti sorprendi in Oh di stupore e dimentichi di far annegare l’ancora e prendi fiato e dici tutto quello che ho non mi basta più e così sposti la sabbia dalle tue spalle e prendi la via più breve per arrivare da me e farti guardare. Non sarebbero necessarie parole se soltanto ti facessi presente e non ti vergognassi per la vita larga.

Non avresti bisogno di dirmi, scusami, sono un po’ stanca e nemmeno di specchiarti nelle vetrine dei negozi per controllare la forma dei tuoi capelli e il rossore delle tue guance.

Ci sono così pochi porticati a Milano che per proteggerti vorrei portarti a Torino e dirti ci sono strade che non finiscono mai. Nei rossi di Bologna le nostra battaglie durate una notte e tutte le ansie che sistemiamo sul comodino prima di prendere sonno. Sto leggendo ancora Kerouac, puoi lanciarmi insulti dall’alto dei tuoi giovani anni, ma non sopporto le lunghe descrizioni dei russi e le frasi a effetto dei nuovi Enrico Brizzi della letteratura italiana, che lui sì che è uno forte anche se l’han messo in un angolo catalogato come giovanilista. Ed ora lo trovi lungo le strade dei pellegrinaggi, negli scarponi che indossavo a vent’anni quando mi chiedevo il perché di tutti i miei egoismi e desideravo una vita volontaria senza conoscermi affatto.

Evviva l’Emilia e i figli degli anni ottanta. E abbasso i settanta, i quarantenni che fanno i professori a lettere e le letture di formazione.

E per tenermi aggiornato ho una collezione di insegne e cartelli stradali, sono soltanto foto fatte con l’I-phone, il contatto con la contemporaneità e il palazzi vuoti dell’est.

Nei centri sociali di Berlino quei muri arruffati di scritte e il disordine del nostro presente. Per chiarirci le idee occorre il bianco e l’architettura nuova dei nostri spazi intimi. Che siamo quel che guardiamo e nell’albicocca del tuo sedere vi sono il nocciolo e il seme delle nostre speranze. Così un tempo imitavo la voce del Tenente Lo Russo e sulle coste del Mediterraneo recitavo parole senza forza: “Chi vive sperando, muore cagando.” Ora arruolo le prime ore del giorno, il tempo di un caffè per guardare il sole che scavalca le imposte.

E ogni volta che ti scrivo mi trovo banale e inutile, così leggero che non puoi dedicarmi nemmeno un soffio, figurati uno sguardo.  E non so se così facendo ci si ruba intimità o ce le si regala, quello che so è che penso troppo e sul pavimento ci sono pagine di un romanzo che chiede di essere scritto.

Foto: Vivian Maier

vivian-maier

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Non hai mai visto una gallina volare

Esistono mari rosa e vecchi che lanciano sassi dietro le spalle per la remissione dei peccati, la confusione del fondo del mare e la brezza leggera delle prime ore del giorno.

Coi piedi che affondano nelle sabbie mobili della precarietà compiliamo fogli a4 con gli obiettivi delle nostre giornate e la data di scadenza delle stelle d’agosto.

E mentre mi citi la filosofia francese io appoggio la testa sul palmo della mano e lascio a maggese tutte le mie voglie.

Tra le doppie punte dei tuoi capelli ho appeso tutte le mie speranze, taglierai il superfluo prima o poi e mi guarderai come si guardano i neonati, quel che prima non c’era ora c’è. E impiegherai giorni per realizzare che esisto oltre alle parole e a queste ecografie che ci facciamo sul web.

La periferia milanese risuona in campane e le galline la notte cercano riparo volando sui primi rami degli alberi. Non hai mai visto una gallina volare, lo so. Così ti prendo per mano, la notte, e ti porto a guardare il bianco di piume come le palline colorate che decorano gli abeti del Natale. E ti stupisci, mi dici esiste un mondo segreto inaccessibile ai più. Ti rispondo che noia questa storia degli altri e delle nostre vite singolari, i quattro giorni sulla terra dei nostri sistemi solari privati e il rischio di ruotare intorno a noi stessi.

Ci pensi mai che non c’è niente di più abitato come una casa, la notte, quando tutta una famiglia dorme? Questa è magia, mi dici tu. E poi mi parli dell’Europa dell’est e delle contraddizioni delle prigionie politiche e mi chiedo se un abito giallo servirà a ripararci lo sguardo. Ho voglia di una pizza e tengo sul comodino La città e la metropoli e mi sono scritto sul polso: diffida un poco di chi non si fida delle autobiografie.

Chickens sit in a cherry tree at a farm in Ibach

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Sull’esplosione dei musei

Seduti sui bordi del letto ad aspettare le sentenze degli altri. A sporcare talento in lattine di Coca Zero e confondersi sulle terrazze dei bar.

Avvicinare un qualcuno per augurargli buongiorno e ricevere in risposta silenzi e paure.

Esiste un dovere che travalica l’etico e accarezza l’estetico, il tuo sguardo al galoppo e gli accappatoi intrisi di senso. Di quando ti asciughi le gambe, della tua crema per il corpo e dei tuoi sorrisi senza motivo apparente. Ti circondavi di affetti per le tue ricerche di senso e finivi per ascoltare i cantautori e maledette verità da canzonetta.

Così appoggiavo l’orecchio al muro per allenare l’udito nei respiri dei vicini e provare a percepire prima o poi la lontananza, lo spazio aperto che ci separa non è un aereo e nemmeno un treno. E’ una questione di classe, di credo, di paura e ignoranza. Non ci fideremo mai fino in fondo perché siamo troppo intelligenti per lasciarci andare a notti solitarie nei porti.

Ho chinato la testa durante lo stretching mattutino e guardandomi i piedi mi sono riconosciuto borghese. Al centro del mondo e delle città, gli amici e la casa in campagna, le feste in piscina e l’arte in casa. Come Francesco il Santo sbattere la porta e rinnegare il tutto dopo anni di depravazione e lusso? Onore ai santi e alle conversioni grandi. Gli occhi nuovi sulla via di San Paolo e l’amore che tutto stravolge. C’è una debolezza nella radicalità, come sconfiggerla e come far risplendere quel Cristo che molto ha vissuto e che troppi raccontano?

Sai che ti dico? Dei movimenti per la libertà dei nani da giardino e degli animali in cattività io me ne infischio. Liberare i musei e riempire di bellezza le case, le strade. Prendi il tuo zainetto e seguimi, oggi guardiamo quelle trecento opere, tre ore di attenzione e sguardo fiero di chi tutto coglie, e chiuderci in pareti bianche per l’esposizione privilegiata del bello.

Rendiamo il tutto accessibile ai tutti, l’esplosione dei musei, la bomba, non sarà altro che la sconfitta di una classe sociale che non esiste. Il potere dei più buoni che vogliono rendere accessibile ai più quel che accessibile non è. Che l’arte è un mercato e si arriva a gloria in morte.

Potrei smetterla ora di delirare in versi, verranno poi a dirmi che non è così, che la poesia è in quartina e in rime in bacio.

Leggimi a voce alta, mia donna, mia moglie, mio verso che cresce e mia pianta fuori dai vasi. Leggimi e poi guardami e in insulto o affetto reagisci, soltanto reagendo mi farai azione. Nell’altrimenti potrei rimanere sordo, zitto, inutile. Come le Ninfee di Monet all’Orangerie.

Foto:

parisart-15-our_mirage_7-G-67446

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

L’amore non esiste, esiste solo l’acqua del rubinetto

Costretto a casa. La paura del quadro elettrico e le esplosioni emotive delle circostanze.

Guardava alle pareti con l’espressione degli imbianchini. Lavoro, solo lavoro, tutto è lavoro.

Prese un pennarello nero e disegnò sul bianco del muro. Tre righe lunghe. Non soddisfatto decise di imbrogliare il mondo e sollevare ogni tratto dal senso. Ghirigori scuri e una scritta: l’amore non è esiste, esiste l’acqua del rubinetto e con quella laverò via le brutture del mondo.

Corse al lavandino, svitò il pomello di destra, mise le mani a conca e aspettò che si riempissero d’acqua, poi, facendo attenzione a non perdere nemmeno una goccia, raggiunse il muro e lanciò il liquido trasparente che s’impennò e finì sugli scarabocchi.

“Quando lei tornerà si arrabbierà molto. Darà la colpa a me. Sono emotivo. Tutto qui.”

Prese un panno bianco e strofinò il muro. Il disegno non si cancellava.

Allora si sedette a gambe incrociate sul pavimento, fissò la parete.

“Quando lei tornerà mi manderà via. Non mi vorrà più vedere. Ma non è colpa mia. Sono impulsivo, tutto qui.”

Pronunciò “impulsivo” a voce alta e appoggiò uno strano accento sull’ultima o, tanto che si meravigliò di come un suono così strano potesse essergli uscito dalla gola.

Si sollevò agilmente e raggiunse un armadio a muro, lo aprì e rovistando in una piccola latta afferrò dei chiodi, poi prese un martello. Tornò al muro. Si levò i pantaloni e li inchiodò al gesso. Poi si tirò via le calze una a una. Poi la camicia, poi il cappello. Tutto inchiodato in ordine sparso.

Si ritrovò in mutande seduto a gambe incrociate a guardare il muro davanti a sé:

“Dovrebbe arrivare Martin. Se arriva Martin non s’arrabbierà.”

Si sollevò ancora e raggiunse l’armadio, prese una giacca pesante e ci vollero quattro chiodi perché restasse attaccata al muro.

“Così non avrò freddo.”

Si sdraiò sul lato, il braccio piegato a sostenere la testa:

“Martin non arriverà. Non si arrabbierà. Se lei non arrivasse, non si arrabbierebbe. Speriamo che lei non arrivi.”

Si sfilò le mutande bianche e le sollevò davanti agli occhi. Poi le appoggiò al muro e diede un’occhiata all’insieme.

“Bisogna sporcarle. A lei non piacciono le mutande bianche.”

Tracciò una X col pennarello nero sul tessuto bianco.

“Le piacerebbero queste. Piacerebbero anche a Martin queste.”

Le inchiodò al muro.

“Ora ci vorrebbe una paperella dentro a una vasca da bagno. Se lei arrivasse e vedesse una paperella dentro una vasca da bagno non si arrabbierebbe, sarebbe contenta.”

Andò in bagno, prese una paperella e la inchiodò al muro un po’ in disparte rispetto ai vestiti. Poi col pennarello nero tracciò un grande cerchio che iniziava sul muro e finiva sul pavimento. Uscì nudo sulla terrazza di casa e ritornò dentro con una canna verde per l’irrigazione, la collegò al rubinetto della cucina e cominciò a bagnare mirando dentro al cerchio.

Rimase fermo. L’acqua scorreva. Fischiettava il ritornello di una canzone di Battisti.

“Si farà il bagno. Sarà contenta. Faremo il bagno insieme, tutti e due nudi. E se arriverà anche Martin si farà il bagno anche Martin. Non sono mai stato geloso di Martin.”

Alzò le spalle e appoggiò la canna al pavimento stando bene attento a non posizionarla fuori dalla linea nera.

Si sdraiò nell’acqua, guardò il soffitto, disse: “Manca qualcosa lassù, avremo bisogno di stelle, di un cielo, una nuvola. Dovrà essere bellissimo. Non ci serviranno lampadari.” Così prese la scopa e mulinò con forza contro al manufatto di vetro che si staccò e cadde sul pavimento frantumandosi.

“Lei non ha molta immaginazione, ma ne servirà molta, è tutto così bianco là sopra. Aspetteremo quando sarà buio e farò finta di vedere delle stelle cadenti. Lei ci crederà, ha sempre funzionato. Dirà: Peccato, dovrei stare più attenta.”

Guardava in alto e immaginava cieli senza rendersi conto che i suoi piedi erano rossi di sangue, trapassati più volte dalle schegge di vetro del lampadario distrutto.

Gli venne un’idea. Corse in camera da letto e prese il computer portatile. Lo appoggiò su una sedia, disse: “Ti verrà voglia di venire qui quando vedrai tutto questo. Non ti arrabbierai, credo faremo l’amore.”

Aprì Facebook e le scrisse queste esatte parole. Lei era in chat: attiva, verde. Non rispose. Lui sapeva che lei aveva letto.

“Arriverà, mi farò sorprendere.”

“E poi ci vorrà un sole. Un sole non allo zenit, un sole prima del tramonto. Un sole caldo che non scalda, che illumini senza invadenza.”

Così prese una lampada e l’appoggiò su una sedia. I piedi nell’acqua ormai rossa. Collegò la spina alla presa, la lampada si accese. L’acqua saliva.

“Non avrà caldo?”

Pensò allora che mancasse un vento leggero, di quelli che si infilano tra i capelli e sotto ai vestiti. Di quelli che solleticano i corpi nudi e costringono a stringersi.

Andò in bagno, sentì per la prima volta male ai piedi, non ci fece molto caso, afferrò l’asciugacapelli.

Il mare rosso, la paperella, la luce fioca di una lampada, le mani bagnate. Collegò la spina alla presa.

I vestiti appesi grondarono lacrime.

Lei non arrivò.

Martin fu il primo a bussare alla porta.

AbitoAppeso3

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Abbandonare Rojadirecta

E mentre nascono i figli dei re noi disperdiamo giorni a cercar vittorie nei videogiochi. Consumiamo le antenne paraboliche per aggiornarci gli smartphone e cerchiamo distanze sempre restando legati alla madre.

Ti chiederai perché non smetto di scrivere, io solo, io non amato, io relitto di navi affondate da tempo. Ti chiederai perché canto al risveglio e nego le rime e privilegio il ritmo, mentre mi gratto le nocche e spremo i pettorali perché sia fatta la volontà del giorno.

Aggrappati alle lenzuola chiudiamo gli occhi e cominciamo il viaggio, neghiamo la meditazione e incensiamo l’emozione. E decidiamo di andare senza bisogno di via e protestiamo con stile evitando il giudizio, ma spostando lo sguardo.

Dovremmo possedere il balcone davanti al nostro e sederci a contemplare la natura morta del nostro mobilio: dove vivi è importante. Così, in questa rue Montorgueil pitturata in turisti e urlante in mercato, sfilo vestito di camicie leggere e scarpe pesanti. Raggiungo la chiesa di Saint Eustace e accedo all’incomprensibilità del gregoriano. Ricordo che esistono le genti e che utilizzo la parola con spocchia borghese. L’inaccessibilità di certi ritmi barocchi e il potere del tamburo africano.

A seconda del cuore dilazioni in battiti il tuo sentire. Potrai associarti alla popolata schiera dei saggi e trascurare il carattere schivo del mio osservare, o andare oltre al già udito e darti il tempo per comprendere. Che se all’inizio è fascino e poi disagio, è con l’ascolto che accedi alle altezze.

Raffinarsi in esercizi, il quotidiano rito del risveglio in piegamenti sulle braccia e suono di tasti e desideri irrisolti. Saranno anni che non mi rispondi, e non ci sono campanelli, né porte, né numeri di telefono. Che belle labbra che hai, che orecchie grandi vorrei. Per sostituire all’istinto l’ascolto e penetrare a fondo quel che mi sono tatuato nel colon, che ogni tanto si infiamma e poi, cheto, si lascia dimenticare. Andare al mare, mangiare una pizza, venirti a prendere e aspettare che scendi. Una vita normale, una vita risolta e appuntamenti sicuri: l’abbonamento alle televisioni a pagamento e abbandonare Rojadirecta così che anche un match di precampionato perda insicurezza, acquisti in qualità.

Foto: David Goldblatt

goldblatt

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze

Basta oltrepassarli, è così che si riconoscono gli argini. Credevo bastasse guardarli e poi segnare due righe parallele per non pensare alla fine di tutto. Quando il cielo si farà tempesta e le rane gracideranno le canzoni di Battisti.

M’ero seduto sulla riva del mondo per guardare dal balcone le luci dell’alba: il rosso acrilico che sfuma in blu elettrico; invocheremo presto l’ennesimo blocco del traffico e non servirà a nulla.

E’ stato ieri, in bicicletta, mulinando un rapporto leggero, che ho realizzato di aver regalato le mie estati migliori al volontariato e che ero contento, così ignorante del mondo che trovavo felicità nei sorrisi degli altri e bucavo i tramonti per cercare il senso che sta dietro al creato.

E mi alzavo alle sei del mattino per andare alla Messa e scrivevo diari per la mia fidanzata di allora. Con le giornate che cominciavano tutte con “Oggi” e un “mi manchi” qua e là per dare un senso alla nostra lontananza.

Quando avremmo dovuto costruire baracche di paglia e iniziarci alla vita e all’armonia dei corpi e credevamo nell’aiuto come unica salvezza. Salva te stesso! Che ad allungare il palmo son tutti capaci, a stringerlo in pochi.

Nel mio passo di oggi c’è l’occhio compassionevole dei vent’anni e il cinismo dei trenta. Ti guardo con affetto e poi ti dico no, non si può. Io che cerco denari in salvadanai già rotti.

Mi disturba la mancanza di serietà nei contesti del rito, mi disturbano le parole di troppo e del pauperismo non posso pensarne che male.

Volevo scriverti qualche vorrei, buttarlo lì per la pausa pranzo dei tuoi cani, perché mangiassero di me e potessi confondermi al pelo per ricevere le tue carezze.

Di quando compravi le scarpe da trekking e dicevi che non basta siano tecniche, bisogna che siano belle. E ti rispondevo è così, cerchiamo di fondere tecnica e bellezza, lasciamo perdere i discorsi sull’origine della specie e sulla mancanza delle piste ciclabili e impariamo dagli africani a riunirci per strada senza un bisogno apparente. Senza un pic nic da consumare e per un giorno senza confidenze. Impareremo a stare e a non chiedere.

Come quel week end ad Aqui Terme, ci sedevamo a tavola e trascorrevamo ore in pigrizia, troppo caldo per alzarsi e troppo bello per parlare.

E’ così che la mia ragazza di allora mi lasciò, non riusciva a capire perché non facessi nulla, nulla di nulla, perché restavo seduto, annusavo il vino, lo sorseggiavo e finivo per fare discorsi assurdi sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze.

Foto: Stephen Gill

stephen-gill-dl-01

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

A parlare coi delfini

Verrai anche a dirmi che hai parlato coi delfini, che erano alieni pronti ad avvistare le invasioni dal centro della terra. Così ci spruzzavamo addosso quel che rimane del giorno e quanto gioivo nel vederti godere.

Mi dicevi che lasciarsi andare è così difficile e ti lanciavo occhiate sciocche da dietro al cuscino. Ti nascondevi nelle lenzuola per farti cercare, per farti trovare. E cominciavo a contare girato dall’altra parte, chiudevo gli occhi e aspettavo il mattino. Per leggere le prime notizie del giorno e affittare un goniometro per misurare la nostra lontananza. Parliamo di pianeti e di soli, di stelle fisse e altri piccoli mondi. Di questo tempo che dà senso all’alzarsi delle maree, delle tue paranoie al tramonto e di questi occhiali da sole che ci nascondono gli sguardi.

Mi leggevi la sensibilità di Mariangela Gualtieri e ti dicevo che dovremmo inventarci strategie per sussurrare poesia tra i sampietrini e non aspettare il palco e il buio o i libercoli bianchi di Einaudi.

Così in quel letto disabitato mi regalavo buonanotti in versi e prendevo sonno al fumo di un sigaro per poi svegliarmi con gli occhi infiammati. Così delicata è l’esistenza di chi si mette in ascolto del sé.

Voglio comprarti delle cuffie enormi, di quelle buone, s’intende, e vederti ballare da sola, per strada, salutare i passanti e appenderti ai semafori in pirouette.

Tutte queste immagini per il mio scrivere che non suona in campane e nemmeno in consolle. Ci pensi mai alle tue porte chiuse? A quanto è bello rispondere e far delle parole leggerezza e non temere il domani e le sensibilità sciolte. Siamo cavalli noi senza sella né fantino, dormiamo nei prati con gli occhi aperti e salutiamo il giorno prima degli altri.

Così ieri notte a cena con gli amici, a bere e fumare, a parlare degli aghi e della medicina orientale. Scottarsi la lingua col brodo bollente ricorda i postumi del masticamento da foglie di coca. Quel Sudamerica che ho tatuato nel colon e i tuoi viaggi a bordo dell’immaginazione.

E poi mi scrivi che con le parole fai esperimenti, che poi nessuno ti prende sul serio. Ma non temere, io sono anni e lo sai, chi si prende sul serio alla fine si perde, chi si loda s’imbroda e potremmo andare avanti così per giorni e magari ridere e finire sul divano a guardarci una serie a puntate.

Foto: Jeandel

tumblr_lx8fn6VMl51qircwfo1_500

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Regalami tu presenti senza contemplazione

Magari chiedimi da dove vengono le onde così potrò risponderti che questi sono discorsi da film e buio di sale nere.

Con la richiesta d’attenzione dei topless da spiaggia e quelle tavole disordinate dove ognuno guarda al sé e dimentica il noi. I discorsi lenti dell’ora della digestione e la mancanza di opinioni originali. Che per lasciar perdere e riempirci il bicchiere diamo la colpa a tutti e mischiamo le responsabilità con la ricchezza.

Sono atterrati gli alieni questa notte e nessuno se n’è accorto.

Tra gli speciali della moda giovane, i concerti estivi e le lezioni di cucina registrate a Gennaio. Poi a Republique suonava Pete Doherty, e quando ti chiedevo chi è mi rispondevi soltanto: è l’ex di Kate Moss. E mi veniva voglia di domandarti ancora chi è questa Kate Moss e se ha qualcosa da dire al pianeta intero, ma non te l’ho chiesto. Ho paura dei tuoi discorsi sessisti e delle femmine emancipate di sessant’anni che popolano i palchetti dei festival. Bisognerà prima o poi impegnarsi in qualcosa? Dicevi leggerò storie ogni sera ai miei figli per crescerli belli e forti, e sani e felici. Ti supplicavo di lasciar perdere i cantautori leggeri dei generi letterari e di provare con Apollinaire e il ritmo lento di certa poesia Sufi. Così imprecavo Mary Lou di restituirmi la vita a furia di frasi brevi. Per scoprire di aver interesse nei volti e di trascurare ormai i corpi.

E volevo disegnarmi un narvalo proprio sotto alla coscia per guardarmi allo specchio e credermi mare; acqua che mondi nasconde e corpi trattiene. Infinito sconosciuto e magnifico a me inaccessibile per incapacità natatoria.

Nelle vie che salgono da Belleville al parco di Buttes Chaumont il vento muove le foglie e i sampietrini ospitano piccole serpi a sonagli. I topi si incantano e si ammassano davanti alle recinzioni per guardare lo spettacolo dei pic nic estivi, di questi nudi appiccicosi e della carta trasparente che difende i prosciutti.

Dimmelo ora, dimmelo adesso, perché non godersi l’istante e guardarsi da fuori? Dimmelo ora perché c’è chi si tatua il terzo occhio e chi invece ce l’ha senza averlo scelto? Accecami tu come Ulisse, con le tue cosce da maga e notti insonni, e regalami presenti senza contemplazione.

Foto: Saul Leiter

saul-leiter-barbara-or-margaret-1955

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Schiaccia molti high five

Così si era fatto mattino.

La schiena rigida e il peso del giorno. I panni stesi sempre umidi e dimenticarsi ancora una volta di asciugarsi le ascelle dopo una doccia breve. E non capisci dove sei, il desiderio del cuscino e questo cielo che si confonde ai palazzi e chiede uno sforzo al colore, agli stendibiancheria e alle magliette a righe della capitale francese.

Vorrei fermarti per strada e dirti è tempo di far colazione insieme, quanti giorni sono passati non vale la pena di ricordarselo.

Nella Pangea dei miei pensieri notturni non distinguo gli affetti, la spuma densa dei mari d’inverno e immaginarsi il bianco di Grecia e il nero dei tuoi capelli.

Vorrei dirti non so ballare, non so cucinare, non so nemmeno arbitrare. E invece so fare un po’ tutto, ma mai fino in fondo. E’ una questione di voglia, forse di responsabilità.

Di quando scrissi Milano aspettami, Milano addio, dei miei ritorni e della malinconia del lasciare le strade grandi e questo mischiume di genti che apre le porte della cattedrale mai costruita della meraviglia.

Non avremo paura quando ci troveranno per strada a lanciarci sassi sulla fronte per far uscire i nostri pensieri nascosti.

E cercheremo il confronto coi grandi del tutto facendoci trovare ricoperti del niente. Così trasparenti che potranno passarci attraverso e li vedrete coi capelli più corti e le spalle più larghe, i culturisti della parola mai troppo pensata.

Colano le strade dell’orina gialla di certe pagine della stampa, dei libri invenduti sulle bancarelle e illuminano le stelle il piscio per la bellezza dei concerti all’aperto, delle grigliate nei prati, gli aperitivi sulle terrazze e quel sereno poltrire del sabato pomeriggio.

Quando ti chiederanno che pensi di me rimani zitta e sorridi, poi schernisciti e inventa uno sguardo nuovo. Schiaccia molti high five e cerca l’altro per curiosità, non per possesso.

E ora a noi due, mie mani, mia strada, mio gelido spruzzo dei pensieri di giugno. Alla quarta di copertina di un libro mai scritto e alle mie processioni di questua davanti agli editor, alle colonne senza vita delle case editrici sempre chiuse, come le chiese.

Foto: Willy Ronis

4777

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,