Archivi tag: amore

Il tuo maglione di cashmere

E sei quel che guardi. E sei quel che cerchi.

Un campanello e sbattono piano le porte di un’auto. Le strade vuote di clacson. E finestre illuminate. Lampioni deboli. La neve nera nascosta sotto ai marciapiedi. Panchine verdi e fogli grandi di giornali come materassi, poi borse gialle della spesa. Il nero al semaforo e la mano tesa. La tv accesa e la tradizione dei film del Natale.

Svuotare l’immaginario dalle bruttezze per rincorrere di nuovo il senso. E via i rotocalchi, le immagini ritoccate dei desideri indotti. E via questi pixel che mi riducono le diottrie. Sporcarsi le mani per impacchettare gli amori, la cura nella piega e nastri scelti. Ripulire gli occhi per liberare il cuore. E sui banchi di chiese mezze vuote mettiamo a fuoco il nostro quotidiano. Non ora, non qui. La pulizia richiede tempo, e sforzo, e disciplina. Possiamo togliere la polvere, sistemare le sedie, preparare la tavola. Nessuno si accorgerà del ripostiglio, della cenere che riposa lontano dal camino. Di quando abbiamo consumato le nostre interiorità sfregandoci forte uno contro l’altro e come i fiammiferi farsi lampo e poi fumo. Una birra e una sigaretta, guardare dalla finestra con la paura dello specchio che ci bussa alle spalle. Osservarsi da fuori per capire la limitatezza dei nostri contorni e l’esasperazione della nostra sensibilità come una valvola di sfogo. Ti ritrovi ancora a grattarti le nocche, e lividi sotto ai tuoi occhi: tutti quei pugni che ci siamo tirati senza saperlo. Che camminiamo piegati in avanti.

Un orizzonte e suoni lieti, il silenzio delle ventitre e immaginarsi le tavole apparecchiate, odor d’abete e vino buono. Vorrei accarezzare il tuo maglione di cashmere e non smettere più. Le tue montagne. La farina che colora di bianco il marmo della cucina. E le tue dita sporche che pigiano un tasto e si fanno immagini. I tuoi disegni a penna nera e le tue scritte in corsivo. Narri senza le parole tu, e io sono ormai esperto nel linguaggio dei segni. E’ salito un dio sulla terra, è sceso un Uomo dalla luna. E’ nella debolezza che riconosco il divino. Che un neonato non sa far nulla. Un bambino non basta a sé stesso. Una donna, un ventre e poi mammelle gonfie e poi baci e il suono del risucchio di quando mangi il brodo troppo caldo. La necessità del calore di mani, quando diventerai madre stringerai forte i fianchi del figlio tuo, lo presenterai al cielo per guardarlo in volto, voi faccia a faccia per le parole che ancora non sapete dirvi. Il dio che nasce è un dio debole. Un Dio impotente, come l’Uomo.

E chiudo gli occhi, saluto la notte e faccio i bagagli. La strada aspetta. E dopo le cene e le risa, gettarsi nelle arterie della terra per trovarsi negli incontri. Le solitudini e le famiglie dimenticate. Le vecchiaie e le depressioni dei muri bianchi, delle argenterie. La malattia che isola. L’egoismo e la presunzione delle esperienze ciniche, i computer ancora accesi e le corse incontro a chi non vedi da tempo. Accedi una lampada o un cero e poi guardalo bruciare. E sei quel che guardi, e sei quel che cerchi. E ora fatti trovare, mia strada, mia primavera, mio moggio e mia radura. Fatti guardare che volto a volto possiamo parlarci, che così lontani non siamo uomini, non siamo dei. Fatti baciare, che volto a volto, possiamo salvarci.

Brueghel-004-741715

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Bandiera

Mi riferisco all’esperienza umana di chi è deputato, onorevole. Di chi è prete, suora, monaco o che altro. Di chi è cittadino impegnato, di chi è laico. Di chi è maestra, maestro, professore, docente, preside, rettore. Di chi è secondino, appuntato. Di chi è prigioniero, di chi è parente di un condannato, di un militare all’estero. Parlo di un medico, di un primario, parlo di un paziente.

Parlo ai di chi, e mi riferisco all’uomo.

Le istituzioni dai muri scrostati e la scarsa fiducia del prossimo. Che il massimo della generosità è il dono di una sigaretta fuori da un locale.

Tutta questa sfiducia nell’altro e noi vittime delle sentenze saccenti delle istituzioni sacre: il governo, la chiesa, la scuola, il carcere, l’ospedale.

Figlie e figli di un epoca che ha costruito grattacieli ideati in fantascienza e padiglioni iper-accessoriati, che ha lasciato le case basse alle campagne.

Io figlio, io cittadino, io adulto, io giovane. I giovani non esistono c’è scritto sul muro della mia scuola superiore.

C’è un atrio dell’università statale che mi interroga sul presente. Che siamo ancora nel ’68? Gli stessi slogan, gli stessi vestiti e pure i libri di allora. I cinquantenni hanno perso, miei cari, di quella generazione sconfitta cantava Gaber al Jamaica, e così è. Ci hai preso mai da bere al Jamaica? Hai consumato la notte in un Arci? Hai ballato mai il Sudamerica per le strade strette della Milano che dorme? Ci si ritrova anche oggi, si suona, si canta, si balla, si scrive e si crea. Che siamo un po’ confusi e non sappiamo fare gruppo, ma ci siamo anche noi. Non siamo giovani, non siamo niente. Non siamo corrente, non siamo i sessantatre, non siamo primavere né futuri probabili, non siamo, non siamo, non siamo?

E continuiamo a ragionare per categorie e abbiamo lasciato l’impegno civile ai nostri discorsi la sera tarda al bar, parliamo di politica come si fa col calcio, analizziamo schemi che non esistono e i caratteri dominanti della classe dirigente. Mi è simpatico. E’ antipatico, come Mourinho, ma dice quello che pensa e ci sa fare coi giornalisti.

Precario il mio pensiero di oggi, parole in bell’ordine per dare forma al vuoto e domanda di senso.

I miei pantaloni a quadri bucati sulla tasca sinistra e il peso del portafoglio. Il desiderio dell’estero per mettere fine alle relazioni stanche di qui. In vacanza dalle consuetudini per riappropriarsi di senso, di voglia, di un credo. Che il credo salva lo sai, in cosa credi tu? Almeno in te stesso, tu puoi?

E del Nirvana non me ne frega un cazzo. La voce di Kurt Cobain e Polly vuole un cracker.

Questo scoprire che non si può mettere freno all’amore, che il desiderio ci svela le alte sfere. Io non ci credo quando Battiato dice che non ha mai amato, che il letto è bello vuoto. Io non ci credo a chi lascia da parte la carne, e con carne intendo corpo e cibo e vino buono e profumi e stile nel vestire.

Non sono le parole dei grandi che guidano il mio fare di oggi, ricerco sulla strada i corpi che san farsi citazione e capelli a cui appigliarmi. Mi incantano le personalità note quando ne scopro le debolezze.

L’umanità è svelamento del sé, non sarò mai tuo amico se non so nulla delle tue bassezze, dello sporco che ti si accumula tra i capelli e del bisogno di ricambio della cute consumata.

Mi interessano i giornalisti che fanno della parola una bandiera necessaria e scoprono il mondo passo dopo passo, la fronte sudata, issano il vessillo in alto quando il vento è propizio e questo garrisce e colora il cielo grigio dei nostri giorni stanchi. Lo portano sulle spalle quando non spira brezza alcuna e siamo incastrati in gole, in apnea sotto i mari. Ma non lo abbandonano mai. Mai. Il peso del gonfalone, bandiera e asta e segni sulle spalle e calli sulle mani. Gli articoli e la libertà di Gianni Brera, la parole necessarie ed intime di Gianni Mura al tempo dei funerali.

Dovremmo inventarci dei soprannomi io e te, lasciarci andare ai dialetti.

Non voglio trascurare l’impegno pensando al prossimo come a cemento armato, vittima lui dei poteri forti, pavimento e fondamenta su cui si alimenta il sorriso del capo.

Rinnego le lobby, il frastuono degli accordi sotterranei, gli amori stanchi, la convenienze.

Mi dono al cambiamento, al nuovo, alla sorpresa degli incontri, agli sconosciuti, agli amori impossibili.

E vado per mondo con un bagaglio minimo: un computer, una penna, il pensiero. E diffido dei nostalgici, di quelli che il profumo della carta, di quelli che abusano del Quelli Che….

E credo nei ritmi, nelle parole indispensabili, nelle rime baciate, nelle strofe necessarie dei cantautori, nelle preghiere cantata, nel silenzio delle chiese e nelle loro porte grandi, nel valore del voto.

E così mi consegno a voi ogni giorno con queste parole fragili, il mio stendardo da sventolare, che se mi guardate a schiena nuda potete curarmi le piaghe.

re

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , ,

Non ho mai amato nessuno, amo te

La ferita aperta sotto l’occhio sinistro e il mio sbattere la testa contro i tuoi muri.

Questo frequentare l’aria aperta e poi le strade vuote a cavallo d’orizzonte; mi troverai a immaginare le vite interiori degli altri.

Con le mandate di chiave sui tuoi desideri e poi queste fottute distanze che non ti bastava la sicurezza e hai fatto costruire un fossato col ponte levatoio dei tuoi spostamenti settimanali. Potevamo conoscerci al Plastic e incastrare le lingue, la testa pesante e l’alito sconvolto della domenica mattina. Mi hai detto un giorno che il tuo cielo è grigio e io ho pensato a Tiziano Ferro e a quelle canzoni che mi vergogno di continuare a cantare. Del mulino de la Galette e delle pale a vento sulle colline del centro Italia, dei nostri venti che cambiano direzione a seconda dei giorni e non c’è spazio per accumulare energie, soltanto chili di troppo e preoccupazioni sui giudizi del sé.

Non ho muscoli per abbattere i labirinti muscosi delle tue lentiggini, brucerei in un baleno nel rosso delle tue gengive e sangue dal naso per gli sbalzi di pressione. Ho visto le braccia colorate di Jovanotti e ho pensato a una fiaba, tu nella bocca della balena e il mio dente da narvalo per penetrarti. E farti scappare. Dalle gabbie e dagli aerei. Brucerà il tempio prima o poi, si scoperchieranno i tetti dei nostri desideri e dalle anfore scorrerà il vino lasciato da parte per i futuri importanti.

Come a Santorini ci faremo magma, luminosi al contatto con l’aria e poi neri da affondare il mare. Dalla lava le ceramiche più belle, le teiere che tratti con cura. Mi inviterai prima o poi a prendere un tè e mi si appanneranno gli occhiali. Per quel calore che tengo dentro, che tu rifiuti. Non ho mai amato nessuno, amo te. Non sono mai stato così lontano da me.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Factory Girl

Tra le pieghe molli dei miei divani letto i calcinacci della Factory. E scie bianche nel cielo, le anfetamine maldestre che ti riportano sulle vie scorrette. Nelle tiritere dei fotografi il nostro sguardo deformato sulla realtà. I cantautori che trascinano la barca a riva e le tue gambe lunghe a cavallo di una batteria. Per quei ritmi in levare che ricamiamo di notte, il tuo ansimare e quei due buchi sulla schiena che riempio di parole. Ti soffio dietro all’orecchio e tremi. I tuoi capezzoli piccoli e la malinconia delle tue pose curve. Vorrei dirti affoghiamo nelle lingue straniere e poi brindiamo a questa ricerca affannosa di identità. Chi si tiene a distanza è fuori, e non ogni lasciata è perdizione ti dicevo mentre con le dita trascinavi gocce di pioggia sui vetri. Coi tuoi autoscatti al riparo dello specchio, la tua posa animale, la poesia di un bicchiere già vuoto e la trasparenza delle tue anche. I miei anch’io e gli anche tu e firme d’accusa e difese di morsi. Poi il sonno e questo vento denso di fumo, i camini accesi e la vastità piatta dei tetti di Londra. Prendimi le guance e suonale e poi corri in soccorso dei tuoi capelli lasciati a piangere le litanie dei pianoforti scordati degli studenti del piano di sotto. La coda dei turisti in attesa dei nostri scalpi. Che mentre camminiamo attiriamo sguardi e commenti, tu che mi dici dovremmo spogliarci qui e non daremmo così nell’occhio. Quando mettevamo like alle foto d’autore e poi le ricalcavamo dietro ai vetri, i tuoi occhi fradici di sonno e i Velvet Underground in sottofondo. Quando andavo al cesso e tre o quattro tiri di sigaretta, la testa gonfia e il risucchio dello sciacquone per i miei viaggi notturni negli scarti dei nostri corpi sani. I colloqui di lavoro che affrontavamo tenendoci stretti e il tuo passaporto colmo di timbri. Mi ha chiamato Wharol e ha chiesto di te. Mi ha chiamato Dylan e ha chiesto di me. Non suoneranno fisarmoniche ai nostri funerali, le gigantografie elettroniche dei miti passati riposano nelle fosse comuni. E ricordo soltanto che quando salivi sulla mia Vespa, sedevi a tre quarti.

Foto editor: Neige

27931_10151360589288900_825656348_n

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Pensati bianca

Dei miei capezzoli che guardano in basso e della mia inclinazione per le sconfitte. I tuoi avvistamenti con cannocchiali al contrario e fulmini come istantanee delle tue parole. C’eravamo fatti così vicini che sentivamo i nostri respiri a distanza. E ti prendevo il volto tra le mani e aprivi la bocca grande perché potessi respirarci dentro. Non ci sfioravamo le labbra per rispetto delle nostre fragilità. Tu e la tua vita, le gambe nude e le coperte troppo corte di una realtà sola. E mi dicevi che bisogna fare una scelta tra i pantaloni e le mutande, che altrimenti ci costruiamo addosso mura invalicabili e la pelle ne risente per questioni di traspirazione. Così te ne stavi là, il muscolo aperto e le mie parole a farsi eco nelle tue caverne. E come le foglie d’autunno planavi lenta nei torrenti bianchi delle nostre usanze notturne. Non tutte le foglie cadono ormai secche. Ho scritto su un foglio lasceremo questa casa prima o poi, lasceremo questa vita hai detto tu e ti chiedevo per dove e poi perché e non sapevi rispondere. Così mi hai scritto a presto e poi sei scomparsa. La vernice nera dei tuoi occhi e le mie docce fredde. Non c’eri più e ti portavo dentro, il mio cuore a forma di becco di pellicano e le migrazioni transoceaniche dei miei lamenti. A sfiorarti le dita in planata, i miei ricordi come le estati passate. Calor di nostalgia e ore vuote trascorse in pigrizia. Gli odori forti, i fiori schivi della Sicilia, l’assenza di spiagge e scogli duri da cui tuffarsi. Il nostro mare nero intorno ai falò, dietro alle spalle i trent’anni di guerra all’alimentazione e i difetti impercettibili delle nostre albe. Quando salutavi il giorno appoggiandoti alla finestra sopra il mio letto e al posto di guardare fuori, il sole, i balconi, le occhiaia nere dei professionisti e la pelle intagliata dell’anzianità, dicevi è sporco, il vetro intendevi. Non siamo bianchi, lo sai, che siamo guai e sogni finiti male, risvegli improvvisati e sveglie dimenticate. Non siamo neri, lo sai, e ci travestivamo da professori dicendo che il nero è l’assenza di tutti i colori, così chi è nero è vuoto e chi è sporco è bianco. E ora riguardati allo specchio, sistemati i capelli e pensati bianca, ti sussurravo all’orecchio. E mi eccitavo molto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

A Kerouac e allo scorrere di questo tempo senza piogge

Gonfio d’alcool e pensieri, le spalle al muro, i denti consumati per i morsi dell’insofferenza e quella sensibilità che ti costringe alle diversità. L’infinita ricerca di piogge contro le aridità di questa solitudine abitata. Lasciare indietro bellezze da adolescenti e poi di corsa oltre la porta di casa; avvicineremo gli orizzonti soltanto con la forza del nostro quarantadue di piede. E mentre sfiorivi crescevano orchidee bianche nei tuoi organi interni e ti facevi vicino al cielo, santo e perdente. Così beat che anche quando ti mettevi in disparte, appoggiato a un palo o disteso su un bancone, attiravi gli sguardi dei più. E avevi imparato a non giustificarti della tua presenza. E ti piacevano così tanto le piogge che avevi imparato a danzarci attraverso e coi capelli bagnati affrontavi il resto della notte e inseguivi le lucciole solitarie ai lati della strada. Le prendevi tra i palmi chiusi delle mani e appoggiavi l’occhio tra le fessure aperte delle tue dita. La luce vicina e i tuoi desideri lontani. E rimanevi abbagliato che non ti interessava più nulla e trascinavi i tuoi giorni aspettando un’altro temporale, sperando che lei se ne accorgesse e varcasse la soglia e non temesse più, per quel ballo che vi eravate promessi. Conserverai la lucciola in un barattolo e poi gliela donerai, lei esausta, tu sfiorito nel corpo, ma zuppo di gioia e bello. Sempre più bello.

Foto: Kerouac

Contrassegnato da tag , , , , ,

Con la promessa di appenderle al cuore

Il mattino e l’oro tra le coperte. Le nuvole bianche della Sicilia e tracciare coi piedi le linee bianche degli aerei. Modificare le piogge dei tuoi capelli e pensarti sui tetti di Londra con le luce fredda di novembre e le tue gambe a cavallo delle terrazze. Quando srotolerai le ciocche per farmi salire sulle tue guance mi terrò stretto al bavero del cappotto invernale per tenere al caldo le spalle e poi donartele quando sarà tutto pronto sulla tavola del nostro futuro prossimo. Come quella polaroid che dovremmo scattarci, io non so nulla sui tempi d’esposizione dei sentimenti così dico tutto e subito e non ho rispetto dei tempi del prossimo.  La prima pietra scartata dai costruttori, i disturbi degli alimentari e le sveglie alle sei del mattino col martello pneumatico delle lamentele degli altri puntato alla gola. Maledette malelingue e quel Sanremo lontano, la voce di Graziani per le contraddizioni della provincia e la mia malinconia per i pomeriggi passati sulle panchine dell’oratorio quando non c’erano argomenti e si tirava il pallone contro al muro per scacciare la noia. Così i primi tiri di sigaretta e gli sguardi lontani delle ragazze. Ti piace quella? E la risposta era sempre un no. Rimandare tutto ai sogni della notte e poi i sensi di colpa immerso com’ero nel perbenismo dei più. E ora che vengo a bussare alle tue costole e non so spiegarmi il perché. Le tue frasi brevi e la punteggiatura naif, le storie che volevamo raccontarci, e quando ti vedo in televisione mi sembri meno bella. Per gli slanci rimando alla carta, agli aeroplanini lanciati dal tetto e alle traiettorie strane dei miei pensieri di oggi. La prepotenza dei tuoi stivali e quei vestiti insoliti. E su di me lo sguardo da boia dell’impossibilità di una qualsiasi autarchia, che sia del sentire o persa in estetiche, per i vizi di forma del mio sedere e questa barba che si fa più lunga col passare dei giorni. Vorrei venire a prenderti in bicicletta, sentirti scendere le scale, e non so ancora come cammini sui tacchi e dimentico ancora come sorridi quando saluti. Portarti al mare e parlare del niente, lanciare il pallone verso l’orizzonte e poi aspettare che l’onda lo riporti in riva. E se non torna fare il bagno e rincorrerlo, nudi o vestiti che importanza ha, che non è il nudo ciò che ricerco in te. Il desiderio è una questione di dilazioni. Chissà se mai riusciremo ad essere come quelli dei film. Così belli, così felici. E lasceremo impronte sulla spiaggia la mattina presto, prima del mondo, prima di tutti. E non aspetteremo l’arrivo degli altri e nemmeno ci volgeremo indietro. Conserveremo ricordi come fotografie, con la promessa di appenderle al cuore quando baciandoti mi abiterai.

Foto: da celluloidpolaroid.tumblr.com

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Ode a noi violati.

Ci grideranno lasciateci in pace i comandanti della zona nord, l’occidente primitivo e le valigette chiuse dei banchieri svizzeri.

Avremo sul palmo della mano il bulbo bianco dei loro occhi e finalmente ci riconosceranno guardandoci in viso nell’attimo inutile che precede il nostro chiudere le dita in pugno per frantumare una volta per tutte i loro sguardi d’odio. E ricadranno ciglia leggere dalle nostre dita fino a planare in terra sul loro sangue nero. Noi come nervi spontanei, lontani dai meccanismi malati dei cervelloni, dai numeri e dai conteggi.

Sia maledetto il cuore e chi l’ha disegnato per la prima volta. I tratti infantili dei più.

Saremo i vostri aguzzini, e non ci dimenticherete con una rivoluzione perché voi siete figli della generazione che tutto vi ha dato, e chi prima dà e disimpara a togliere è fallace, impotente.

Sono caduti i muri e l’est e l’ovest hanno imparato a costruire soltanto grattacieli per allontanarci dalla terra. Noi distanti dalla realtà, i voli disperati e cento metri dalle finestre. Le impalcature traballanti dei saperi e la mancanza di un dialogo serio. Dovremmo stare tutti quanti nudi sopra un letto: lenzuola, vergogna, paura, desiderio, contatti, sesso, esultanze, sospiri, battiti, strida, urla e orgasmi, sonno: verità. Non ne siamo capaci. Al buio si cavalcano per primeggiare i nostri corpi.

Stritoleremo i microfoni e i palcoscenici e vi appenderemo ai fili della luce nelle vostre cravatte verdi. L’azzurro è soltanto il colore del cielo e finalmente avrete la testa tra le nuvole, altro che cosce, altro che feste.

Non faccio uso di droghe, mi cibo dell’essenza di un pensiero sempre più debole, io meccanismo imperfetto dei vostri ingranaggi famelici. Quando disperdete il dono del potere, della libertà, dello stile negando l’atto della fiducia che vi era stato consegnato. Il capo che avevamo appoggiato sulle vostre mani. Ci avete fatto lo scalpo, voi.

Noi licenziati, disoccupati, noi frustrati, umiliati, noi infelici relegati a oggetti per le sfumature ineleganti del vostro piacere sadomaso.

Noi come voi, noi che vorremmo godere e possedere e esser padroni proiettiamo sul sesso la vostra mala educaciòn. E poi venite a parlarmi d’amore sulle televisioni mentre tengo in mano lo scroto per sentirmi uomo. Il peso degli anni e l’esigenza d’esplodere. E mi avete insegnato a vedere l’altro come un mezzo. Ma non vi credo. Che non c’è fine nella mia esistenza se non l’attesa di un fiore. Un gesto di cortesia, un profumo buono, un piatto caldo, un vino nobile.

Perderai il senso delle mie parole perché sei strafatto di lexotan, delle sigarette fumate dagli altri, gli antidolorifici per i tuoi giorni bui.

Non ho paura di considerarmi un abbandonato all’amato me stesso perché faccio rumore quando mi appoggio alle pareti, perché porto sulla pelle il suono delle mie parole. Nelle chiese mi faccio eco. Nelle caserme esplodo. E negli uffici svengo. Nidifico soltanto tra le coperte, e mi preparo al volo.

Quando saremo critici, malpensanti, quando saremo istrioni, quando saremo giudici sgozzati, agnelli bianchi in offerta, grappoli rigogliosi, acini spremuti, otri pieni coi bicchieri svuotati, quando saremo noi e parleremo al plurale chiamando amore quel che amore è.

E allora potremo anche dire, e scrivere e abbracciare, stringere, baciare. E dalla vostre tombe riconoscerete l’uomo e il vostro lamento si tramuterà in voce. E saremo due non più uno e addizioni e sottrazioni non serviranno a nulla.

Che non siamo numeri, soltanto uomini e l’eremitaggio, come il potere, un’invenzione a tempo. Scaduto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Di questo nero che porti tra gli occhi

Che siamo ancora qua con le nostre metafore inutili e tutto quello che chiamiamo esperienza incastrato nell’incavo degli occhi per colpa delle congiuntiviti d’inizio settembre. La sveglia presto e la tua doccia lunghissima per controllarti il cuore, il cellulare per dare sfogo all’ipercinesi delle mie dita e il desiderio di tatto. Nelle orecchie il solco dei tuoi respiri profondi, gli orecchini regalati e quelli che solcano i tuoi profili. Il Pequod delle nostre traversate provinciali e il vulcano del collo per gli scivoli delle papille gustative. Quando c’eravamo fatti giostra e non c’erano code a premi sul soffitto, soltanto i tuoi capelli da tirare all’insù, quando sostavi tra le mie gambe e con la scusa dei semafori rossi ci siamo fermati. L’attesa del verde e la natura selvaggia delle emozioni. Che per parlarci usiamo la presenza degli altri come intermediario, il Plasil distensivo dei nostri intestini in burrasca. Vani in tentavi per guardare la nazionale italiana e mimetizzarci nella quotidianità dei più come i camaleonti con gli occhi ricoperti interamente di palpebre e l’autonomia dello sguardo, ragionar meno sulle parole e diminuirne il valore sostituendole al gesto. E tra i tuoi adoro, i carina e lo shopping del centro i capelli morti supini sul letto testimonianza di una vita che c’era, dei tuoi spasmi, dei terremoti della mia cassa toracica. Verranno ora a prenderti per portarti nel mondo inventato, con gli sceneggiatori in ginocchio davanti ai tiramenti pseudocattolici della tv di stato, la mia sconfitta contro le Waterloo che volevo combattere. Nessuno verrà mai a chiederci dei mulini a vento di questa notte, della tua sigaretta poetica all’ombra del davanzale. Nel sudore annegavano le mie tempie, che avevo le mani disposte a farfalla dietro la nuca e il volo oltre il soffitto dei però che vorrei cancellare. E adesso parlami di questo nero che porti negli occhi, dell’odore fragile dei tuoi bagnoschiuma ecologici. Della tua lingua lunghissima e di quell’unico bacio, di quando ti neghi facendomi contorno e dei tuoi ti voglio bene alle tavole dei più. E adesso spogliati non ti si addice, che l’ho già fatto io e poi non è importante. E ancora sento la tua voce, tra poco sarai qui oppure no non è importante, non saprò ancora come guardarti e poi dove sistemarmi, io come quei soprammobili dai quali non riesco a separarmi. Non sarò più invadente, ma presenza e sguardo. Per le parole che scavo nel bianco e per quella purezza che non ti riconosci sul fondo della tua schiena. Nei tuoi pigiami invernali respirerà ancora l’alito delle mie labbra che per le tue bastano due bacchette vicine e si fanno sushi, crude e distanti, così se mi avvicino, credi soltanto che io voglia mangiarti.
 
Foto: Francesca Woodman
Photo editing: Neige
 
 
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Per quando non sei che contorni

Per quando non sei e le trapunte in fiori che nascondiamo in soffitta. Non parlerò più d’amore, non scriverò delle foglie nerastre dei boschi delle tue cosce. Rimarrò sul davanzale dei tuoi occhi, petalo io per il succhiare stanco delle ultime api.

Il giallo e il nero di notti e giorni, il passo lento alle sei del mattino e la ricerca vana delle aquile in stormi.

Per quando non sei che contorni.

Per quando sei erba e radura.

Per le le grigliate a cavallo del tuo petto. Le dita roventi per l’eruzione dei tuoi sussurri.

Di quando c’eri sono rimasti ricordi.

Erba schiacciata e mozziconi spenti. E il verde di bottiglie vuote.

Con le vibrazioni della Dub ballavano anche le cavallette e davanti ai tuoi seni arrossivano i tramonti.

Il sussidiario della scuola media, con la terra che gira su se stessa e i nostri pensieri che si perdono nel tempo. Ci pensi mai che stiamo girando in tondo? E non siamo mai dove crediamo di essere.

Sulle vocali francesi batte il vento di luglio per i ricordi delle masturbazioni dell’adolescenza.

Di quando mi domandavo dello sguardo degli animali, conoscerà mai vergogna un cane?

Ti avevo svegliata puntandoti la mia pistola sulla schiena, ti sei presa paura che era ancora buio,mi hai domandato che fai e poi hai capito che non era metallo.

Bello sarebbe ora addentare brioches e caffè caldo. Hai risposto scemo, alle rondini basta il pane. Ci pensi mai che gli uccelli giovani prendono il cibo dalla bocca dei genitori? Hai mai visto due carpe baciarsi?

La banalità del mai.

Per quando non sei che ricordo.

Lo sguardo sul petto e il desiderio del fumo denso degli stupefacenti.

Di quando mi sdraio sul tavolo e provo ad afferrare il soffitto. Le dita in cerca disegnano rotte per l’invisibilità della polvere.

Per quando non sei che guance.

Per quando non sei che assenza.

Per il profumo nelle mie narici.

Per l’odore tra le mie dita.

I miei capelli sporchi.

Il rosso degli occhi.

Questo fastidio del cazzo mi fa pensare a te.

Taglieranno l’erba prima o poi, troverò le tue forcine infilzate a terra. Il tuo anello rotola nella bocca della rana verde.

Il canto asmatico dei nostri intestini, verrà la pioggia e fango per l’annullamento dei segni del nostro peso.

E tu sopra di me, io sopra di te e tutti questi esperimenti, i Frenz, gli Staind e i gruppi finto rock degli anni novanta.

Sul tuo ginocchio la pelle morbida e bolle bianche colpa d’ortica.

Per quando non sei che gambe e posso portarti sul petto come una collana.

Foto: © Mapplethorpe

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , ,