Sei così bella

Le otto del mattino in coda fuori dalla posta. I pensionati con l’ombrello in tasca si scambiano opinioni sul tempo dell’attesa. Che fretta hai? Devi timbrare il cartellino? Forse il ragazzo, dice un baffo e indica me. Io scuoto la testa. Non ce l’hanno il lavoro quei giovani, non ce l’avranno mai. Piego le labbra, rispondo con l’occhiolino. La nostra gioventù raggiunge la scuola pubblica: lo zaino in spalla e la sigaretta accesa tra indici e medi vergini d’abitudini. I capelli decolorati e questi jeans così attillati che fanno i culi tutti uguali. L’orgoglio metal sulle magliette. Io li guardo dritti negli occhi, qualcuno mi fissa, sembra mi sfidi e poi all’ultimo si vergogna. Le ragazze si toccano spesso i capelli. Io anche.

Dopo un inizio così magari immagini ti propini qualcosa di nostalgico: i racconti della mia adolescenza infelice o della mia giovinezza feconda, oppure qualche considerazione su questa che chiamano crisi o sullo scoraggiamento che ci piega le spalle verso il basso. E invece no, alla fine lo sai che finisco sempre per parlare delle tue cosce e della tua voce che ormai ho dimenticato.

Ieri ero in sinagoga e si discuteva del silenzio, io non ci so tanto fare così scrivo qui e corro il rischio della tormenta. Che mi dedico agli sguardi ormai lo sai, con la presunzione di portarmi a casa il solco degli occhi e di conservarlo con me per sempre. Il bello è che sono attenzioni che non chiedono ritorno.

Mi piacciono i soffitti alti e le pareti bianche perché posso riempirli di immagini. Sei così presente quando non ci sei. E mi dicevi se la casa è troppo grande apri le finestre e lascia entrare il cielo, lui sa come occupare gli spazi, vedrai ti sentirai meno solo. Io sulle prime m’appesantivo in retorica, poi immaginavo la tua lingua muoversi sul palato e tutto acquistava leggerezza. Ora tutto è bianco qui, bianco il cielo, bianca la mia maglietta e così bianco anche lo spazio che mi circonda. Potrei dirti che so già che vesti il nero anche oggi. Che ci vorresti qui tu e tutti quei simboli che ci disegnavamo sulle cartelle ai tempi della scuola: sia pace, sia equilibrio, sia perdita di ogni controllo.

Dimmi se sul Canal Saint Martin c’è ancora il segno delle mie ginocchia, di quando il vino mi aveva fatto perdere la direzione e parlavo con le anatre chiedendo loro il perché delle tue lontananze. Se tu fossi qui forse mi spaventeresti, oppure no, saresti a tuo agio, magari coperta soltanto dei tuoi tatuaggi. Quando ci vedremo portati un cappuccio, mi piace tanto e poi rassicura.

Ora dovrei fare come gli scrittori quelli veri e dirti tutto quel che ho capito sull’esistenza, ma sono così confuso che non saprei da dove cominciare. Solo una cosa mi è venuta in mente: quando mi chiedono qualcosa devo accarezzarmi la barba, pensare un poco e poi rispondere. Che ogni parola ha il suo peso e per uscire da questo silenzio che ci siamo costruiti intorno devo attraversare il cielo, mangiare le nuvole e poi raggiungerti. Non è mica semplice, ci vuole concentrazione. Dai fatti ancora una foto, dai resta ancora sull’attenti. Sei così bella. Te lo scrivo così, ma immagina la mia lingua che batte sul palato.

Foto: dalla rete.

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Dialogo con Erri De Luca, Università Statale Milano

Entro in università come non facevo da tempo, dalla porta di servizio. Meglio sarebbero i portici, ma sono in ritardo. Lui è già sulle scale, altissimo e magro, che a mezzogiorno non mangi mai ormai è risaputo.

Quel che mi interroga sono le foto con e l’autografo al libro preferito: sia lode ai vent’anni.

Quattro sedie sistemate sopra ai gradini nel corridoio di fronte all’aula magna. Altre sedie sparse e panchine.

Occhi neri nerissimi. Occhi azzurri azzurrissimi. Poi pensionati curiosi, due uomini in giacca e cravatta e giovani di barbe fatte e barbe sfatte, qualche rasta ben sistemato, qualcuno arruffato, stivali dalla firma nota e un mondo di Clarks. I simboli e le maschere nere sulle statue greche, andiamo a inscenare un dialogo e prendiamoci spazio. Quello al di fuori delle aule e dei riscaldamenti, quello fuori soglia. I discorsi d’attesa: quel prof è bravo e quell’altro meno. L’hai letto il suo ultimo libro, sai parla del mare. Mi piace il collo della ragazza davanti a me, veste di nero, ma non è in lutto. L’attenzione colta da un adesivo con la scritta NO TAV appiccicato a una sedia. E poi la nuova resistenza che comincia dalle magliette: Join the new resistance. Baciatevi pure e baciatevi tutti, mi viene da dire, tutto colpa degli scatti ormonali: quanti volti belli!

Poi le cravatte si staccano dal pubblico e riempiono le sedie vuote: sono avvocati, lui è lo scrittore e veste con camicia e maglione. Le firme scemano e il nostro raggiunge il suo posto mentre un volto pulito, occhi curiosi e bell’eloquio, presenta l’incontro e mi piace cominci dicendo guardateci qui, fuori dalla grazia di un luogo, in mezzo al via vai di certe code di cavallo ben pitturate e magliette attillate e orari da rispettare. Si renderanno conto prima o poi che lo spazio è importante? Pare di no. E allora via che si comincia.

Sull’intellettuale coerente e il favore alla pratica del sabotaggio. La politica di resistenza culturale e poi la domanda: perché la cultura quando diventa partigiana fa paura?

Non è facile utilizzare al meglio questi termini: politica, partigianeria, resistenza. Io li accolgo cercando di relazionarli al contesto e nulla mi suona male.

E poi intellettuale è soltanto un’etichetta o qualcosa di più? Il ragazzo di fianco al viso pulito si tocca un sacco i capelli, indossa una giacca niente male e utilizza parecchio la parola meccanismo, poi macchinazione, poi macchina, arancia meccanica, apparato repressivo e ancora meccanismo. C’è qualcosa di artefatto in questo mondo, è vero.

Chissà se Erri de Luca, che scrittore è, riesce a dirci qualcosa di questa narrazione distorta dei fatti del piccolo globo.

De Luca così prende parole, dice io sono qui disposto all’ascolto. Prendiamoci il diritto all’ascolto e impariamo ad abitare i luoghi e a non abbandonandoli quando questi hanno bisogno. Racconta di un suo amico poeta bosniaco rimasto in città durante la guerra, diceva il poeta: “in molti si sono innamorati con le mie poesie, sono io responsabile della felicità ed ora, che il periodo è critico, devo farmi responsabile anche dell’infelicità.” Avverto quindi il bisogno di stare, di occupare lo spazio. Ecco quella che per me è occupazione.

E a me viene in mente ora che quand’ero adolescente regalavo i suoi libri, nessun amore degno di nota, ma tanto lirismo e qualche scampolo di intimità.

Continua De Luca: “Il portatore di parole condivide il guasto con la propria comunità. Negli anni settanta militavo in un’organizzazione rivoluzionaria. Si era rivoluzionari perché il mondo era in rivoluzione, non si poteva fare altrimenti. Noi facevamo la lotta estremista radicale perché volevamo cambiare le cose rovesciando i rapporti di forza. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Non si rivoluziona nulla, ma si difende il diritto ad esistere. In Val di Susa difendere la sovranità del suolo vuol dire difendersi dall’estrazione di uranio che non si riesce a cancellare, lo si può solo nascondere o scaricare da qualche parte ignorata dai più, farà male e porterà morte.

Chiamo sabotaggio politico quel che avviene in piena luce, quello che oppone corpi. Quello che occupa lo spazio, appunto.

Intanto la Tav non si può più fare e non si farà perché esiste un sabotatore inafferrabile che si chiama Hollande e vive in Francia e ha affermato che i francesi inizieranno i lavori nel 2030. Questo significa che lo scavo oltralpe non si farà.

Quanti interessi in Italia? Fare un buco per fare un buco e null’altro. Se quel buco si farà si costringerà la popolazione della valle a una deportazione che ci si dovrà auto imporre. Un Vajont differito, dove non sarà la natura a far disgrazia, ma l’uomo all’altro uomo. E intanto i ministri dell’interno inaugurano le frese. I ministri passano e le frese restano.

E la libertà di parola o è allineata o è un atto criminale. Io sono per la parola responsabile, quella performativa che si prende la responsabilità del suo essere detta. Non come chi dice e non fa, non come chi dice e poi ritratta. Chi smentisce continuamente se stesso non conosce responsabilità alcuna.”

Conclude, si accarezza le guance. Un applauso.

Prende poi la parola una delle cravatte, appena comincia a parlare diventa subito più umana, meno stretta. E’ uno degli avvocati che segue gli arrestati per i sabotaggi in Val Susa e tanti dei presenti che fanno della politica atto e non soltanto parola. Dice che ormai la categoria della legalità si sovrappone a quella della giustizia.

Per me questo è già straordinario e mi basta. La giustizia non coincide con la legalità, spesso.

Lo sguardo vaga tra il pubblico, l’assemblea, i ragazzi. Il credo, la passione, la responsabilità. Non ci sono curiosi qui, gli sguardi sono attenti, c’è silenzio, ognuno si interroga e si lascia interrogare. Non si fa nemmeno il confronto con gli altri che sono a casa a dormire o seduti nei banchi, no, pare che si voglia parlare a tutti e non importa se per adesso questi non ci sono, un giorno verranno o non verranno per niente, ma ci sarà un risveglio prima o poi, una primavera delle coscienze.

Ritorno con l’attenzione alle parole di uno degli avvocati, credo confonda verità con realtà, dice: la verità è che non c’è speranza, c’è desolazione, ingiustizia.

Io ho sempre pensato che la verità è l’uomo e nell’uomo c’è speranza e sguardo aperto al futuro. Non siamo sconfitti finché siamo in vita.

E ricomincia Erri De Luca: “L’intellettuale, lo scrittore, è colui che ci sta e sta nel mezzo.”

Possiamo allargare il concetto a colui che si prende sul serio ed è responsabile: costui non guarda da fuori. Non è soltanto spettatore, ma vive da dentro per cambiare il punto di vista e renderlo originale.

De Luca ci dice che ormai il giornalista sta alla scrivania, a chi sta “al seguito delle truppe” e mai “sul campo”, che l’informazione così non sarà mai verificata, ma soltanto riportata.

Continua affermando che lui vuole essere presente. Che essere presenti significa guardare i volti e i volti non si guardano dai palchi e nemmeno dalle prime file. E ancora: “Si sta nel mezzo. Si occupa il proprio posto.”

Infine lo scrittore saluta, rifiuta la parola maestro e si dice pessimo più per vezzo che per convinzione, mi dico io, ma magari sbaglio.

Poi altri interventi più o meno lunghi, si sottolinea il già detto e si propongono riflessioni nuove. Non mi dilungo. Quel che mi colpisce è che chi parla è appassionato, vivo. Occupa il suo posto. Mi fa sperare, già, è così. E se partivo prevenuto è ora di ammetterlo, quanta speranza c’è nella gioventù e nell’atto di chi la gioventù l’ha superata, si è concesso l’accumulo di certe retoriche, ma si è fatto presenza e dialogo, in un certo senso maestro, che è colui che insegna, ma stando in mezzo ai suoi. Con parola responsabile che diventa esempio.

Non sono un giornalista e riporto le parole di Erri De Luca così come le ho annotate sul quaderno cercando di essere il più possibile esatto. Ringrazio l’ex-cuem libreria autogestita che ha organizzato l’incontro, meriterebbero più parole, ma se cosa si somma a cosa si finisce per appesantirsi. Ecco tutto.

Marco Colabraro, Milano, 1 Ottobre 2013.

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Quando mi assaggerai saprò di buono

Puoi continuare a ripetermi che tutto ha un senso. Le nostre telefonate notturne terminano per sfinimento. Ti domandavo il perché di tutte le pause che vi prendete voi donne e mi mostravi la scritta sulle tue scapole: remember me. E trascorrevo le ore del buio domandandomi come è possibile per me dimenticarti, poi a mattina realizzavo che quella che non si vuole dimenticare sei tu. E in mezzo al frastuono di nostre vita trovi il tuo spazio in quei silenzi che nessuno può disturbare. Quando tutto è sospeso non succede nulla, dicevo. Sei piccolo, replicavi tu. Ma se ho 31 anni, continuavo io. E la cosa ti rassicurava, che dopo i trenta uno ha coscienza almeno dei suoi limiti, ti tingi ancora le unghie lo sai? Non smetterai mai.

Quando nominavamo gli amici comuni era soltanto un modo per rassicurarci. E ti leggevo le mie poesie sempre nello stesso modo. Ti dicevo dovremmo tagliarci, meno parole e più intenzioni. Io qui a cercarmi un’offerta su Groupon per andare in palestra a rifarmi le spalle. Ho portato qualche peso quest’anno, mai troppi. Ho le dita consumate dalle intolleranze.

Ci hai mai pensato che i presidenti delle squadre di calcio hanno sempre il bilancio in rosso? Quando sei ricco conta soltanto il prestigio, che tanto povero non lo diventi mai. Quando invece ci credi e te la rischi, va a finire che a sera devi svuotare le tasche e ribaltare la lavatrice per recuperare gli ultimi cents. E così dai progetti per il bene comune finisci con l’inventare strategie per sopravvivere.

La chiami vita, questa? Che ce ne importa degli eremiti, dicevi tu. Io penso solo e soltanto a fare l’amore. Come fai a farti rovinare la giornata da un contrasto, un contrattempo, un saluto poco considerato, un’umiliazione ricevuta da chi non stimi? Altra cosa sono i dolori e le pieghe minute sotto agli occhi. Lo stress e le tensioni per lo sconosciuto e la rilassatezza di un pantaloncino e una canottiera. Se fossi donna non indosserei mai il reggiseno. Avrei i capelli lunghissimi o cortissimi. Leggerei Proust e Dostoevskij, o magari tutti e due. Invece son zuppo di peli sul petto e leggo gli americani, i francesi e gli italiani melanconici. Non sopporto più la comicità, e dire che a tavola rido.

Ora tu chissà dove sei, seduta a un tavolo a riflettere sulle prossime mosse di quei giochi che facciamo diventare seri, Giralamoda o quanto è bello il teatro. Vieni a cena, stasera, cucino io. Sei lontana, non verrai. Cucinerò lo stesso, così la prossima volta, quando mi assaggerai, saprò di buono.

Foto: dalla rete.

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D’aglio, prezzemolo e boschi

Un soffitto nuovo e un materasso morbido per appoggiare le guance.

Un contratto saltato, le coincidenze vengono per farci abbandonare le strade in discesa. La vita felice non è fatta di possesso e successo, ripetere dieci e più volte fino a farlo diventare un mantra: sesso, sesso, sesso. Facciamo suonare le sibilanti e poi ancora.

Il fatto è che sopravvalutiamo la nostra animalità e finiamo per ricercarla senza desiderarla davvero. Così che la meccanica dell’unione delle nostre nudità non ci lascia che ferite. E sospiriamo cercando di trovare lo stesso ritmo del respiro. Basta uno sguardo, mi dici tu, e per quello sguardo impieghiamo eternità, sarebbe sufficiente un secondo, magari due, ma abbiamo le tasche dei jeans zuppi di paura.

Ti scrivevo che non è la prima volta che sento il tuo nome, che quando avevo tredici anni lei ne aveva diciassette, raccoglieva il sole sul balcone e mi prendeva in giro quando mi sbucciavo le ginocchia calciando il pallone.

Finisce sempre così: troppe attenzioni non fanno altro che allontanarci. Ma ormai, lo sai, non sono fatto per le strategie e ancora quando giochiamo a tris metto la x nel centro. Attaccare dai lati è sinonimo di vittoria.

Del tuo sorriso scazonte e della malinconia dei tuoi occhi.

Mentre mi sorprendo della tua determinazione e di quanto a me invece costa il silenzio, gli amici scendono le scale degli aerei e fanno loro lo spazio di una nuova casa, che cosa cucini stasera? Bisogna che tutto s’impregni di noi.

Finirei ora sdraiato sul letto con la penna in mano, a scriverti una lettera che non saprei dove spedirti. E immaginerei domani e renderei i sogni sensibili. Quand’ero piccolo mi perdevo nei prati e mi emozionavo nel cercare i funghi. Di quella domenica pomeriggio che aveva piovuto tanto, ho indossato gli stivali gialli di gomma e poi con nonno a cercare le lumache. Sacchetti pieni, lo sai? Il viscidume sulle mani non aveva niente a che fare con la mia adolescenza, poi tutte in vasca a morire affogate. La farcitura e poi il forno. Odore d’aglio e prezzemolo, delle strade lunghe di rue Turbigo. Se tornassi bambino ti prenderei per mano e non avremmo spigoli, lo sai, forse davanti ai muri rimbalzeremmo, non come ora, che ci facciamo male.

Foto: dalla rete.

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Le lettere non si scrivono più

Non c’è coraggio nelle valigie, ma nelle braccia di chi le solleva.

La cura nel costruire architetture del bello per i nostri risvegli, le pareti bianche per svuotare lo sguardo e prepararlo all’incontro.

Lo stereo suona musica da camera, non so perché va a finire che giudico anche la musica che ascolto: se è colta mi porta al vezzo e i cantautori che potevi incontrare a Bologna già mi sanno di vecchio. Dovrei lasciarmi andare alla corrente romana, ma troppe g mi vanno di traverso e il canto della sofferenza ci scava le guance. Dico davvero, li vuoi guardare ora i miei occhi? Ho perso in bellezza e concedo alla barba d’incorniciarmi il viso. La mia risposta alle tue questue di tracciar dei confini.

Sarà che siamo raggiungibili sempre e comunque, sarà che la tecnologia ha tolto il freno alla lingua, ma quattrocento e più lettere dentro al mio blog e quattrocento e più colpi sparati a salve.

Ti ho sognata questa notte, lo sai, e cucinavi peperoni verdi e rossi, ti dicevo falli bruciare così la pelle viene via e dentro rimangono teneri e cotti. Rispondevi: ho paura del nero, dicevo, prova e te ne accorgerai. Lasciavi perdere, prendevi la macchina fotografica e l’appoggiavi tra le mie mani dicevi: scatta senza pensarci. Io non riuscivo. Non è la stessa cosa? Perché non la smetti di pensare e fai, dicevi tu. Cosa? Rispondevo io. E mi accarezzavi il neo sulla guancia sinistra, appoggiavo le labbra al tuo collo e inspiravo col naso per ricordarmi del tuo profumo. La tua pelle così compatta e la camicia a quadri con le maniche arrotolate. Quanti complessi hai tu? Ricordo il culo, le braccia e poi i piedi. Troppo celebrale per arrivare così in basso. Così istintivo da rubarti le anche e sussurrarti da dietro che le parole non servono a nulla.

Quando parlo di Parigi mi danno dello snob, quel che è rimasto dei miei viaggi nel nord Africa è soltanto sapore d’avventura. Che ne sai tu dei tramonti deludenti di certa savana, dell’equilibrio straordinario dell’orizzonte e delle spine delle acacie. Di quei cammelli che attraversano deserti per anni e il perché lo sanno soltanto loro mentre esistono treni fermi da trent’anni abitati dalle formiche. Quando Marquez Gabriel Garcia parlava della pietra filosofale che tutto trasforma in oro non si dimenticava degli innumerevoli ritratti di famiglia e della libertà necessaria dalle confraternite. Mi dici lo sai, domani De Luca Erri parla all’università statale all’ora di pranzo? Mi sembra una cosa bella, ti dico io. Verrai? Credo di no. Perché? Perché gli ho scritto una lettera e non mi ha risposto. Lo sai a quante lettere avrà dovuto rispondere? Le lettere non si scrivono più.

Foto: dalla rete.

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Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

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Ai pigri progetti della domenica

Ci stordivano i passeri che si dilungavano in discorsi cosmicomici tra i rami degli alberi. La radio e le canzoni in inglese. Quando non capisco mi innervosisco, lo sai.

Tutto intorno, protetti dai muri e dalle veneziane, bicchieri mezzi pieni su tavole ancora apparecchiate e uomini in slip che abbracciano cuscini e donne appoggiate sul fianco. Il suono delle campane della provincia.

Quando ti svegli non ti domandi mai la forma dei tuoi capezzoli. Lo sai che il silicone chiede del tempo per tornare al suo posto? Assomigli a un quadro cubista, ma mi piaci lo stesso.

Alle frustrazioni di chi non bacia perché non si è lavato i denti e a chi non fa l’amore perché al mattino vuole silenzio. A chi ha dormito pancia contro schiena e al bisogno di spazio di quando apri gli occhi. AI mille caffè sui fuochi artificiali e ai pigri progetti della domenica.

Il sudore dei corridori intasa i tombini.

I treni partono in orario e chissà quanti aerei abitano il cielo. L’atterraggio in un altro continente è spesso un qualcosa da ricordare, come tutte le bistecche alla fiorentina che hai assaggiato nella tua vita, quelle che hai comprato dal macellaio e hai cotto nel burro, quelle che hai lasciato in equilibrio sull’osso, l’olio buono e il taglio per valorizzare il rosso.

Gli amici che vanno a trovare amici in Inghilterra. Le foto di Instagram che mi dicono dove sei anche quando non ti fai sentire. La barba incolta di Pippo Civati e le lezioni di stile della mano destra. I discorsi escatologici di Renzi e l’estetica di Roberto Baggio. Lo sai a sinistra bisogna tradurre la parola “leader”, così anche Del Piero è emigrato in Australia.

I ritorni per nostalgia e i contorni che siamo costretti a rispettare. Quando eravamo bambini ci davano sagome da colorare e nulla ci importava dell’ordine precostituito. E giocavamo a sparare con rivoltelle di plastica e per la rivoluzione indossavamo magliette e stracci bianchi sugli zaini per dire no a tutte le guerre. Poi ci trovavamo a sera e per perdere il controllo, ribaltavamo il bicchiere e i nostri fegati nuovi non danneggiavano i risvegli. Le stesse campane, le vie non cambiano i nomi e nuove rotonde intercettano il traffico del centro. Mi disegno sul polso una x, dico guardala spesso, pensaci almeno una volta che se rimani tu le sconfitte non fanno altro che rendere necessarie le risalite, cinque anni fa il Napoli era neopromosso in serie B.

Foto: dalla rete.

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Cascate tra le vostre gambe

Provocavamo con l’estetica e suggerivamo ai passanti luoghi appartati per guardare l’orizzonte. E ci sorprendevamo a scoprire che l’immagine interroga più della parola. Così finivamo a riflettere sulla mediocrità dei nostri quotidiani che distraggono lo sguardo e costringono all’occhiale.

Dalla finestra di fronte la telecronaca di Genoa-Napoli e il vantaggio partenopeo. Dietro le porte piastre per i capelli e profumi dolci: i preparativi per questa notte, ci presentiamo alle cene già apparecchiati e non abbiamo pazienza nell’attesa delle pietanze.

Così ci riempiamo la bocca con le ultime del giorno e sonnecchiamo sui ricordi.

Un amico intanto scrive dove voi odiate, noi amiamo e tornano a sorridere le due metà della luna.

Dovresti scrivermi che mi vesto sempre di nero e scurisco il blu per distinguermi dal cielo, che sono tempesta e grandine e danneggio con facilità tutte le mie semine. Chiamiamole sconfitte queste mie incapacità ad adeguarmi alla norma. Chiamiamolo egoismo questo temporale che si gonfia di tuoni e coi fulmini costringe ad alzare lo sguardo. Così invadente che finirò sui libri di storia, un po’ come i romani, solo che loro conquistavano tutto mentre io brucio e faccio scintille nel cielo. Se scriverò ancora di stelle prendetemi il bavero e caricate il destro. Mentre coi cioccolatini alimento la mia bulimia. Non c’è dolcezza in queste parole. Siamo cascate e ci dirigiamo tra le vostre gambe senza pensare. Vi sorprendiamo nel mezzo del buio o alle prime luci dell’alba, voi vi chiedete perché, vi lasciate affascinare dalla piena, poi costruite degli argini. Che a lasciarsi sommergere non si sa che fine poi si fa, e sarete una novella Atlantide o una triste Venezia. Coi turisti e la malinconia delle isole coi contorni che puoi tracciare col dito.

Per diventare necessari abbiamo bisogno di correre il rischio delle mani vuote, di quando serri le palpebre, accompagni le mani sul cuore e pensi: che ne sarà di noi. E a furia di ripeterlo ti viene fuori la zeppola del Muccino giovane, così sorridi e pensi a Santorini. Ti chiedi: verrai con me, prima o poi?

Foto: dalla rete.

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Bruciavo le tende per farci tramonti

Il braccio rosa di una bambola a galleggiare sull’acqua del Canal St. Martin e i bicchieri pronti ad affogare nel vino. Le ultime ore del pomeriggio, è autunno, lo sai, viene buio presto e memorizzo i tuoi colori per affrontare la sera: le nostra labbra sono così rosse perché le teniamo a distanza di sicurezza.

Tu prendi aerei sempre troppo tardi e quando arrivi sei così stanca che posi la testa sul cuscino, dici: meglio così, niente di nuovo sul fronte dei desideri. E poi la notte sogni di soldatini e battaglie di ventri.

Ti scrivo così tanto che potrei farci un libro: sull’incapacità al freno e sulle piste d’atterraggio delle curiosità.

Di questi silenzi come coperte per ripararci dalla naturalezza degli incontri e dai miei schizzi di parole che ti sorprendono senza avvisare.

Delle pozzanghere che si creano sotto ai marciapiedi e delle automobili che non rallentano mai.

Per tutte le volte che usciamo con gli stivali per scoraggiare le rincorse; ti suggerivo locali introvabili per i nostri aperitivi in camere separate, noi così riservati alle occhiate furtive degli stranieri e alla cortesia nella domanda di un cocktail. Mentre i tuoi vodka lemon non faranno la storia, che importano agli astemi le mie radici di vino e le intolleranze alla mancanza di attenzioni. Di quando ti metti in posa e resti sull’attenti. E’ tutto così relativo che quel che distingue la class non è il vestito, ma l’atteggiamento, il tono della voce. Così mi ritrovo a elemosinare virgole e punti, le tue pause infinite e le mie notti trascorse a far fuoco contro sagome immaginate.

E bruciavo le tende per guardare i colori del tramonto alle tre del mattino, quando i caffè non bastano mai e l’ansia dei mille futuri possibili ci solletica la pianta dei piedi. Vorrei dirti facciamo l’amore, ma confonderesti sesso e routine. Vorrei dirti: lo sai, ho voglia di un pompino? La fenomenologia dell’egoismo diresti tu. E cominceremmo discorsi interminabili sulla pulizia dei sessi e sugli zaini dei rasta di Place de la Republique.

Te lo ricordi quando dormivamo per terra? Eravamo gli stessi, allora? Io che scuotevo la testa e poi ti ricordi quando hai preso il primo aereo della tua vita?

Ho cominciato a immaginarmi le tue dita lunghe intrecciate alle mie, l’antidoto alla paura nelle nostre estremità più esposte. Che per dimenticare la morte dovremmo farci sussulto, che te ne importa dell’orecchio degli altri, troviamo la giusta distanza, per ascoltarci meglio, per sussurrarci all’orecchio un buongiorno e non sentirci più in colpa.

Foto: dalla rete.

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Sei così semplice, a volte

I banner pubblicitari per scoprire che a McDonald’s è arrivata la colazione che non c’era, mentre noi sdraiati sul letto guardavamo il soffitto e non avevamo parole per commentare il cielo.

Con la pigrizia della domenica mattina che lascia chiuse le finestre e attende a lungo l’odore del caffè. Mentre ti preoccupavi degli altri e ti facevi domande sulla lunghezza dei tuoi capelli provavo a esporti la mia teoria della relatività, dicevo lascia perdere i giudizi e quando cammini cura il tuo incedere: la testa alta, le spalle rilassate; mi interrompevi curvando le labbra verso il basso coi tuoi però non è giusto e sussurravo parole senza senso sulla tua schiena per nascondere l’alito del mattino.

Mentre qualcuno si domandava la differenza tra rivoluzionario e malvivente mi interrogavi sul significato della legge, credi che prima o poi andremo in prigione io e te? Scoppiavo a ridere, dicevo che daremmo fastidio anche lì.

“Sei così semplice, a volte” Dicevi tu, ti riferivi a quando me ne stavo zitto davanti alla tv, seduto in tavola con la forchetta in mano o a correre dietro a un pallone. E cominciavo con le metafore e le differenze dei sessi, noi maschi come i balconi di Quarto Oggiaro, coi panni stesi in bella mostra e le piante di basilico nei vasi di plastica, voi donne centrali nucleari e inseguirsi di tubi e fumate bianche.

Di quando avevi fame già alle undici, ti proponevo un risotto e mi mancava il riso, dicevi sei troppo lontano e per fortuna non tiravamo in ballo l’invenzione del teletrasporto. E finivi per scomparire nel pomeriggio, abbiamo bisogno di pause, dicevi e non riuscivo a non scriverti sciocchezze. Di quella volta che mi avevano spiegato perché il cielo è azzurro, son storie di fisica, e tu lo sai che sottometto tutto all’estetica. Parlami ancora delle tue gonne lunghe e delle scarpe improponibili di voi ragazze. Sollevami il colletto della camicia, fammi sentire ribelle come Cantona, dai fatti infilare da dietro e scopriti impotente davanti alle mie giocate al centro del campo. Finiremo stravolti ad ansimare piegati sulle ginocchia, ci scambieremo le magliette e rilasseremo i muscoli in doccia.

E’ ancora domenica e sussurravi al cuscino, che fine faremo domani? Dovremmo parlare per quarti di secolo e chiederci se avremo fatto la storia.

Foto: dalla rete.

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