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Con la promessa di appenderle al cuore

Il mattino e l’oro tra le coperte. Le nuvole bianche della Sicilia e tracciare coi piedi le linee bianche degli aerei. Modificare le piogge dei tuoi capelli e pensarti sui tetti di Londra con le luce fredda di novembre e le tue gambe a cavallo delle terrazze. Quando srotolerai le ciocche per farmi salire sulle tue guance mi terrò stretto al bavero del cappotto invernale per tenere al caldo le spalle e poi donartele quando sarà tutto pronto sulla tavola del nostro futuro prossimo. Come quella polaroid che dovremmo scattarci, io non so nulla sui tempi d’esposizione dei sentimenti così dico tutto e subito e non ho rispetto dei tempi del prossimo.  La prima pietra scartata dai costruttori, i disturbi degli alimentari e le sveglie alle sei del mattino col martello pneumatico delle lamentele degli altri puntato alla gola. Maledette malelingue e quel Sanremo lontano, la voce di Graziani per le contraddizioni della provincia e la mia malinconia per i pomeriggi passati sulle panchine dell’oratorio quando non c’erano argomenti e si tirava il pallone contro al muro per scacciare la noia. Così i primi tiri di sigaretta e gli sguardi lontani delle ragazze. Ti piace quella? E la risposta era sempre un no. Rimandare tutto ai sogni della notte e poi i sensi di colpa immerso com’ero nel perbenismo dei più. E ora che vengo a bussare alle tue costole e non so spiegarmi il perché. Le tue frasi brevi e la punteggiatura naif, le storie che volevamo raccontarci, e quando ti vedo in televisione mi sembri meno bella. Per gli slanci rimando alla carta, agli aeroplanini lanciati dal tetto e alle traiettorie strane dei miei pensieri di oggi. La prepotenza dei tuoi stivali e quei vestiti insoliti. E su di me lo sguardo da boia dell’impossibilità di una qualsiasi autarchia, che sia del sentire o persa in estetiche, per i vizi di forma del mio sedere e questa barba che si fa più lunga col passare dei giorni. Vorrei venire a prenderti in bicicletta, sentirti scendere le scale, e non so ancora come cammini sui tacchi e dimentico ancora come sorridi quando saluti. Portarti al mare e parlare del niente, lanciare il pallone verso l’orizzonte e poi aspettare che l’onda lo riporti in riva. E se non torna fare il bagno e rincorrerlo, nudi o vestiti che importanza ha, che non è il nudo ciò che ricerco in te. Il desiderio è una questione di dilazioni. Chissà se mai riusciremo ad essere come quelli dei film. Così belli, così felici. E lasceremo impronte sulla spiaggia la mattina presto, prima del mondo, prima di tutti. E non aspetteremo l’arrivo degli altri e nemmeno ci volgeremo indietro. Conserveremo ricordi come fotografie, con la promessa di appenderle al cuore quando baciandoti mi abiterai.

Foto: da celluloidpolaroid.tumblr.com

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Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te.

Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te. Il titolo di un film drammatico tramutato in commedia. Gli abiti lunghi e i sorrisi di circostanza per lo sfoggio consapevole delle apparenze. L’euro al semaforo e il no alle rose congelate dai cingalesi. E poi la notte acqua e spazzole sull’asfalto per purificarci dagli orrori quotidiani. Ci prenderanno di petto i nostri conti in banca e ci costringeranno a marchette impensate. Stringere le mani ai padroni e con la scusa della nostra ignoranza farci incastrare dagli slogan americani. Le primarie alla porta peseranno due euro sulla nostra economia settimanale. Tutto questo pensare che finisce in niente. Le correnti di pensiero che ci costringono a prendere freddo. La tua storia piccola e i miei calzoni corti. Quando riflettevo meno e mi godevo i momenti. La crema della brioches a sporcarmi il viso, le scarpe zuppe di quando saltavo nelle pozzanghere e i cartelloni pubblicitari erano soltanto un pretesto per farmi chiedere da mamma il nome dei colori. Che poi alle medie sapevo pure dirli in francese. E vuoi dirmi ora che senso hanno queste vicinanze virtuali? Che senso ha il mio scrivere quando si gioca Juventus-Chelsea? Nelle imitazioni demenziali della domenica pomeriggio la mia spocchia repressa e le figurazioni nei film di serie A, le comparsate nel campionato Amatori e i progetti lasciati a metà. Vuoi dirmi perché non scivolare lungo i tuoi capelli, giungere tra le tue cosce e sdraiarsi tra le dune chiare delle tue gambe. Vuoi dirmi il perché dei tuoi piedi lunghi, il secondo dito che supera l’alluce e le divagazioni sulla natura dei nostri sentimenti. Quando mi dirai la tua età non ti crederò perché ho perso per sempre il senso di questo presente. E divago d’immaginario. E prendo il largo sulla zattera incerta del mio dire, le onde insolite dei tuoi sguardi mai uguali e quelle ciglia che hai perso sulle mie mani, ma ancora non lo sai. Quando mi dicevano di battere un pugno sul palmo della mano rivolto verso il basso e dopo il pum far sparire quel ciglio, che se vola un desiderio si avvera e se rimane sul palmo incastrato tra i peli invisibili della giovinezza non c’è speranza di realizzazione alcuna. Ma in fondo a noi la speranza non interessa. Ci racconteremo presto una storia cominciando dal verrà una volta che per i c’era (una volta) non c’è più spazio.

Foto: Luigi Ghirri

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Non è Mourinho e nemmeno Real. Manifesta.

E ancora Madrid non è Mourinho e nemmeno Real. Una scarpa rossa dimenticata sul marciapiede e piedi scalzi sulle terrazze. Odore di griglia e bandiere. Il fumo nero delle marmitte e i pianti molesti dei bimbi. Gli ululati lunghi dei cani e quei caschi tutti uguali. Non serve conoscere la lingue per preoccuparsi di quel che ci accade intorno. La pioggia di bombe e la mia vicina che se gettassi un lacrimogeno dal balcone verrebbe a prendermi per il collo, avvelenerebbe il ragù e comincerebbe a chiedermi dell’andirivieni che bussa alla mia porta. E classificare le morti a grappolo con un va così e non sentirsi morti un po’. Che quando sparisce un innocente che ne è della mia umanità? E quando faccio finta di niente è solo allora che raggiungo serenità prima impossibili. E concentrarsi sulla tensione dei muscoli e l’igiene dei condimenti. Faranno la mia anima a pezzi per darla in pasto a qualche bestia. Nei pascoli erbosi si mesce vino inquinato e acini d’odio, col venticello della calunnia che diventa monsone. Verrà il brutto tempo, arriverà sulla penisola e ci chiuderemo in casa, noi sotto i letti aggrappati al blu di Facebook che per salvarci scriveremo agli sconosciuti raccontando di noi. Di quando tornavo a casa un sabato sera, la via chiusa e camionette e divise antisommossa per rimuovere i nostri stati d’animo che fanno pernacchie alla quiete e si cibano di spazio. La strada chiusa è toglierci un altra possibilità di fuga o di cammino. Ci togliete spazi perché non potete toglierci il tempo. Le sigarette accese e raccontarvi i particolari poco interessanti: le tette sode della manifestante e le ossa deboli dell’adolescente. Che fine faremo noi davanti alle vostre forbici per tagliarci le lingue? Il corso lungo di Porta Romana e quei muscoli in movimento separati ormai dal corpo. Sempre le stesse parole. Ci hanno ridotto al silenzio ritagliandoci lo spazio intorno. E come i trasferelli siamo avvezzi all’appiccico. E siamo così vicini che ci confondiamo. E siamo così vicini che non respiriamo. E come uscire da tutto questo? Una barca e andare e poi verso dove? Come in Albania negli anni novanta quando partiva una nave diretta verso l’Italia correvano tutti: i belli e i brutti, i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi. Tutti correvano verso la terra vista in tivù, tra i pixel e il design raffinato, i culi grossi delle trasmissioni di cucina, i muscoli tonici dei calciatori e le cravatte dei professionisti. Le canzoni dei premier e i dibattiti moderati. E giornalisti al posto degli intellettuali. E come noi oggi correvano tutti e perderemo tutto il fiato per lo sforzo così quando arriveremo un giorno a prua e ci chiederanno il perché  del nostro andare noi non sapremo rispondere.

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La chiome lunghe dei film

La tua chioma a cavallo dei pixel. La luce bianca dimenticata dai più.

In queste case buie gli usci che danno sul disinteresse di quello che chiami il tuo prossimo.

Eri venuta così, per non disturbare. Quando hai tolto le scarpe per non sporcare e con le calze abbassate ti sei fatta presenza. Respiravamo piano per evitare ogni forma d’invadenza. Degli sguardi tra i tagli nelle tende e delle nostre adolescenze.

I gradini della stazione centrale di Milano a chiederti che ne pensi del sesso, tu che lo fai, tu che sei grande. Che mi appoggiavi gli occhi sulla fronte e poi li facevi cadere tra le mie guance come le biglie sulla sabbia dell’Adriatico. E poi allungavi la lingua per farmi sentire che sapore ha la conoscenza, ma a me a quei tempi faceva schifo e il burattinaio tirava il filo, allontanavo gli occhi a scatto fisso, le spalle magre. Non ci saremmo rivisti mai più, la fiducia persa nella paura di una conoscenza. Tu avresti continuato a guardarti attraverso col rasoio a incidere sulla pelle la mancanza di somiglianze. Gli altri ti scorrono di fianco come nei lungometraggi di fantascienza e va a finire che il tuo volto si perde sullo sfondo.

Non mi convincerai mai che siamo in un film. E mi tiravi dietro i tuoi vaffanculo perché non sapevo godermi il presente, il cazzo ritto di certi attori porno non assomiglia a realtà e poi perché vuoi rendere fiaba quel che fiaba non è?

Mi cresceva la barba e lo sguardo rimaneva giovane, non sapevo che fare per crescere in consapevolezza e durezze. Eh sì che soffrivo, che avrei voluto portarti sulle stelle e cantarti di Piero Ciampi, ma sono troppo stonato e riesco soltanto a bere vino per addentrarmi nelle figuracce storiche con la Milano dabbene.

Quando mi hai invitato a casa tua e poi hai detto no, meglio di no. E da quel giorno non ci siamo più scritti.

Ci sono notti d’insonnia e passi, notti col girovagare che viene a prendermi in fondo al letto e mi porta fuori. A sedermi sui gradini del Duomo quando non c’è nessuno e a fantasticare sui soffitti nelle finestre illuminate. La piazza vuota e le rivoluzioni di novembre. La chiesa sempre chiusa quando vorrei soltanto il riparo della navate e poi nessuna crociata contro di me, nessun giudizio per te. Che sono debole come le lumache e se lascio una scia è soltanto per l’eccitazione.

Assomigli così tanto a un personaggio di un mio romanzo che ti sei fatta attrice per quel film che ho desiderato da tempo.

E poi contorni, e strade, e parole che tornano lente. Dopo lo UOAA e le esplosioni dei nuovi cantautori. I miei muscoli stanchi per la partita del giorno prima. Ed ora so che non posso giocare come attaccante, che ho bisogno di campo e orizzonti, per dettare passaggi nel tempo e finalizzare in futuro.

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Come i narvali

Noi come i narvali.

E l’unica mia radice un dente lunghissimo, la vite in fronte per l’accumularsi dei pensieri dei giorni. La mitologia che mi carico sulla testa.

E tu simile al beluga, al delfino o alle grandezze straordinarie dei cetacei.

Ti parlavo degli unicorni quando dal brufolo tra le sopracciglia mi è cresciuto un corno lunghissimo. E sono stato costretto a gettarmi nel lavandino. Quando avevi aperto l’acqua soltanto per lavarti le mani e sono caduto nel buco. E come Alice e le sue meraviglie mi sono fatto spazio nel blu, io senza squame, la psoriasi a mollo smette di infastidirmi.

E mi circondavano abbracci di pesci minuscoli e sciarpe d’ossigeno. E si prendevano la mia carne morta e sbocconcellavano piano lasciando i morsi ai pesci più grandi.

Per distanziare la banalità degli squali americani raggiungevo le acque fredde del nord, lo sfogo alle malinconie nel buco ai ghiacci del mio corno lungo. Poi il sole di mezzanotte e avere voglia di gettarsi in mare pur essendo già in acqua. Non sappiamo godere di quello che abbiamo ti ripetevo. E mi dicevi che bellezza e sensibilità e intelligenza e coscienza non sono fatte per il guadagno. Io ti ho risposto che un contadino furbo può far fortuna coi prodotti dell’orto.

E non possiamo far l’amore io e te, come i narvali, che se ti infilzo col mio corno ti perforo gli organi vitali. E poi smetti di respirare. Possiamo nuotare vicini, e farci prossimi alla riva o solcare il largo. Conoscere l’infinito dell’orizzonte, abbeverarci al sole e prendere sonno sul finire del giorno. Disegnare nell’acqua il contorno delle colonne d’Ercole e non aver paura delle gomme da cancellare dei futuri degli altri.

Tra le vetrine il fascino del denaro, venivo a farti visita in sogno con le mie ossessioni per il numero 8, e non è Marchisio e non è Nocerino.

Stasera si gioca la Champion’s League e farò finta di niente, la nostalgia di Del Piero non è per i pesci grossi.

E in Groelandia ci sono leggende che parlano di noi, della coda del figlio tra la coscia levigata di mamma narvalo, le nostre navigazioni del non ricordo settimane prima della nascita per poi prendere il largo da soli. E non sarò Tu, Mio, allontaneremo la retorica dai nostri futuri e quello che chiamavamo morale sarà soltanto coscienza.

Liberi noi in questo mare, in branco o soli, ma noi, con corni da unicorno e zoccoli santi. Verso l’azzurro, ancora una volta. Per respirare ci solleviamo in altezza e sembreremo più alti, ma sarà soltanto un miraggio, che con gli occhi belli tutto è possibile.

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Soltanto uno sguardo tra il bianco.

Dopo il risveglio l’azzurro tra i vetri e il primo caffè.

I pruriti degli arti, la nostra pelle secca e le presidenziali americane, le tazze coi nostri volti nei negozi sul lungomare e i tuoi like su Facebook come indicatori di distanze.

Pollice su ai potenziali elettori dei nostri domani, quando continuano ad essere gli altri a scegliere per noi. C’è chi può dire no ai lavori mal pagati per le coperte in cashmere che hanno cominciato a rimboccargli da piccolo.

E intanto non c’è pietà negli intervistatori della domenica e i sudditi del pre serale. Tra le tirate lunghe dello scrittore e i lanci di pomodori del lunedì. Quando la tivù non ci concede altri tempi,

il folle istrione

e

la mancanza di vuoti.

Quando muore qualcuno si libera uno spazio.

Quando si lascia la terra e si prende il mare si lascia un messaggio.

Con le nostre relazioni a tempo determinato consumiamo l’ansia di piccole morti e ci prepariamo all’ultimo giorno. Al ciao definitivo che per qualcuno è un arrivederci.

 

Ma non c’è ancora spazio per tutti. I nuovi rampanti e queste scale a chiocciola che ci fanno girare la testa. E rimaniamo in basso a guardare.

Troverò qui il perché dei tuoi silenzi?

 

Quando lo spazio bianco apre nuovi scenari e cambia il tempo della percezione, 2001 Odissea nello spazio è un film troppo lento.

E dove sono adesso le tue guance. Dove le tue lentiggini. Questo cielo ha bisogno dei tuoi denti bianchi e capelli neri e camicie a quadri per tornare ad essere il latte che tanto piace a Milano. Le nostre colazioni dimenticate tra i vicoli di Brera.

Le notti insonni a rincorrere un’immagine, le proiezioni dei miei contorni contro i muri illuminati soltanto per tracciarmi il contorno e capire cosa sta cambiando intorno a me. A provarmi tuoi reggiseni mai visti e poi la nuova moda vintage. Le cannibale è soltanto il motto di una discoteca.

Fioccano i mercatini, le luci del Natale, a ricordarmi che se non ci vediamo non esisti, la balena bianca delle mie pesche infruttuose. Ritornare a quell’uomo e al coraggio degli oceani: le mie reti tutte bucherellate, pescatori di uomini che rifiutano il contatto.

Ed ora torna alle tue pagine tutte bianche, tra i miei oggi ci son sorprese e grappoli d’uva, cachi arancioni e il prezzo incredibile delle castagne.

Vorrei cucinare per te, dirti non ho mai ucciso nessuno con gli occhi, e andrebbe a finire che tu non ci crederesti, perché hai paura o soltanto non puoi vedermi perché hai lo sguardo proiettato lontano.

Quando non ci sei. E io sì. E così affermo soltanto me stesso, come i candidati di destra. Come i testimonial famosi. Come i vestiti firmati. Come quella candela che ci siamo dimenticati accesa più di un anno fa, ed ora è un fuoco, come l’Ohio, e non c’è verso di spegnerla.

A nulla servono gli uragani, abbiamo interiorità così vaste che manco le bombe a idrogeno.

Soltanto un incontro.

 

 

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Sei bella, anche tu.

Un caffè lungo e la scusa per il bagno.

Ottanta centesimi di gocciolii e la soddisfazione dello svuotamento interiore e poi fuori a prendere aria, una sigaretta e uno sguardo alla fretta dei passanti.

Noi senza meta abbiamo tempo per i commenti e come le colazioni delle vecchie nei bar della provincia ci facciamo ovvietà.

Tra il bianco degli arredi il pippo in mano e le scritte sui muri, chi tocca muore, Ac/Dc d’annata e i numeri di telefono per le grandezze che non chiamerai mai. Il pensiero che sale sul lampadario e solletica i cirri, poter dire che è tutta una questione di aperture del sé, passaggi a livello alzati e accessi alle intimità.

Poi il taglio dei tuoi occhi e i disegni elementari che ti sei trascinata sulla pelle, i tuoi sogni semplici e le velleità rinchiuse nelle toppe dello zainetto.

E intanto gli amici che si frequentano con donne nuove, le attese e la pienezza del colore delle loro guance, tutti i dubbi che di giorno in mese perdono consistenza e poi affidarsi. Il godimento nello sfregamento dei loro bacini e suoni di risa che puoi soltanto ascoltare, o immaginare. E rallegrarti della gioia degli altri è un buon piatto di pasta, un ritorno a casa o un abbraccio desiderato da tempo. L’eremitaggio è un’utopia perdente.

Così mi è spuntata una voglia di musica elettronica francese proprio sulla coscia tra i peli che cominciano a perdersi e i muscoli gonfi per il gioco del calcio.

E mi ricordo che ci siamo seduti uno di fronte all’altro, che tu dovevi mangiare e io ti volevo soltanto guardare. E per non incrociare le gambe i fischio d’inizio di pacifiche battaglie. I tavoli sempre più piccoli e i letti più ampi che poi finisci per perderti. Quando stamattina pensavo di avere la febbre la tua voce a sussurrarmi in sogno sei così sano che ti stai impigrendo. 

E mentre tornavo a casa sono passato sotto la sua porta, una targa dorata e il solito bar, ho comprato un pacchetto di sigarette per non dimenticarti, che lo sai che non fumo, ma consumo il fiato altrove che tanto con te non serve se hai ancora paura.

E mentre sei girata e parli coi tuoi simili vorrei attaccarti sulla schiena un cartello con scritto Non scappare come ai tempi della scuola e il pesce d’aprile. Che chi ti guarderà penserà che sei folle, che cammini piano e non hai fretta alcuna e correre non ti serve.

E vorrei esistessero lettere alte due metri per mostrarti queste righe sul selciato di piazza Duomo. Ma non si può, che wordpress è una piattaforma, con le sue regole e le sue leggi.

Ci pensi mai che esistono mondi a petrolio e persone in mezzo all’oceano, e re e regine del blu e che ai potenti del mare non serve la democrazia.

E poi le nostre piccolezze: che siamo così belli che non dobbiamo avere paura di dircelo. Potrebbe accadere più o meno così: io che ti dico sei bella e tu che rispondi anche tu, tu che mi dici sei bello, io che rispondo anche tu.

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Come gli ombrelli dimenticati

Non correremo la maratona di New York.

Tra le macerie delle nostre feste della domenica le nostre strategie per non pensare. A casa presto, domani il lavoro.

Coi vicini che si esprimono ad urli e rancore per le sigarette spente nei vasi delle piante grasse.

I contenitori dell’immondizia zuppi dei nostri avanzi e tutti i tuoi rifiuti sistemati in lavastoviglie tra una forchetta e una tazza. Apparecchieremo un’altra tavola un giorno e la tovaglia sarà così bianca che proveremo il gusto di sporcarla. E vino nei nostri calici in affitto, tutto intorno a noi le indicazioni delle scadenze. Una casa a tempo e quegli amori che rifiutiamo perché ci siamo abituati a consumare in fretta per farci saltelli sulla parola fine. Così abbiamo deciso di non partire che i soldi sono sempre troppo pochi e le mete infinite, il rituale del cavatappi per queste serate solitarie, la pioggia di novembre e il giorno dei morti.

Gli amici e una pizza, tra le parole diventiamo due e poi tre e ci facciamo a tranci, poi a brani tra i colloqui di lavoro dei film e la sincerità del reale. Non ci prendono mai.

Le nostre strategie rinchiuse in un App e questi smartphone che ci indicano la strada. Con Google Maps ci siamo incontrati e quando ti ho accompagnato a casa non volevo salire e nemmeno salutarti per sempre. Sarei stato sotto al portone fino al mattino soltanto per sapere che se ne fanno delle attese gli ombrelli dimenticati. Poi ti ho scritto due righe e mi hai risposto che eri morta. E Capossela veniva a prenderci sotto il paltò per riscaldare le notti, noi accolita di rancorosi lo sai che una volta ci siamo incontrati e non eri in te? Non mi ricordo. E poi dicevi che scrivo come Vasco Brondi e io non sapevo cosa rispondere e ti domandavo di Tondelli, Ginsberg, Keruac e il gruppo ’63, ti urlavo non è così, sono un diverso.

E nelle nostre dimenticanze ci gettiamo i litigi dietro le spalle, quando mi scrivi che guardavamo Ciprì e Maresco su YouTube, Rocco Cane e i quattro ladroni, Signò Belluscone voglio una birra, quando ci porti la birra, ti sei dimenticato che ci avevi promesso una birra? Le carezze dell’ubriachezza e poi il divano, i nostri contratti che non si rinnovano, i diritti negati alle donne incinta e il nostro professionismo da 66cl. E ora vieni a dirmi ti aspetto per un brindisi e a me viene soltanto in mente una domanda: a cosa brindiamo? Poi mi prendi la mano e sostituisci un chi a quel cosa. E ci battiamo un cinque alto. E Pam andiamo al supermercato, che quella birra ce la compriamo, che Chi vive aspettando, chi aspetta sperando, muore cagando, che lo diceva Nicola Lo Russo in Mediterrano, 1991.

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A Milano salutano solo i senegalesi

A Milano salutano soltanto i senegalesi e lo fanno per interesse.

Il tuo ciao e poi il mio nome: il risultato di questa pioggia. Lavare via i tuoi contorni per cancellare lo spazio che mi separa ancora da me.  Non ci sono distanze calcolabili tra gli sguardi accennati dietro ai computer. La stagione invernale e il cuore ricoperto di ghiaccio, non batte più il tempo caldo del mese d’agosto. Una birra chiara e poi a spasso tra i vicoli stretti di Brera e quelle danze stanche al fumo delle panchine bianche di San Lorenzo. Ed io che mi ritrovo ad essere uno di quelli che se ne va in giro a pensare a cosa non va negli altri. Perché le bariste ci appaiono tutte belle, i cantanti e le ballerine e tutti quei desideri proiettati sulla parola celebrità per poter condividere qualcosa con gli altri e l’argomento dei nostri discorsi sui treni della provincia. Che siano isole o la x delle rappresaglie canore, i quattro anni dati al ladrone e le esultanze scritte perché rimangano il tempo di qualche caffè. Non leggo un libro intero da più di un mese, mi accontento di citazioni e rime sparse. E ti aspettavo come si aspettano gli uragani, avrei voluto che rivoltassi la mia vita fino a lasciarmi vestito soltanto dei miei calzini spaiati. Tu ed io e il letto che si rimpicciolisce perché lo guardiamo dall’alto, e siamo l’uno tra le gambe dell’altro, aspetta il tuo turno e non fare il furbo. E in questo autunno che ci disperde gli ormoni e si compiace in foglie gialle desidero soltanto una birra scura per sporcarmi le labbra di bianco e somigliare a te per qualche secondo. E poi vergognarmi delle mie debolezze e poi esaltarmi per i tuoi punti fermi. E mi ricordo della pangea, e di quando ti dicevo che una volta tutto era casa e il mare rimaneva intorno per guardarci. E chilometri e chilometri per guardare il doppio azzurro degli orizzonti, il nostro pellegrinaggio prima di farci morte in orgasmi. Poi la deriva, la separazione dei nostri continenti, il tuo cuore a est e la tua bocca morbida sulle scale dei palazzi eleganti. Ma con i puzzle io riesco male. Mi perdo i pezzi. E per le immagini uso le parole, e tutto è evocato, soltanto proiezione di memorie, niente di vero. Nulla di più.

Quadro: Vincent Van Gogh

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I giovani, i giovani, i giovani e il ministro Fornero.

I commenti non sono richiesti direte voi. Ne hanno parlato già in tanti.

Cerco i rami più resistenti per appendere l’altalena e spingermi con le gambe e togliere i piedi da terra per prendere il volo. Non ci sono alberi qui.

Poi sopra un palco, davanti a un microfono, fuori dalla camicetta bianca, al posto dei tuoi seni acerbi ci trovo le parole del ministro Fornero. Che i giovani tutti cercano un lavoro e che non devono essere troppo choosy, come dicono gli inglesi. Quello stranierismo da rotocalco e la gestualità delle mani per il vuoto pneumatico della coscienza. Ogni parola ha un peso, ogni discorso un altoparlante. Perché, ripeto perché, why se è più comprensibile, perché non il pensiero prima della parola? E poi perché l’inglese? Quale sapienza è nascosta dietro il suono molle dell’aggettivo choosy? E l’italiano dove è andato a finire? Puoi dire tutto e niente servendoti delle lingue altrui e perdi della verità della madrelingua. Il modello è al di là del mare e il resto soltanto un paesaggio mediterraneo da contemplare: le vacanze in Sardegna, il vino buono e le anticherie di sua maestà l’Italia andata della storia.

Le preoccupazioni delle mie nonne: troverai un lavoro sicuro, una casa, un’amata?

Gli insegnamenti del passato e il grido dei vetturini. E merda fuori dai teatri. E abiti lunghi, rose gialle con la balera e le processioni infinite per il santo e andare ben vestiti dal padre della sposa per chiederle la mano.

La filautìa dell’oggi e lo scoglio grande della parola futuro.

Una casa precaria, un lavoro precario, un amore precario. Abbiamo lasciato le sicurezze in naftalina per riprenderle un giorno o lasciarle ai desideri dei tarli.

La clandestinità del nostro pensiero ridotto a lamento sui blog fatti di moda e sciocchezze. Ci inventiamo les mots du jour per ricevere un like sulla bacheca di facebook, il surrogato di un bacio e di una pacca sulla spalla. La stretta di mano e lo sguardo perso sul culo della passante. Questo bisogno di una riconoscenza immediata che ci fa dimenticare la realizzazione grande dei nostri desideri e i sogni incisi sulla pelle soltanto con i tatoo. Le frasi degli altri.

La pazienza infinita della mendicanza. E i lavori saltuari. Sottopagati, sottostimati. E hostess, e steward, baristi, cameriere, e pubbliche relazioni, e agenti di commercio e impiegati al call center. Le nostre esistenze al nero di sette euro e i nostri cervelli al servizio del denaro degli altri. Siamo abbastanza choosy?

Quando la mente umana crea e si fa genio prima dei trent’anni. Quando la vita attiva dovrebbe far da piede sinistro alla contemplativa.

E ci costringono al vestito, al treno, i viaggi interminabili per raggiungere il grigio dei palazzi. Gli uffici piccoli e le scrivanie unite per ottimizzare lo spazio. Ci espandiamo in verticale noi che siamo fatti per gli orizzonti, e per le distese infinite del paesaggio rimandiamo al mare in estate. Vi siete mai chiesti il perché quando siamo in vacanza contempliamo lo spazio vuoto? Per far spazio a noi, all’esplosione delle nostre fantasie e alla creatività che sappiamo racchiudere soltanto in fotografie.

Non credo nei discorsi che i vecchi fanno sui giovani d’oggi. Credo ai loro racconti, alla loro gioventù. Ascolto i consigli confrontandoli al presente, al contesto. Credo che i vecchi e i potenti abbiano una colpa grande, una soltanto quella che mi fa urlare, cantare, scrivere e svegliare: pensarsi misura di tutte le cose, dispensatori di buoni consigli e col palco d’onore assegnato.

Quello che so è che i miei nonni lavoravano per il futuro dei loro figli e i miei genitori lavorano per il mio di futuro. E forse hanno pensato troppo poco a loro stessi per darmi la possibilità di scegliere e di essere quello che sono tutto il giorno e non soltanto part time. Mi hanno fatto studiare, scegliere, pensare. E ora dovrei essere choosy? Che non significa nulla. Dovrei essere il nulla. E preparare il futuro a chi? C’hanno rubato il futuro ho trovato scritto su un muro, e non ero d’accordo perché il futuro come l’amore o il sudore non si può rubare.

Quello che so è che i saggi che ho incontrato sapevano cucinare e invitarti a cena e sedevano a capotavola, tenevano la conversazione parlando il giusto, non affermando se stessi ma rivolgendo uno sguardo ai più, servendo il pranzo agli altri e spiegano cosa si stesse mangiando e la preparazione del piatto, le ricette usate e poi aneddoti originali e non. E nei racconti coglievo massime come briciole e sguardo dolce o duro a seconda delle occorrenze. Poi lasciavano il posto. Una pacca sulle spalle, uno sguardo, niente più. Nessuna ricetta per la vita, nessuno consiglio. Soltanto l’esempio. Si alzavano e se ne andavano. Uno sguardo. Si alzavano e se ne andavano. A fare, a pensare, forse a pensarci, nelle loro stanze. Ma non lo dicevano.

Si alzavano e se ne andavano.

Quando i direttori dei giornali raccolgono le lamentazioni e i sogni dei giovani si fanno contenitori e scatole. Ma nessuno ha bisogno di contenitori, noi siamo esplosioni, lanciarazzi d’emozione, notti insonni di desideri, insoddisfazioni quotidiane, e mali di vivere e gioie spropositate. Noi siamo più complessi di così e non bastano pagine a contenerci e nemmeno scatole. Siamo di più e non facciamo la rivoluzione perché la rivoluzione non sappiamo nemmeno cos’è. Che rivoluzione ha fatto il tailleur del ministro Fornero? E le riunioni di piazza delle femministe monologanti, i teatri pieni dell’ironia del pene e i vestiti eleganti sui palchetti della sinistra quale linguaggio si sono inventate? Parlano da giovani loro? Parlano da giovani, coi giovani, dei giovani quelli che giovani non sono più.

Io ho trent’anni. Certi miei coetanei hanno un lavoro, una casa, una macchina, un figlio o più d’uno, una moglie. Io nulla di tutto questo. Sono per questo un fallito? Io ho un sogno che non ho mai sognato, soltanto desiderato. Che a scriverlo così mi fa quasi schifo. Io ho una passione e una cosa che mi piace fare. Di una cosa sono sicuro: credo. Credo in me stesso e nelle mie capacità. Credo che una vita felice e realizzata sia possibile. Credo che prima o poi qualcosa succederà e non dovrò più controllare ogni giorno il mio conto in banca. Ma tutto sommato mi va bene anche così, rimanere in tensione verso l’obiettivo, in piena lotta, perché le vite sono tutte diverse e ognuno trova un motivo, un credo, un modo, uno stile per non trascorrere i suoi giorni in tristezza. Io credo e questo basta a non annullarmi e dare un senso al mio fare.

Miei cari ministri, potenti, direttori. Miei cari giovani. Chinerò lo sgabello del mio piede per farmi vostro prossimo, non presuntuoso, non sciocco, non egoista,  non pusillanime, non codardo. Miei cari tutti, ognuno ha l’età che ha. Dateci uno sguardo, il volto dolce o severo, le mani aperte o chiuse. Parole poche e pensate. Poi alzatevi e andate. Nei vostri studi, nelle vostre stanze, pensate a voi e al vostro credo, pensate a che mondo vi piacerebbe, mica a noi che a noi ci pensano già in troppi. Avete mai creduto in un mondo? O vi siete accontentati di ciò che c’era? Forse non siete stati choosy voi, noi sì e ne rivendichiamo il valore anche se ripudiamo quella parola così volgare.

E poi ripetete con noi, che siamo in tanti: i vecchi sono stati giovani, ora non lo sono più.
Un vecchio può ricordare quando era giovane, non essere giovane.
Se i vecchi facessero i vecchi e lasciassero fare i giovani ai giovani forse i giovani saprebbero chi sono i vecchi.
E tornerebbero i maestri. E magari le correnti. E magari le avanguardie. E magari i gruppi. E magari…

E staremmo ore ad ascoltare i racconti. Ma i nonni non sanno più fare i nonni, nemmeno occupare con stile la sedia a capo della tavola.

Cerco i rami più resistenti per appendere l’altalena e spingermi con le gambe e togliere i piedi da terra per prendere il volo. Non ci sono alberi qui. Ne pianterò o andrò a cercarli altrove?

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