Sei bella, anche tu.

Un caffè lungo e la scusa per il bagno.

Ottanta centesimi di gocciolii e la soddisfazione dello svuotamento interiore e poi fuori a prendere aria, una sigaretta e uno sguardo alla fretta dei passanti.

Noi senza meta abbiamo tempo per i commenti e come le colazioni delle vecchie nei bar della provincia ci facciamo ovvietà.

Tra il bianco degli arredi il pippo in mano e le scritte sui muri, chi tocca muore, Ac/Dc d’annata e i numeri di telefono per le grandezze che non chiamerai mai. Il pensiero che sale sul lampadario e solletica i cirri, poter dire che è tutta una questione di aperture del sé, passaggi a livello alzati e accessi alle intimità.

Poi il taglio dei tuoi occhi e i disegni elementari che ti sei trascinata sulla pelle, i tuoi sogni semplici e le velleità rinchiuse nelle toppe dello zainetto.

E intanto gli amici che si frequentano con donne nuove, le attese e la pienezza del colore delle loro guance, tutti i dubbi che di giorno in mese perdono consistenza e poi affidarsi. Il godimento nello sfregamento dei loro bacini e suoni di risa che puoi soltanto ascoltare, o immaginare. E rallegrarti della gioia degli altri è un buon piatto di pasta, un ritorno a casa o un abbraccio desiderato da tempo. L’eremitaggio è un’utopia perdente.

Così mi è spuntata una voglia di musica elettronica francese proprio sulla coscia tra i peli che cominciano a perdersi e i muscoli gonfi per il gioco del calcio.

E mi ricordo che ci siamo seduti uno di fronte all’altro, che tu dovevi mangiare e io ti volevo soltanto guardare. E per non incrociare le gambe i fischio d’inizio di pacifiche battaglie. I tavoli sempre più piccoli e i letti più ampi che poi finisci per perderti. Quando stamattina pensavo di avere la febbre la tua voce a sussurrarmi in sogno sei così sano che ti stai impigrendo. 

E mentre tornavo a casa sono passato sotto la sua porta, una targa dorata e il solito bar, ho comprato un pacchetto di sigarette per non dimenticarti, che lo sai che non fumo, ma consumo il fiato altrove che tanto con te non serve se hai ancora paura.

E mentre sei girata e parli coi tuoi simili vorrei attaccarti sulla schiena un cartello con scritto Non scappare come ai tempi della scuola e il pesce d’aprile. Che chi ti guarderà penserà che sei folle, che cammini piano e non hai fretta alcuna e correre non ti serve.

E vorrei esistessero lettere alte due metri per mostrarti queste righe sul selciato di piazza Duomo. Ma non si può, che wordpress è una piattaforma, con le sue regole e le sue leggi.

Ci pensi mai che esistono mondi a petrolio e persone in mezzo all’oceano, e re e regine del blu e che ai potenti del mare non serve la democrazia.

E poi le nostre piccolezze: che siamo così belli che non dobbiamo avere paura di dircelo. Potrebbe accadere più o meno così: io che ti dico sei bella e tu che rispondi anche tu, tu che mi dici sei bello, io che rispondo anche tu.

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