Archivi categoria: indie

Ode a noi violati.

Ci grideranno lasciateci in pace i comandanti della zona nord, l’occidente primitivo e le valigette chiuse dei banchieri svizzeri.

Avremo sul palmo della mano il bulbo bianco dei loro occhi e finalmente ci riconosceranno guardandoci in viso nell’attimo inutile che precede il nostro chiudere le dita in pugno per frantumare una volta per tutte i loro sguardi d’odio. E ricadranno ciglia leggere dalle nostre dita fino a planare in terra sul loro sangue nero. Noi come nervi spontanei, lontani dai meccanismi malati dei cervelloni, dai numeri e dai conteggi.

Sia maledetto il cuore e chi l’ha disegnato per la prima volta. I tratti infantili dei più.

Saremo i vostri aguzzini, e non ci dimenticherete con una rivoluzione perché voi siete figli della generazione che tutto vi ha dato, e chi prima dà e disimpara a togliere è fallace, impotente.

Sono caduti i muri e l’est e l’ovest hanno imparato a costruire soltanto grattacieli per allontanarci dalla terra. Noi distanti dalla realtà, i voli disperati e cento metri dalle finestre. Le impalcature traballanti dei saperi e la mancanza di un dialogo serio. Dovremmo stare tutti quanti nudi sopra un letto: lenzuola, vergogna, paura, desiderio, contatti, sesso, esultanze, sospiri, battiti, strida, urla e orgasmi, sonno: verità. Non ne siamo capaci. Al buio si cavalcano per primeggiare i nostri corpi.

Stritoleremo i microfoni e i palcoscenici e vi appenderemo ai fili della luce nelle vostre cravatte verdi. L’azzurro è soltanto il colore del cielo e finalmente avrete la testa tra le nuvole, altro che cosce, altro che feste.

Non faccio uso di droghe, mi cibo dell’essenza di un pensiero sempre più debole, io meccanismo imperfetto dei vostri ingranaggi famelici. Quando disperdete il dono del potere, della libertà, dello stile negando l’atto della fiducia che vi era stato consegnato. Il capo che avevamo appoggiato sulle vostre mani. Ci avete fatto lo scalpo, voi.

Noi licenziati, disoccupati, noi frustrati, umiliati, noi infelici relegati a oggetti per le sfumature ineleganti del vostro piacere sadomaso.

Noi come voi, noi che vorremmo godere e possedere e esser padroni proiettiamo sul sesso la vostra mala educaciòn. E poi venite a parlarmi d’amore sulle televisioni mentre tengo in mano lo scroto per sentirmi uomo. Il peso degli anni e l’esigenza d’esplodere. E mi avete insegnato a vedere l’altro come un mezzo. Ma non vi credo. Che non c’è fine nella mia esistenza se non l’attesa di un fiore. Un gesto di cortesia, un profumo buono, un piatto caldo, un vino nobile.

Perderai il senso delle mie parole perché sei strafatto di lexotan, delle sigarette fumate dagli altri, gli antidolorifici per i tuoi giorni bui.

Non ho paura di considerarmi un abbandonato all’amato me stesso perché faccio rumore quando mi appoggio alle pareti, perché porto sulla pelle il suono delle mie parole. Nelle chiese mi faccio eco. Nelle caserme esplodo. E negli uffici svengo. Nidifico soltanto tra le coperte, e mi preparo al volo.

Quando saremo critici, malpensanti, quando saremo istrioni, quando saremo giudici sgozzati, agnelli bianchi in offerta, grappoli rigogliosi, acini spremuti, otri pieni coi bicchieri svuotati, quando saremo noi e parleremo al plurale chiamando amore quel che amore è.

E allora potremo anche dire, e scrivere e abbracciare, stringere, baciare. E dalla vostre tombe riconoscerete l’uomo e il vostro lamento si tramuterà in voce. E saremo due non più uno e addizioni e sottrazioni non serviranno a nulla.

Che non siamo numeri, soltanto uomini e l’eremitaggio, come il potere, un’invenzione a tempo. Scaduto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Uno spliff e un etto di bresaola.

L’odore dell’erba, i muscoli duri. Sei sotto tre a zero e i compagni dispersi. Nessun timone e nessuna lancia. Riportare a casa la pelle e la sensazione di non vederci più. A rincorrere gli altri, una palla che viaggia e quando ce l’hai tra i piedi è fuoco e prima te ne liberi meglio è. Nessuna responsabilità e il coraggio soltanto nel respiro lungo dei calci piazzati. E tutto intorno i pensieri di un pubblico che non c’è. I razzi di Gaza e le orazioni funebri del nord Africa. Le manifestazioni delle coscienze abbattono le reti e trasformano l’erba in fango. Dove sono finiti i nostri discorsi sul modulo e il 4 4 2 per sistemare le nostre giornate? Quando apri la bocca per lasciar decantare il profumo della fica che ti si è strusciata addosso e poi se n’è andata. La tristezza delle gonne corte e poco spazio per l’immaginazione. Ora che fare? Tornare a casa: una lavatrice, un bacio alla moglie, una telefonata alla fidanzata, il risultato della nazionale, un’antidolorifico per le botte date e ricevute, uno spliff e un etto di bresaola. E poi sfilarti i jeans, entrare nel letto in mutande e non prendere sonno. L’adrenalina nei muscoli e il cazzo che non dà segni di vita. Ed ora puoi pensare ai tuoi cari e al significato dell’esistenza. Quale la tua balena bianca e in quale mare? E tutte le domande che ti sei lavato via in doccia ora tornano a pungerti. E ti rigiri tra le coperte e lei non c’è e chissà mai se un giorno tornerà. E tu dove sarai? Non c’è un mare che contenga tutto quanto desideri. Non c’è una terra che ti dia la sensazione del trapasso d’orizzonti. Questa precarietà che i direttori dei telegiornali scarnificano con parole nemmeno accademiche, la banalità delle pettinature delle giornaliste e poi i soffitti bassi, le luci forti. Quale libertà negli studi televisivi? Quale naturalezza? Non prendo sonno perché il sonno è dei lavoratori, le dieci ore degli operai e le schiene curve sui computer. Io come i folli attraverso i giorni in lucida mollezza: un bicchiere di vino, un panino, verdura cotta e fibre e il pensiero zen che non m’appartiene. Il libro giace aperto come un pesce boccheggiante. Il letto sfatto. I vetri del tetto consumati dai miei pensieri sporchi che urlano per uscire e aspettano una rivoluzione delle coscienze. Ma è tutto uno specchio, e il Narciso muore ancora prima di dare frutto.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Bello e brutto, mai e per sempre

Amare di un amore conosciuto, così simile a tutti gli altri che per distinguersi ha perso una gamba e ora zoppica, goffo girovagare di parole il mio. Quando alla stazione Centrale i treni partivano in orario e così ci siamo persi. Salutarsi dietro ai vetri come quelli dei film. Avrei voluto dirti lo vedi che ogni partenza è un fischio lungo? I cani abbaiano infastiditi mentre i capotreno ci chiudono ogni possibilità di fuga. Non c’è mai posto per la giacca. I quotidiani aperti con cura per non dar noia al vicino e le parole di rabbia che diluisco nella bottiglietta d’acqua. Non mi farò un opinione perché è inutile farsene una, preferisco gli investimenti della meraviglia, i tuoi occhi lasciati sul comodino e quelle lentiggini come una linea da tracciare sulle tue guance; ridisegnare il mondo attraverso gli incontri. E sulla sella del motorino gli adesivi dei popoli in guerra per ricordare al mio culo di aver cura degli altri e poi dimenticarmene. Volersi bene, oppure male, le velleità di queste parole cariche di polvere: bello e brutto, mai e per sempre. Dovrei parlarti dei guai della new economy, dei tre compleanni di Putin o dell’assassinio dei dissidenti? Dovrei portarti in piazza Fontana e leggerti le due lapidi a Pinelli? Omicidio o suicidio, i pascoli erbosi della giovinezza e l’impegno civile. Dov’è dunque questa verità che cercavamo con forza? Abbiamo cominciato a lavarci i capelli e a vestirci bene per distinguerci dal lasciarsi andare dei nostri coetanei. Contro alla corrente nelle correnti che non nascono più. Ci hanno marchiato a fuoco come una generazione liquida, avari noi del senso della storia, insetti da schiacciare e miele d’acacia per sapore di lontananza. Come quel giornalista che mi scrive io della tua scrittura non capisco nulla e per fortuna non sei un mio collega. Gonfio il petto e sputo per terra. Correggimi pure gli accenti che sono troppo occupato a medicarmi le guance. Per tutti gli schiaffi della carta stampata e la retorica del punto e a capo. Vorrei fermarmi e dire wow davanti a una stella cadente, ma ricerco le campagne per tenere gli occhi appesi alla via lattea e non perdermi tra le luci accese degli uffici nei grattacieli. Le parole nuove che non so usare e la precarietà dell’umanista. Vorremmo conoscere noi e il mondo fottuto che ci rovista le tasche e consumiamo le schiene sui libri o a cavallo del fiume, la briglia sciolta della nostra sensibilità per abituare lo sguardo alla perpendicolare. Che gli orizzonti non sono fatti per le foto noiose dei baci oceano, mare e poi cielo. Il mestiere di vivere, il mestiere del volto. Quando mi guarderai ci troverai le dighe chiuse, che per i pianti son terminati i giorni ed ora navigo a vista, la balena bianca e l’ossessione di Achab. Saremo felici un giorno, o almeno liberi, quando una città sembrerà mare aperto. Un bicchiere di bianco, i tuoi denti dritti.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Il pugno chiuso e le manifestazioni delle adolescenze.

Gli studenti e il kabap delle dieci del mattino, le colazioni dei campioni d’Italia e gli scudetti cuciti sugli zaini. E con le tag diamo calci alle nostre identità ancora fragili che hanno bisogno di mura solide e lacche spray. I nostri ciuffi per le ribellioni e lo scontro con l’altro sesso, i braccio di ferro a colpi di lingua e il solco tra i pantaloni elasticizzati della nostra compagna di banco. Le strade chiuse per la libertà di parola e macchine della polizia con le luci accese, il blu dei tuoi occhi lo dimentico per qualche ora mentre le strisce pedonali non servono più, mi innervosiscono i commenti sui programmi tivù e la bruttezza esibita della commessa, lo scontrino e l’ennesimo caffè a storcermi la bocca. Mentre imperversano le manifestazioni, questi studenti che imparano a indurire il volto e a farne schermo. La massa che elemosina musica e spazio per lo squilibrio ormonale e le eruzioni cutanee. Dagli altoparlanti la primavera di Praga e le ballate di Cuba tratte dai canzonieri Scout. Sempre la stessa musica, le orecchie abituate alle urla che per le cospirazioni ricordiamo i sussurri e l’onda anomala non la vedi finché non ti travolge. Al coro di libri gratis, vergogna e lavoro per tutti sorridono le bocche delle vecchiette ancora sporche delle brioches di Maria Antonietta. E mentre il Negramaro pubblica pagine sul disagio dei giovani d’oggi e la smania d’amore dei più, ti allacci una scarpa e togli la polvere dal risvolto dei jeans. Ti siedi sui gradini fuori dai negozi chiusi, e sotto il cartello svendita totale, cedesi attività non puoi che farti abbagliare da quelle voci acerbe, le barbe appena accennate e le sciarpe lasciate annodare al caso, i dread che non ho mai avuto il coraggio di fare e i baci arruffati di queste adolescenze in gemme, per lo sbocciare della passione che o ce l’hai o non ce l’hai. E si comincia da piccoli. Perché la vita scorre ed è troppo facile ridurla a un’alzata di spalle, le derive nichiliste dell’esperienza. Aspetto le rughe e fortifico lo sguardo. E poi mi sporgo alla finestra, il pugno chiuso, come Kim Ki Duk a Venezia, la mia nenia infantile che si perde nell’aria.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Carofiglio vs. Ostuni. La polemica fragile di via Merulana.

Via Merulana e la difficoltà del linguaggio. Le parole impronunciabili e quei vocabolari che destinavo al greco e al latino nella peggior età della mia esistenza. Il ginnasio e i chili superflui, le difficoltà nell’approccio con le ragazze e il il gusto amaro di certe amicizie superficiali.

Quando il nulla sapevo sulla potenza della parola detta e mi era inaccessibile il suono del vocabolo scritto. La sensibilità accelerata di certe sincerità confessate sulla pagina bianca e le storie inventate per lo sviluppo del pensiero critico.

Nell’anno 2012 di nostra piccola vita salgo sugli alberi bassi dei sampietrini per appuntarmi segni d’umanità, le ore vuote del non far nulla per elaborare un pensiero e tradurlo in parola. Quando siamo così soli che ci vestiamo di scuro per confonderci al cielo, il rosso lasciato ai semafori e il bianco per le soste agli attraversamenti pedonali.

Il ricordo delle avanguardie, il gruppo ’63 e poi le confraternite. Che per essere più e poi darci un nome abbiamo bisogno della politica o della squadra di calcio e affoghiamo in poche lettere le affermazioni lunghe dei manifesti. Soli, ora, che per il confronto rimandiamo al Che tempo che fa e alle politiche editoriali. Un’ospitata e una birra nell’umanità bignardiana e le interviste intime dei rotocalchi. La letterarietà rimandata alla rete, le riviste senza possibilità di stampa e lo sforzo non retribuito di pochi eroi. Quando il giornalismo piega il linguaggio a certa retorica politichese, ai salotti spolverati della tv del pomeriggio.

E per vedere una raccolta di scrittori, le lettere unite per un messaggio importante, tocca scorgere i vestiti sciapi e certe fotocopie di una critica acida. Nè mestieranti, né folli. Eredi voi di una certa tradizione che fa della piazza un megafono e della scrivania una bara. Le polo rosse e certe sciarpe a trequarti per la lotta inerme della parola. Tutti uniti per una libertà di espressione, quando siamo già morti, noi che nascondiamo il sentire tra le copertine rigide e temiamo il riflettore e la performatività del pubblico e per le dichiarazioni aspettiamo una cattedra. Voi dirmi ora a che serve scendere in piazza contro a un risarcimento da cinquantamila euro per mala parola? Vuoi dirmelo ora da che vogliamo liberarci? La libertà si fa parola quando ammettiamo che il critico Ostuni non giudica un uomo ma un suo manufatto. Vuoi dirmelo ora chi denuncerebbe qualcuno per un piatto di pastasciutta, un vaso, un tavolo venuto male e senza stile? Quale giustizia si prenderebbe la briga di un tale pronunciamento? Sciocchezze.

E per la libertà ricerco altre battaglie. Di Carofiglio ve n’è più d’uno e non conosco uomo. Vogliamo mettere certe polemiche d’una volta, quando Fortini rispondeva a Pasolini in poesia? Vuoi mettere il costruire? Dov’è il dialogo quando scendi in piazza e ti fai clown e cerchi ancora l’affermazione di te nella protesta. Dove sono le mani sporche e il sudore? Torniamo alle strade, torniamo alle finestre, facciamoci urlo e richiamo, parola e canto. Ma senza proteste, con proposte. Perché il libro rimane sugli scaffali delle librerie? Abbiamo bisogno ancora di attori che danno voce ai nostri tormenti? Della pubblicità di certe contese fasulle? Basta che se ne parli.

Io dico no. Siamo così soli, lo ripeto, e quel che ci rimane sono soltanto gli ideali di lotta degli anni settanta. Morti stecchiti. Anche le osterie sono chiuse. Ci si ritrova nei pub e se ripenso ai rituali lenti di certe pubbliche letture mi viene sonno. Dov’è la spada, dov’è il sangue, dove la blusa gialla dei tempi di Majakovskij e le tovaglie calpestate da un giovane Rimbaud?

Non c’è ridicolo nella proposta di sé. Ma non invochiamo libertà che già esistono, rincorriamo ali di cavallette, invisibili e schive, ovunque disperse.

Miei scrittori cari, affezionati, amici. Torniamo al confronto e lasciamo i rituali scomodi di certe piazze alle adolescenze.

Con affetto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

I moti rivoluzionari dei giovani oggi. Ex Cuem e Macao.

Disprezzo i giovani di questi ultimi trent’anni. Tutto il lager schiamazzante delle rivolte studentesche. Questa sciagurata età (tutt’altro che oisive) pericolosamente volitiva. Mummie foruncolose e imbellettate che, con la scusa di rivendicare e accattonare un mutamento, una riforma o altro, nidificano nell’autoconservazione. Questa perpetua assemblea è il confort della bestialità del branco. Di giovinazzi e giovinazze che, invece di sequestrare se stessi, “desiderando” (è l’etimo di “studio”) e progettando in tutto privato, s’illudono di “okkupare” una scuola pubblica allo scopo cretinissimo di conferirle “dignità” ed “efficacia” innovativa. 

Le parole di Carmelo Bene appese alle grondaie, la licenziosità consumata di certe bandiere arcobaleno e i balconi ospiti delle sigarette e dei caffè del dopopranzo.

Le giovini italie radunate in manipoli e le case aperte di stampo rosso. La privatizzazione dello spazio intimo e quelle aperture insalubri del mese d’ottobre. Vuoi dirmelo ora che senso ha occupare una libertà? La democrazia rappresentativa per l’elezione delle nostre pulsioni primarie e la ricerca spasmodica delle mani vergini. Esperire avrà mai a che fare con la speranza? E nel sacchetto della spazzatura i libri rossi e il vocabolario del ’68, guardate ora che ne è dei rivoluzionari.

I moti del carbonio per la scoperta delle nostre interiorità e poi le prime conoscenze e il desiderio di raccontarsi, non siamo soli e il nostro urlo non è deserto. Risuonano i nostri avvisi sulle bacheche, cerco un rimedio alla solitudine, telefonami o avvisami, domandami ancora il perché di tutte le nostre riunioni infinite.

Contro l’ignavia e i poteri forti. Contro la banalità delle potenze. Per la nostra retorica personale e i modelli di quarant’anni fa. Come con la moda utilizziamo i sacri verba delle foto in bianco e nero, le barbe lunghe e i parka, quell’eskimo prima innocente e poi simbolo.

Ora che l’Unità è soltanto un quotidiano. Ora che le case editrici confondono i loro fondatori. Ora che il tempo non si è fermato ci ritroviamo ancora in piazza a chiederci dove stiamo andando. E poi partiamo con le manifestazioni: lo stesso tragitto, le stesse musiche, gli stessi slogan. Hai voglia a confonderti e a tornare a casa col petto in fuori, per l’imbecillità dei più la tua rivolta collettiva e poi un domani che fare? Una casa, un lavoro.

E mentre tutto ti preoccupa decidi di okkupare e ci metti una k così che suoni diverso. Diverso da chi. Le tue tavole rotonde e l’accettazione della diversità senza domande. Fare e fare e poi rifare col pensiero confezionato degli altri. Inventiamo nuovi packaging per la fruizione dei più. E quando diventiamo troppi qualcosa non va. Che siamo noi, indie o comunisti, fascisti o soltanto idealisti. Ma noi, abbiamo bisogno di creare recinti come si fa coi pomodori perché per crescere bisogna difendersi. Ma gli ortaggi si danno in pasto ai più e non marciscono in proteste.

La realtà santa dell’offrire. Macao regala spazio e tavola rotonda. E gli studenti della Statale difendono l’ex Cuem, baluardo e simbolo dell’ottusa gestione delle risorse e delle proprietà pubbliche, vuoi dirmi ora perché anche i cattolici si raggruppano in movimenti? Vuoi dirmi come puoi difendere una povertà quando ti preoccupa il numero?

Il mio assistere imbelle e le mie giacche troppo lunghe. Cadono dalle mie maniche i discorsi che non so fare e i microfoni che non so impugnare.

La vita attiva e la vita contemplativa. Si è giovani una volta e più, la strada, il branco, il pranzo sociale e poi il ritiro, la quiete il pensiero. Per far prendere aria all’eskimo di papà e tornare nuovi. Un vocabolario e parole per bocche che sono stanche di stare nel nido e allungare il collo. Stanche di occupare gli spazi consumati degli altri e poi volare e poi tornare a primavera. Quando saremo capaci di costruire, non demolire. E per l’occupazione delle nostre coscienze saremo critici e reali, una mano al cielo e il piede alla terra. Che non si vola senza rincorsa e non si cresce senza modelli. E allora taccio e ritorno al Bene, e non saremo giornalisti frigidi e impermeabili, dai pezzi incorporati nel cinismo degli sguardi dall’alto. Saremo condor e cormorani, annunceremo il Leviathan e come tanti Achab saliremo sui ponti. E non parleremo e ci guarderemo negli occhi, basterà un cenno. La grande balena farà un balzo e saremo pronti a cacciarla. Per poi lasciare il mare e far ritorno alla terra.

Foto: Alberto Burri, Rosso.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Che l’alcool come l’amore è soltanto una malattia

E poi spiegami perché per sentirsi belli è necessario sentirsi amati. Che a Milano salutano soltanto i senegalesi mentre le vedi spuntare dai tacchi e non puoi perderti nel rosso delle loro labbra perché ci scivoli e poi imprechi. Per gli angoli ottusi del quadrilatero della moda. E quale bellezza salverà il mondo è una frase così ripetuta che ha perso significato tra i denti, come le cantilene dei bimbi ricamiamo sensi su quelle tre massime filosofiche, due stracci di superiori e quattro passi a memoria. Tra le canzoni ascoltate e le voci radiofoniche ripeschiamo granelli di discernimento. Hai voglia a scrivere sui muri le nostre rivoluzioni spray, l’odore anarchico dei tuoi capelli e la rivolta delle tue mutandine. In un tempo piccolo saremo di nuovo nell’aria, frammenti del moto universale, vittime del roteare dei nostri coglioni davanti alla sconfitta delle linee orizzontali sui campi di calcio. E mentre a Roma si svuotano i seggi, le istituzioni ecclesiastiche si fanno rombo e pernacchia, l’anello al dito è per lo Sposo, altro dito è il potere. In piazza affari le voci che si rincorrono e la barba incolta dei parvenu con le marce automatiche. Se vengo a chiederti dov’era il tuo sguardo come potresti rispondere? Quando mi hai detto che se sto seduto tutto il giorno davanti a un computer divento un computer. E invece mi sentivo così molle che non riuscivo a penetrarti, con gli occhi s’intende. Quanto sei bella te lo ripeto ogni notte, prima al cuscino, poi al soffitto, quanto sei bella quando non ci sei. Per le tue presenze inaugurerò parole nuove e versi e gioia. Ci faremo vocabolario per l’esperanto che ha animato gli anni novanta. E non mi farò problemi a scriverti come quei patatoni coi frigoriferi ricoperti del giallo dei post it. E non ti farai più la domanda della bellezza, perché ci sarò io, con le mani alzate a dare i numeri e a chiederti quanti sono, come gli ubriachi, e mi dirai che l’alcool come l’amore è soltanto una malattia.

Foto: © Letizia Battaglia.

Photo editing: Neige.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Dove sarai. Quando verrai.

Gli osservatori privilegiati delle nostre giovani età e i matrimoni degli amici di sempre. I vestiti bianchi e gli strascichi dei nostri ricordi. La goliardia del prosecco; esplodono le bolle di sapone delle pedalate nelle strade lunghissime della periferia milanese. Siamo scesi dall’auto perché c’è sempre qualcuno che deve vomitare, poi l’ultima sigaretta e nel fumo il tentativo di mettere ordine, i dubbi adolescenziali per quegli affetti che durano sempre troppo poco. E quando tornavamo dal mare ci dicevamo magari un giorno in più, la melanconia per quei silenzi davanti alla spiaggia perché sono giorni che non sentiamo il suono del nostro respiro. A niente servono le notti insonni a cavallo della tua schiena, le ore spese in mancanza per chiamare vita il ricordo di uno sguardo e l’antologia dei tuoi gesti. Le vendemmie dei poeti per la consolazioni della mezzanotte, l’ultimo messaggio è un what’s up ed il segnale di ogni tua risposta. Vorrei ancora tra le mani quei fogli A4 con le righe imperfette, le penne Bic senz’anima e le palline di carta con la tua saliva. Saprò ancora disegnare due quadrati per quella domanda che non so pronunciare: Vuoi stare con me? I sì e no in punta di matita e il fascino dei tuoi capelli sconvolti. Due caschi sul ripostiglio, le teste crescono le mani invecchiano, verrò a prenderti per lavarti via il nero degli occhi e poi regalarti un libro, una rosa o uno scivolo blu. E nella tasca un foglio. Lo troverai presto o tardi, donna e bambina. E quando ammetterai che parole non hai ci sarà sempre una matita Ikea per segnare una carta con una x come in quelle mappe di Paperinik quando una mappa nascondeva sempre un tesoro, e un sì o un no non faranno più differenza, perché mi segnerai una strada e allora saprò dove sarai, quando verrai.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,