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Attori impiegati buffoni

E poi siamo andati al parco Sempione a leggerci David Foster Wallace e non ci abbiamo capito niente. Poi ti ho detto che aveva i capelli lunghi, che è morto suicida e tu hai pensato a una rock star e che andava bene così che certe cose non è necessario capirle. E per me non andava bene per niente. Che basta così poco. Che scema. Che palle. Ci giudichiamo per momenti. Avrei voluto dirti che mi piaceva Roberto Roversi quando scriveva i testi per Lucio Dalla e poi c’erano i maledetti francesi Rimbaud e Baudelaire e dell’amore con Verlaine preferisco tacere che per quella fissazione con le donne puoi dare la colpa a Truffaut che ci siamo negati troppo di quando giocavamo alle macchinine e al pallone e poi ci siamo ritrovati in fabbrica col contrabbando di alcolici dei nonni e le battaglie per i diritti lunghe otto mesi. E ci danno degli ignavi e fannulloni e perdigiorno e dai loro palchi attori impiegati buffoni sussurrano che non stiamo facendo politica che il lavoro rende liberi e cose così. Sarà perché noi non abbiamo nulla da perdere e nulla da guadagnare come Pasolini sulla spiaggia di Ostia e quel vento che ci scompiglia i capelli che non siamo fatti per le copertine che l’intellettuale non è colui che fa mi hai detto tu che è tutta una questione di sguardo e di prospettive. E io ti ho detto di prendere la boccia di vetro con la neve che cade che bisogna ribaltare per far nevicare. Questo ti ho detto altro che new wave e post punk che tanto i dischi non si comprano più.

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Ed ora che sei tornata posso sentirti lontana

Ed ora che sei tornata posso sentirti lontana. Come in quei viaggi che facevamo anni fa che eravamo travolti, sconvolti con lo zaino tatuato sulle spalle e le cartine di mezza Europa che eravamo dappertutto e ci guadavamo attorno spaesati con le vesciche gonfie e lacrime di malto nei cessi dell’autogrill. E tornavamo sfatti e non ci ricordavamo nulla che dormivamo per giorni. Coi ricordi che affiorano con gli anni coi monumenti ristrutturati e scoperti e le nostre rivoluzioni di quando ballavamo in mezzo alle ramblas di Barcellona e ci lanciavano addosso i coltelli come nei mercatini dei freak e non chiedevamo pietà, ma soltanto sguardi. Quando ti ho parlato dei tramonti di Santorini ti ho mentito che le isole greche mi hanno sempre attirato, ma non ci sono mai stato. E scriverti una mail con spunti di debolezze e raccontarti le mie giornate lente, il caffè caldo della mattina e le evacuazioni di tutti i miei umori. Non sarò triste più mi dicevi che lo sono stato sempre e dopo un po’ non te ne accorgi. E io ti ho chiesto di parlarmi della felicità che mi citavi il Piccolo principe a memoria e poi Vian con le sue pirolette e pirolettere che ci inventavamo parole impronunciabili sui pianococktail di questa città che guarda sempre in basso. Sei l’unica che indossa le ballerine con grazia, sarà la tua parlata francese che la classe parte dall’alto e se non arriva alle scarpe diventa tutto inutile come i nostri desideri inquinati e puri come l’aria che respiravamo al parco Sempione è più pulita dicevo io qui è tutto sporco dicevi tu e quando un ratto ci ha attraversato la strada ho preso la tua sciarpa e me la sono cucita in testa e camminare a saltelli le mani davanti alla bocca a trombetta il pifferaio di Hamelin per liberare le nostre città con le canzoni di Battisti e il nostro amato Francesco: de Gregori o Guccini e Tricarico non ha importanza che venivano dappertutto per guardare le nostre follie che chiamavo a raccolta i nostri segreti, le cicatrici sugli occhi che non ci fanno dormire e poi le scommesse delle prime volte. Avrei voluto scattarti una foto con l’Arco della pace a incorniciarti il volto col mio cappello da Napoleone conquistare mezza Europa e portarti così lontano che potrai dimenticarti chi eri e cominciare un’altra vita. Ma la fotografa sei tu e non mi resta che raccontarti le mie storie, immaginare api di pezza sul soffitto e negare l’infanzia che quando eravamo sdraiati potevamo anche piangere che arrivava sempre qualcuno a farci le carezze le ninnananne interminabili a dirci che eravamo bellissimi quando l’estetica non era importante e contavano soltanto gli affetti.

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Alla nostra amicizia di oggi

C’è ancora nebbia sulle montagne. Le prime ore del giorno per i lavori in corso della digestione della nostre notti. Quando ci ritroviamo intorno al tavolo per condividere le nostre debolezze, e ridere a dirotto e tirare in ballo le nostre figure ridicole quando avevamo perso di vista la strada con le ruote che affondavano nel deserto del sud del Marocco, quando eravamo giovani, quando sembrava ieri. Ti ricordi io e te e quel viaggio senza autostrade, il pullman degli indigeni boliviani con le galline e la vescica gonfia e dodici ore per pensare di morire e farla dal finestrino non era una ragazzata. Ci svegliavamo presto io e te. Quella spogliarellista di Como di quando ci siamo fatti offrire la birra che avevamo finito i soldi e con la scusa del mate ce la siamo portata in branda e ce la siamo guardata fino alla fine che non c’erano film a farci compagnia e non abbiamo fatto nemmeno quei quattro salti che non si rifiutano mai che all’indomani c’erano i geyser, i bonsai delle nostre proiezioni sul soffitto che avevo dimenticato anche di essere innamorato. Che resta di tutti quei viaggi? Soltanto ricordi e la capacità di condividere silenzi senza domandarci il perché, e poi che avrà e come starà. Non si torna indietro, ci siamo fatti largo e abbiamo bisogno di dividere in due il peso del letto che ci sono sempre piaciute le donne difficili e tu ti sei innamorato e hai sofferto e desiderato e donato e cercato e poi alla fine l’hai conquistata la tua Africa. Vivete piccole lune in miniatura voi due e l’ultima volta che vi ho guardato negli occhi eravate bellissimi. Prima o poi i compagni ritornano. E le nostre rivoluzione ce la facciamo tra i fornelli, il fuoco sempre acceso, la porta aperta per accogliere i naufraghi e progettare di liberare il cielo dai fili elettrici e dai palazzi interminabili dell’Expo. Quando mi chiederai che fine abbiamo fatto noi ti risponderò come Ulisse che è sempre tempo di ripartire e se non sarà un lago ghiacciato per i brividi di vita prenderemo l’auto e andremo dove non si sa come quelle nostre amiche e quella sera a Madrid, come quando tornati dalle isole Uros avevamo brindato alla vita e rubato le chiavi a un albergo per raggiungere le ragazze americane, coi genitori nel letto e le loro vestaglie firmate Nike. Torneremo a prendere i taxi e a pagare la corsa intera, quando casa dista soltanto una curva a destra, ma eravamo ubriachi, confusi, distratti, giovani, sciocchi, felici.

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Eravamo bellissimi

E nella stanza galleggiano ancora le nuvole dei miei pensieri che partono dal basso ventre e risalgono fino al soffitto e non evaporano che è troppo freddo per le note calde della mia voce, le labbra umide dell’estate e i nostri pomeriggi passati a cercarci invano nei parchi, coi limoni al sole e i commenti dei vecchi, i suoni lunghissimi dei treni che ci rimangono dentro. Tutte le partenze che abbiamo desiderato e poi trovarci in mezzo agli italiani di Londra e mangiare sempre turco che non abbiamo i soldi per i ristoranti, che dopo le tre di notte si chiude che avremmo tutto il tempo del mondo ma poi ci viene sonno e torniamo a casa per non dormire e attaccarci alle reti, ci metteranno nel ghiaccio, ci venderanno al mercato. Quando parlavamo dei massimi sistemi e sapevamo guardarci negli occhi, con la sangria che è rimasta sul tavolo perché si era fatto troppo tardi. Avrai poi modificato il tuo piano? Da quando sei partita il martello pneumatico allieta i risvegli. Apriranno un pub sotto casa e avrò più tempo per dimenticarti, ci stordiranno ancora le birre chiare e scriverò finalmente le mie poesie sui marciapiedi per sorprenderti o per consolare le vite bellissime delle domeniche pomeriggio e gli acquisti dei saldi. Mi riempirò la casa di clessidre e aspetterò lo sciogliersi del tempo quando non basta ribaltare il soffitto per ricominciare da capo che tutto è cambiato, che tutto è saltato. E sulle saracinesche dei negozi i giovani firmano e inventano nomi strani, scrivono “cucciola sei una troia” come per dire che ti ho voluto bene e domani non sarà cambiato niente e puoi saltare su tutti i materassi del mondo se questo ti fa contenta. Mentre continuano a intrecciarsi sguardi nelle metropolitane e quante volte hai pensato vorrei e quante volte hai pensato farei e poi non hai avuto il coraggio che il cuore ti rimbalzava forte, che non ti sentivi all’altezza che non dovremmo aver paura a dirci dove stiamo di casa, quando abbiamo fatto una colazione lunghissima e poi ci siamo salutati come due signori: stammi bene cara e non prendere freddo mentre un cane pisciava e una vecchia ci ha detto che eravamo bellissimi.

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Undici passi io e te

E poi tatuarci addosso il tempo del respiro per sapere che dopo le corse è necessario ansimare. La normalità dei battiti, il rosso al tempo dei semafori e quelle docce lunghissime per lavarci via i rapporti superficiali delle nostre giornate open space. Quando ti ho detto che le nostre case potrebbero essere bellissime se solo avessero finestre sul mare, le montagne e il cielo azzurrissimo dei giorni più freddi. Mi hai detto che sei dei piani alti, che vedi l’oro della Madonnina, le luci tricolore del palazzo della ragione. Ti ho risposto che mischi troppo le cose, che l’acqua e l’aria non si assomigliano neanche un po’ che in una si nuota, nell’altra si vola, che nuotare è possibile e volare no e ti sei offesa, hai detto che non è colpa tua se io sono così infelice. Che poi lo sai che non è mai questione di felicità, che è una parola fragile che appena la pronunci scompare come il silenzio, come i tuoi sguardi dell’altro ieri. Che siamo sensibili come gli antifurti, al primo soffio accendiamo le luci e cominciamo a urlare forte senza rispetto per i vicini. Per i sonni lunghissimi dell’età di mezzo. Presenze e coccole che non ci vergogniamo più delle parole buone. E se il mio viso t’inganna, se la mia voce ti stanca puoi fare come tutte le altre e prenderti le tue distanze. Non sappiamo misurare le lontananze io e te. Troppo vicini da strapparci le labbra, troppo lontani per confondere i cuori. Dovremmo chiamare un arbitro che ci conti i passi, undici metri e il rigore delle giornate invernali quando il doppiopetto non mi fa più strano di quello che sono. E poi le parole amare che dico le parolacce io, soprattutto cazzo, che sono dolce come il marzapane quando mi assaggi in punta il sapore della cannella. Quei sapori che non dimentichi, il ripieno al radicchio delle capesante il giorno del Natale mentre tu non ci sei ed io continuo a volerti bene anche se ti sei costruita intorno una gabbia. E allungo la schiena e ti porgo il mio cibo, l’erba che fa volare tra i fili verdi delle mie parole, che mamma non guarda e non ho intenzione di chiedere permesso. Tu chiudi gli occhi. E fidati. E mangia. Ti farà male. Ti farà bene.

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Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri

Dietro le spalle a gettarmi i sassi dei valori scommessi. Per il fiorire delle mie parole profetiche e gli annunci di sventura degli oroscopi. I nostri telegiornali a colori e le foto in bianco e nero. Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri. Quando i teatri ci proponevano sempre la stessa zuppa e non c’erano coperte per scaldarci i cuori. E i nostri aliti caldi, le cioccolate amare che ci siamo rovesciati addosso per dar sapore ai pomeriggi d’inverno. E non venirmi a raccontare dei tuoi impegni, i parenti, i fratelli. Conserviamo le nostre interiorità in teche trasparenti per preservarci al futuro con la paura delle malattie, quell’intimità a forma di virus, le medicine dei nostri recinti e poi tutti i nostri egoismi che chiediamo scusa solo per sentirci più saggi. Mi spiegherai perché i giovani a Milano vestono sempre di nero. Sono andato e tornato dalle tue americhe troppe volte e mi sono ritrovato in mano un libro che non ho finito di leggere, quelle foto dai colori inverosimili e le parole belle che abbiamo sputato per terra, come i cinesi, come i cinesi, parliamo linguaggi incomprensibili e ci assomigliamo molto.  E in piazza del Carmine ci hanno dato degli invincibili perché non avevamo avversari ma soltanto debolezze. E sguardi leggeri che a furia di piume ci siamo fatti materassi per il lungo sonno delle nostre parole e i silenzi morti. Quando sogno soltanto la nudità dell’esistenza, un letto sfatto e fiori freschi sul tavolo, l’odore del caffè, un bignè.

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A Troia

Per esempio vivere a Cortona. Con le colline per la digestione, il su e giù dei miei umori di ieri. Lo sguardo pulito, un’orto, un cane, tre galline e il computer spento. Per sporcarmi le mani, profumare di terra. Ho mandato l’ultimo sms della nostra piccola storia, l’ho inzuppato nel vino pronto a scoppiarti sul fegato. E così è stato. Come le mongolfiere ci liberiamo dai pesi dell’oggi per guardare tutto dall’alto, sarà il panorama a rendere grande un viaggio? O la fatica del lasciare. Mi ci vuole sempre qualche giorno per abbandonare le nostalgie, tra ieri e domani scelgo il presente. Poi sono rimasto qualche minuto a guardare l’armadio chiuso, non di più perché non lo meritava, non lo meritavi. Per i vestiti che avrei potuto indossare, i capodanni nei monasteri a osservare i fuochi bruciare. Per girare la testa indietro e fare il conto dei giorni. Quando basta un incontro a rivoluzionare il tempo, per donare significato alle distanze, alle attese. Quel principe e la volpe, addomestichiamo i cani nei parchi e facciamo il giro del mondo in quattro mesi, “semester” dicono in America, come all’università torneremo più grandi. Per i tuoi occhi e gli occhiali immensi. Per le colazioni davanti alle chiese e i picnic sui materassi. Non sono pronto per la nostalgia e quando tutto sembra accogliermi faccio l’Ulisse, lascio la patria, gli amici, il padre e il mio cane e faccio vela verso le colonne tra i cocktail del sabato sera, le camicie azzurre e le creste dei punk. Quando hai dei desideri bruci la tua Troia e torni a casa. Le braccia son come le castagne o le vongole, coi primi caldi si aprono, non aver fretta, troverai sempre qualcuno ad accoglierti. E poi ti solleverò sulle spalle, senza paure lasciamo le fiamme per prendere il mare.

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Imparerò a chiamarti per nome

Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.

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Mancano solo i lillà

Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come  l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.

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Rette parallele

Il concerto autunnale per l’accensione delle caldaie e tutti quegli scoppi sulle carte geografiche che ci arrivano alle orecchie come cotton fioc. Per le nostre docce quotidiane e questa pioggia che si rifiuta di scendere per sorprenderci sempre uguali che se giri il mappamondo ci trovi là tra i sorrisi ironici per la neu epoque di Francia e Germania. Tutte queste morti in prima pagina con la sassaiola delle domande, le indagini inutili sui nostri passati pubblici che cancelliamo gli oggi sul calendario e ci troviamo numeri soltanto numeri. Aspetteremo ancora le finestrelle del Natale, le nostre sveglie di dicembre, i cioccolatini dei desideri per festeggiare una nascita per quello che qui ci ostiniamo a chiamare futuro. E ancora questa notte ho immaginato gli orgasmi di tutta la terra per i sussulti in Turchia per la mia immaginazione cinica quando mi sono scottato e ho sofferto di più. Che non c’è un’ora per l’amore: sui letti per consolarci, sotto ai tavoli per ripararci, i visi sfatti e i tratti rilassati quell’ansimare forte da prima volta quando bruciare non è poi tanto male; hai presente quanti forni spenti? Quante cucine pulite? Per ogni ragù gli schizzi del pomodoro sul pavimento, segni di vita sul fronte occidentale il nostro sangue caldo e il freddo fuori quando tutti mi dite che dovrei comprare una coperta per ripararmi quando sfido la notte con la manopola dell’acceleratore. Galeotto fu il libro e il di lui fotografo che anche così si cambia il mondo quale bellezza che basta un’immagine per alleggerirti lo sguardo una pagina per soffiar via la polvere dal tuo sentire e quando guardi la luna punti l’indice tu sciocco guardi il dito e suona Pierrot e suona quello che desideri sempre quello che desideri suona sui bassi delle discoteche le luci al neon del Bar Bianco e il nero in sconto al parco Sempione. Nebbia su questi nostri modi di comunicare le parole che scambiamo di posto per farle apparire più belle che abbiamo eliminato le regole dell’altezza, della grandezza, che le proporzioni tolgono verità al quadro. Non si è presentato nessuno al rituale dello scambio del numero di telefono e lo sai che di notte coi tram in letargo le rotaie si stringono? E non è poi così vero che le rette parallele non si incontrano mai.

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