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Quaggiù si litiga per piccolezze

Quaggiù si litiga per piccolezze. Il nostro nome sulla porta di casa, il nostro vanto di proprietà per le discussioni sull’affitto e poi le pause silenziose. Che quando vuoi bene soffri per sciocchezze. Ci veniamo a raccontare del desiderio del viaggio mentre facciamo del nostro letto una base di lancio e nulla più. Il solco tra i nostri materassi scadenti e i pendolari del lunedì mattina. Ci rivoltiamo tra le coperte cercando compagnie e poi la notte costruiamo casette di carta e al primo soffio scivoliamo sui tavoli pronti a ricominciare coi pranzi della domenica, soltanto un ricordo lo sai che non riesco a godermi il presente che ho lasciato i capelli impigliati al se fosse. E quando ti avrei voluto dire che le nostre portiere si aprono a scatto hai rivoltato il tuo reggiseno per farmi partecipare alle tue fragilità, la consolazione nelle malinconie di mamma. E con le labbra nuoto ancora tra le tue colline che mi manca il respiro mentre provo a dirti che sono alla ricerca di affetto come i cani che si strofinano contro al muro per dar sollievo alla pelle. Ma si è fatto tutto così veloce che ci siamo ribaltati in capriola e mi sono messo a ridere con tutti i difetti che mi lacrimavano dentro, si sgretolavano le pareti per lo stomaco fragile di noi giovani d’oggi tra le intolleranze e le allergie al quieto vivere. Sai che c’è? Siamo come gli arcobaleni e attendiamo orizzonti per poterci fermare noi che veniamo dopo le piogge. Che vasto è il cielo e nella notte muore, cerchiamo luce noi che viviamo di riflessi. Le bocche aperte dei nostri amici di sempre e i miei racconti sul cammino di Santiago che mi svegliavo all’alba e camminavo per ore, poche parole, tanti pensieri per poi svenire nel letto e dirmi domani bagaglio in spalla e camminare che prima o poi la strada dirà. E non mi guardavo allo specchio per giorni che non erano importanti gli atteggiamenti. Vorrei che ci prendessimo a pugni per ferirci, farebbe meno male e ti puoi immaginare le strade zuppe di bende, che così non potremmo nascondere le nostre sofferenze. Hanno inventato ambulanze e pronto soccorsi, i defribillatori per le nostre pause del cuore. C’eravamo seduti su un gradino e quando avremmo potuto asciugarci le lacrime e col ghiaccio dei cocktail sgonfiare le nostre ferite ci siamo fermati al come stai che fai e ci sei o ci fai. Che alla fine ci scambiamo i nomi per ritrovarci sullo schermo e farci i film e costeggiare le imperfezioni della nostra pelle e il colore dei denti senza il coraggio per l’attracco. Non ci sono approdi, sai? Che dovremmo condividere luoghi, per le parole che ci scendono dall’alto come lampadine e illuminano le nostre notti. Ho incominciato a scrivere per scacciare la rabbia e mi ritrovo a dirmi che ha smesso di piovere e squarci d’azzurro nel cielo. Ho gli occhi dipinti di nero, era un gioco da adolescenti, succhiavamo tequila sale e limone e ci siamo detti facciamolo, diventiamo anche noi tristi di fuori. Che siamo bellissimi quando ci laviamo la faccia, l’acqua fredda e le labbra in protesta. Le sensazioni nuove del mattino e l’aria tra le pieghe della maglietta. Che siamo pronti, e fuori non ci sono strade, soltanto domani.

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Il Lupo Mangiafrutta

Darling, darling, darling ti ripetevo, l’avevo scritto sulla tua schiena, sui muri della tua stanza senza finestre. Ci siamo messi a fare la conta delle tue cicatrici, che ti tagliavi le braccia per soffrire di meno. Mi hai detto che le mie parole adesso sono sale. Che non puoi far altro che scappare. E io ancora disegno schiene, lo faccio a suon di lettere perché prima o poi una sedia mi chiederà il perché di tutto questo girovagare e faremo a gara a chi ne sa di più. Che non è poi così importante fare gli Ulisse e spingersi agli orizzonti del mai. Facciamo esperienza dalle terrazze, noi, come le sedie, noi, che offriamo ristoro e poi lasciamo la libertà dell’andare e rimaniamo fermi, soli, in attesa di un altro peso, le nostre conoscenze a saltello e i primi scricchiolii, che ci facciamo sentire solo quando proviamo dolore.

Te ne eri andata chissà perché, mi ripetevo, e non trovavo nessuna spiegazione. Avevo aperto gli armadi, cercato tra le bollette scadute un segno della tua presenza, le mie camicie non portano ferite al rossetto e il nero dei tuoi occhi si scioglie sempre troppo in fretta che mi piaceva suonare le tue vertebre quando ansimavi forte e poi piangevi e poi tornavo a guardarti e ti eri trasformata in Pierrot. Come in quella favola fucsia te ne andavi in giro tra le mie guance a cantare dei nostri futuri migliori, quando smetteremo di interrogarci e ci faremo trasportare dalla corrente. Siamo salmoni, dicevo io e così ci è venuta fame, ma in casa non c’era nulla. Solo un sacchetto di cozze. Ci puzzeranno le mani dicevi tu, siamo in decomposizione ti rispondevo. E poi mi sistemavi i capelli e mi dicevi che quei discorsi poteva farli giusto Morgan quello dei Bluvertigo. Allora mi sono messo la giacca col doppiopetto e ti citavo la Commedia a memoria e mi dicevi che si capisce sempre troppo poco delle cose belle che la passione ha bisogno di stile e altre sciocchezze così ho tirato fuori la lingua e tu ti sei messa a corrergli intorno. Eravamo indiani nella nostra riserva, al riparo dagli occhi invadenti del mondo c’eravamo costruiti una capanna e credevamo di bastarci e non avevamo paura del vento. Mi si incollavano i capelli quando mi sono detto che forse non avevo i soldi per pagare l’affitto e mi sono rivoltato i jeans ti ho detto basta, dormiamo di più e tiriamo la corda che per stare nei cieli ci vuole equilibrio. Così sono sceso in strada e Milano col sole e le edicole aperte coi cartelli per dirci che non si regalano informazioni e non c’è più tempo per le domande. Le chiese sono sempre chiuse mi dicevo, non c’è silenzio qui, poi piazza Vetra sdraiato sul prato a leggermi Wallace ed annoiarmi così tanto che mi sono messo la maglietta in testa come certi calciatori e ho corso fino alle colonne ho bussato alla porta, la chiesa chiusa, mi hanno detto che fai, ho risposto bussate e vi sarà aperto e mi sono sorpreso a ridere solo. Ho un cappello e due orecchie in testa, l’asino o il matto, io, Ninetto e il corvo in Uccellacci e Uccellini e i tarocchi di Brera.

Tutta quella storia di te ed i salmoni l’avevo solo immaginata, lo sai? Neanche sognata che quando viene la notte mi si rivoltano i pensieri e trasformo le ore in marmo duro che non c’è spazio per le buone immagini. E tu chissà dove sei. Le macchine fotografiche tra tuoi occhi piccoli e le tue gambe a compasso. Hai le labbra sporche di caffè, ti siederai a un buon ristorante all’ora di pranzo e ordinerai un primo, magari con le melanzane che ti piacciono tanto. Rifiuterai il dolce e poi ti pentirai. E tornerai a parlare dei grandi del mondo e poi degli ultimi, gli opposti e le contraddizioni tra i colori scarichi di questa Europa. E sogni di Indie e Sudamerica tra i tuoi capelli. Tu come Pasolini, gli occhiali inseparabili e il male inguaribile dell’esistenza sensibile. Tutte queste parole a grandine tra i peli del mio petto, mi intestardisco sulle necessità e dimentico il resto. I panni sporchi e la polvere, e quel curriculum così vecchio che non mi serve a nulla. Manca la carta igienica in bagno. La solitudine è una scatolina che si dimentica quel che contiene. E guarda il buio aspettando il momento della libertà, l’aria nuova del gesto lento dell’aprire. Bussate e vi sarà aperto. Poi quel Toc Toc, il tuo chi è e il Lupo Mangiafrutta. Che frutta vuoi? Non c’è.

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Albatros

Noi copertoni di auto abbandonati in mezzo alle autostrade del Fuorisalone, ci vedono all’ultimo e poi ci maledicono, pericolosi come il cielo di Milano e le piogge che ci rovinano i capelli, e poi sul letto ritrovare il contatto fisico con le periferie contadine della poesia russa. Per le stanche lacrime di aprile, per ridipingere le nostre schiene al contatto coi muri per l’ultima sigaretta, la notte e tutti quanti a sprecare lo sguardo nell’attesa di un’accoglienza, io, te e le canzoni demenziali degli anni ’80 che dovremmo tenere sul cruscotto. La musica elettronica e i beatnik che mi sono perso sulla strada. La piscia calda degli studenti e San Lorenzo in fumo, i rivoli densi dei nostri intestini per le emozioni che non ho ancora il coraggio di digerire. Teniamo gli occhi aperti a mattino inoltrato, il cellulare accanto come una pistola per difenderci dalle solitudini, gli attacchi sterili dei rotocalchi alle nostre gioventù. Come Baudelaire e l’albatros, superbi noi nell’orizzonte delle sensibilità, sconfitti in terra, coi nostri modi goffi, le debolezze nell’uno a uno e la psoriasi sulle nostre nocche per tutta la pelle che mi sono perso sul materasso perché ogni giorno tramuto le ansie in parola; nenie le mie per i volantini rossi che non nascondiamo più e le rivolte sepolte tra le tivù. Non guardarmi negli occhi perché non ha più senso. Ci hanno costretto a urlare il nostro nome agli appelli, le mattine scariche dei settemila caffè. Nessun rispetto padri miei per il rilascio degli intestini, sapete anche voi che al risveglio è pisciare quel che più ci sta a cuore. Ai nostri bisogni primari, ai conti aperti con le intolleranze. Ci costruiscono intorno palazzi d’argento, le nostre Babele a forma di Dna per quella cortina antiuomo che separa la vita del sogno dei nostri muri bianchi dallo stordimento caotico del reale. E adesso dovremmo toglierci le bretelle e i grembiuli per la nostra isola di Wight, le grotte aperte dei nostri cuori e i segni nuovi della libertà disegnati nel nostro sottopelle, che sono cuori e stelle o scritte indecifrabili per ricordarci che non ci stiamo capendo un cazzo. Guardami negli occhi ora, e poi voltati, ancora, e poi ancora, e farci folgori tra la mollezza di queste scarpe col tacco che improvvisano danze tra i vetri rotti e gli aliti all’acetone delle camicie intrise di assenze dolciastre. Ci disegneremo un letto sulla schiena io e te e mi sorprenderai da dietro e potremo accoppiarci ovunque senza condividere un affitto, non aspetteremo il silenzio, non attenderemo la notte per i nostri corpi ribelli che ci chiedono il conto dei giorni e ci interrogheremo sulle nostre indigestioni, sui libri, i film senza spari e l’alcool economico dei supermercati e poi le droghe del nostro stare insieme. Torneremo alle nuvole dei nostri vorrei e senza rimpianti apriremo le porte al belgiorno. E per dimenticare le nostre preoccupazioni lo Spleen di Parigi nelle tasche avare delle nostre camicie a quadri consumate sotto le ascelle per la vecchia familiarità con il Manifesto. Noi che tra le braccia non portiamo più nulla perché abbiamo la lingua e questa prosa viva e poi nulla da nascondere sotto le palpebre e se ti viene voglia di controllare avvicinati che mi spoglio piano e poi non ti mangio lo sai.

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Altro che lettere

Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.

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La figurina di Alessandro Del Piero

Ho ricominciato a leggere Kerouac, sulla strada, sugli autobus, in metropolitana. La grande marcia dei pinguini, le cravatte color della sabbia per questi deserti del sentire. Sulla metropolitana gli sguardi attenti delle prime conoscenze e le maniglie stanche dei pendolari dell’hinterland. Hai mai pensato al contenuto delle nostre borse? Nel portafogli ho la figurina di Alessandro Del Piero per ricordarmi di quando provavo i tiri a giro sul secondo palo sperando di sorprenderti con le mie giravolte. Che somigliavo a Zidane, mi dicevi, il taglio dei miei capelli per le tue carezze di bimba, il pulcino coi peli cortissimi e il pigolare dei miei desideri informi. Siamo diventati grandi in un flute, le bollicine per gasarci e con la scusa dell’età strafogarsi di viaggi, e vino e pornografia e altre sconcezze che ora so dire. Belli per noi i capezzoli duri sotto alle magliette fini delle liceali, belli per noi quei vestiti vecchia scuola che lasciavano scoperte le spalle. Ci stringevamo in cerchio per nasconderci e urlavamo forte i nostri soprannomi perché da lontano le passerelle potessero sentirci. Noi sporchi di fango e di vergogne, noi che desideravamo stringere le cosce sode di Paola Barale e nel frattempo le davamo della sciocca, le oche gettavano versi lunghi quando correvamo allo stagno e prendevamo le rane per spaventare le code di cavallo delle nostre compagne. Non è la Rai, ma come è bello qui, quei pomeriggi infiniti passati ai bordi della ferrovia, lanciare il pallone contro al treno per vederlo rimbalzare e poi rincorrerlo che senza di lui le nostre vite si facevano troppo noiose, attraversare i binari per sfidare noi stessi e fare la conta delle ragazze e dar loro i voti che facevamo culo, tette e faccia e mettevamo anche la simpatia. Poi ritrovarsi la sera a guardare il soffitto, le ginocchia al sangue e la nostra pelle color della terra. Le nostre sveglie proiettavano l’ora contro al muro e dentro ai libri di scuola nascondevamo i fumetti per dirci che non c’è tesi che tenga, ma sono lo stile, la passione, la sensibilità dei nostri tagli sui gomiti e le ruote consumate della bicicletta quelle che fanno di noi dei binocoli e si fa vicino quel che sembrava lontano, e si fa lontano quel che sembrava vicino.

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Un bacio sulla bocca

Per poi sentirci nei miei momenti di disequilibrio, l’accesso eccentrico al mondo delle idee e il lego colorato delle complicanze. Il gradino in marmo della stazione per lanciare gli occhi sul primo vagone dei treni e perdersi il paesaggio pensando al fumo che non c’è più, le caldaie il carbone e quei viaggi interminabili per favorire le conoscenze, il sudore perso sulla camicia e dormire uno nelle braccia dell’altro, la morbidezza delle chiome degli sconosciuti e contro il freddo il rifugio dei nostri respiri profondi. Biglietti prego e il risveglio, le fabbriche dell’hinterland e i bar chiusi del centro che oggi è festa e decoriamo le case di pietanze imitando il profumo dei nostri nonni. E quant’è bello il tasto verde del telefono, il suono breve delle tue risposte e quella tua fretta che sa di casa e piatti da asciugare. Io non lo so cos’è la conoscenza per gradi, gli etilometri cantano giambi per i saltelli del mio immaginario. L’esperienza del tavolo e il vino, lo schiocco caldo tra labbra umide e quella tua educazione in presenza che sai di ghiaccio quando stiamo lontani. E così vorrei sedermi qui sulla spiaggia e aspettare che tu ti sciolga come lo spritz per tutti quegli aperitivi che non ci siamo concessi, che iniziano al tramonto lo sai e terminano al mattino tra le espressioni che all’inizio teniamo nascoste sotto le unghie. E verranno a raccontarti di un Cristo e ti diranno che non c’è col mantra degli antifurti la notte di Pasqua che non mi fanno dormire, rivoltarsi tra le lenzuola e immaginarti nuda con le contraddizioni dell’esercizio della ragione. Poi l’esercito stanco del sì e le anonime processioni della provincia, il contingente rancoroso del no per confondere le acque e appigliarsi ai valori ai valori ai valori, e tornerà quell’Uomo e cadranno i templi lo sai e le scritte colorate dei centri sociali, e cadono gli scrittori, cadono i libri, bruciano le foreste e nascono altri soli, nei centri commerciali vendono vestiti tutti uguali, come HM e le scelte globali per lo stordimento delle nostre necessità. Rimarrà l’uomo, lo sporco tra i miei capelli e questi occhi stanchi e mi dirai vieni qui, e quando saremo abbraccio ti dirò che questo è tutto e il nostro inizio sarà soltanto un respiro, e un punto, e un bacio sulla bocca che finalmente non riuscirò più a parlare.

 

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Tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

E prima o poi ti fermerai a pensare di quel che è stato del tuo andare: il puntino rosso tra le rughe delle espressioni stanche per le meditazioni notturne e le finestre degli occhi per la pulizia di primavera. Poi affannarsi nel togliere ragnatele al soffitto nel godere delle vertigini dei pensieri nascosti. Siamo minatori io e te, scaviamo a fondo le viscere della terra per tornare in superficie sporchi come gli aborigeni prima dei riti d’iniziazione. Noi esseri albini in questa terra nera che non c’è verso di parlarti se chiudi il cerchio delle tue conoscenze e rimani là coi soprammobili della vita facile. Le lavatrici dei nostri incontri mai asciugati all’aperto, e guardare la tua porta chiusa per domandarmi chissà, chi sarà e cominciare a suonare le canzoni di Battisti con le mie labbra morbide le bionde trecce gli occhi azzurri e poi? Dimmi che poi faremo di tutto questo girovagare una casa e scenderemo sul fiume per lavare i panni sporchi delle nostre dipendenze, mi darai la caccia come si fa con donnole, mi lascerai dormire al caldo delle tue mani piccole e avrò dieci segni sul viso per ricordarmi dei comandamenti vivi del nostro incontro, quando la strada è un letto e un aereo che ansima e romba per poi planare fuori da noi nell’incanto debole della notte. Nelle mie orecchie il suono lungo del tuo respiro, sotto le unghie la tua pelle consumata. Che siamo pellicani reali io e te, il becco lungo per le frasi che non mi hai detto, la pancia vuota per le parole che ti ho vomitato addosso e le distese infinite per i nostri voli al raso dell’acqua, che quando guardi il mare non c’è più spazio per i vuoti a perdere, ci carichiamo sotto la lingua le nostre malinconie per poi ingoiarle con la focaccia salata sulle spiagge della Liguria, per dirci andiamo, corriamo, mangiamo… e tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

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Il volo delle farfalle

Ti sei mai chiesta il perché delle mie insistenze? C’era cresciuto il muschio sulla pelle e le nostre radure s’erano perse tra il lavori della nuova metropolitana con tutti questi clacson che ostacolano le tue parole rare. Che prendi treni e aerei e scambi i biglietti come se fossero jolly per la nuova partita che andremo a giocare, per questo grigio che ci ricama sulla testa piccole piogge per spegnere gli incendi che ci infiammano sempre meno. Quand’ero fuoco mi si è avvicinato soltanto un nano, l’invadenza dei suoi modi così simili ai miei, seduto sul bordo delle mie labbra a cantarmi gli amori della piccola città e tutti i difetti nella fabbricazione del tempo libero. Mi sono ritrovato supino, le catene del pensiero dominante che mi trascinavano al centro della terra, lo sguardo al cielo ad aspettare che qualcosa venga giù, c’eravamo detti che non importa se sole, pioggia, nuvole o grandine, c’eravamo detti che l’importante è un segno, come le pieghe tra le tue labbra, per riprenderci in mano lo spazio dei nostri sguardi e quei pensieri piccoli che ci vergogniamo di confidarci. Sono arrivate le farfalle mi hai detto, ci pensi mai a quanto tempo passiamo senza sentirne la mancanza? E ti ho disegnato un’ala sulla schiena per ricordarti le tue adolescenze di quando sei stanca e socchiudi gli occhi, di quando ricordi e non ti fai quelle menate da adulta che prendi tutti i tuoi difetti allo specchio e non ti concedi il volo dell’imprevisto. Che tanto lo sai, non ci conosceremo mai fino in fondo che ci hanno dato torce per guardarci dentro, ma sono deboli e illuminano a scatti. E non c’è bisogno che te lo spieghi perché ormai lo sai, siamo Guernica per gli occhi stolti degli adolescenti, ghirigori e contorni e facce da toro e bombe inesplose, e dentro i tagli e le fontane dei desideri. Berremo acqua dalle nostre guance per dirci che sono i contatti che sanno dissetarci.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

www.alessandragerevini.com

 

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Poi chiedere il nome ai tuoi capelli

Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.

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Quella barca sul lungosenna, ricordi?

E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.

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