Archivi tag: blog

Dove sarai. Quando verrai.

Gli osservatori privilegiati delle nostre giovani età e i matrimoni degli amici di sempre. I vestiti bianchi e gli strascichi dei nostri ricordi. La goliardia del prosecco; esplodono le bolle di sapone delle pedalate nelle strade lunghissime della periferia milanese. Siamo scesi dall’auto perché c’è sempre qualcuno che deve vomitare, poi l’ultima sigaretta e nel fumo il tentativo di mettere ordine, i dubbi adolescenziali per quegli affetti che durano sempre troppo poco. E quando tornavamo dal mare ci dicevamo magari un giorno in più, la melanconia per quei silenzi davanti alla spiaggia perché sono giorni che non sentiamo il suono del nostro respiro. A niente servono le notti insonni a cavallo della tua schiena, le ore spese in mancanza per chiamare vita il ricordo di uno sguardo e l’antologia dei tuoi gesti. Le vendemmie dei poeti per la consolazioni della mezzanotte, l’ultimo messaggio è un what’s up ed il segnale di ogni tua risposta. Vorrei ancora tra le mani quei fogli A4 con le righe imperfette, le penne Bic senz’anima e le palline di carta con la tua saliva. Saprò ancora disegnare due quadrati per quella domanda che non so pronunciare: Vuoi stare con me? I sì e no in punta di matita e il fascino dei tuoi capelli sconvolti. Due caschi sul ripostiglio, le teste crescono le mani invecchiano, verrò a prenderti per lavarti via il nero degli occhi e poi regalarti un libro, una rosa o uno scivolo blu. E nella tasca un foglio. Lo troverai presto o tardi, donna e bambina. E quando ammetterai che parole non hai ci sarà sempre una matita Ikea per segnare una carta con una x come in quelle mappe di Paperinik quando una mappa nascondeva sempre un tesoro, e un sì o un no non faranno più differenza, perché mi segnerai una strada e allora saprò dove sarai, quando verrai.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Centinaia di eventi dai nomi impronunciabili

E ci tiravamo in mezzo in una storia che non mi ricordo, io cominciavo dal c’era una volta e tu passavi all’azione. Ci sorprendevamo a toglierci le scarpe ed eravamo così goffi che anche il letto piangeva dal ridere e così lo punivamo saltandoci sopra e disfandogli il rozzo del bianco. Quando ti giravi dall’altra parte e mi dicevi immaginati i miei occhi, coi i miei vaffanculo, la voce da bimbo. Quando mi siedo sulle panchine appoggio entrambe le mani e ci trovo gomme già masticate e allora mi convinco siano imperfezioni della vernice o soltanto stemmi di non so quale casata nobile, così mi inganno e non provo ribrezzo. La borghesia mi sfila davanti col passo veloce, Milano chiama e il popolo risponde. Le altezze dei grattacieli e nessun pozzo per affogare in profondità. Centinaia di eventi e tutti con nomi impronunciabili. L’esigenza del party e le confraternite del sabato sera. Hai preparato il vestito? Linate non chiude lo sai, partono ancora gli aerei e possiamo cambiare vita, come in Revolutionary Road te lo ricordi quel film e poi Di Caprio quant’era bello una volta e adesso com’è? Si invecchia lo sai, la cicatrice sopra il mio occhio sinistro e le corse al parco che per tenerci in forma puntiamo l’occhio ai busti dei greci, al bronzo etrusco e confondiamo la storia con la moda. E poi lamentati ancora se ti parlo del mio razzismo estetico, di quella fisiognomica che basta uno sguardo e mi allontano e mi avvicino dai tuoi capelli, il movimento delle tue dita e il pozzi di petrolio che porti negli occhi. Volevo scriverti soltanto una storia vera, ma finisco per dilungarmi in attimi: le immagini che si accumulano nel mio cervello, come i quei sogni che non ti ricordi e che ti viene voglia di raccontarmi. Quando mi guardi, mi dici: sai che c’è? E immagino che tu voglia tagliare a metà il tuo cuore per annaffiarmi di rosso e regalarmi il marchio indelebile delle tue interiorità. E finalmente le cateratte, il volo delle astronavi e Plutone con le mutande abbassate, e allora nessuna arca e nessun Noè, chiuderanno gli uffici anagrafici perché comincerò a inventare il tuo nome e tu sarai così contenta che ti si illumineranno le guance come certe sfere sugli alberi del Natale. E ora non chiedermi niente, prendi la coperta e avvolgiti e poi rimani ferma, così, come una greca, come una dea. L’immagine invisibile di certe mie ispirazioni.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Non capisco le persone che non si toccano mai

E li vedi che si avvicinano col sorriso appena stirato, lavato, ingessato dagli inchini sul posto di lavoro e tutto il superfluo della vita delle città, il petto in fuori e le orecchie chiuse, le radioline per la partita della domenica pomeriggio e quei suoni ovattati di neve che riesco soltanto a immaginare. E così ti stringono e ti chiedono come va senza aspettare la risposta, lo sguardo sulla riva, quando l’acqua non è mai la stessa e scivolano via le etichette dei tempi dell’adolescenza. E poi tastano forte i tuoi bicipiti per sentirne il tonico, e nella morbidezza trovano la tua inadeguatezza alla vita. E poi una carezza alla pancia per accorgersi che sei un po’ ingrassato oppure no, certo non sai se quella è amicizia o soltanto desiderio di affermazione di sé, il primeggiare nel confronto e dirsi non sono ancora nulla, ma un poco meglio di te, per quei traguardi che cancellavamo sulle lavagne dopo la lista dei buoni e cattivi. Le assenze dei nuovi maestri e la presenza molesta di quelli antichi. Se fai caso al tatto le parole ne risentono e ricamiamo frasi di circostanza trovando scuse buone per farci distanze. Non capisco le persone che non si toccano mai. Che per la conoscenza non bastano i libri, le lunghe ore passate a prendere il senno sulle poltrone scomode delle conferenze e poi le tavole rotonde del già detto. Quando vorrei prendere penna e foglio, distruggere il televisore e poi un aereo per sorvolare tutte le funi che mi trattengono, lo sguardo preoccupato degli altri è solo acqua per quei fuochi che mi tolgono il dono raro della serenità e mi spingono al limite, alla noncuranza degli affetti di ieri. La sovrastima sensibile degli averi, che siano cose, ricordi o amori. Lasciare tutto e andare, per quei reportage sulle cose dimenticate dai più, i vulcani in attività della Siria e le morti scontate della Somalia. La negazione della libertà del corno d’Africa e poi quel che non so. Non bastano due occhi, non una penna, un foglio. Che la mia voce risuoni tra le vostre montagne e si faccia eco, che io non parli di me, ma dell’uomo che questo è: vulcano, fuoco, e poi cenere. E silenzio. E poi voce. Parola.

Foto: © Bruce Gilden

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Dei giorni spesi in rincorse, dei bagni freddi di marzo e tutte quelle risate che c’erano rimaste sul fondo delle t-shirt lunghissime; i volti delle star piangono lacrime all’unione dei nostri bacini per gli abbracci lunghi e la spiaggia.

I passi di danza inconsapevoli sulla sabbia rovente del mezzogiorno.

Gli orizzonti abbandonano boe nei mesi caldi, ci spingiamo al largo e beviamo e sputiamo e pisciamo nel mare, i frutti levigati delle bottiglie dei nostri avi colorano i tavoli bianchi. Le nostre colazioni, i colori vivaci del tuo vestito a fiori e lo sbocciare delle tue gambe senza petali. Poi nell’incavo tra le dita, i tuoi piedi belli, incastro pietre bianche per i miei ritorni.

Ricordi poi i combattimenti col cielo? Gli occhiali grandi e per i nostri passi lenti del pomeriggio, labbra bagnate e i colori dell’apocalisse, il rosso vivace, le nuvole ocra e il passo sgraziato dei gabbiani, le pennellate in bianco dei cirri e le caviglie bagnate circondate d’oro in granelli.

Raccoglierei questa spiaggia come si fa col riso, per portarla in bagaglio nei giorni tristi d’ottobre, il grattacielo senza finestre della responsabilità e i semafori lunghi.

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Ci siamo fatti occhi per tramutare le immagini in gioia e quella ferita si è fatta solco e poi baita per ospitare il mio seme, poi il tuo: le orchidee bianche che crescono nelle nostre notti.

Foto: Tim Walker, Butterflies

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Ai baci rubati del sabato pomeriggio

E con i libri la conoscenza del frattempo mentre per la consapevolezza ricerchiamo l’esperienza. I calli sulle dita e le cicatrici aperte dei nostri occhi, per gli sguardi dimenticati a cavallo delle tue spalle, gli sforzi per sorprenderti e il tuo disinteresse per gli affari grandi. E mi parlavi dell’azzurro del cielo e segni e sorrisi sulle nostra lenzuola bianche come le parole che vorrei scrivere sulle piastrelle dei bagni dei bar e poi perdo il coraggio e abbandono profumi e fantasie dopo gli sforzi e i pantaloni calati. L’essere sensibile spazzato via con un colpo d’acqua, come i calcoli renali e la mia dipendenza dal bicchiere. Non ho mai fatto attenzione ai lampadari, ma alla forma delle posate e alla cortesia del gesto. L’apertura delle braccia e la posizione del busto per l’accoglienza del diverso. Quando mi parli del teatro mi citi i novantenni e così chiudo gli occhi, per le parole stereotipate: i tuoi bellezza, giustizia e gli occhi del cuore. Che mi suggerisci adesso? Guardo l’alba dal tetto, fumo sigari con la mano destra e li accendo coi cerini che ti ho regalato per dar noia ai miei polmoni, la nebbia a Milano manca da troppo tempo e per non guardare lontano costruiamo ancora grattacieli, i progetti degli architetti della new economy e i laureati alla Bocconi che lanciano il cappello. Le gote rosse dei padri e i vestiti inguardabili delle madri, la ciccia che pende dal braccio e i nei che hanno smesso di affascinare. Quando i parchi servivano per bucarsi e poi lasciarsi andare al sonno, ai baci rubati del sabato pomeriggio e alle mattinate senza scopo degli studenti, si scontrano ora tramonti perdibili e i tuoi occhiali grandi non servono più. Tutto questo vuoto lo riempiremo con un punto, uno soltanto, uno qualunque. La ricerca vana del girovagare dei carillon e le fotografie delle tue ferie d’agosto. Il costume alla moda e le frasi scritte sui muri in un’altra lingua suonano meglio e val la pena di ricordarle. Ama mi amorcito. Te quiero e poi i cuori delle bombolette spray e fiamma sulla maglietta del top player che cerca il denaro per far fruttare il talento dei piedi. Non ci preoccupano più le polveri sottili, i denti neri degli angoli della strada e le costole dei tram che disegnano il cemento. Ci siamo detti che senso ha tutto questo silenzio che ci stiamo ricamando addosso? Vorrei chiamarti Penelope e poi correrti dietro come fanno le antilopi. Per quei ritorni che non mi aspetto e le parole che disegno su una carta che non c’è, che polemizzo col passato e per le correzioni lascio la matita rossa ai bimbi. Se tu ci sei fammi toc toc, pum pum, il suono onomatopeico dei tuoi respiri, che se ti sento dentro è perché sono più debole, molle come i budini che non sai cucinare. Se apro la bocca posso parlarti di prospettive e poi farti entrare. Contro al respiro, i denti bianchi, lo schiocco della mia lingua e la campanella delle tonsille. Nei miei ventricoli fino a giù, quando se ti inginocchi non è per succhiarmi via vita, ma soltanto per ascoltarmi. Che parlo piano e non è ancora notte.

Foto: Marilyn Monroe and Arthur Miller, Beverly Hills, California 1960

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Nei centimetri di pelle scoperta la classifica delle stagioni

E come i rapper italiani muovi le mani mentre parli. Le città invisibili dei libri che non dimentichi sul mio comodino e tutte le storie che ci siamo inventati quando non siamo mai riusciti ad arrivare a una fine. Ti chiamo soltanto per ricordarti che ci sono e poi mi salti da un argomento all’altro con la naturalezza delle nonne che mettono sul fuoco sempre le stesse moke. Ci sporgiamo dal balcone coi pensieri rivolti alla terra, il pensiero mai nascosto del mettere un punto e poi guardare in alto, scolpire l’orizzonte coi battiti delle nostre ciglia e rompere bicchieri sul tetto per le parole che abbiamo nascosto nelle tasche dei jeans quando ti dicevo telefonami e mi prendevi in giro cantandomi quelle canzoni tristissime degli anni sessanta. Vuoi dirmi che fine ha fatto il lemma noi? Non ho parole per giustificare i miei pressing, la spinta alta delle ali e i centravanti che tornano in difesa. Desideriamo l’estate per vivere questo frattempo e liberarci dai doveri delle sveglie, poi le rotaie non portano mai fino in fondo. E prendiamo le ferie e le dipingiamo di verde o di blu a seconda delle altezze, torniamo a casa con il bagagliaio colmo di ricordi per l’anno a venire. E nei centimetri di pelle scoperta la classifica delle stagioni. Quando basterebbero notti e la mia bandiera alzata in conquista, la forza delle tue labbra e tutti i tuoi profili per farmi scoperchiare le mie magliette larghe e poi stringermi a te, che siamo come le ciminiere delle autostrade, sbuffiamo di bianco per deviare lo sguardo degli automobilisti. Mentre ti circondano i ventri piatti e i muscoli sodi della gioventù isolana e regali le tue labbra lampone alle macedonie dei villaggi. Per tutti gli sguardi che vorrei appiccicarmi alla pelle, gli adesivi che non so scegliere e quella mancanza che mi fa telefonare ai più in ricerca di te. Quando tornerai come le maree e colmerai le mie mancanze, te le ricordi quelle onde che non ci aspettavamo? Quelle dispettose che ci distruggevano i castelli? Improvvise e lente donavano alla sabbia la sua forma originaria. Ci pensa il mare e nelle nostre mani soltanto sale, per la tua lingua lunga e le boccacce che dovresti farmi e invece ti vergogni.

Foto: © Herb Ritts, 1987

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Quel movimento lento che ricorda il mare

Il gocciolio delle ultime ore prima delle partenze degli altri. I panni stesi ad asciugare nei salotti e l’attesa aperta delle valigie. Quell’impronta sulla finestra che ancora porta il ricordo delle tue dita. C’eravamo detti vedrai che prima o poi diventeremo viaggio e così ci siamo trasformati in distanze. Non era quello il desiderio della mia ultima stella cadente, le aspettative sono fumogeni, ti fanno chiudere gli occhi e ti perdi nel colore e poi non rimane niente se non una piccola fiamma che lenta si spegne, e odore di zolfo. Sono ancora aperti i kebap mentre Milano svuota gli uffici e chiudono i bar per signore. E tutto questo caldo che ci spinge allo scontro, le frasi di circostanza e la banalità della luce d’agosto. Attendiamo i tramonti per quei Ramadam degli aperitivi cittadini, i parchi aperti e le feste di piazza dopo le levatacce e le ore rinchiuse negli odori stanchi dei mezzi pubblici, aria condizionata alla scrivania e una decina di caffè. E poi traffico e telefonate, i messaggi all’amico e l’organizzazione della serata. Gli occhiali stesi e la doccia, e un altro giro con speranze di conquista. Cosa ne pensi del mondo? Ho appeso un post it sul frigorifero per ricordarmi che prima o poi dovrò darci una risposta. Che io esco tardi la notte. Le birre bevute sul pesce non stancano mai, meglio sarebbe del vino, e prendere la metropolitana, arrampicarsi sui tubi per rubare l’aria ai finestrini come pesci rossi, con le bollicine che si accumulano sulla mia fronte. E poi ti ho vista da lontano e ho appeso i pantaloni al muro per prendere fiato. Volano farfalle tutt’intorno e non ce ne accorgiamo. Il fastidio delle zanzare e il ronzio delle auto in sosta. E un saluto e poi più. Prendere la via di casa e scriverti frasi lunghe una riga così ci fraintendiamo e rovistiamo nei sogni in cerca di risposte. Rimpiango ancora il fallimento dell’Eritrean Airlines, l’ultimo volo e l’attesa di quindici ore all’aereoporto, quando aprivamo le valigie per cambiarci le t-shirt e imparavamo la pazienza dalla pelle nera. Giocare a pallone coi capelli biondi degli israeliani e poi aria d’Africa a cambiare il contorno dei nostri polpacci, la siesta delle ore più calde. Lo sai che c’è? Vorrei pronunciare più volte il tuo nome, ma ancora confondo gli orizzonti, le lune delle tue natiche e labbra rosse, cieli di palpebre e notti di crini trascorse in veglia e poi tempeste e nuove piogge, se ti avvicini te lo racconto, non sono viaggio ora, soltanto amaca, pronto ad accoglierti e farmi culla per quel movimento lento che ricorda il mare.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

2 Agosto 2000

I diciott’anni a cavallo di una bicicletta. Carte geografiche e un cellulare diviso per sette, il mito verde della Toscana e la voce inconfondibile di Adriano De Zan, per quel giro d’Italia sulle nostre mountain bike da città. Che abbiamo perso le rotelle in discesa e i nostri genitori hanno allentato la mano col mi raccomando. Andate piano, non bevete troppo. Lo zaino e venti chili di superfluo sulle spalle. La maggiore età è confusione e tempesta, non sai distinguere il necessario dai desiderata. Non siamo in viaggio per i seni nuovi delle nostre coetanee, le donne seminude delle discoteche. Sfondare il muro delle possibilità, provarci il culo sulle selle scomode con quella fame che ci porta a fissare ogni giorno un traguardo, a mangiare tre o quattro pizze in serie dopo ore in ginocchio sui pedali. E prendere il treno, la costruzione immobile della Centrale, il deserto d’Agosto e Milano che ci chiede da bere. Una bottiglietta d’acqua, le canzoni degli 883 e i cori di sempre, gli insulti al più ciccio e disegnare rotte future sulla cartina. Una carezza alla bici, sistemare i pantaloni aderenti all’altezza del pube. E poi Bologna, un due agosto qualsiasi. La bici in spalla e i gradini dei sottopassaggi. E un silenzio lunghissimo. I treni che non partono. I passeggeri guardano per terra. Il vociare dei miei amici e posiamo le bici e poi ci guardiamo che silenzio chiama silenzio. Il suono lungo di una locomotiva. Le lacrime dei manifestanti. Il bacio di una giovane coppia rimasto appiccicato al muro della banchina. I murales e le tag, gli slogan che battono il tempo del ricordo e noi che dobbiamo riprendere le bici in spalla, partono i treni, ora, partono tutti. In direzione Firenze ci chiediamo perché e che è successo. Usiamo l’unico cellulare per chiamare a casa: cosa c’è a Bologna? E il telegiornale? C’era la televisione, ci hanno inquadrato. E sapere della strage da mamma e papà, i perché che pronunciamo in infanzia. Perché e ancora perché. La morte che ci ha soltanto sfiorato e sui sellini i nostri futuri lontani, le grida che solleviamo all’altissimo e le domande del senso. E dimenticarci il tutto poco dopo, l’adrenalina, il peso dei lacci e caldo, sudore, le pedalate stanche e cercare un riparo per la notte. Gonfiare le ruote, lo stretching mattutino. Andiamo avanti e dimentichiamo il presente prossimo. Pedaliamo ancora e respiriamo a fatica. E poi quella sera una canzone viene a colorarci di rosso il viso, un’altra locomotiva e il suo capotreno. Libertari noi altri. E libertari i pensieri che ancora portiamo addosso e non sappiamo interpretare. Verrà un giorno verrà che saranno le biciclette a portarci sulle spalle, e saranno discese, capelli al vento, e lunghe tavole apparecchiate e forchette e coltelli e poi un calendario, una data in rosso. Che la memoria ci viene a simpatia nella dinamica di una domanda il resto non conta. Perché? Perché? Diranno ancora i nostri figli tirandoci per la camicia e alle nostre risposte dai tombini esaleranno quegli E pecchè? che suonano bene soltanto nelle voci acute del’incoscienza d’infanzia.

Foto di Alberto Di Cesare

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Per far invidia alle lucciole

La tiritera dei mesi più lunghi incastrata tra le gengive, col filo interdentale delle mattine di luglio che ci tira le gambe in ritardo, il caffè aperitivo per il palato assetato dopo le nostre lunghe telefonate notturne. Ti ho chiesto un sussurro e mi hai regalato un mormorio. Hai presente il vento di settembre, i treni in corsa, i barattoli di marmellata appena aperti? Ci scivolano sul petto i segni artificiali del calendario, le rime scarse delle pubblicità e le nostre lenzuola a macchie di noi. Con le gambe dei leopardi affrontiamo le tavole apparecchiate, le tue guance che sembri porcellana e la fragilità delle tue unghie. La mia schiena chiusa e questi ventilatori che ricreano le long roads e quelle automobili che vediamo nei film. Mi sono aggrappato al materasso pensando fosse un muro, l’ho sfondato con la testa e mentre il bacino affonda nei punti di domanda mi sono appeso al gancio dell’immaginazione. I campi lisergici di Radiofreccia, quando bastava soltanto una dose e respiravamo forte, che se ci prendi gusto poi bruci le auto per far invidia alle lucciole. Il fascino eterno degli amici di sempre e la vergogna dei pensieri abusati. Ti ho detto vorrei avere un portafogli carico di pesce crudo e bistecche invernali. Di camini e neve. Mentre recitavi le tue parti stretta in quei vestiti a fiori, gli occhiali neri dei nostri sguardi consumati sulle vetrine e la tua casa pastello. Hai voglia a sgranare l’aglio e appenderlo alle porte, mi farò alito e borsa della spesa per sorprenderti nel fruscio del mattino e attraversare il pavimento con la leggerezza dell’onda. Verrai a rincorrermi e ti sembrerà di toccare l’aria, troverai le dita ricoperte di nylon e mi appallottolerai senza il pensiero nel buio di un comodino. Finché un giorno avrai bisogno di una veste per tutta la spazzatura che produci e mi tirerai fuori e avrò una forma. Ingrasserò fino a scoppiare, nei tuoi avanzi la mia esistenza di oggi. Verrà quel tuo gatto dal nome d’Egitto, verrà con le unghie, lo sgriderai, si farà pasto della mia schiena e bucherà le mie viscere. E sulle ginocchia sporcherai le tue dita, verrai a raccogliermi e poi ti stringerai forte. Tu, il vestito bianco, il pavimento. Le capriole ansiose delle tue ossa magre. E tutte le pennellate del mio passaggio. La forma ovale del mio cuscino e i tuoi capelli dimenticati sul pavimento.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,