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2 Agosto 2000

I diciott’anni a cavallo di una bicicletta. Carte geografiche e un cellulare diviso per sette, il mito verde della Toscana e la voce inconfondibile di Adriano De Zan, per quel giro d’Italia sulle nostre mountain bike da città. Che abbiamo perso le rotelle in discesa e i nostri genitori hanno allentato la mano col mi raccomando. Andate piano, non bevete troppo. Lo zaino e venti chili di superfluo sulle spalle. La maggiore età è confusione e tempesta, non sai distinguere il necessario dai desiderata. Non siamo in viaggio per i seni nuovi delle nostre coetanee, le donne seminude delle discoteche. Sfondare il muro delle possibilità, provarci il culo sulle selle scomode con quella fame che ci porta a fissare ogni giorno un traguardo, a mangiare tre o quattro pizze in serie dopo ore in ginocchio sui pedali. E prendere il treno, la costruzione immobile della Centrale, il deserto d’Agosto e Milano che ci chiede da bere. Una bottiglietta d’acqua, le canzoni degli 883 e i cori di sempre, gli insulti al più ciccio e disegnare rotte future sulla cartina. Una carezza alla bici, sistemare i pantaloni aderenti all’altezza del pube. E poi Bologna, un due agosto qualsiasi. La bici in spalla e i gradini dei sottopassaggi. E un silenzio lunghissimo. I treni che non partono. I passeggeri guardano per terra. Il vociare dei miei amici e posiamo le bici e poi ci guardiamo che silenzio chiama silenzio. Il suono lungo di una locomotiva. Le lacrime dei manifestanti. Il bacio di una giovane coppia rimasto appiccicato al muro della banchina. I murales e le tag, gli slogan che battono il tempo del ricordo e noi che dobbiamo riprendere le bici in spalla, partono i treni, ora, partono tutti. In direzione Firenze ci chiediamo perché e che è successo. Usiamo l’unico cellulare per chiamare a casa: cosa c’è a Bologna? E il telegiornale? C’era la televisione, ci hanno inquadrato. E sapere della strage da mamma e papà, i perché che pronunciamo in infanzia. Perché e ancora perché. La morte che ci ha soltanto sfiorato e sui sellini i nostri futuri lontani, le grida che solleviamo all’altissimo e le domande del senso. E dimenticarci il tutto poco dopo, l’adrenalina, il peso dei lacci e caldo, sudore, le pedalate stanche e cercare un riparo per la notte. Gonfiare le ruote, lo stretching mattutino. Andiamo avanti e dimentichiamo il presente prossimo. Pedaliamo ancora e respiriamo a fatica. E poi quella sera una canzone viene a colorarci di rosso il viso, un’altra locomotiva e il suo capotreno. Libertari noi altri. E libertari i pensieri che ancora portiamo addosso e non sappiamo interpretare. Verrà un giorno verrà che saranno le biciclette a portarci sulle spalle, e saranno discese, capelli al vento, e lunghe tavole apparecchiate e forchette e coltelli e poi un calendario, una data in rosso. Che la memoria ci viene a simpatia nella dinamica di una domanda il resto non conta. Perché? Perché? Diranno ancora i nostri figli tirandoci per la camicia e alle nostre risposte dai tombini esaleranno quegli E pecchè? che suonano bene soltanto nelle voci acute del’incoscienza d’infanzia.

Foto di Alberto Di Cesare

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Nella memoria ci sono dei black out

Il surf in città tra le anatre e i bar. Le nostre giaccavento antipioggia per quando siamo saliti in cima alle torri e contavamo i gradini e respiravamo forte. Quando le nuvole si impigliavano tra i capelli e la città si rivelava dall’alto come i lego la mattina del Natale. Con tutto l’orgoglio che c’è ti parlavo dell’Allianz Arena e Nostra Signora della borghesia ci stringeva tra le poppe d’ottone. E per riprenderci coglievamo le margherite per infilzarci le orecchie e non sentirci stanchi. La birra ci scorreva addosso e pisciavamo tra gli alberi e a chi ci riprendeva mostravamo i denti. Englisher Garten con le pagode cinesi e i templi d’Atene che non serve prendere gli aerei e correre, la birra allarga stomaco e orizzonti ed ora è tutto qui. E tra i nudisti ci scambiavamo i battiti del cuore. Quando abbiamo intrecciato le costole ma c’era troppa gente e tu hai guardato il cellulare e mi hai detto che avevi fame come se avessi ricevuto un messaggio da lassù che gli orologi non si usano più. Ti ho affittato un braccio e ti ho portato a nord e hai voluto i wurstel ma la cucina era chiusa. Le luci al neon e la birra a un euro è più malinconica, il pop, la dub, quell’elettricità dei corpi quando si sfiorano. E ti sei ricordata delle Buffalo e dei tagli sulle tue braccia magre. Di quando aspettavamo le ascensori per nasconderci negli angoli. E la mattina raccoglievamo le occhiaia da terra. E poi sul treno quando mi hai stretto per dirmi che puzzavamo un po’ che era finito il tempo degli interrail. E mi hai messo gli occhi nella tasca dei jeans e ti ho svegliata davanti al cancello. Col lavoro che ci riempie di psoriasi e le malattie psicosomatiche della nostra precarietà. E abbiamo varcato la soglia e le labbra si sono chiuse con le cerniere. I passi lenti in quel cortile grande come un campo di calcio e noi come rette parallele non ci toccavamo mai. Ci siamo stretti nei nostri vestiti e tu hai alzato il cappuccio. Le fosse comuni, e quei forni che avevamo visto alle elementari che ci mettevano l’argilla. Quando i nostri polmoni si sono aperti come conchiglie e sentivamo le urla soffocate, quando una mosca mi si è posata sugli occhi e ho sbattuto le palpebre perché non ci credevo. Poi mi hai dato la mano e siamo usciti ricomposti. E ti ho abbassato il cappuccio, ma non riuscivo a rubarti gli occhi e siamo saliti sul treno per andare all’aereoporto. E siamo rimasti in piedi. E guardavamo fuori dai finestrini, ma non vedevamo nulla. E poi l’aereo è partito. E ci siamo fatti il segno della croce e ci siamo addormentati sul lato.

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