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Bruciavo le tende per farci tramonti

Il braccio rosa di una bambola a galleggiare sull’acqua del Canal St. Martin e i bicchieri pronti ad affogare nel vino. Le ultime ore del pomeriggio, è autunno, lo sai, viene buio presto e memorizzo i tuoi colori per affrontare la sera: le nostra labbra sono così rosse perché le teniamo a distanza di sicurezza.

Tu prendi aerei sempre troppo tardi e quando arrivi sei così stanca che posi la testa sul cuscino, dici: meglio così, niente di nuovo sul fronte dei desideri. E poi la notte sogni di soldatini e battaglie di ventri.

Ti scrivo così tanto che potrei farci un libro: sull’incapacità al freno e sulle piste d’atterraggio delle curiosità.

Di questi silenzi come coperte per ripararci dalla naturalezza degli incontri e dai miei schizzi di parole che ti sorprendono senza avvisare.

Delle pozzanghere che si creano sotto ai marciapiedi e delle automobili che non rallentano mai.

Per tutte le volte che usciamo con gli stivali per scoraggiare le rincorse; ti suggerivo locali introvabili per i nostri aperitivi in camere separate, noi così riservati alle occhiate furtive degli stranieri e alla cortesia nella domanda di un cocktail. Mentre i tuoi vodka lemon non faranno la storia, che importano agli astemi le mie radici di vino e le intolleranze alla mancanza di attenzioni. Di quando ti metti in posa e resti sull’attenti. E’ tutto così relativo che quel che distingue la class non è il vestito, ma l’atteggiamento, il tono della voce. Così mi ritrovo a elemosinare virgole e punti, le tue pause infinite e le mie notti trascorse a far fuoco contro sagome immaginate.

E bruciavo le tende per guardare i colori del tramonto alle tre del mattino, quando i caffè non bastano mai e l’ansia dei mille futuri possibili ci solletica la pianta dei piedi. Vorrei dirti facciamo l’amore, ma confonderesti sesso e routine. Vorrei dirti: lo sai, ho voglia di un pompino? La fenomenologia dell’egoismo diresti tu. E cominceremmo discorsi interminabili sulla pulizia dei sessi e sugli zaini dei rasta di Place de la Republique.

Te lo ricordi quando dormivamo per terra? Eravamo gli stessi, allora? Io che scuotevo la testa e poi ti ricordi quando hai preso il primo aereo della tua vita?

Ho cominciato a immaginarmi le tue dita lunghe intrecciate alle mie, l’antidoto alla paura nelle nostre estremità più esposte. Che per dimenticare la morte dovremmo farci sussulto, che te ne importa dell’orecchio degli altri, troviamo la giusta distanza, per ascoltarci meglio, per sussurrarci all’orecchio un buongiorno e non sentirci più in colpa.

Foto: dalla rete.

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Preferisco le efelidi

Ti scrivo sempre di notte. Sarà che al mattino mi sveglio tardi anche se mi alzo presto, che il mio alito sa di caffè e l’attenzione è al puzzle da costruire in giornata.

Così all’edicola ho acquistato una rivista in giapponese: i miei esercizi per capirti meglio, che tu giapponese non sei ma hai gli occhi grandi ed io mi ripeto che da qualche parte dovrò pur cominciare, a tradurti, intendo.

Non te la meno più con la storia degli alfabeti, che la conoscenza avviene quando non ti suonano strane le mie esclamazioni e il porco cazzo diventa la normalità. Ricordo che anni fa me ne andavo in giro sbandierando la storia che come si mangia si fa l’amore, ora però siete tutti vegani e non mi tornano i conti.

Poi ieri sera guardavo in streaming l’Italia del basket, pensavo che la maglia azzurra è così bella che è per questo che mercoledì tifavo Napoli contro il Dortmund. E che non me ne importa nulla del colore degli occhi, preferisco le efelidi e il sole che decide se mostrarle o nasconderle. E guardando un film mi dicevo che Filippo Timi e Fabio Volo non sono poi così diversi, che sono le intelligenze a classificare in cavalli ed asini escludendo la possibilità del mulo. E il meglio e il peggio presuppongono il medio. Chiamala mediocrità, se vuoi.

E mi ricordo che Fabrizio Corona diceva io mi alzo presto al mattino e Fabri Fibra a ripetere che più diventi umano più nessuno ti caga. Per essere idoli si creano distanze. Quando ti ritrovi a tu per tu col noto ti fai pensieri sciocchi del tipo è più alto, è più bello, è così bianco che sembra malato. E non riesci mai a scindere l’uomo dalla sua arte, così certe canzoni ti vengono a noia. Mai più con una rockstar scrivevi sui bagni del Frida. E il quartiere Isola faceva concerti all’aperto per insegnarti lo sguardo all’alto, e ti slogavi il collo a rincorrere i grattacieli. Ci pensi a chi andrà a vivere in quelle case da un milione di morti sul lavoro? Ci pensi mai a quel che c’è sotto terra? Io no, non ne ho mai il tempo, non ne ho la forza. E dopo dieci minuti di Report dico “Milena” io cambio canale, non ce la faccio, adesso su Rai3 arriva Concita e ci canta un po’ di ninna nanna. Meglio sarebbe vivere in Francia e tutto ignorare.

Ci pensi ancora alle distanze che costruiamo coi silenzi? Nell’assenza di voci parla l’altissimo, puoi dirmi tu. Io dico solo che mi esercito all’ascolto e che se anche sussurri, posso sentirti.

Foto: dalla rete.

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Donami ancora bellezza

L’acqua del Naviglio così diversa da quella del Po, non è Torino coi suoi viali lunghi e le piazze larghe, non è Venezia con quell’odore che ti s’infila nelle narici e non ti lascia mai. Nemmeno Roma e la sua luce chiara, né Porto con le sue scale ripide o Parigi che t’invita ad alzare lo sguardo.

Muovevi la gonna come i toreri e facevi attenzione ai sempietrini, così non inciampavi e guadagnavi in portamento. Non avevo voglia d’uscire, non ce l’ho mai, avevo accelerato il cuore a forza di birre, che malto e luppolo sciolgono la lingua e annullano il ragionamento.

Così non ho fatto in tempo a guardarti e mi hai sorpreso nell’angolo più buio di un bar troppo indie, le sedie tutte diverse e un senso d’inadeguatezza, io senza un bicchiere tra le dita che potesse difendermi e donasse al corpo la possibilità di un atteggiamento studiato. E un po’ goffo e senza equilibrio ti avvicinavo per affidare gli occhi alle tue cure, come a chiederti donami ancora bellezza e costringimi a chiedere di più alle mie notti. Ti nascondevi nel nero dei tuoi capelli e riparavi le tue guance nella barba incolta di un giovane, la giacca di pelle nera che non si sbaglia mai.

Mi domandavo il perché tutto questo desiderio di conoscenze, e mi dicevo che tutti dovremmo passare almeno una notte in compagnia di un volto sconosciuto scelto tra i mille rivoltosi del dopo tramonto. E davanti a certi pensieri va a finire che mi spavento, che poi si invecchia e la fedeltà non è prerogativa dei cani. Un tradimento è una chiacchera? Così finivo appoggiato al bancone a incensare il più classico dei rituali: “Come mai qui?”, “E tu che fai?”, “Emigreremo tutti prima o poi.” E approfittavo degli stimoli per chiudermi al cesso a prendere respiro durante il piscio. Poi salutare, attraversare la strada, desiderare un incontro o il fascino quieto di quegli occhi grandi e un poco allungati. Delle tue scarpe leggere. Quell’abbronzatura svanirà presto e ti ritroverai anche tu un po’ più chiara e avrai ancora bisogno di farti guardare.

Foto: dalla rete.

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E passavamo il tempo a perdonarci

Correggevamo il tiro ricorrendo agli spliff, chiusi in case mai deserte e senza soldi per le consumazioni obbligatorie. Mi dicevi fottiamocene e andiamo a ballare, corromperemo i buttafuori negri raccontando della nostra migrazione e dei viaggi nell’Africa del nord. Tre o più birre nello zaino e segni rossi sulle spalle, marchiati dai vizi raggiungevamo il centro. Qualcuno ci lanciava addosso bottiglie vuote, ci piaceva il suono che fa il vetro quando si fa in pezzi e scappavamo dalle schegge correndo a più non posso. E sempre correndo, ricordo, tu rubasti la sciarpa a una bionda niente male e ti facevi rincorrere e ridevi e lei ti guardava, quanto eri bello con quella barba incolta e i capelli dispersi sul collo! Così ti ha avvicinato e ansimavate forte, tu esageravi, poi l’hai abbracciata, le hai detto balliamo e l’hai stretta sui fianchi. Ti aveva legato la sciarpa intorno alla fronte, voi così gipsy e giacche bianche intorno. E mi sedevo sugli argini e bevevo senza sentire il sapore: guardavo gli altri buttare discorsi a pelo dell’acqua e mi scoprivo interessato solo quando si parlava di me, di quelle stupide teorie sulla vita che si seminano in solitudine. Mi sorprendevi piangere e davo sempre la colpa alla congiuntivite. E mi dicevi io me la sposo e che ogni ballo è un matrimonio e una promessa di un istante chissà quanto vale. E passavamo il tempo a perdonarci, a dirci è normale, che siamo giovani noi per quanto ancora poi? E chiedevamo scusa per tutte quelle parole gettate come ami in deserti in notti insonni. Non pescavamo nulla se non diffidenze. Vuoi smetterla di stringermi? Vuoi mettermi al muro e costringermi a guardarmi allo specchio? E dimmi le ragioni dei miei inseguimenti e ridonami la possibilità della barba sfatta. Torneremo a danzare noi due, in parole e sguardi, e cercheremo la nudità per sentirci a casa.

Foto: dalla rete.

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E mi toccavi il cavallo

T’inciampavi spesso a pronunciare la parola “gorvernabilità” e all’entrata del Carroponte ci chiedevano una nuova ricetta contro il Berlusconismo.

Così m’invitavi a cena e io giocavo a nascondermi dietro al cucchiaino quando le parole si erano esaurite e i piatti sporchi già nel lavandino. Non ho mai pensato di baciarti, volevo soltanto una sigaretta per prendermi una pausa.

A fissare i tuoi occhi come se nascondessero qualcosa mentre ancora cercavo me stesso e iniziavo le frasi con l’io. E ti tenevi le mani sul seno per proteggere i tuoi discorsi assurdi sulla proprietà privata. Così ci perdevamo nell’idealità e non concedevamo lo spazio necessario alla noia. Le tue foto con gli animali domestici e i miei discorsi assurdi sull’arte dell’assenza in Exupery. E ti lamentavi del fatto che ho cominciato a postare disegni assurdi e carboncino. Della nostra estetica modaiola e del confronto tra i fianchi anni ottanta e quelli moderni. Della depilazione del pube dei ventenni.

Volevi leggermi i tarocchi e quando compravo l’Internazionale mi hai tirato in mezzo con l’oroscopo di Brezsny e le sue citazioni irragionevoli. Così c’è un mese per riposare e un altro per sperare, uno per seminare e un altro ancora per aspettare. E ti sorprendevi a chiedermi qual’è il mese giusto per scopare. Così ti guardavo e ti chiedevo una birra. Rispondevi no, ti fa male. Dicevo ottobre, dei dati Istat sulla nascita dei bambini, e contavamo nove mesi indietro, aspettiamo gennaio per guardarci nudi. Lo sai cosa mi manca? Dicevi tu: quei discorsi fatti al mattino del sabato, a stare nudi sul letto e ordinare una pizza, poi andare al cinema ancora assonnati. Mi leggi nel pensiero dicevo io. Quanto sei donna, dicevi tu. E così ti prendevo da dietro e ti chiudevo la bocca. Non hai il coraggio, continuavi tu. E mi mettevo a ridere, così ti toglievi i jeans e mi mostravi il cuore per dirmi lo sai che ti perdi? Viene settembre coi suoi maglioni e le correnti fredde del nord, dicevo io, riprenderò a indossare il cappello.  E ti sedevi sulle mie ginocchia, ci baciavamo le labbra, fumavamo molto, e mi toccavi il cavallo e mi sussurravi all’orecchio che noi siamo come i supereroi, che certi desideri li cacciamo alle spalle, che ci divertiamo troppo intorno alla tavola e che anche il letto sarebbe troppo. Vuoi dire che è colpa nostra? Che mettiamo la sicura al petto per non farci del male?

Foto: Lena Mirisola

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai

La barba lunga, curata.

Un vestito blu, una camicia bianca.

Slip Intimissimi con elastico largo e capelli incerati. Il sole basso di settembre e l’afa che accarezza l’erba.

Tutto intorno un vociare di saluti, una campana che suona scomposta e il ritmo in battere dei tacchi alti. A scambiarsi occhiate interessate e annegare invidie nel prosecco, nell’abbraccio profumato con l’amico che non vedi da tempo.

La lunga sfilata di un velo chiaro e la notte annunciata dall’abito dello sposo. A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai.

E brindisi e rintocchi in cristallo. Il pianto gioioso degli infanti e le ruote delle carrozzine a sfidare la ghiaia.

A perderci tovaglioli tra le dimensioni dei calici, il vino buono e il cibo curato.

Alberi di frutta decorati in fiaba. Di piccole fiamme al riparo di vetri leggeri. E parenti in processione per il saluto nuovo, i cori degli amici e la goliardia dei canti.

Così che una chiesa, un cinquecento d’affreschi e semplicità di forme si fa culla alla santa alleanza. Un prete che osserva, un uomo e una donna a promettersi amore e vita insieme. La fedeltà ad un anello e parole pronunciate a voce piena, sguardo presente e coscienza.

L’esplosione dei cuori e le cataratte aperte delle madri. Costruivamo argini per allontanare la morte mentre un violino regolava la velocità del sangue.

Che il bello si gusta nell’immediato e la coscienza arriva nel poi. Risalgono gli sguardi e si tracciano contorni per le foto ricordo che appenderemo in salotto.

E mi dicevi sono felice e appoggiato a un balcone ti guardavo come si osservano le albe. Che rinascevi in chiarore, gli occhi puliti e il movimento delle mani a tradire l’emozione.

E poi la festa, tovaglie bianche e sedie occupate. Piatti colorati di cibi e camerieri in corsa. Non manca nulla, mangiate e bevete, oh voi tutti. Così il jazz accompagna i discorsi e i nostri occhi sugli abiti delle vergini e le scollature delle madri. Qualcuno si apparta e il vino accelera lo schiudersi di fiori d’incontro. E poi che lavoro fai, io sono il fratello, il cugino, l’amico. E quanto ancora continueremo a darci del lei.

Un risotto e un cannellone. Il rosso e il perlato del nettare sulle camicie firmate, corriamo il rischio di sporcarci per esultare a notte fonda. E cacciar via le piccolezze dei nostri presenti e ritrovarsi a condividere la gioia grande di un due che si è fatto uno, lei balla e lui la guarda. I neon colorati e mongolfiere a risvegliare il cielo, a dire lo sai che c’è, dai guarda giù, facci ballare.

Così anche la pioggia avvicina le timidezze e si trova il coraggio dello sguardo alto, e gli occhi si mischiano e la notte cancella distanze. Ci abbracciamo forte con gli sconosciuti e ricamiamo frasi poetiche per donne di mezza età. La cantilene dei primi saluti e a tarda notte mischiare sudori e labbra che accarezzano guance e mani che stringono fianchi.

Mi hai scritto un messaggio breve e ho pensato fosse uno scherzo. Verrà il mattino e ti risponderò con calma. Ora il corpo si muove, la musica scandaglia il fondale dei desideri e sposta le sabbie del buon costume. Così esplodono le voglie e i sigari esultano tra le nostre labbra gonfie. Col soffitto che attende il fumo dei nostri cervelli. Ci hai mai pensato che ai matrimoni non ci sono libri? Che ci si legge in volto e non ci sono punti a capo, è tutto una virgola, un punto esclamativo.

E a notte fonda i letti esultano di piacere e risa. L’amore che scoperchia il bianco dei denti e colora in rosso le schiene. Il destino dei vestiti eleganti è il pavimento, il sudore. Che fine han fatto i tuoi slip sarebbe meglio non chiederlo. Sarà il risveglio a salvarci. Oh voi che parlate d’amore, sveglia, la campana suona e ancora rintocca, su, forza, correte a guardare, qui tutti a raccolta. Federe bianche, capelli arruffati e lenzuola sudate.

Il mattino nuovo e una doccia.

Lasciate tutto com’è, passerà il fotografo, scatteremo una foto e avremo una nuova copertina per il vostro album, l’io e il tu lasciamoli ai fidanzati. Ora è una stanza e una notte trascorsa. Il noi di un risveglio.

Foto: dalla rete

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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Te o il cane

Sono due settimane che non leggi i giornali. Me lo dici al telefono mentre ti chiedo ma tu come fai a non pensarci. All’Egitto e alle guerre dei nostri intestini. Così mi rispondi che hai già troppi gomitoli da sbrogliare, poi che ti devi truccare e che verranno a prenderti, ma faranno tardi, o farai tardi tu, non ha importanza.

E mi sussurri che tra i tuoi amici sono l’unico che arriva sempre in orario e che il mio atteggiamento ti costringe a confrontarti col tempo e con te. Così ti faccio il verso e ti dico pensa a prenderci meno sul serio dove saremmo adesso. Magari a Miami, mi dici tu. Di quando muovevamo l’ombelico ad Ibiza ed era soltanto un desiderio da diciottenni.

E poi mi chiedi che fine hanno fatto tutti i miei amici maschi. Così ti racconto che viaggiano in bicicletta per raggiungere il compleanno di un signore di anni novanta e poi se ne vanno a prendere il tetano Phnom Penh. E tra le montagne maturano i matrimoni, sul mare si affacciano i nuovi nati. E tutti quanti facciamo foto color seppia alle carrozzine che attraversano le strisce pedonali per strizzare l’occhio alle cartoline degli anni settanta, quelle che ci piacciono così tanto che non sappiamo più scriverci.

Quanto mi mancava la provincia italiana, ma nessun funerale per la chiusura dell’ultima libreria.

E gli intelligenti con la barba e le camicie in tinta unita lasciano i destini dello stivale nel fondo dei bicchieri di bianco. Le blogger appassionate dell’oriente che grondano rabbia e sfogano violenza in parola. Meglio sarebbe sollevare pesi in palestra o farsi sfondare da adolescenti curiosi.

Delle mie contraddizioni e di tutte le attese, d’estate dimentico il nome dei giorni e il mio letto è stufo di sopportarmi.

E per fortuna c’è il calcio mercato, con la vittoria della Supercoppa e il mercato degli esterni. Ci vuole qualcuno che corra e sappia offendere. Il fatto è che non ci insultiamo neanche più e prendiamo sonno troppo facilmente.

Sono due settimane che ho ripreso a guardare la televisione e già mi basta. Chiamami e dimmi prendi il treno e raggiungimi, qui non c’è nulla, avremo tempo per i discorsi, anche il mio cane chiede di te. Così mi torna in mente quel dubbio di sempre: ti bacio o prima accarezzo il cane?

Foto: Mael Baussand

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Quale cielo?

Proviamo a ribaltare il mondo e a camminare in cielo.

Quale cielo? Mi dici tu. L’azzurro intenso dell’aere montano, il celeste delle colline toscane o il glauco che accarezza il mare? E poi giorno o notte? Stelle o nubi? Cirri o cumuli? Siamo generici anche nei desideri e vorresti rivoltare il mondo con la funzione dell’Iphone che ti fa vedere tutto in negativo.

Io insisto col dirti che fare l’amore non è tutto, che bisogna saper tradire i silenzi senza un estro particolare e quando appoggio la testa tra le tue gambe magari è per chiederti casa e ristoro. I tuoi rosari sgranati al telefono con le amiche e quei problemi inutili del che penseranno di me. Hai aperto chissà quanti blog e tra password e tumblr non ci capisci più nulla.

E prendi aerei e mangi in troppi ristoranti e colmi gli occhi col bello e a sera avveleni serenità in debolezze. Poi scrivi sul quaderno che ti manca il coraggio dei piccoli passi e come a un due tre stella avanzi per poi scappare quando ti senti scoperta.

Che ne sarà un giorno delle tue magliette a righe, delle camicie firmate? Che ne sarà di questo seme che disperde il vento e impigliato alla rete chiede libertà.

Nelle prigioni del virtuale tutte le nostre immaginazioni.

E quando mi racconti dei tuoi sogni sei la prima a sorprenderti. Così ci tiriamo in mezzo in discorsi pro vegan, no vegan con l’ordine del mondo che fa il suo giro sull’autostrada Milano-Torino, sempre in ritardo per lavori in corso.

Mi dimostri che viviamo in un mondo fasullo, che dietro ogni cosa c’è una storia e un interesse e non hai voglia di raccontarmelo nei particolari. Ti dico perché non ci beviamo un caffè senza chiederci da dove viene e mi rispondi ok. Ma poi ci pensi e rimani immobile sulla soglia di casa. E ti urlo ti basta un passo, fallo. Senza paura, senza domande. Fallo.

Foto: Anna Aden

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