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Scomparire

L’ho fatta finita con le medicine, l’ho fatta finita da un po’. Tutto è natura e non è il caso di ricorrere alla chimica, alla sintesi senz’anima delle particelle.

Mi rigiravo nel letto, la canottiera bagnata dai sudori freddi. I peli delle gambe a far guerriglie al lenzuolo e nessuna voglia di aprire gli occhi. Coi polpastrelli disegnavo cerchietti su federe blu, appoggiare la testa al cuscino ti fa perdere coscienza dei contorni.

Sento bussare alla finestra, colpi leggeri ai quali mai prima d’ora avevo fatto caso. Provo a scollare le palpebre, ci riesco con sforzo. Una mosca, un’altra, una ancora: fuori dalla finestra a chiedermi il permesso d’entrare.

“Sono sceme le mosche.” Penso guardandone una che prova a sfondare l’angolo del vetro producendosi in un brusio discontinuo. “Fuori o dentro non cambia nulla, sai? Forse farà un po’ più caldo, forse, ma non c’è merda qui, niente da mangiare, siamo uomini progrediti e abbiamo inventato lo sciacquone.”

Lei non risponde e continua ad affannarsi. Le altre due si posano sul vetro per qualche secondo, poi riprendono il volo, si avvicinano, si allontanano, poi allungano senza sforzo le zampe posteriori e lisciano le alucce trasparenti. Decido di non aprire la finestra, il brusio scompare e la terza mosca giace supina, le zampe senza vita allungate verso il cielo. Noto il corpo peloso, gli occhi rossastri ed enormi in relazione al resto del corpo. “Non posso lasciarla là. Non è bello, la vedranno tutti. Io mi vergognerei a starmene morto in mezzo a una piazza. Non sono certo un dittatore e nemmeno lei lo è stata, troppo sciocca e testarda nel cercare una strada dove una strada non c’è.”

Apro la finestra, allungo la manica del maglione fino a ricoprirmi le dita e provo ad afferrarla, la lana rende i polpastrelli insensibili, non ho tatto e, quando credo di aver raccolto il corpicino nero, avvicino l’indice e il medio al pollice, scopro il fallimento: l’insetto è sempre nella stessa posizione e tra le mie dita soltanto tessuto. Provo più volte, prima con attenzione, poi con foga. Con l’altra mano allontano le altre due mosche, mi ero dimenticato del loro desiderio di entrare, ora sono felici e si rincorrono in danze intorno alla mia testa. Una volta, una ancora, pollice, indice, medio e lavoro di polso. L’insetto rimane dov’è, senza vita. Non mi sono accorto ma credo di averlo ferito. Si può chiamare ferito un già morto? Il maglione è sporco di un liquido giallastro.

“Perdonami, non sono così bravo quando si tratta di seppellire qualcuno. Potreste farlo voi.” Dico agli altri due mostrini. Quelli non rispondono, si posano una sopra l’altra e i corpi pulsano. Allungo le dita nude e prendo la mosca per una zampa, la poso sul palmo della mano e la guardo:

“Certo che sei brutta.”

“Ti credi bello, tu?”

“Sono più bello di te, non credi?”

“Sono una mosca, credi che possa pensare a un uomo in termini estetici?”

“Io sono un uomo e credo tu sia brutta, uno degli animali più brutti.”

“Voi uomini ragionate così.”

“Tu sei morta, perché puoi parlare?”

“Noi animali parliamo da morti.”

“Non l’avevo mai pensato possibile. E’ innaturale.”

“Chi ti ha insegnato cosa è naturale e cosa no?”

“Beh, è sempre stato così.”

“Parliamo dopo aver vissuto, prima non serve a nulla. Ed anche ora, ti confesso, non ha senso per me dire niente, voglio finire nella dimenticanza, ancora pochi minuti e scomparirò.”

“Scomparirai?”

“Hai mai visto una mosca morta sulla strada? Noi scompariamo, siamo così piccole che non abbiamo il tempo per decomporci. Voi uomini, invece, voi tenete così tanto alla vita e pensate tutto il giorno alla terra e a quella che chiamate bellezza, per questo ci mettete così tanto a scomparire, e appesantite la terra.”

“Credi che è per questo che non possiamo volare?”

“C’è stato un tempo in cui voi uomini volavate, leggeri e senza pensieri e facevate a gara per chi volava più in alto, vicino al sole che tutto scalda, poi… non ho voglia di spiegarti tutto, devo prepararmi a scomparire.”

“Posso aiutarti?”

“No.”

Non sento più nessun brusio, guardo le altre due mosche uscire dalla finestra. Ritorno a guardare il palmo della mia mano destra, la mosca non c’è più. Soltanto un’ala, sola e trasparente. Mi avvicino alla finestra, porto la mano vicino alla bocca, apro le dita e soffio. L’ala scompare. Chiudo le mani a pugno e resto fermo con lo sguardo rivolto alla strada. Il mio riflesso sul vetro: “Non sono poi così male.”

Mi sistemo i capelli, senza pensarci mi lascio cadere sul letto. Alzo le braccia al cielo, alzo le gambe: “E’ una posizione così scomoda per morire.”.

Foto: dalla rete.

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Dietro queste mura

Sembra non esserci un altro muro dietro queste mura. Questo è importante. Significa che se oltrepasso la soglia non avrò altre mura intorno, soltanto spazio vuoto e libertà di passi.

Così ti chiedevo di portarmi a guardare l’orizzonte, ti fermavi a pensare e non dicevi nulla. Io ti seguivo e stavi sempre un passo avanti come chi si prende la responsabilità di un insegnamento.

Era notte, non avevo l’orologio e il tuo andare troppo svelto per prendere il cellulare dalla tasca. Tra gli ubriachi di Porta Venezia e le insegne illuminate anche la notte, il rumore dei tuoi passi come un metronomo su cui regolare il respiro. E ti guardavo le gambe e mi beavo delle tue imperfezioni. L’odore dei kebab arrosto e le lingue straniere. Mi prendevi la mano per invitarmi ad allungare il passo e superavamo i tralicci del tram giù in fondo a via Porpora. L’ultima corsa della metropolitana e gli sguardi a riposarsi sull’asfalto. Le borse tenute strette e il nostro slalom speciale tra gli ultimi avventori del buio.

Ti fermavi davanti a un muro grigio, accarezzavi lentamente la superficie irregolare del cemento e indugiavi sullo spray nero spruzzato da qualche adolescente; e senza voltarti dicevi noi siamo così, una scritta indistinta sotto il cielo grigio. Poi ti arrampicavi sul muro: i tuoi sforzi ostinati e i tuoi fallimenti ripetuti. Così ti offrivo le spalle, facevi forza sugli avambracci, spingevi con le gambe e raggiungevi la cima. Seduta con le gambe a penzoloni guardavi davanti a te le scritte luminose che annunciavano il ritardo dei treni. Per me fu semplice raggiungerti, l’esercizio di tutta la mia adolescenza: saltare le recinzioni per recuperare il pallone. Sei più importante di un SuperTele, ti dicevo, e un poco più pesante. Ti stringevo le mani e tu le ritiravi. Giocavo a fare dei riccioli coi miei capelli e guardavo nel vuoto anche io. Perché siamo qui? I treni la notte non passano e non abbiamo comprato nemmeno una birra per goderci la rappresentazione di questo vuoto. Una birra, mi facevi il verso, hai sempre bisogno di qualcosa da fare altrimenti ti annoi, sarà per questo che dici sempre che vuoi smettere di bere, di fumare, di scopare, per ridarti la possibilità del non fare nulla e cambiare la velocità dei tuoi presenti. Mi hai portato qui di corsa, ti dicevo io. Non potevo fare altrimenti, dicevi tu, lo spettacolo è già iniziato, tra poco pioverà e tutto diventerà evanescente. Quando piove scompaiono i significati è per questo che riflettiamo di più.

Mi giro per baciarti e non ci sei più, chissà dove sei. Non mi viene da piangere da giorni. Passa veloce un treno e lo spostamento d’aria mi fa perdere l’equilibrio. Cado all’indietro, il riflesso del mettere le mani davanti al volto. Soltanto qualche graffio e striature nere tra le dita. Cerco una panchina, la trovo, è verde, le assi di legno consumate e un tappeto di cicche di sigaretta.

Ti siedi di fianco a me, mi dici: non cercarmi, lo sai che io vivo lontana. Sei partita senza salutarmi, ti dico io. I saluti non servono a niente, mi dici tu, nessuno se li ricorda i saluti. Ho ancora il tuo libro, hai sottolineato delle pagine, l’ho scoperto soltanto sfogliandolo, ho deciso di leggerlo quando hai cominciato a mancarmi. Io sono qui, mi dici tu, ci sarò sempre.

Perché non ti fai abbracciare? Ti chiedo io.

Perché non sono di carne.

Ma riesco a vederti.

Io non esisto, lo sai.

Riesco a vederti.

Lo so.

Foto: Susan Meiselas.

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Intima come Homesick dei Kings of Convenience

Intima come Homesick dei Kings of Convenience stendevi le tue mutandine appena lavate. Coi piedi nudi e l’odore di ammorbidente, i tuoi capelli appena svegli e il caffè sul fuoco che non saliva mai. Ti stringevo da dietro con la leggerezza delle foglie che cadono, appoggiavi la testa al mio petto e sorridevi, dicevi mi esploderà il cuore prima o poi. E con l’accento che mischia il milanese al toscano improvvisavo l’aria di Papageno riletta in chiave pop, mi dicevi che oggi tutti ascoltano i Velvet Underground e dovremmo farlo anche noi.

Guardando dalla finestra il passeggio dei cani ti domandavo dei bar sul naviglio e dei fiocchi incastrati sulle testa della new generation con la risposta pronta e così tanta consapevolezza che se l’avessi io avrei già aperto una ditta di trasporti interstellari e vivrei viziato, forse vizioso, lontano da questa pioggia bianca e dai baccanali del venerdì sera.

Non sapevamo che fare e mischiavamo gli amari, uno lo offrivo io, quell’altro tu, non lo sopporto più l’alcool così zuccherato, ma qui annacquano i cocktail e di vini decenti manco a parlarne. Se ordini un porto ti danno quello del supermercato, ammesso che si siano ricordati di comprarlo. Siamo superficiali anche quando beviamo, mi dicevi, chisseneimporta, ti rispondevo io. E provavo a baciarti, dicevi: ricordati che siamo amici. Tutti gli amici si baciano, dicevo io. Sulle guance, continuavi tu. Io mi mettevo a ridere, tu mi chiedevi scusa, sei così ansiosa che hai paura di ogni confidenza. Così mi raccontavi che sdraiata sul letto in posa da Olympia avevi stretto forte gli occhi e desiderato un uomo che ti amasse con gentilezza e modi pacati, che ti attraversasse l’anima a furia di sguardi; forse si avvera, lo leggi Paolo Fox? Così ti smarcavi dal Brezsny internazionale, per essere interessanti bisogna concedersi qualche leggerezza.

Ci salutavamo con gli abbracci lunghi, te ne tornavi a casa in auto, io cercavo la novanta che non arriva mai e mi concedevo il lusso di un sigaro per affrontare le attese. Che arrivo sempre in anticipo è un particolare senza doppi sensi, nessuna solitudine immeritata, ma capacità di guardarmi intorno e pensieri fragili interrotti dagli arrivi degli altri. Prima degli smartphone e di whatsapp, prima di immaginare i suoi baci lunghi, la delizia delle sue spalle nude, poi ritrovarsi a casa a leggere Jonathan Safran Foer.

Foto: Dent May, dalla rete.

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Nessun letargo

Pensavo a quanti se n’è mangiati la vita e alle autobiografie dei cantanti. A quelle parole che ci hanno insegnato a portare a terra, irraggiungibili nella prosa giudicante, così vicine accompagnate dalla chitarra; e allora bellezza e gioia e gratitudine come un petto nudo sotto a un vestito di scena. Le paure sconfitte e ritrovarsi a urlare strofe incomprensibili agitando i capelli nell’aria, col sudore a colorarci le magliette, la birra e quei prati immensi sempre ubriachi.

Non me ne vogliate se sulle prime sono così schivo, se mi servo del vino per raggiungere le profondità e dedico troppa cura agli sguardi. Non preoccupatevi dell’invadenza; pensiamo ad essere lontani da ora, lontani da qui e lasciamo il giudizio ai critici che tutto interpretano tranne se stessi. Il secondo me o il paradigma saranno davvero necessari?

Sai, gli alberi non parlano e la frutta si lascia mangiare. Nessun bambino ti domanda che lavoro fai, magari ti chiede soltanto se sei innamorato.

La paura della depressione consumata in abbracci al cuscino, frigoriferi che si aprono e si chiudono e tutta quell’attenzione alle morti famose. L’immortalità delle canzoni e le parole che volano quando smettono di essere nostre. Se firmassi i miei pezzi con un nome inglese finiresti per tatuarteli sulle braccia o magari, e sarebbe fantastico, sul ventre e giù lungo i tuoi fianchi stretti, me l’hai detto tu. Vorrei fotografarti appena sveglia e senza trucco, chiamarti prima di dormire per parlarti dei pesci palla cresciuti in cattività e delle periferie della Thailandia. Girare il mondo è ridurre le distanze in coscienza.

Quando ti parlavo dei miei sogni di factory erano tutte velleità fuori dal tempo, come guardare le luci del Natale e rimpiangere le lucciole. E tra un caffè e una sigaretta, nei documentari che giro sulla carta alle tre del pomeriggio penso ai tempi in cui accendevo incensi per casa e lasciavo una candela sulla scrivania per riconciliarmi con l’altissimo e sentirne la presenza. Dei pensieri osceni davanti alle vetrine dei centri commerciali e dell’insopportabile accento cinese in fila alla posta. Le imperfezioni della mia pelle e poi le smagliature: tutta colpa di quest’adolescenza mai conclusa, delle spinte primordiali del mio ombelico e delle tue dichiarazioni di guerra alla mia indipendenza. Indosso il cappello per non disperdere i pensieri al vento, per dirti con Asia Argento che non ho freni, lo sai, io piscio verità e va a finire che ti spaventi o mi mordi la lingua. Non siamo volpi noi, mai così furbi da rifugiarci in letargo.

Foto: dalla rete.

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Mai come i fossili

Dormire in piedi lasciamolo ai cavalli. I tuoi pozzi di petrolio al posto degli occhi e i complimenti inespressi dei passanti. Adesso che l’ora è cambiata siamo tutti illegali, mi dici, e mentre camminiamo ti chiedo il perché la gente si raduna fuori dai locali soltanto per bere una birra, rispondi che la curiosità ci guida e lontano dai tavoli e appoggiati alle auto riusciamo a osservarci meglio.

Le file al bagno per conoscenze superficiali e attraversare la città di notte perché non hai voglia di pagare un tassista. Finisce che quando balliamo non ci prendiamo mai sul serio e finiamo per annoiarci, così scavalchiamo i ponti del Naviglio tra file di neri e odori lisergici, gradini a due a due e volti stanchi: le urla degli ubriachi, le risa sguaiate delle compagnie e le camminate imperfette delle liceali in tacco dodici. Non serve domandare un senso alla notte, troviamo risposte nel sogno o al mattino.

Mi piace appoggiare la tazza del caffè sulla tavola e guardare i colori, sentire il profumo, scaldare le dita al vapore e sorseggiare con lentezza. Chi si lamenta di Instagram e chi invece crede che sia un’occasione per rieducarci all’estetica. Tutto questo fiorire di designer e architetti: disegnare la moda o lo spazio è ritrovare il gusto dell’osservazione. A nulla servono i confronti, ma troviamo il coraggio di dire che esiste una cura che va al di là dell’a tu per tu, che abitare nel bello ci rende più belli, vestirsi con gusto e distinguere i sapori, fare dello spazio un motore esigente, non un riparo. Mi guardi, mi baci, mi dici che noia, mangiamo un gelato, un frappè, aspettiamo un tornado. E metto ordine tra le righe del tuo pigiama e ti mordo le orecchie, mi domandi perché non ho tatuaggi, io alzo le spalle, ti dico non so è difficile scegliere.

Che hai voglia di fare? Restiamo a letto, ti dico. Finiremo come i fossili, mi dici tu, ci troveranno qui, immobili e perfetti. Mettiti in posa, ti dico io, non serve a nulla, rispondi tu. Sei così magra che potrei contarti le costole; fallo, mi dici, e finisco per perdere il conto, teniamo le bocche aperte senza dirci nulla. Le tue dita dei piedi così separate non le ho viste mai, pochi secondi e poi ti trasformi in koala. Penso che siamo imperfetti, non te lo dico, non serve a niente. Ti accarezzo la schiena e finiamo per scioglierci, le bocche chiuse, tu che guardi da un lato, io che guardo dall’altro. Esistono minuti dove non sei futuro e nemmeno passato, così presenti che non serve pensare. Quegli attimi dopo il sublime che non puoi descrivere, impossibile è il dire. Rimane l’odore, il lenzuolo, il calore. Rimane un’assenza di contatto che è vicinanza, non la sai spiegare, nemmeno io, finché troviamo il coraggio di uno sguardo e mi lancio in boccacce solo per farti ridere.

Foto: Nan Goldin.

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Scivoli

Invece di stare qui a chiederci in quale giorno della settimana appariamo più belli, saltare la cena del venerdì per essere pronti alle luci al neon e ai caratteri mutevoli del Plastic, tu mi hai costretto ad appoggiare le borse della spesa sul tavolo, a prendere l’ascensore e schiacciare il numero più alto: prossimi al tetto, prossimi al cielo.

Tra le antenne storte e i nidi delle cornacchie allungavi le dita sulla mia schiena per disegnarmi chissà quali costellazioni. Siamo costretti a immaginarci le galassie, dicevi, c’è troppa luce e le stelle sono come le talpe, scavano tane e si negano allo sguardo.

Le mie parole al miele e le tue espressioni di disgusto. Qualcuno suona una chitarra e ci sono treni che viaggiano di notte senza passeggeri. Chissà dove vanno mi dici tu. Chissà poi se è importante, ti dico io.

Mentre fotografavi i primi pianti del giorno ti chiedevo dai insegnami, mi dicevi: certe cose si imparano solo se le vuoi imparare, credo che tu non voglia davvero, ti piacerebbe, come a me piacerebbe essere al mare. E avevi ragione e sapevi come convincermi, sai, quando mi parli usi quella voce che hai solo tu, mai giudicante, ma rigorosa, quasi infantile. E se ti dico vorrei avere vent’anni, mi rispondi è tardi, avresti potuto imparare a suonare uno strumento e io avrei potuto amarti sentendoti suonare e parlare di meno, è la parola quella che ti frega, lo sai? E a furia di condizionali siamo arrivati alla pena più grande, quella del voltarci indietro e rimpiangere il passato.

Ci guardavamo negli occhi e i tuoi brillavano, i miei invece no. Che palle la malinconia, dicevi tu. Così ti mordevo le labbra e prendevi a pugni le mie spalle, dicevi: smettila, non è gentile. Le gentilezza è un’invenzione degli uomini. Non è vero, m’incalzavi tu, l’hai mai vista la rugiada posarsi sull’erba? No, dicevo io e cominciavo a parlarti delle mie infanzie, mi interrompevi, dicevi: guarda la mia schiena, come la trovi? Liscia, rispondevo io. Soltanto? Dicevi tu e ti piegavi un poco, mostravi le costole. Bella, continuavo io. Soltanto? Dicevi tu, lasciavi cadere il vestito, riparavi il seno col palmo delle mani, poi lo stingevi e rimanevi in silenzio. Neanch’io parlavo, il vento invece accarezzava le antenne che vibravano un poco emettendo dei sibili. Perché tutto questo, dicevo io? Mi toglievi la maglietta, dicevi presto sarà giorno, fammi ballare. E mi davi le spalle, passavano i treni e i camion per le pulizia delle strade, tu mi mordevi le dita, io ti annusavo le spalle. Se chiudi gli occhi lo senti il mare? Non ci riesco, dicevo io, e mi veniva da ridere. E ti facevi orizzonte e poi scivolo, eravamo onde, poi navi, e porti, e montagne da scalare e legna da ardere, camino acceso, stelle cadenti, fuochi artificiali, e dimenticavamo la morte facendoci eterni.

Foto: Aldo Mondino, Nomade a Milano.

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Costruiremo case sugli alberi

Girare il cucchiaino e onde nere di caffè.

Mentre le maniglie delle finestre rimangono sempre lucide sfogliamo i quotidiani come se ogni volta la nostra opinione servisse a qualcosa.

Le sei del mattino e le giacche invernali, le pieghe delle lenzuola e le mutande che si sono ristrette.

C’è qualcosa dietro all’esibito che chiede di essere mostrato, farà paura, lo sai, chi ha troppi occhi è chiamato mostro.

Non serve una camomilla per stordirti mentre scrivo sul frigorifero che il mestiere non lo contemplo: moriremo poveri o ricchissimi, fatica o fortuna a faranno da bussole ai nostri risvegli.

Sai, questa notte ho sognato di venirti dentro: mi scopro così debole durante il sonno. Ci sono vestiti sparsi su tutta la terra e mi rimproveri con lo sguardo, la Pangea doveva essere il luogo più disordinato del mondo, ti dico io, e a quei tempi i vestiti neanche esistevano.

Non troverò mai una donna che mi affascini che non s’interessi di moda, ha a che fare col bello, mi dico io, è così normale. E che ne è dei tempi in cui viaggiavi con lo zaino in spalla e dormivi per terra? Te lo ricordi a Santiago: una sola camicia per venticinque giorni. Ricordo soltanto che ci fermavamo nei mercatini e contrattavamo i prezzi, ci provavamo tuniche improbabili e i colori vivaci del Sudamerica, cercavamo stile anche là, soltanto che ci adattavamo al contesto. Sarà, mi dici tu e poi alzi le spalle. Ti cade una spallina e ti aiuto a raccoglierla, stai così bene con le spalle scoperte che dovrei farti una statua. Non sei capace, mi dici tu ed hai ragione.

C’è stato un tempo in cui ricopiavo le copertine dei libri più belli aiutandomi coi vetri che suggeriscono i contorni, poi ci aggiungevo qualche frase a effetto, coloravo qua e là coi pennarelli, scattavo una foto e ti mandavo il tutto via email. Non mi hai mai risposto, chissà cosa pensavi.

Ci tengo a dirti che sono alto ancora un metro e settantotto centimetri, che non sarà poi tanto, ma proprio poco non è, che te ne fai delle pertiche, non devi mica saltare con l’asta. E se poi vuoi arrivare a prendere il fico maturo ti porterò sulle spalle o costruiremo case sugli alberi appena nati, sarà semplice, vedrai, e nel giro di qualche decennio avremo case sparse in tutte le campagne e mangeremo frutta tutti i giorni. Non c’è proprietà privata nel cielo.

Foto: dalla rete.

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Come i marosi

Di chi ha dita così rovinate che sembra lavori nei campi o al bancone di un bar, che costruisca case e autostrade, invece no, è l’attesa che divora la carne e lacera i tessuti.

Così una goccia di sangue non è il passaggio all’età adulta, ma il girare intorno a se stessi che fa perdere la testa ed esplodere il cuore.

Hai voglia a prendere esempio dalle vite degli altri, non potrai vivere a lungo sull’è stato detto, andrà a finire che troverai uno specchio e ti chiederai ancora chi sei.

Mi dici che sono così noioso, che servirebbe uno shock di quelli forti che mi faccia dimenticare tutte le domande e mi trasformi in animale che non giudica gli istinti, ma li asseconda. Così se ti avvicino al muro, ti annuso i capelli, ti faccio girare e ti penetro da dietro dovrei dimenticarmi l’estetica, quella viene prima, ora è tempo di concentrarsi nell’estasi. Invece mi lancio in riflessioni come si fa col marmo liscio dei Rodin. E comincio a dirti che i quadri andrebbero trafugati alle fondazioni ed esposti alle pareti di case qualsiasi, mi guardi le spalle e mi chiedi: chi li ha inventati i musei? Così proviamo ancora a farci armonia, il mio ventre s’infrange contro al tuo come fanno i marosi. Tu sbrigli la lingua e citi l’espressionismo grottesco, io e le mie valvole in sussulto, poi il fischio lungo per tornare al porto.

Manca la musica, mi dici tu. Non la senti, rispondo io. Le parole rimbalzano tra i denti e melodie sul palato, che te ne fai dell’elettronica?

Faresti meglio a tradirti -mi lanci la maglietta, ti sistemi i capelli-, a prenderti meno sul serio. Io rido e stringo il cuscino, come i daini salto sul materasso, distendo le braccia, i palmi rivolti al cielo: dovrebbe piovere, le senti le prime gocce, vieni più vicina, salta anche tu, facciamoci branco. Ci pensi un poco, prendi la rincorsa e mi raggiungi, così a tuo agio nel nudo, così vicina che sembra Titanic, ti metti a ridere, certo che sei banale, sussurri. La senti la pioggia, una goccia, un’altra e una ancora, chiudi gli occhi, lascia che piova e poi fatti stringere, ti asciugherò i capelli più tardi, ora lasciati andare, finiremo per piangere o urlare noi che ancora sappiamo immaginare.

Foto: dalla rete.

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Da quando ci sono cresciute le gambe

Lo sai, bisogna mettersi in situazioni di non ritorno, mi scrivevi. Così prendevo la forma dei camaleonti e cambiavo ogni volta vita a seconda dei colori del cielo: il bianco di Parigi, i cirri delle montagne, l’azzurro di Roma, il blu dei mari poi il grigio di Milano. La pelle, invece, rimaneva sempre la stessa, non siamo fatti per strisciare come i serpenti, dicevi tu, da quando ci sono cresciute le gambe non fai altro che correre, perché non ti siedi e mi guardi negli occhi?

Esistono dimensioni parallele fatte di mensole e specchi e di capelli sporchi al risveglio, conversazioni che di notte hanno un senso e di giorno spaventano.

Ora guardo il colore del mio piumone, mi chiedo se ogni volta che scelgo lo faccio in maniera pensata oppure mi accontento.

Tendiamo ad accumulare il più possibile: ho le borse dell’immondizia colme e non mi decido a buttare nulla. Il vuoto regala sollievi e invita all’ordine: pensa ai piatti giapponesi e alla disposizione del sushi.

Quando parlavamo dei colori della tua auto veniva fuori la banalità del grigio, la mia vespa color panna e tutti i caffè che ci beviamo al mattino. E trattavamo la quotidianità come un ostacolo, ma senza paletti non esistono le gare di sci, mi dicevi tu, e cosa c’entra ti dicevo io? Così riuscivi a spiegarmi che anche quando la vita è discesa bisogna far forza sulle gambe e puntare le bacchette, girare il busto e fare il solletico ai pali, che altrimenti si prende troppa velocità e va a finire che si dimentica il traguardo perché è impossibile fermarsi.

Staresti bene con la tuta da sci, dovremmo prenderci meno sul serio, come quando hai troppo freddo e indossi tre paia di calze e riesci ad essere femminile anche solo bevendo il tuo tè. Io invece non riesco a darmi tregua e salto da un divano all’altro, da un tavolo all’altro e cerco discorsi originali soltanto perché il limite è qualcosa che ancora mi spaventa.

Pensare alla vita come a una mongolfiera e guardare tutto dall’alto regala paesaggi magnifici, ma fa perdere il contatto con la terra.

Ci pensi mai che dovremmo voler bene anche ai sassi? Viviamo in città mi dici tu. Non per sempre rispondo io, guardo la mappa e mi dico che è ora di una nuova partenza. Hai rifatto il letto? Mi chiedi. Non ancora, rispondo io. Prima di partire lascia tutto in ordine, continui tu. Non importa a nessuno, ti dico io. Dovrebbe importare a te, dici tu, e non credere che se un giorno ci incontreremo non me ne accorgerò.

Foto: Alecsandra Dragoi.

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Con lo stradario in tasca

Ci nascondevamo tra i nomi di fantasia per non farci riconoscere. C’erano poi giorni in cui dimenticavamo la nostra identità e desideravamo soltanto scomparire sotto ai piumoni per fare buio su tutta la terra.

Che me ne importa delle grandi piogge, dicevi tu, ti ricordi quando in Eritrea partivamo col sole, poi una goccia e un’altra ancora si riempivano i fiumi e non c’erano argini. Lasciavamo le nostre quattro ruote motrici al riparo degli alberi e trascorrevamo la notte nel villaggio più vicino. Quando ti fai viaggio l’unica casa sei tu e impari la pazienza, l’attesa e la barba bianca della natura che non riesci mai a contraddire.

Così ieri notte in via dei Transiti tra i negozi aperti ventiquattro ore e i kebab a un euro e cinquanta ho avuto una visione: tutto il planisfero e le vite degli altri, io non ho mai visto il Canada, eppure esiste, dicono. Il mondo è un continuo fidarsi.

Non sentirti in colpa quando ti domandano se ci pensi mai a quante bombe cadono in questo momento e quanti prati si colorano di nero, quanti alberi non fioriranno più. Lo sterminio delle formiche e sassi per bloccare le vie di fuga. C’è chi ha la mente così vasta da contenere tutti i problemi del mondo e chi invece è fatto per le relazioni a due, chi si accorge dei tuoi stati d’animo e ti sta vicino soltanto con la presenza. E non dimenticarti di togliere il reggiseno, ci hanno insegnato le Femen, eppure io te lo chiedo sempre e tu mi dai del testardo.

Così non fidarti di chi ti dice che la musica è finita negli anni ottanta, il fondatore del Manumission di Ibiza ora ha tre figli, chi lavora di notte spesso di giorno ha una vita equilibrata.

E non ascoltare chi, come me, si perde in sentenze o rimpiange la giovinezza. Nelle manifestazioni di piazza abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce, dicevo io, finché ti ho incontrato e mi hai detto: sei in ritardo. Non sapevo tu mi aspettassi, ho detto io, non ci conosciamo. Eppure ti stavo aspettando, hai detto tu.

A chi disprezza i libri di Fabio Volo dovrebbero far vivere vite senza emozioni artificiali. Io per esempio ce l’ho con Pamuk che mi frantuma le palle, solo che se lui scrive di casa sua è un genio, se lo scrivo io sono un presuntuoso. E caro Foster Wallace, tu mi hai insegnato che non importa finire di leggere un libro, con te è quasi impossibile, lo sai, ci sono parole fatte per gli istanti.

Portare a termine tutto quel che hai cominciato a volte è rischioso. Ogni strada ha il suo andare, e se si riempiono i fiumi, cambiamo rotta, dormiamo in tenda.

Foto: Ben Ong.

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