Archivi categoria: Poesia

E poi tu dove sei?

E soffiare negli angoli, rivoltare le maniche alla città intera, ai vicoli di Brera e poi via Torino e i negozi indie i calzoni stretti le chiome rosse. Vorrei incontrarti tra cento secondi e dammi il tempo di prepararmi di spostarmi i capelli dal viso per guardarti meglio per mangiarti meglio che occhi grandi che hai e il numero di telefono il telefono ho detto solo per volontà di possesso. Non sopportavo l’idea di non poterti trovare quando volevo io per tutti i desideri che ci siamo tenuti in tasca al posto dei condom. E ancora soffio che sotto la polvere ci sono i tesori i ricordi di quel poco che ci siamo detti. Coi tram che ci fanno lo scalpo le ruote delle bici a terra l’umore in cielo che siamo bipolari dicevi che siamo saltuari come i lavori che ci siamo presi la partita iva che non apriremo mai e tu dove vai cosa fai me la dai? La parola dicevo quella mi basta quella mi sazia come la pasta in bianco il mezzogiorno col fuoco acceso per i caffè che beviamo la notte per tenerci svegli per i nostri progetti diurni. E per le tue sparizioni ho guardato Harry Potter per capire come fai e poi perché. La bacchetta magica la teniamo tra le gambe la scopa per i nostri voli notturni che è tutta colpa degli ormoni, ricordi? E con Battiato balliamo i circoli i girotondi tra sesso e castità tra pub e povertà dovresti vedere Asia Argento dovresti prendere esempio. La nostalgia per l’età di Pietro Germi dei telefoni a cavo dei vestiti la domenica a messa gli sguardi che dovevamo inventarci e gli amici che dovrei presentarti. Con l’ansia che mi prende la notte il cellulare: mi hai scritto mi pensi? Non sogno più lo sai e a niente servono le pagine gialle quando le abbiamo impilate una sopra l’altra le voglie che proiettiamo sugli oggetti che ci facciamo comodini l’elenco telefonico dell’umanità che non dorme mai che se mi sveglio e ti trovo al mio fianco ti rimbocco le guance e poi ti sussurro ti faccio contare le pecorelle smarrite dei nostri incontri mancati. Che tanto mi sveglio e poi tu dove sei?

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E quando parti inviti tutti a venire a trovarti

E poi quando parti inviti tutti a venire a trovarti. Che senso ha il tuo andare e il tuo partire quando poi non hai voglia di vedere nessuno. Vorrei che mi scrivessi lettere vorrei rileggerle più volte vorrei trovarci sempre qualcosa di nuovo. Però tu non scrivi e metti cornici all’esistenza scolpendo istanti e luce lasciando il colore nei suoi contorni o sbavando come un cane affettuoso. Il mio pelo giovane il tuo cane dolce dovremmo andare al parco e farli giocare a rincorrersi annusarsi le code e conquistare il mondo a torrenti di piscio. Dimmelo tu come il vento ci disperde quando la notte ci scopre dove non siamo. I colloqui procedono a stento quanta fatica si fa a ricacciarsi in bocca la fatica che abbiamo fatto per essere noi e poi aprire il frigorifero e richiuderlo la cantilena dei nostri avanzi le nostre bocche di quando volevamo mangiarci e galeotto il libro e chi lo scrisse che vorrei appenderlo sulla porta il vischio per i tuoi baci dal verso libero. Per gli incipit le prime pagine dei libri che teniamo sotto al cuscino. Le ninna nanna di Nymann il ritmo lento di Arvo Part. Non ci siamo ancora sfiorati e ho già paura che tu sfiorisca come i fiori che ho comprato la prima volta, li avevo presi per me per la mia casa nuova per la mia vista stanca. Strane creature che non puoi accarezzare perché appassiscono in fretta. L’odore incastrato nelle narici e le mani in tasca. Meglio sarebbe sdraiarsi in un prato e che l’erba si pieghi prenda la forma dei nostri corpi. Saremo sagome nella terra saremo appunti saremo guerra. E così ci incontreremo e non cercheremo isole o deserti saremo antenne e città fuori le mura fuori i contorni e fuori tutti e fuori tutti per le rivoluzioni di piazza le manifestazioni delle nostre piccolezze. Che ci siamo rivoltati dentro come i serpenti che tanto ti fanno paura non c’è premura che non c’è fretta che se disegni un boa ti dirò che è un cappello e farai tenda dei tuoi capelli neri, sorriderai e lo farai in francese e chissà poi che capirò.

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Amici

E tu sei là tra le maglie dei Blancos. I pettirossi che non volano a stormi ci lasciano a bocca aperta per quel che resta della nostra gioventù coi party organizzati per farci incontrare per farci dimenticare. Dovremmo far spazio ai balconi per far entrare il giorno. Le nostre case la vita notturna dei nostri computer che sanno di mela. E hai voglia a spingere il pensiero più in là trovarci il desiderio di contatto le mani la pelle il respiro e poi cos’è il futuro ci diciamo davanti alle telecamere buie e dell’oggi dovremmo godere e brindare quel carpe diem fuori moda e i bagni notturni i nostri materassi ad acqua per non andare a fondo. Le debolezze dei nostri piedi scalzi. E te li ricordi i neon le stelle spente in motorino a prendere a calci i semafori che pesavamo troppo e non c’era benzina e Vasco Brondi urlava sempre più forte il dolori del giovane Werther il mio fratello buono l’amico caro e il chitarrista mano veloce questa città che ci vomita addosso le biciclette verdi nei giardini di piazza Vetra i pensionati i passeggini coi topi del Naviglio che conquisteranno la city. Lo sai che un tempo ci si suonava il punk, lo sai che un tempo ci si suonava il Jazz? Ho incontrato una ragazza una sera che gioia che strana non te ne ho parlato che ci teniamo nascoste le cose belle e forse è per questo che ci chiamiamo amici. Dovrei guardarti in viso per sapere come stai tra i nostri yo i nostri yeah tantarobatop e i pensieri che vorremmo lanciarci addosso. Dovrebbero costruirci dei ponti mobili per perdere l’equilibrio e poi arrivare alla fine l’altra sponda un mondo nuovo le canzoni che non ti ho mai scritto la tua chitarra nuova spaccadibrutto. Per non pensare alle cose brutte cominceremo a vomitare conigli bianchi come i settantenni dell’ospedale di fronte. E salteremo a piè pari il dolore apriranno palestre solo per noi per i nostri muscoli vuoti e ci troveremo scritte coi pennarelli parole come faith and love per farci ridere i nostri sogni da adolescenti affogati di birra bionda. E prenderei mille aerei e perderei mille treni ma le parole corrono più veloci. Che siamo come i pettirossi uguali ai fringuelli nel volo ma sappiamo posarci la rarità dei nostri incontri che devi prenderti tempo che devi guardarci il cuore che devi guardarci il petto e poi dirci come ti chiami tu.

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Ti ho sognata ti ho detto e tu non ci hai creduto

Eravamo al Sacre Coeur e imbarcavamo acqua dappertutto. Non avevamo remi e la respirazione bocca a bocca poi non serve che le coste libiche non ci hanno insegnato niente che detestavi la vita dicevi che quando affoghi poi vuoi risalire. Dovevamo aspettare la piena per accorgerci degli argini stretti dei nostri corpi e cambieremo batterie agli orologi per allungare il tempo. Ti ho sognata ti ho detto e tu non ci hai creduto. Mi portavo addosso i monsoni della festa al paese l’odore di fritto i vestiti e la farina tra i capelli tra gli occhi i segni delle tue mancanze la congiuntivite è soltanto un’infiammazione. Per le tue analogiche e gli obiettivi militari tutti i nostri reportage sulla vita le performance teatrali sulle piazze e i teli trasparenti per non lasciare tracce. Dovremmo sporcare le strade che se tutto è pulito niente è successo. E ti cantavo il dialetto del nord e tu sbuffavi le tue maniere alla parigina immaginavo mentre un regista horror parlava di Rohmer della presunzione elitaria dei cahiers du cinema. E poi mi ricordo di averti scritto dappertutto come sotto ai vulcani con la polvere da sparo tra i capelli prenderemo fuoco a furia d’esporci. E vorrei essere tra i vicoli di Genova le lavandaie sul Naviglio e su quel balcone di Brera per le mie serenate il ritmo tantrico delle sillabe le scie dei tram. E chissà poi tu dove sei se hai preso il largo se ti sei imbarcata sulla Nina per scoprire un’altra America. Che poi una volta non basta è solo una goccia nell’acqua che se ti specchi l’immagine poi comincia a tremare. E allora aspetto, aspetto ancora che le candele ci sono e la notte rimane fuori e la facciamo bussare.

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Neige

E poi c’è la notte che ti porta dove non vorresti, lo spillo della debolezza per i nostri talloni invincibili di Achille e delle battaglie per la gloria e delle cariche dei mulini a vento. Del Chischotte ai concerti di Guccini con le labbra rosse di vino e tutte quelle volte che avrei voluto prenderti da dietro le tue natiche acerbe e poi dirti quei ti voglio bene lunghi tutta la notte. Avremmo potuto sederci sui gradini del palasport e asciugarci il sudore a parole i grappoli d’uva delle nostre considerazioni generiche che ti avrebbe fatto bene un anno a Londra che senza inglese non si va da nessuna parte ormai degli anni zero e dei nostri guai. E un motorino non serve a niente che i vetri delle birre vuote non finiscono più sotto ai sedili. Perché non hai la macchine mi hai chiesto e io con la solita litania del non me ne faccio niente che l’auto a Milano è un investimento quando avremmo potuto rifare le fodere ai sedili di dietro e controllare le sospensioni il movimento atavico delle onde i nostri aliti imperfetti. E poi io divago lo sai tra le tue soste, le storie di vita dei barman stanchi e i tuoi slanci affettuosi per la diversità. Hanno giocato al vodoo con la mia bambola di pezza stanotte ho bevuto abbastanza per raggiungerti e tu non c’eri e il numero civico era sempre quello col bar tabacchi di fianco e il vociare annoiato degli indie metropolitani. Tu sei un designer tu sei un container che se scaricassi quello che mi porto addosso dovresti affittare le gru dell’expo che sono pronte per gli investimenti i bastimenti carichi carichi di niente. Piazza Moscova il venerdì sera sembra il solarium delle lucertole le camicie aperte per accogliere la notte i vestiti firmati i pennarelli scarichi che non potevo scriverti nulla i miei scontrini in crisi non superano il pollice e poi ti ho detto che strano nome che strana vita le fotografie di Chaplin restano mute, lo sai? E leggerti le mie parole all’aria aperta sotto i balconi la pioggia bianca del satellite i quarantenni agli sgoccioli. Mi hai detto Neve e sono rimasto immobile per i ghiaccioli blu che non ti ho mai comprato per le parole che non ci siamo soffiati addosso. Che quando è freddo scolpiamo il cielo coi nostri aliti e dirigiamo gli aerei qualcuno mi ama qualcuno mi pensa le scie lunghe dei nostri intestini e i minuti spesi a cercare il tuo nome. Che alle volte basta un francesismo è solo autunno ma nevica forte.

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Come gli uccelli

E come gli uccelli salire al settimo piano per trovare orizzonti gli slanci dei nostri telefonini ultramoderni le foto in bianco e nero la nostalgia dei dandy per rifare le labbra ai bicchieri per tirare indietro coperte alla notte scoperchiare le cupole i chewin gum di labbra ignoranti i rossetti rossi sulla tomba di Wilde e quelle citazioni da prima volta. Che vorrei sedermi e trovare silenzio e riposo che dovrebbero aprire le chiese la notte e tra le panche tornerebbero a cantare i poeti. Altro che bar altro che pub. E’ una questione di qualità gli adolescenti bevono vino per invecchiarsi per le gambe instabili i tavoli delle carte mai giocate il coraggio infrasettimanale la Champion’s League.  Guardare più in là dei grattacieli le tue trottole lanciate sullo stivale. La posta vuota questa abitudine fuori moda che la parola è sempre di troppo come le tasche dei jeans aderenti. Scoperchieranno i navigli e usciranno i tuoi sogni le canzoni inascoltabili delle tue docce notturne. Tutte le strade davanti e prenderne soltanto una le auto a noleggio e la vernice bianca le linee continue per non sorpassare. Che non sappiamo prenderci la responsabilità di qualche riga che possiamo dircelo che non serve a niente non ci interessa non siamo niente. Come quando cadevano a terra gli M&M’s e ci soffiavi sopra e li mangiavi lo stesso. La tua lingua dai mille colori. E che importanza ha se ci siamo sporcati se ci siamo abbandonati. Sono tornato a prenderti e hai lo stesso sguardo solo un po’ più triste. E io ti ho detto di guardarti dentro alla fine dell’arcobaleno della tua lingua colorata che gli M&M’s serviranno a qualcosa il pentolone dei tuoi desideri le monete di cioccolato. E prenderemo il largo prima o poi. Ma eravamo uccelli e dovevamo vedere il mare per distinguere il cielo.

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E poi non hai risposto e l’avevano detto in tv

A Milano il caldo è umido.
Sudo di notte.
Sudo di giorno. In pratica sudo sempre ed è una noia.
Presto arriverà l’autunno e marciranno le foglie sotto ai piedi. E tutto odorerà di miele come le case piccole che ospitano gatti. E tapperemo i buchi alle scarpe.
Poi pioverà e io continuerò a lasciare ombrelli improbabili in giro per la città.
E quando sarà freddo aprirò le finestre per guardare i passanti che affrettano il piede e cercano riparo nelle calze bagnate appese ai caloriferi.
Intanto la Juventus ha vinto la prima di campionato e ci siamo tutti montati un’altra testa sul collo.

E poi ci sei tu al di là del Tevere.
Un po’ stronza come i parigini che se li conosci poi capisci che sono consapevoli e belli. E non sono mica stronzi per davvero.
L’isola Tiberina non assomiglia per niente all’ Ile de san Louis. Claudia Cardinale saluta dalle finestre e spalmare patè è un passatempo per gli studenti fuorisede.
E poi io non lo so cosa mi piace di Parigi, tutte le città dovrebbero avere un fiume che le attraversa. I fiumi regalano orizzonti, lo sai? La vera domanda è cosa ce ne facciamo poi degli orizzonti? Credo riposino la vista e chetino l’ansia.

E gruppi di ragazzi nelle stive dei barconi ormeggiati sulla Senna, lo stretching per le capriole e l’arte di strada. Le canzoni improvvisate sul canal san Martin chissà mai se i francesi canteranno Battisti? Le bionde trecce tu non le avrai mai. Le guance rosse sì.
E continuo a perdere i treni, le metro fanno ritardo e a Milano è ormeggiato il mio motorino.
Che non lavoro più al bar te lo ricordi?

E intanto in finale al premio Tondelli ci sono testi che chiamarli inediti sarebbe un’eresia. E allora che fine faremo noi che abbiamo ancora la lingua?
E questo non è un pezzo per il mio blog.

Esiste una scrittura piatta come le tastiere dei computer. Ci ho rovesciato sopra una birra belga e ora appiccica come la resina dei tronchi e non scrive più crea solo spazi per il pensiero debole.
Che senza computer si pensa meglio e si prende sonno prima.

E chissà tu come stai. Le tue serie televisive. Le riviste sesso e cervello. Che fine abbiamo fatto noi?
Verranno a cercarci e ci troveranno nell’erba alta. E agli attacchi dell’alcool replicherò coi versi. E poi verranno i falò e i contadini saluteranno l’inverno. La metro a Milano chiude alle sei e i week end saranno infiniti.

E poi taglierò la barba prima o poi che senza barba divento vulnerabile.

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Corriamo soli

Lui e lei e poi che senso ha? L’ultima sigaretta mi hai detto e poi ti sei spenta. Ci hanno lasciato nel bosco l’erba che ci cresceva intorno l’economia delle terre bianche e il disarmo dei nostri pensieri nucleari. Quando mi hai detto che oltre le nuvole c’è il blu io ho sputato per terra tu hai fatto fango e te lo sei messo sugli occhi. Non sono più cieca non sono più bella. E poi contro al muro gli sguardi delle volanti quel grazie ci ha allontanati come fratelli cresciuti in fretta. Con le tue mani troppo piccole per i barrè. E hai voglia a suonarmi Piaf tra i giradischi abbiamo finito i bicchieri in dispensa. E siamo alle griglie siamo ai fornelli le feste di paese per la riscoperta degli affetti di sempre che hai voglia ad andare lontano la casa natale la luna i falò. Quelle americhe ci soffiano dentro come gli alisei che qui è troppo caldo che qui è troppo freddo. E’ arrivato l’autunno stanotte e vorrei scriverti di come ci si sente tra le lenzuola, dei primi freddi e degli starnuti dei vicini di casa, ma te ne accorgi da sola. Per i miei intestini pigri i peli di barba nel lavandino la polvere bianca sul pavimento lo stendibiancheria in salotto e questa luce che brucia le palpebre questo ti ho detto questa è poesia. No ai tuoi quaderni e no alle citazioni dei film agli autoscatti venuti male ai film senza spari che non sei più cieca che poi lo sai come la penso che anche i Pearl Jam hanno dato tutto e poi mi parli dei Radiohead dei loro progetti per il futuro e i nostri contratti a tempo e il teatro occupato e Roma che saranno mesi che non serve più che passa il tempo e le band invecchiano corriamo soli e diamo retta al respiro che mica mente quello mica li prende gli applausi. Che l’hai visto mai un respiro?

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Acqua e palafitta

Gli occhi bagnati dai nostri risvegli i ponteggi interminabili e le canotte bianche dei muratori gettate in mucchi che siamo kway e tutto ci rimbalza addosso. C’hanno sollevato le case a colpi di crick i nostri materassi vuoti e hai voglia arrivare alla fine del mese e non dormire mai non fare tardi più a rincorrere il manzo al quaranta per cento dovremo correggere le nostre fatture come l’un per cento dello stivale. E tu mi dici che dovrei lasciar perdere che sono pensieri inutili i miei che tu sì che hai vent’anni che mettevi gli occhiali a oceano prima di tutti e gli adolescenti coi loro muscoli gonfi i complimenti delle casalinghe ed i registi magri gli stuzzicadenti per pulirmi la bocca e lasciar le parole in frigo. I miei discorsi a lunga conservazione. Che per le tue risposte usi l’inchiostro simpatico. E per il bene basta uno sguardo quando mi dici che non ci conosciamo che bisognerebbe lasciare il tempo al tempo e i sentimenti crescono come gli alberi altro che fulmini altro che scoppi. Ma che ci posso fare se si è messo a piovere? Che ci posso fare se mi bastano gli occhi? Che mi hai trafitto e le ferite lasciano cicatrici le mie piastrine sono contate ci vuole forza ci vuole cura. E con gli amici di sempre ci siamo fatti contorno per le chitarre con gli alpini e le montagne e al vino che non fa male che fa cantare. E tu non c’eri. Potevi essere pepe e dare sapore alla notte e se immagino le tue conversazioni nella mia bocca nascono pesci rossi. Che siamo acqua e palafitta e mentre tu continui a scorrere io ti guardo dall’alto l’odore del legno bagnato e quando getto le mani nel fiume e mi lavo le guance sei già più in là non sei più tu.

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Non basta una canzone dei Doors

Le quattro di notte e la raccolta differenziata della mia gioventù. Il rumore del vetro infrangibile che ti sei ricoperta di domopack così pronta per la vernice bianca, sottovuoto come la carne buona. Lo smog delle mie parole ti disegna rotte sulle labbra e più mi sporgo più ti allontani lo sai lo stretching infinito che t’hanno insegnato a scuola. E sei fredda di freezer. Quando la notte è ancora lunga per svegliarci. E riponiamo le mutande nei cassetti in ordine sparso. E ci riprendono le telecamere dei grandi magazzini quando ancora eravamo liberi di sfiorarci che ti avevo chiesto la mail con gli occhi storti tra le tue non risposte che sognavo le avventure di Tom Sawyer e mi sono ritrovato in canotta a correre al parco Sempione tra gli umpa lumpa distratti delle giostre le mamme coi loro succhi in tetrapack e i marmocchi egoisti. Le coppie tradiscono all’aria aperta col sudore dei corridori i gayser senza tregua degli adolescenti i baci di dieci chilometri e il succo della vite tra le panchine dei rom. E hai voglia a citarmi mr. B la tomba di Jim Morrison è una pietra uguale a tutte le altre e poi ti dicono che pregare non serve che basta una canzone dei Doors. E mi ricordo quando ti tagliavi le braccia per tutte le tue mancanze. Quando la stanza si faceva piccola e tuo padre lavorava a tutte le ore e ti portava a mangiare da Mc, i Thake That. Che fine hai fatto, ragazza? Sono caduto dai ponti dei ricordi la vicinanza spocchiosa dei lavavetri e le pistole in mano agli attori non mi fanno paura. Le mie parole buttate là i cestini svuotati dai senzatetto le bucce di banana di Chaplin hai voglia a toglierci di dosso la polvere dei nostri vecchi. Che sbatto la porta ai futuri immaginati e i soldi rubati il portafogli dei genitori quando scoprivi i condom dei padri e ti facevi domande sul perché dell’esistenza. E i cinquantenni in moto che non si fermano col rosso. I tacchi improbabili delle segretarie e il parfum dei discount. Abbiamo perso la grazia, fratello. E non sogniamo più le Californie un giorno io verrò e mi troverai seduto dietro a una scrivania. C’hanno cambiato i connotati, sir. E ora ci assomigliamo tutti. E non parlarmi del beat che poi mi metto a ridere.

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