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Ed ora che sei tornata posso sentirti lontana

Ed ora che sei tornata posso sentirti lontana. Come in quei viaggi che facevamo anni fa che eravamo travolti, sconvolti con lo zaino tatuato sulle spalle e le cartine di mezza Europa che eravamo dappertutto e ci guadavamo attorno spaesati con le vesciche gonfie e lacrime di malto nei cessi dell’autogrill. E tornavamo sfatti e non ci ricordavamo nulla che dormivamo per giorni. Coi ricordi che affiorano con gli anni coi monumenti ristrutturati e scoperti e le nostre rivoluzioni di quando ballavamo in mezzo alle ramblas di Barcellona e ci lanciavano addosso i coltelli come nei mercatini dei freak e non chiedevamo pietà, ma soltanto sguardi. Quando ti ho parlato dei tramonti di Santorini ti ho mentito che le isole greche mi hanno sempre attirato, ma non ci sono mai stato. E scriverti una mail con spunti di debolezze e raccontarti le mie giornate lente, il caffè caldo della mattina e le evacuazioni di tutti i miei umori. Non sarò triste più mi dicevi che lo sono stato sempre e dopo un po’ non te ne accorgi. E io ti ho chiesto di parlarmi della felicità che mi citavi il Piccolo principe a memoria e poi Vian con le sue pirolette e pirolettere che ci inventavamo parole impronunciabili sui pianococktail di questa città che guarda sempre in basso. Sei l’unica che indossa le ballerine con grazia, sarà la tua parlata francese che la classe parte dall’alto e se non arriva alle scarpe diventa tutto inutile come i nostri desideri inquinati e puri come l’aria che respiravamo al parco Sempione è più pulita dicevo io qui è tutto sporco dicevi tu e quando un ratto ci ha attraversato la strada ho preso la tua sciarpa e me la sono cucita in testa e camminare a saltelli le mani davanti alla bocca a trombetta il pifferaio di Hamelin per liberare le nostre città con le canzoni di Battisti e il nostro amato Francesco: de Gregori o Guccini e Tricarico non ha importanza che venivano dappertutto per guardare le nostre follie che chiamavo a raccolta i nostri segreti, le cicatrici sugli occhi che non ci fanno dormire e poi le scommesse delle prime volte. Avrei voluto scattarti una foto con l’Arco della pace a incorniciarti il volto col mio cappello da Napoleone conquistare mezza Europa e portarti così lontano che potrai dimenticarti chi eri e cominciare un’altra vita. Ma la fotografa sei tu e non mi resta che raccontarti le mie storie, immaginare api di pezza sul soffitto e negare l’infanzia che quando eravamo sdraiati potevamo anche piangere che arrivava sempre qualcuno a farci le carezze le ninnananne interminabili a dirci che eravamo bellissimi quando l’estetica non era importante e contavano soltanto gli affetti.

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Mancano solo i lillà

Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come  l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.

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Rette parallele

Il concerto autunnale per l’accensione delle caldaie e tutti quegli scoppi sulle carte geografiche che ci arrivano alle orecchie come cotton fioc. Per le nostre docce quotidiane e questa pioggia che si rifiuta di scendere per sorprenderci sempre uguali che se giri il mappamondo ci trovi là tra i sorrisi ironici per la neu epoque di Francia e Germania. Tutte queste morti in prima pagina con la sassaiola delle domande, le indagini inutili sui nostri passati pubblici che cancelliamo gli oggi sul calendario e ci troviamo numeri soltanto numeri. Aspetteremo ancora le finestrelle del Natale, le nostre sveglie di dicembre, i cioccolatini dei desideri per festeggiare una nascita per quello che qui ci ostiniamo a chiamare futuro. E ancora questa notte ho immaginato gli orgasmi di tutta la terra per i sussulti in Turchia per la mia immaginazione cinica quando mi sono scottato e ho sofferto di più. Che non c’è un’ora per l’amore: sui letti per consolarci, sotto ai tavoli per ripararci, i visi sfatti e i tratti rilassati quell’ansimare forte da prima volta quando bruciare non è poi tanto male; hai presente quanti forni spenti? Quante cucine pulite? Per ogni ragù gli schizzi del pomodoro sul pavimento, segni di vita sul fronte occidentale il nostro sangue caldo e il freddo fuori quando tutti mi dite che dovrei comprare una coperta per ripararmi quando sfido la notte con la manopola dell’acceleratore. Galeotto fu il libro e il di lui fotografo che anche così si cambia il mondo quale bellezza che basta un’immagine per alleggerirti lo sguardo una pagina per soffiar via la polvere dal tuo sentire e quando guardi la luna punti l’indice tu sciocco guardi il dito e suona Pierrot e suona quello che desideri sempre quello che desideri suona sui bassi delle discoteche le luci al neon del Bar Bianco e il nero in sconto al parco Sempione. Nebbia su questi nostri modi di comunicare le parole che scambiamo di posto per farle apparire più belle che abbiamo eliminato le regole dell’altezza, della grandezza, che le proporzioni tolgono verità al quadro. Non si è presentato nessuno al rituale dello scambio del numero di telefono e lo sai che di notte coi tram in letargo le rotaie si stringono? E non è poi così vero che le rette parallele non si incontrano mai.

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Non basta una canzone dei Doors

Le quattro di notte e la raccolta differenziata della mia gioventù. Il rumore del vetro infrangibile che ti sei ricoperta di domopack così pronta per la vernice bianca, sottovuoto come la carne buona. Lo smog delle mie parole ti disegna rotte sulle labbra e più mi sporgo più ti allontani lo sai lo stretching infinito che t’hanno insegnato a scuola. E sei fredda di freezer. Quando la notte è ancora lunga per svegliarci. E riponiamo le mutande nei cassetti in ordine sparso. E ci riprendono le telecamere dei grandi magazzini quando ancora eravamo liberi di sfiorarci che ti avevo chiesto la mail con gli occhi storti tra le tue non risposte che sognavo le avventure di Tom Sawyer e mi sono ritrovato in canotta a correre al parco Sempione tra gli umpa lumpa distratti delle giostre le mamme coi loro succhi in tetrapack e i marmocchi egoisti. Le coppie tradiscono all’aria aperta col sudore dei corridori i gayser senza tregua degli adolescenti i baci di dieci chilometri e il succo della vite tra le panchine dei rom. E hai voglia a citarmi mr. B la tomba di Jim Morrison è una pietra uguale a tutte le altre e poi ti dicono che pregare non serve che basta una canzone dei Doors. E mi ricordo quando ti tagliavi le braccia per tutte le tue mancanze. Quando la stanza si faceva piccola e tuo padre lavorava a tutte le ore e ti portava a mangiare da Mc, i Thake That. Che fine hai fatto, ragazza? Sono caduto dai ponti dei ricordi la vicinanza spocchiosa dei lavavetri e le pistole in mano agli attori non mi fanno paura. Le mie parole buttate là i cestini svuotati dai senzatetto le bucce di banana di Chaplin hai voglia a toglierci di dosso la polvere dei nostri vecchi. Che sbatto la porta ai futuri immaginati e i soldi rubati il portafogli dei genitori quando scoprivi i condom dei padri e ti facevi domande sul perché dell’esistenza. E i cinquantenni in moto che non si fermano col rosso. I tacchi improbabili delle segretarie e il parfum dei discount. Abbiamo perso la grazia, fratello. E non sogniamo più le Californie un giorno io verrò e mi troverai seduto dietro a una scrivania. C’hanno cambiato i connotati, sir. E ora ci assomigliamo tutti. E non parlarmi del beat che poi mi metto a ridere.

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