Archivi tag: narrativa

Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

Un Cipì o uno qualsiasi, volatili e smog sui fili della luce e temporali che tardano a venire.

Tutti sul filo, l’equilibrismo dei giorni per questi inviti a cui non rispondi mai. Le chiamerei umiliazioni se solo potessi permettermi di leccare l’asfalto e farmi maledire da lassù. Posso umiliarmi da me, da me soltanto, gli altri non riescono in nulla, muri infrangibili le mie guance sode e codazzo di pelo per ripulirmi dalla calunnia. Salite sui miei fianchi, gli argini sfuggenti della parola aguzza per la barca morbida delle mie labbra a frangere i flutti delle vostre euforie col muscolo gonfio dei giorni migliori insemino il mondo con parole liete.

Gravido ventre di terra riposa al suolo il seme dell’oggi e presto fiorirà, ne son certo. Non c’è timore in questo procedere a balzi, facciamo avanti e indietro come i Taxi della notte col satellite appiccicato al cuore noi; soltanto fiotti e sangue senza bisogno di additivi per far cadere dal sonno la notte e rialzarci in parata con le braccia alzate.

Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia della chiacchera intellettuale, noi che sfiliamo soli al ciglio delle piazze per guardare il centro e non perderci in attacchi inutili alle maggioranze, noi che siamo sconfitti perché non reggiamo il confronto, noi che ci ritagliamo gli angoli per essere protetti dai muri bianchi, vergini alle parole che fanno male e puri nel pensiero. Perdenti in debolezze e fragilità, la carne e il desiderio intimo di una compagnia capace di cemento e pala, scavare e costruire, questo vorremmo dalla scoperta che la nostra lingua è un muscolo e si lascia andare al braccio di ferro coi suoi simili, ma chiede tempo per abbattere muri, e freni ed età.

Non siamo fatti noi per il contingente, guardiamo in prospettiva e ci trasciniamo tra la velocità delle nuvole e i treni in ritardo e quando potremmo calcolare i tempi preferiamo variare il percorso e perderci che le città si rivelano sulle strade e i loro incontri e per i musei lasciamo spazio alla seconda età dello sposo e ai marmocchi vocianti che corrono sulle scale e battono le mani e la testa e cadono e quella, quella la chiamiamo vita, rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

9 maggio

Non era un film. Cento passi da qui e poi trent’anni e numeri scarni. Una Renault rossa e una ferrovia, il grigio della città e il fascino ardente della notte tra i lampioni e il buio per le urla che non ci hanno raggiunto.

E seduto sul divano ho provato a modellare l’aria per averceli a fianco quei due che non hanno bisogno di un palcoscenico mi sono detto. Peppino e Aldo saltava la piazza. Aldo e Peppino e i nomi dei nostri nonni. Torneranno per aiutarci a distinguere bene e male e non ci faranno una trasmissione televisiva. Non torneranno.

Le sigle incise sul marmo e poi nebbia e cultura come quei voli interminabili dalla questura, la confusione delle morti per dirci che non ci stiamo capendo niente finché ci concentriamo sulle colpe. Che la felicità non è soltanto una questione personale e la memoria è una storia per bimbi con la paura necessaria per la consapevolezza e i nostri contorni da colorare sulle magliette di quelli che ci hanno detto importanti.

Di lì a poco i favolosi anni ottanta e tutti gli abiti delle rivendite vintage. Il mio pensiero come un tappeto sfilacciato ai bordi e lo sguardo all’Altissimo, per giungere alle viscere il sesso necessario, le parole che affollano le nostre teste a forma di stadio e i cori del pre pre partita per placare le nostre ansie da prestazione.

Che la bellezza è parola abusata, bellezza puttana ci hanno sputato sopra gli hypster del Rocket, hanno visto barbe rincorrerla in Macao e lei ancora scappa tra i fili del telefono il sudore buono degli sguardi teneri. Di quando avrei voluto morderti le guance, il tuo sedere che chiami grosso e tutti i tuoi però.

Che basterebbe fidarsi e lanciarsi, la paura di quel che siamo tatuiamocela sulla schiena, che non c’è tempo per il dubbio e non c’è spazio per le proiezioni sui grattacieli. Prendiamoci in braccio e stringiamoci le mani fredde, che vorrei alitarti tra i palmi per farti respirare estate.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Altro che lettere

Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Un bacio sulla bocca

Per poi sentirci nei miei momenti di disequilibrio, l’accesso eccentrico al mondo delle idee e il lego colorato delle complicanze. Il gradino in marmo della stazione per lanciare gli occhi sul primo vagone dei treni e perdersi il paesaggio pensando al fumo che non c’è più, le caldaie il carbone e quei viaggi interminabili per favorire le conoscenze, il sudore perso sulla camicia e dormire uno nelle braccia dell’altro, la morbidezza delle chiome degli sconosciuti e contro il freddo il rifugio dei nostri respiri profondi. Biglietti prego e il risveglio, le fabbriche dell’hinterland e i bar chiusi del centro che oggi è festa e decoriamo le case di pietanze imitando il profumo dei nostri nonni. E quant’è bello il tasto verde del telefono, il suono breve delle tue risposte e quella tua fretta che sa di casa e piatti da asciugare. Io non lo so cos’è la conoscenza per gradi, gli etilometri cantano giambi per i saltelli del mio immaginario. L’esperienza del tavolo e il vino, lo schiocco caldo tra labbra umide e quella tua educazione in presenza che sai di ghiaccio quando stiamo lontani. E così vorrei sedermi qui sulla spiaggia e aspettare che tu ti sciolga come lo spritz per tutti quegli aperitivi che non ci siamo concessi, che iniziano al tramonto lo sai e terminano al mattino tra le espressioni che all’inizio teniamo nascoste sotto le unghie. E verranno a raccontarti di un Cristo e ti diranno che non c’è col mantra degli antifurti la notte di Pasqua che non mi fanno dormire, rivoltarsi tra le lenzuola e immaginarti nuda con le contraddizioni dell’esercizio della ragione. Poi l’esercito stanco del sì e le anonime processioni della provincia, il contingente rancoroso del no per confondere le acque e appigliarsi ai valori ai valori ai valori, e tornerà quell’Uomo e cadranno i templi lo sai e le scritte colorate dei centri sociali, e cadono gli scrittori, cadono i libri, bruciano le foreste e nascono altri soli, nei centri commerciali vendono vestiti tutti uguali, come HM e le scelte globali per lo stordimento delle nostre necessità. Rimarrà l’uomo, lo sporco tra i miei capelli e questi occhi stanchi e mi dirai vieni qui, e quando saremo abbraccio ti dirò che questo è tutto e il nostro inizio sarà soltanto un respiro, e un punto, e un bacio sulla bocca che finalmente non riuscirò più a parlare.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

E prima o poi ti fermerai a pensare di quel che è stato del tuo andare: il puntino rosso tra le rughe delle espressioni stanche per le meditazioni notturne e le finestre degli occhi per la pulizia di primavera. Poi affannarsi nel togliere ragnatele al soffitto nel godere delle vertigini dei pensieri nascosti. Siamo minatori io e te, scaviamo a fondo le viscere della terra per tornare in superficie sporchi come gli aborigeni prima dei riti d’iniziazione. Noi esseri albini in questa terra nera che non c’è verso di parlarti se chiudi il cerchio delle tue conoscenze e rimani là coi soprammobili della vita facile. Le lavatrici dei nostri incontri mai asciugati all’aperto, e guardare la tua porta chiusa per domandarmi chissà, chi sarà e cominciare a suonare le canzoni di Battisti con le mie labbra morbide le bionde trecce gli occhi azzurri e poi? Dimmi che poi faremo di tutto questo girovagare una casa e scenderemo sul fiume per lavare i panni sporchi delle nostre dipendenze, mi darai la caccia come si fa con donnole, mi lascerai dormire al caldo delle tue mani piccole e avrò dieci segni sul viso per ricordarmi dei comandamenti vivi del nostro incontro, quando la strada è un letto e un aereo che ansima e romba per poi planare fuori da noi nell’incanto debole della notte. Nelle mie orecchie il suono lungo del tuo respiro, sotto le unghie la tua pelle consumata. Che siamo pellicani reali io e te, il becco lungo per le frasi che non mi hai detto, la pancia vuota per le parole che ti ho vomitato addosso e le distese infinite per i nostri voli al raso dell’acqua, che quando guardi il mare non c’è più spazio per i vuoti a perdere, ci carichiamo sotto la lingua le nostre malinconie per poi ingoiarle con la focaccia salata sulle spiagge della Liguria, per dirci andiamo, corriamo, mangiamo… e tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Quella barca sul lungosenna, ricordi?

E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

I passatempi degli altri

Ho dovuto grattare il fondo dei miei interessi, togliere la ruggine alle lezuola per immaginarmi una vita coerente. Col “Gioco del mondo” di Cortazar che ci invitava al come vuoi, gli inizi nel mezzo e la fine per cominciamento. Siamo sensibili come lucciole, quando arriva la notte sfogliamo le nostre dita sulle tastiere, cellulare o computer che importanza ha che succederà? Che nascondiamo il giorno tra i capelli lunghi per custodire quei farei, i dovrei, i condizionali per i nostri jeans troppo stretti. Che Levis non produce più il modello engeneer mi hanno detto, che sapevano regalarci libertà rispettando la forma irregolare dei nostri corpi imperfetti. Quando tracciavamo silhouette sullo specchio e tra le molle del letto incastravamo i nostri nomi nuovi che avremmo dovuto vederlo insieme quell’Ultimo Tango a Parigi e dire fa male, e ancora, e più, Marlon Brando, you you e per l’amore uccidimi e poi fottimi, il respiro nuovo nell’ansimare dopo una corsa. Le strade lunghe degli Champs Elysees, come a Torino, le nostre umbre lunghe proiettate sulle foto in bianco e nero dei cinegiornali. E per tornare alla realtà le bandiere e gli slogan, le folle antologiche nei teatri del nostro tempo, il boato lungo dello Juventus Stadium e il goal da 35 metri di Mirko Vucinic per dirci che se dovesse andar male ci restano i passatempi degli altri. Che la passione salva mentre le barbe sagge crescono per poi cadere.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Foglie nuove capelli corti

Le foglie nuove tra i capelli per i desideri di una vita risolta, la tranquillità dei caffè del dopocena e la domenica fuoriporta quando ho sempre desiderato il viaggio e la precarietà che si trascina nello zaino e dimenticarmi il tuo profumo, poi sulla fronte l’elettrocardiogramma dei tuoi sguardi e spargere lacrime in grappoli per i sorsi di vino mancato, per quei cocktail che non sapevi scegliere che deleghiamo agli altri i consigli per non prenderci troppo sul serio. Ho detto a tutti che se una montagna ti sfida è brama d’ascesa, altro discorso è il fascino eterno dell’abbandono, di quando le bussole segnano tutte il nord per le nostre stelle polari disegnate sul soffitto che Milano ci ricaccia la testa dentro e ci perdiamo gli incontri per il rilascio pigro degli intestini mentre il venerdì pomeriggio si popolano i centri estetici e i corsi di yoga, l’aperitivo e il Ciriboga, che ci serve una mano per separarci da noi. E nel centro della terra nascondiamo i nostri pensieri più bui, l’animalità senza collare dei nostri pensieri notturni, la secrezione delle nostre ghiandole e le polluzioni del cuore. Quei risvegli, i piedi nudi sul pavimento e il vortice ovattato del sentire, lo sciabordio delle scale e gli oblò dei nostri occhiali da sole per difenderci dagli sguardi invadenti delle telecamere dell’area C. E vorremmo che ci mettessero al muro, che ci controllassero le altezze lungo il metro a giraffa degli anni novanta quando bastava un citofono per scendere in strada e ricamarci sulle ginocchia la nostra sete d’affetto che tirare un rigore tra una panchina e una felpa col cappuccio era più d’un come stai, di un dove vai. E poi si faceva sera e succhiavamo il collo della maglietta per dissetare le nostre ore liete, il tramonto delle nostre giovani età quando ci nascondevamo tra i panni stesi, le biciclette con le ginocchia che superavano il manubrio, per poi bussare alla porta ciao mamma, ero qui, che avevo i capelli corti, così puro, così indifeso, così piccolo, così sciocco da credermi furbo.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Come quel bello che suda

Ha più a che fare col sapore che col sapere. Hai mai pensato allo spazio che ci circonda come a una casa, come se l’aria fosse carezza e non trasparenza. La finestra sopra il mio letto non ha tende per dar ristoro agli occhi, la luce taglia il mio corpo in due il mattino chiaro, i doveri infilzati tra le lenzuola. Mi hanno raccontato di altre americhe dove il senso dello stato l’hanno ricamato sulle bandiere, l’inno nazionale il mattino alle otto e poi il caffè annacquato per rispettare gli stomaci deboli della middle class. Pensavo alla blusa gialla di Majakovskij quando sono salito su quel palco rosso, i microfoni molli per la durezza delle nostre membra, quella pizza fredda ingoiata in tre bocconi, lo sguardo aperto sul pubblico, le facce amiche e le forze del male, il desiderio del giudizio, la spada di Damocle del che ne pensi. Son diventato invadente, lo sai? Mi sono detto che lo faccio per due motivi che la bellezza va cercata e il bisogno del dire rispettato. E allora capita che io ti fermi per strada, che ti chieda chi sei prima che tu sappia che ci sto a fare al mondo, capita che ti cada negli occhi per ferirmi, l’accesso privilegiato alle mie interiorità nascoste, a mescolare i liquidi degli aperitivi domenicali. E su quel palco il petto scoperto, il sudore in docce tra le mie occhiaia nere, un pugile in camicia a sputar parole con la forza dei cannoni dell’ottocento perché chi guardasse dal basso non potesse ripararsi e poi sulle ginocchia sollevare gli occhi e chiedere pietà. Le mie parole alate come pterodattili, quell’esistenza che credevi di aver dimenticato te la riporto davanti alle guance, per sputarmi sulle dita e strofinarti addosso il mio bisogno di pulizia. E ora esci pure, parla di me e dì quel che ti pare, come quel bello che suda, come quel bello che ancora crede, come quel folle che grida. Che indispensabile è la mia parola quando si fa silenzio e lascia che il pensiero torni all’origine del mondo.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

A Michè (e all’Eritrea tutta)

Vent’anni e la scarsa frequentazione degli aeroporti, noi gente di provincia degli anni ottanta che per le feste di capodanno il ballo del mattone negli oratorie e all’una e mezza tutti a casa. Le feste di carnevale fino alla mezzanotte che un minuto dopo è già Quaresima e fine ai divertimenti, alle giostre per gli scontri di genere tra le nostre coetanee troppo cresciute e i loro jeans stretti, l’ombelico in mostra e no, a noi no, quelle non ci piacevano e dicevamo agli amici che erano volgari e puttane e poi la notte ce le trovavamo a schizzi tra le lenzuola. Vent’anni noi e il nostro desiderio del bene, le piccole rivoluzioni col colore della pelle diverso dal nostro che il nero lo trovavamo agli angoli della strada o nelle trasmissioni di Angela, non come adesso che tra i banchi delle elementari trovi una tavolozza e via di affreschi e slang. La povertà dei cieli stretti del nord Italia e i lavoretti saltuari dopo la maturità, fare sega all’università e la danza dei cocktail nel solito bar, i capelli bagnati dopo gli allenamenti, il telecomando in mano e i miti del calcio, i nostri stomaci ancora giovani, le pizzette di frodo alle tre di notte che potevamo mangiare, che potevamo annegare. Ci alzavamo così tardi che dopo un anno confessammo di non aver visto l’alba e che eravamo viziati, che eravamo scontati. Prendere il sacco e andare, e i voli per il corno d’Africa, l’Eritrea sconosciuta ai più e tutta la storia di Mussolini e della conquista tra i denti scarsi dei vecchi. Estate, ancora estate, estate ancora, tre volte in tre anni la curiosità delle conoscenze per scoprire la banalità della parola sorriso e perdere fiducia nella gratuità dell’andare, quando la conventicole si alzano in piedi col buonismo per le imprese degli altri. No, no, no, non c’è merito nella conoscenza, non c’è pietà, né gratuità. Viaggiamo perché siamo irrisolti, ci aggrappiamo alle labbra degli altri per quella solitudine che dopo il tramonto ci divora le guance. Il ricordo della diversità, la miseria dei nostri piedistalli, la carità della buoncostume e tutte le domande e tutte le domande e tutte le domande a divorarci gli occhi quando le palpebre mettevano fine al giorno. E anno dopo anno e casa per casa tornare, conoscere, comunicare. E confrontarci sulle nostre piccole vie, i culi stretti delle nostre ragazze bianche, l’oro dei nostri salotti e la tivù come pietra filosofale. Quante bugie quante utopie. La tradizione dei potenti che ci sovrasta quando in quell’Africa ci diciamo che ci sentiamo soli, che ci manca casa, che nel deserto impariamo a respirare. I loro denti bianchi e la nostra gioventù noi tutti rossi sotto la carne. Una dittatura che costringe alla leva in età post-scolare altro che brindisi, altro che slanci. Il desiderio di libertà nelle capanne dei canti domenicali, quelle messe partecipate per chiedere all’alto uno sguardo e sentirsi forti che da soli è impensabile. E in quel tukul e fango e bambù Michele, guance scavate e labbra grosse, scarpe targate Nake in omaggio all’America e il desiderio di una vita grande, diciassette anni e la ribellione tra le costole. Michele che si farà frate perché i frati mangiano e non fanno la guerra, Michele che mi chiede le foto della mia ragazza e dice quanto sono belle le donne, mi mima col dito l’armonia dei corpi e confessa che lui di ragazze ne ha tre. Michele che domanda della mia macchina fotografica che diventerà il fotografo del villaggio e ci farà i soldi. Ed al mio no Michele che s’arrabbia Michele che mi lancia addosso uno “sporco bianco”, Michele che il giorno dopo torna da me, mi porta una sciarpa, mi chiede scusa. Michele che un anno dopo non c’è. Michele che frate non è. Attraversa il deserto Michè. Gli sparano addosso a Miché, non muore Miché. Ha preso una barca Miché, l’hanno scoperto a Miché, mi dice il frate che sventola bandiere per lui e per chi ha preso la via dolorosa della libertà. Credo sia morto, Miché.  Mi manca Miché. La macchina fotografica non serve più che stringevo la sciarpa tra le tempie per non pensare, prendere e andare e continuare coi bambini a pancia gonfia a dividersi in venti le mie dieci dita. Dove sei Miché? Ti hanno accolto Michè? Una lettera, Michè. Che sei scappato, che sei lontano, che mi chiedi soldi che soldi non ho, Michè. Ti penso Michè, che ti ricordino i grandi come un Ulisse o un Calibano, un essere umano.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,