A Michè (e all’Eritrea tutta)

Vent’anni e la scarsa frequentazione degli aeroporti, noi gente di provincia degli anni ottanta che per le feste di capodanno il ballo del mattone negli oratorie e all’una e mezza tutti a casa. Le feste di carnevale fino alla mezzanotte che un minuto dopo è già Quaresima e fine ai divertimenti, alle giostre per gli scontri di genere tra le nostre coetanee troppo cresciute e i loro jeans stretti, l’ombelico in mostra e no, a noi no, quelle non ci piacevano e dicevamo agli amici che erano volgari e puttane e poi la notte ce le trovavamo a schizzi tra le lenzuola. Vent’anni noi e il nostro desiderio del bene, le piccole rivoluzioni col colore della pelle diverso dal nostro che il nero lo trovavamo agli angoli della strada o nelle trasmissioni di Angela, non come adesso che tra i banchi delle elementari trovi una tavolozza e via di affreschi e slang. La povertà dei cieli stretti del nord Italia e i lavoretti saltuari dopo la maturità, fare sega all’università e la danza dei cocktail nel solito bar, i capelli bagnati dopo gli allenamenti, il telecomando in mano e i miti del calcio, i nostri stomaci ancora giovani, le pizzette di frodo alle tre di notte che potevamo mangiare, che potevamo annegare. Ci alzavamo così tardi che dopo un anno confessammo di non aver visto l’alba e che eravamo viziati, che eravamo scontati. Prendere il sacco e andare, e i voli per il corno d’Africa, l’Eritrea sconosciuta ai più e tutta la storia di Mussolini e della conquista tra i denti scarsi dei vecchi. Estate, ancora estate, estate ancora, tre volte in tre anni la curiosità delle conoscenze per scoprire la banalità della parola sorriso e perdere fiducia nella gratuità dell’andare, quando la conventicole si alzano in piedi col buonismo per le imprese degli altri. No, no, no, non c’è merito nella conoscenza, non c’è pietà, né gratuità. Viaggiamo perché siamo irrisolti, ci aggrappiamo alle labbra degli altri per quella solitudine che dopo il tramonto ci divora le guance. Il ricordo della diversità, la miseria dei nostri piedistalli, la carità della buoncostume e tutte le domande e tutte le domande e tutte le domande a divorarci gli occhi quando le palpebre mettevano fine al giorno. E anno dopo anno e casa per casa tornare, conoscere, comunicare. E confrontarci sulle nostre piccole vie, i culi stretti delle nostre ragazze bianche, l’oro dei nostri salotti e la tivù come pietra filosofale. Quante bugie quante utopie. La tradizione dei potenti che ci sovrasta quando in quell’Africa ci diciamo che ci sentiamo soli, che ci manca casa, che nel deserto impariamo a respirare. I loro denti bianchi e la nostra gioventù noi tutti rossi sotto la carne. Una dittatura che costringe alla leva in età post-scolare altro che brindisi, altro che slanci. Il desiderio di libertà nelle capanne dei canti domenicali, quelle messe partecipate per chiedere all’alto uno sguardo e sentirsi forti che da soli è impensabile. E in quel tukul e fango e bambù Michele, guance scavate e labbra grosse, scarpe targate Nake in omaggio all’America e il desiderio di una vita grande, diciassette anni e la ribellione tra le costole. Michele che si farà frate perché i frati mangiano e non fanno la guerra, Michele che mi chiede le foto della mia ragazza e dice quanto sono belle le donne, mi mima col dito l’armonia dei corpi e confessa che lui di ragazze ne ha tre. Michele che domanda della mia macchina fotografica che diventerà il fotografo del villaggio e ci farà i soldi. Ed al mio no Michele che s’arrabbia Michele che mi lancia addosso uno “sporco bianco”, Michele che il giorno dopo torna da me, mi porta una sciarpa, mi chiede scusa. Michele che un anno dopo non c’è. Michele che frate non è. Attraversa il deserto Michè. Gli sparano addosso a Miché, non muore Miché. Ha preso una barca Miché, l’hanno scoperto a Miché, mi dice il frate che sventola bandiere per lui e per chi ha preso la via dolorosa della libertà. Credo sia morto, Miché.  Mi manca Miché. La macchina fotografica non serve più che stringevo la sciarpa tra le tempie per non pensare, prendere e andare e continuare coi bambini a pancia gonfia a dividersi in venti le mie dieci dita. Dove sei Miché? Ti hanno accolto Michè? Una lettera, Michè. Che sei scappato, che sei lontano, che mi chiedi soldi che soldi non ho, Michè. Ti penso Michè, che ti ricordino i grandi come un Ulisse o un Calibano, un essere umano.

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One thought on “A Michè (e all’Eritrea tutta)

  1. marinella ha detto:

    GRAZIE!!
    Ciò che scrivi è solo bellezza e ti auguro di trovare un giorno chi potrà comprendere.

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