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Nell’aria chiara delle città dell’est

Dicevi tra un mese è il mio compleanno e il tuo compleanno è arrivato. Tra i 45 giri la tua canzone è introvabile. Mi sono sorpreso a correre dietro a un treno con la giacca che si gonfia, il sole, di nuovo il sole a bagnarmi le tempie tra gli sguardi stupiti di tutti.

Poi sulla metro verde c’era un ragazzo, avrà avuto trent’anni, era italiano, la barba sfatta. Ci siamo guardati perché avevamo gli stessi occhi: io elegante, lui con la chitarra in mano, indossava due maglioni uno sopra l’altro, una giacca a vento e uno zaino, un cappellino colorato come quelli che fanno a mano agli angoli delle strade di Essaouira. Poi alla stazione di Centrale si è seduto per terra e ha cominciato a cantare De Andrè, il cappellino rovesciato per le offerte dei viaggiatori. Cantava come se il linoleum fosse un palcoscenico, costringeva ad alzare lo sguardo. C’era chi canticchiava, nella bocca una rosa, e dlin dlin di soldini. E grazie sinceri. Cosa ci spinge ad affezionarci a qualcuno che ci è familiare, che ci fa venire in mente gli amici, i nostri figli, gli ex fidanzati o i nipoti? Così la donna che mi stava a fianco mi ha detto: è bravo il ragazzo, io bravo l’ho ripetuto; non me ne importava per niente se era bravo o no, che aveva guadagnato tanto, ma tanto davvero e non perché era bravo, ma perché aveva restituito l’umanità a un vagone. Donne e uomini che quando escono di casa dimenticano l’accoglienza e si proteggono da tutte le invadenze del presente.

I concessionari sono zuppi di gente che sogna un’auto nuova e immagina un futuro diverso dal quotidiano vivere.

Se ti dico sei bella rispondi anche tu. Se ti dico allaccia la cintura tu cosa ricordi di tutte le mie attenzioni?

Dovremmo lavarci più spesso le mani che non ci stringiamo più, e credere negli skateboard volanti, i nostri futuri momentanei e i fumetti che ci rendono lecito quel che nascondiamo nel bon ton.

Forse dovrei mettermi un abito bianco e sposare quelle teorie sulla vita per cui non tutto esiste, sei il risultato soltanto delle mie proiezioni notturne. Sui muri a far le ombre cinesi eravamo tutti conigli.

Il tuo seno appoggiato sul davanzale e le canzoni delle nonne che non si cantano più. La pianta del fico e i calabroni a raccolta, le file infinite di vigne e il bianco delle nuvole che prende le forme più assurde. Delegare la libertà alla vacanza perché vorremmo sempre andare altrove: via da qui, da noi, dai pensieri degli altri e siccome quel luogo in cui vogliamo andare non lo troviamo, lo chiamiamo libertà. E siamo sempre in ricerca.

Ti dico continua a scattare fotografie, la scrittura è imperfetta, solo un’immagine può piacere per intero, mai una persona. Libera nos a Malo, libera nos dal tran tran delle città grandi, dai giochi dei parchi pubblici. Ritorneranno in vendita nelle cartolerie i palloni da incastrare sotto alle marmitte. Impareremo ad attraversare la strada a quattro anni e torneremo da scuola da soli e aspetteremo le quattro del pomeriggio per far merende con tutti gli altri, in casa, in strada, in metropolitana, poi prenderemo aerei per raggiungerci e aspetteremo la sera nell’aria chiara delle città dell’est.

Foto: dalla rete.

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Ma c’è del bello

Così mentre un uomo mi taglia i capelli mi chiedo se ha ancora senso stare qui, in queste stanze fatte di specchi e di bianco, di prodotti di bellezza dalle confezioni lucide lasciando il capo all’acqua e ai discorsi tangenti, quelli che sfiorano soltanto la realtà, ammesso che poi ne esista una.

Quando mi sorprende l’emozione invece mi si bagnano gli occhi, succede con le canzoni ascoltate troppo che mi sorprendono in tutta la loro forza suonate dal vivo, succede col tuo ricordo e i pennarelli indelebili coi quali mi hai firmato le braccia. Se tutto fosse una festa avresti scelto me come compagno di bevute, se tutto fosse una festa forse non ci preoccuperemmo nemmeno troppo dei nostri passati e nemmeno delle nostre giornate, vivremmo l’istante e l’euforia dell’incontro, accenderemmo candele per illuminare la stanza e ci arrampicheremmo sul tetto per scovare le stelle e contarle.

Vorrei dirti che non mi interessa come ti vesti, vorrei dirti che casa mia è splendida, ma io una casa non ce l’ho e ho disegnato le mie estetiche su quelle che mi hanno preceduto. Ora non ti so spiegare cosa mi esce dal cuore quando ti incontro e quali finestre spalanco per prendere la luna al mattino quando la luna non c’è.

Chissà se insegui il carro del sole o le vicende incredibili di chissà quale supereroe. Io sono normalissimo, così normale che a volte mi pettino i capelli in modo strano dopo la doccia, ma mi sento ridicolo e passo il phone per cancellare l’imbecillità e riscaldarmi le tempie e non pensare a nulla, ascoltare la musica, ascoltare la musica.

Non mi interessa sembrare quello che non sono e indosso ancora sciarpe lunghissime come se fossi malato per proteggermi dall’insensibilità delle strade di Milano e dei giri stretti delle amicizie.

Vorrei dirti che la provincia è bellissima, portarti a fare il giro del parco Lambro e dirti che assomiglia alla Toscana, ma non è vero perché non c’è il vino e la c aspirata devo fartela io.

Ci immaginavo allo specchio e ti abbracciavo da dietro per proteggerti e per guardarti, per toccarti e guardare tutte le forme che prende il tuo volto e gli spazi concavi del tuo corpo. Quando ti conto le costole non è un passatempo e nemmeno un esercizio. Voglio conoscere tutte le tue interiorità e poi dimenticarmi che giorno è.

Lo sciopero dei trasporti ci ha ridotti al silenzio così tu te ne stai nella tua stanza ed io nella mia. Le nostre camere separate direbbe Tondelli, che mi manca, mi manca tantissimo. Come si può voler bene alle persone che non hai visto mai, pensa a chi hai visto almeno una volta.

Invece vedo stanchezza negli occhi degli amanti e non ho pietà dei vezzeggiativi, non l’ho avuta mai.

E dovrei mettere di scrivere di me, lo sai, lo so. Ma è notte e chissenefrega, sto diventando menefreghista, dici, forse no, almeno non adesso, ascolto una canzone piccola che non ha niente da dimostrare, io invece tutto, ma c’è del bello.

Foto: dalla rete.

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Sulle magliette coi pennarelli

Ieri una lunghissima litania, di quelle fuori dalla porta ad aspettare un ritorno. Un hasta siempre d’adolescente. Di quando sei scappato di casa a quattordici anni e sei stato via soltanto per qualche ora, sul prato di un parco a gambe incrociate con gli auricolari infilzati nelle orecchie e le tue scarpe sportive bianchissime. Che tutto il mondo ce l’aveva con te, soltanto i cantanti ti regalavano speranze.

Oggi una spremuta d’arancia, la sensibilità che torna a far visita alle guance e il vociare dei bambini che se ne vanno a scuola, le cartelle colorate e le madri che tornano a casa e respirano l’odore del caffè e il profumo buono del marito al lavoro. E accendono la tivù per farsi compagnia e  pensano dovrei leggere di più mentre spalancano le finestre per cambiare aria alle lenzuola, sulla finestra i peluche a salutare il giorno nei loro abiti sempre uguali. Sfilano i nonni coi carrelli della spesa, sfilano le auto dei rappresentanti e le camicie bianche dei venditori di case.

Il prezzo del mattone è sceso, urlano gli arrotini per strada e affilano i coltelli che usi senza distinzione. Così si muove il mondo nelle giornate più importanti, ti schiarisci la voce e pensi che sì, è necessario mostrarsi, come le aquile che volano sole, ma scendono in picchiata per farsi ammirare.

Non scatto più foto da tempo, ti dico, mi chiedi se mi sono imbruttito, ti dico che non lo so, che continuo a specchiarmi nei negozi di alimentari e sulle porte delle metropolitane.

E quando torno dalla notte sul vagone delle sei del mattino tutti i sonni non ancora terminati, gli occhi semichiusi e immaginare il lavoro sottopagato degli altri e le famiglie da mantenere, il cellulare che non suona mai troppo presto.

Quando eravamo giovani salivamo le scale due a due, ci trovavamo sul molo per dirci sai che c’è io me ne vado, mi imbarco e desideri di felicità scritti sulle magliette coi pennarelli.

Ora invece siamo diventati sedentari e ci scriviamo soltanto per riempire le sere, che a stare soli in questa città che divora i nostri fianchi e ci costringe al pantalone stretto, a stare soli ci si gonfiano le vene e finiamo per legarci al divano ad alimentarci del respiro del tabacco, della finzione del pc e delle lacrime artificiali dei film in cassetta.

Così ti immagini gli animali da compagnia calpestare le mine antiuomo e salvarci, perché sempre agli altri, ti dico, perché non pensi mai a noi?

I viali lunghi di Torino, l’odore dell’aria di Palermo, le vene d’acciaio che attraversano Milano, le terrazze di Roma o le vinerie di Firenze, vuoi dirmelo ora che fare, dove andare?

La durezza di questi tempi non deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori scriveva il comandante, così continuo a spararti addosso senza centrarti mai, dici che ti intimorisco e ti nascondi nella selva. Ci incontreremo soltanto a guerra finita.

Rispondi non lo so, alzi le spalle e indossi il tuo cappotto giallo, guardarti da vicino è sempre un sorgere, mai un tramonto. Per la malinconia ci sono i quaderni, la vita, oh, la vita è un’altra cosa, oppure no, ancora non lo so.

Foto: dalla rete.

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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Ivresse

Il nodo mancato, la corda che scivola e il cerchio in acciaio suona una nenia, poi s’interrompe. Così lo scafo è in balia delle correnti, sfiora la riva, poi prende il largo. La traccia sull’acqua subito scompare e non c’è suono che desti dal sonno, nemmeno uno spettatore sui balconi del borgo. Soltanto un cucciolo di cane, la notte sul fondo dello scafo, gli occhi aperti in risveglio e un latrato sottile, dove sono le case? Poi un ululato, le zampe appoggiate sul legno in movimento. Così si radunano i curiosi, l’orecchio teso, le mani a visiera per lanciare lo sguardo lontano. E i salvataggi per mare, il pelo zuppo, i capelli bagnati e applausi sul bagnasciuga. La barca ritorna alla terra, il nodo è nuovo e chissà quale notte ancora potrà giocar col fato e bagnarsi dei primi soli in mezzo allo specchio infinito che tutto riflette.

Mi dici non riesco, non è colpa mia, torno sempre indietro come i boomerang. Legno leggero che matura tra i panda, specie in via d’estinzione e contraddizioni in bianco e nero.

Io qui, tra le pieghe del viso, porto i segni del cuscino, delle mie sveglie posticipate. Non riesco a emozionarmi proprio, non riesco a sforzare le labbra in un wow davanti ai riconoscimenti degli altri, nemmeno davanti ai miei. Mi dici che non si fa, a volte le feste ci sono dovute. Alzo le spalle, dico, lo sai, sono tutto istinti e così distinguo la verità da quel che mi fa grande all’occhio fotosensibili degli altri. Emozione e desiderio, la razionalità è per i titoli dei giornali.

Nelle fragilità e nelle profondità dei ventricoli, le ansie che ci sorprendono prima di uscire di casa, il tuo sorriso quando è spontaneo, le mie innumerevoli debolezze, le ricerche di svago e le indignazioni che dovrei tenere soltanto nel portafogli e mostrare soltanto in intimità, come la figurina consumata di Alessandro Del Piero.

E ora ce l’abbiamo fatta, quella parola suona sulle bocche di tutti, con la sua doppia z che taglia, tre sillabe e un ritmo perfetto che si leva piano, s’innalza e poi si chiude dolce, è onda e non scompare, ma penetra la sabbia lasciandola bagnata e modellabile. Unisce quel che prima era soltanto un granello. Ora ce l’abbiamo fatta, è di tutti, per tutti, e non è un aggettivo che ha bisogno di sostegno, ma sostantivo che basta a se stesso. Che ci sarà poi? Un punto fermo, un segno esclamativo? Io sono per il punto di domanda, il dubbio e la tensione che suscita la ricerca della risposta.

Quale? Dove? Ognuno ha la sua, personale e raggiungibile, idealizzata o reale. Sai che ti dico, la ricerca vale tutto, tutto davvero e quando si muta in conquista allora è difficile trasformarla in parola.

Apro il mio portafogli: una fototessera da bimbo, l’asilo e il grembiule giallo pallido, i miei capelli a scodella e un sorriso bianco. Mentre si celebra il paese con la parola che ci lascia con la bocca aperta e le energie che si moltiplicano, mentre si celebra il paese io non mi emoziono, ma guardo la barca, là, col nodo teso e le onde che si fanno soltanto culla, barca che smania di prendere il mare, conoscere lo sconosciuto, gettare l’ancora tra le tue efelidi e respirare un poco l’aria che solo l’ebbrezza dell’inatteso sa dare.

Foto: dalla rete.

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Accompagnami alla sera

Dolce amore delle quattro di notte, nel sogno di una tavola apparecchiata, i tuoi amici tutt’intorno ed io nudo, coi punti interrogativi in gola trascinato sulla riva del mattino scuro.

Il fumo denso, le mie gengive rosse e i carrelli della spesa spinti dai bambini. Ogni voce un taglio, è fastidio d’intorno.

Ti ho incontrato con la valigia a tracolla, aspettavi un kebab fuori dalla vetrina: il pavimento bagnato, i miei calzoni bagnati, il tuo cappuccio bagnato. Mi chiedevi come stai e che fai, ma era troppo tardi, troppo tardi per non aspettarti, troppo tardi anche per risponderti. Qui le parole ci appesantiscono come la pioggia fa con i capelli, così accenno due passi di danza sul marciapiede, tu ti stupisci, dici hai fatto festa stanotte? Se per festa intendi semafori e piazze e litanie fuori dai locali, luci basse, banconi bassi, cameriere basse e sigari fumati in serie e disperata domanda di senso, sì, allora è festa quella che ho trascinato dietro di me in questa notte.

Così che il letto si è fatto caverna e non tana; non ci sono ombre da proiettare sul soffitto e la realtà si manifesta com’è: una spremuta e un caffè e acidità di stomaco e medicine bianche, mani bianche e polvere negli angoli.

Dolce amore sulla via, dolce amore sulle auto in sosta, sotto ai ponti del naviglio Pavese, le adolescenze a esplodere nelle campagne e la provincia che dorme sui cuscini striati di mascara.

E fuori manicomi abbandonati e case vuote, uffici vuoti, fabbriche vuote, tasche vuote e poi le parole, vuoti che servono soltanto per prolungare i nostri desideri di conquista e si conquista lo spazio, lo sai, soltanto lo spazio. L’occupazione del suolo privato è domanda, risveglio dell’altro attraverso attenzioni non richieste.

Lasciami alla pace, alle bandiere colorate e alle allegre maggiorenni.

Se gli autovelox misurassero la nostra impulsività sarei sempre colpevole, e così mi fermo un’altra volta, una ancora, non ho documenti, soltanto testimonianze, qui tutto passa, esplodono le stelle anche ora, anche qui, le nascite, le morti, anche ora, anche qui. E i tuoi capelli, i tuoi capelli che profumo hanno, e le tue mani, sì, le tue mani, muovile ancora piano, come sai fare tu e indicami una strada, una o più e poi accompagnami fino alla sera.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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Regarde le ciel, regarde ma bite

In metropolitana a inciampare tra i rossetti rossi, le fronti sudate dei taxisti e i tram incastrati nei binari. Gli occhi consumati per attirare l’attenzione e tutte quelle energie disperse. Mi domandavo sempre la stessa cosa: quanti tuoi vestiti ho dimenticato e quanto costa la pazienza è quell’infinito tatuato dietro al collo delle adolescenti.

Sui lati dell’autostrada le cinture di sicurezza come lacci emostatici, la voglia di vivere da iniettarsi in vena e i rosari sgranati degli anni ottanta.

Le tue guerre col microfono in mano e le aule zuppe dell’Università Statale di Milano; gambe incrociate su pavimenti freddi a raccogliere l’alito pesante dei professori che fanno i pendolari. Mentre a Palermo si fa il bagno e fioriscono i cactus, le nostre colazioni ad occhi chiusi e mani tese per raccogliere gli avanzi della notte, quando tutto si immagina e la verità russa piano.

Siamo invecchiati in fretta mi dici e appoggi le dita sui tasti della chitarra. Ti faccio domande assurde sul senso del nostro stare chiusi in casa e fare sempre tardi, tardi, tardi. Rispetto a cosa poi? Non mi rispondi.

Dovremmo impiegare il tempo dedicandoci al piacere, ma quale poi, dedicandoci a piacere, mi verrebbe da dire, delegando agli I LIKE le nostre coscienze.

Vorrei tagliarti i capelli e aspettare con te che ricrescano, la primavera delle nostre teste, consumare le mani a furia di carezze. E invece tra le tue labbra chissà, tra le tue labbra come si sta. E invece tra le tue cosce chissà, tra le tue cosce come si sta.

Così sulle punte dei piedi guardavamo dalle finestre per scoprire i segreti dei grandi, non ci sono torte a raffreddare sui balconi, non ci sono nemmeno balconi e panni stesi ad asciugare.

Qui tutto si fa grigio, quando togli il casco cerchi un rubinetto per lavarti il volto. E’ solo un momento, dicono i più, tutti sono in attesa che qualcosa succeda, perché qualcosa prima o poi succederà, e laveremo via il nero dei nostri lavori con le riforme dei cuori e finalmente potremo infilare le mani in tasca e distribuire caramelle per cariare i denti soltanto ai bambini dell’Africa, per rifarci l’anima coi sorrisi degli altri, perché il nostro, oh, il nostro è ancora sepolto. Sotto le colpe che non ci siamo mai perdonati, tra i calcinacci delle nostre infelicità immotivate.

Non c’è il sole oggi a Milano, ma sopra le nuvole è sempre sereno, sempre. Vuoi dirmelo ora che fare, continueremo a prendere aerei per accorgercene o ci basterà alzare lo sguardo, così regarde le ciel non sarà un’altra stupida frase scritta con lo spray sull’asfalto, non alzeremo le spalle, ma solleveremo le sciarpe, qualcuno il pugno, altri una mano, e cominceremo a salutarci, oggi e pure domani, dopodomani chissà.

Foto: dalla rete.

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Per l’altrove

Ogni volta che mi riprometto di non scrivere nulla viene un momento che mi costringe a tornare qui. I pixel bianchi, i muri bianchi, il computer bianco, la mani bianche. Tutta questa pulizia fuori dal giallo cupo dei polmoni, dei reni. Il nero dentro dove è buio e mai fa freddo.

Rigide le auto parcheggiate. Rigidi gli alberi che attendono i venti caldi per muovere la chioma, darsi alla danza. E i desideri che costringono all’immobilità, prima scatti poi inedia. C’è nell’incontro quel segreto luogo che impedisce l’andare e costringe al ricordare i passi per la coreografia di un futuro passato: la terra calda, il tuo abito caldo, il tuo alito, caldo.

Perché se soffi tutto si fa freddo e se aliti invece riscaldi? Mostri e realtà sconosciute, spiegazioni fisiche e piede che batte sulla punta e riposa sul tacco.

Nell’ora bruna a contemplare i cuscini, santa televisione sfilami le arterie, fai circolare in me desideri d’ovvietà e sveglie regolari.

Così sulla mia pelle il taglio e il ricamato solco del tempo. Le opinioni che si fanno più chete e ardono soltanto davanti al muro dell’ignoranza. La presunzione riservata ai vent’anni e pavimenti a pois, piogge sudate di necessità.

Mi dirai ora che ti sono oscuro, l’incontro svela, il resto è una notte senza tregua. Sotto alla mia finestra i corvi non fanno che parlare d’amore, io non capisco nulla. NULLA. Andiamo, niente scoramenti, diceva Piero Ciampi. Andare, camminare, lavorare.

In questa confessione al grigio cielo, avaro di nuvole bianche e voli neri, povero di stelle e di una fissità che sconvolge, in questo canto la felicità per gli esordi, per chi solleva la testa e non tiene per sé la paura, per i bambini che disegnano sui muri col gesso, per quelli che colorano i banchi. Per quelli che si addormentano sulle metropolitane al ritorno dal lavoro che non trovano, per quelli che l’inquietudine li squarcia. Per te che oggi t’emozioni, per gli orologiai che scandiscono i secondi e non sanno che il tempo, oh, il tempo… figurati lo spazio. Per quel giornalista campano che ha abbassato la testa e si è fatto più umano, più alto. In quest’età dove tutto è selfie e il resto altrove, per l’altrove e il segreto delle orme di chi la strada la abita e poi scompare, o torna.

Foto: dalla rete.

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In piedi sulla sedia

Così a mio agio qui, su carta immaginaria, al riparo della luce tenue di una lampada, su un tavolo di legno scuro, con le dita consumate e il velo del sonno che mi scompiglia i capelli. Così a mio agio qui, tra queste righe nate ribelli e ora chete. Goffo invece quando ti invio anche solo una riga, gli sms e il tono sconosciuto ai diapason. E’ questione di spazio e di stare, ci si conosce in presenza il resto è tutto un delegare all’immaginario. Così non sei drago e nemmeno lucertola, ogni tanto non sei nemmeno tu.

Vorrei contare i tuoi capelli e alla prima caduta ricominciare dall’uno. Così la mia pazienza avrebbe un fine.

Mi sono svegliato presto ieri, spremuta d’arance e occhi grandi, il primo caffè per provare a parlare. E ascoltavo Cesare Cremonini, fuori la luce chiara di un sole di febbraio, ero felice così, con tutto da perdere e un giorno da guadagnare. Non c’è nulla di trascurabile nella felicità. Se tutto diventa indefinibile, tutto diventa scomposto, che fine faremo noi abituati ai puzzle coi pezzi mancanti? Le multinazionali in Cina se ne fregano sempre. Se ne fregano i piani alti degli uffici di Garibaldi e se ne fregano pure gli impiegati addetti alle mance dei cessi dell’Autogrill.

Tornavo a casa al mezzogiorno per mangiare coi miei, il profumo della pelle di mamma e imprecare contro la sfortuna dimmi a che serve? Ricerca il sapore di casa, la bicicletta dell’amico che non vedi da troppo.

La memoria è un compasso sgraziato, non disegna che cerchi, come stagni dal fondale ricco, la fatica del nuoto e il tuffo, far forza sui quadricipiti per riemergere.

I quarant’anni di papà intorno al tavolo di nonna, la torta di frutta, i bicchieri di cristallo, la tovaglia bianca, quanti anni avevo allora? Che poesia avrò recitato in piedi sulla sedia, che paura avevo delle altezze?

Ma non si vive di sola memoria e così rovesciavo pagine di libri sul tavolo, mi asciugavo le guance col fumo denso dei sigari, ballavo sui balconi di Viale Marche suoni mescolati e bottiglie vuote. Non c’era vento e non suonavano i carillon. Tu ascoltavi, perché sapevi ascoltare. Io parlavo, perché non sapevo parlare. Così ci addestravamo al timore e nascondevamo i respiri perché troppe leggerezze ci fanno volare lo sai, e abbiamo paura, ora, che non abbiamo dieci anni e nemmeno ottanta, sempre alla ricerca, di cosa poi?

Foto: Ilaria Margutti, Il filo di Ananke.

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Costellazioni

Raccolgo biglie di vetro trasparente e colori accesi nel centro, poi quei ciclisti che fanno uscire le nonne sui balconi come alle processioni, la mia tasca grande e robusta, la sabbia sotto le unghie e quelle pietre levigate dal mare, quasi sempre verdi: gli angeli delle bottiglie di birra abbandonate dai ragazzi degli anni settanta. Così piccolo che mamma mi chiama da dietro gli scogli, rispondo arrivo, raccolgo tutto e arrivo. E mi stanco in fretta di inseguire i grandi, la dita dentro la sabbia, il sale sulle labbra e il volo dei gabbiani che chissà dove dormono.

Che me ne importa del resto. Se io potessi, se io potessi soltanto ascoltarti e guardarti. Non lo sapevo a quei tempi. Ma mettevo sempre da parte una biglia, la mia preferita, in una tasca con la cerniera. Per proteggerla, per riconoscerla.

Oggi non sono al mare, ma c’è luce, hai visto? Non ti sveglierai più in tasca, ma sarai contenta, la testa un po’ pesante. E molti abbracci e baci da guance consumate e fiocchi, calici e bollicine.

Guardo un documentario sulle tartarughe delle Galapagos che quando davanti al muso gli si presenta una grande pietra continuano a spingere finché la pietra si sposta, fino alla morte o fino all’acqua, al nuoto leggero che non conosce ostacolo e porto. Non vedono che la roccia, sentono i muscoli duri, dimenticano il mare e il carapace non serve più, non c’è alcuna difesa nell’attacco. Così le tartarughe ninja si sono armate perché non hanno pietre da spingere né desiderio di acqua, ecco perché ora mi annoiano.

Quale follia riveste i miei giorni e quale lucerna vado consumando, quale mare mi accoglierà quando sarò poi solo a bearmi della curvatura della terra?

Nelle tempeste si vede solo acqua, nella notte ricerchiamo la luce, soltanto al sole appaiono le ombre. Vorrei prendere a pugni l’ansia e ricamare note sonore sul flauto, sulla chitarra appoggiata negli angoli.

La leggerezza sotto al tuo portone, io, come le moke gonfie di caffè lamento di spegnere il fuoco col borbottio, poi fischio e infine brucio nel disperdermi. Il tuo orecchio teso al gorgogliare, il mio piede tra i castagni s’appassiona al muschio, ma l’occhio si ripulisce e le dita accarezzano il dorso degli alberi.

Non penso al domani, è sempre lo stesso giorno qui sulla terra. Arriveranno i venti per confonderci le carte e poi i viaggi, quando non basteremo più a noi stessi, le nostre teste fatte di stelle non ancora ordinate in costellazioni.

Quanto alla legna lasciamo che bruci nei camini, le fiamme salgono al cielo e riscaldano l’aria abituata all’alito di gente infreddolita che rincorre le strade col passo incerto e lo sguardo sicuro. Ho immaginato il tuo pavimento caldo, le tue pareti pulite e quei colori poco invadenti che fanno il tuo mondo. Ho immaginato il bianco barocco e i tavolini all’aperto, poi le granite. Ho immaginato le piazze e il verde, la c aspirata e il vino. Troppo così ho immaginato che se te lo dico aumentano le ansie e la spontaneità fa il suo sacco per andarsene.

Ora, tutto questo mio scrivere non serve a nulla.

Addio malinconia,

non vorrei crepare prima di aver conosciuto i balconi di Cuba

i pianti sonori di Iguazu

i gechi di pietra del sud

Non vorrei crepare

senza sapere il colore del mare

quando il cielo non c’è

se sotto ai vulcani è freddo

se nel tuo ghiaccio c’è un buco

per poter pescare

se dietro alla tua porta c’è una serratura

per poterti guardare.

Poi finestre spalancate e uliveti, vigneti, yeti,

che lieti giochiamo a rincorrerci.

Foto: dalla rete.

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