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Uno spliff e un etto di bresaola.

L’odore dell’erba, i muscoli duri. Sei sotto tre a zero e i compagni dispersi. Nessun timone e nessuna lancia. Riportare a casa la pelle e la sensazione di non vederci più. A rincorrere gli altri, una palla che viaggia e quando ce l’hai tra i piedi è fuoco e prima te ne liberi meglio è. Nessuna responsabilità e il coraggio soltanto nel respiro lungo dei calci piazzati. E tutto intorno i pensieri di un pubblico che non c’è. I razzi di Gaza e le orazioni funebri del nord Africa. Le manifestazioni delle coscienze abbattono le reti e trasformano l’erba in fango. Dove sono finiti i nostri discorsi sul modulo e il 4 4 2 per sistemare le nostre giornate? Quando apri la bocca per lasciar decantare il profumo della fica che ti si è strusciata addosso e poi se n’è andata. La tristezza delle gonne corte e poco spazio per l’immaginazione. Ora che fare? Tornare a casa: una lavatrice, un bacio alla moglie, una telefonata alla fidanzata, il risultato della nazionale, un’antidolorifico per le botte date e ricevute, uno spliff e un etto di bresaola. E poi sfilarti i jeans, entrare nel letto in mutande e non prendere sonno. L’adrenalina nei muscoli e il cazzo che non dà segni di vita. Ed ora puoi pensare ai tuoi cari e al significato dell’esistenza. Quale la tua balena bianca e in quale mare? E tutte le domande che ti sei lavato via in doccia ora tornano a pungerti. E ti rigiri tra le coperte e lei non c’è e chissà mai se un giorno tornerà. E tu dove sarai? Non c’è un mare che contenga tutto quanto desideri. Non c’è una terra che ti dia la sensazione del trapasso d’orizzonti. Questa precarietà che i direttori dei telegiornali scarnificano con parole nemmeno accademiche, la banalità delle pettinature delle giornaliste e poi i soffitti bassi, le luci forti. Quale libertà negli studi televisivi? Quale naturalezza? Non prendo sonno perché il sonno è dei lavoratori, le dieci ore degli operai e le schiene curve sui computer. Io come i folli attraverso i giorni in lucida mollezza: un bicchiere di vino, un panino, verdura cotta e fibre e il pensiero zen che non m’appartiene. Il libro giace aperto come un pesce boccheggiante. Il letto sfatto. I vetri del tetto consumati dai miei pensieri sporchi che urlano per uscire e aspettano una rivoluzione delle coscienze. Ma è tutto uno specchio, e il Narciso muore ancora prima di dare frutto.

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Bello e brutto, mai e per sempre

Amare di un amore conosciuto, così simile a tutti gli altri che per distinguersi ha perso una gamba e ora zoppica, goffo girovagare di parole il mio. Quando alla stazione Centrale i treni partivano in orario e così ci siamo persi. Salutarsi dietro ai vetri come quelli dei film. Avrei voluto dirti lo vedi che ogni partenza è un fischio lungo? I cani abbaiano infastiditi mentre i capotreno ci chiudono ogni possibilità di fuga. Non c’è mai posto per la giacca. I quotidiani aperti con cura per non dar noia al vicino e le parole di rabbia che diluisco nella bottiglietta d’acqua. Non mi farò un opinione perché è inutile farsene una, preferisco gli investimenti della meraviglia, i tuoi occhi lasciati sul comodino e quelle lentiggini come una linea da tracciare sulle tue guance; ridisegnare il mondo attraverso gli incontri. E sulla sella del motorino gli adesivi dei popoli in guerra per ricordare al mio culo di aver cura degli altri e poi dimenticarmene. Volersi bene, oppure male, le velleità di queste parole cariche di polvere: bello e brutto, mai e per sempre. Dovrei parlarti dei guai della new economy, dei tre compleanni di Putin o dell’assassinio dei dissidenti? Dovrei portarti in piazza Fontana e leggerti le due lapidi a Pinelli? Omicidio o suicidio, i pascoli erbosi della giovinezza e l’impegno civile. Dov’è dunque questa verità che cercavamo con forza? Abbiamo cominciato a lavarci i capelli e a vestirci bene per distinguerci dal lasciarsi andare dei nostri coetanei. Contro alla corrente nelle correnti che non nascono più. Ci hanno marchiato a fuoco come una generazione liquida, avari noi del senso della storia, insetti da schiacciare e miele d’acacia per sapore di lontananza. Come quel giornalista che mi scrive io della tua scrittura non capisco nulla e per fortuna non sei un mio collega. Gonfio il petto e sputo per terra. Correggimi pure gli accenti che sono troppo occupato a medicarmi le guance. Per tutti gli schiaffi della carta stampata e la retorica del punto e a capo. Vorrei fermarmi e dire wow davanti a una stella cadente, ma ricerco le campagne per tenere gli occhi appesi alla via lattea e non perdermi tra le luci accese degli uffici nei grattacieli. Le parole nuove che non so usare e la precarietà dell’umanista. Vorremmo conoscere noi e il mondo fottuto che ci rovista le tasche e consumiamo le schiene sui libri o a cavallo del fiume, la briglia sciolta della nostra sensibilità per abituare lo sguardo alla perpendicolare. Che gli orizzonti non sono fatti per le foto noiose dei baci oceano, mare e poi cielo. Il mestiere di vivere, il mestiere del volto. Quando mi guarderai ci troverai le dighe chiuse, che per i pianti son terminati i giorni ed ora navigo a vista, la balena bianca e l’ossessione di Achab. Saremo felici un giorno, o almeno liberi, quando una città sembrerà mare aperto. Un bicchiere di bianco, i tuoi denti dritti.

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Il pugno chiuso e le manifestazioni delle adolescenze.

Gli studenti e il kabap delle dieci del mattino, le colazioni dei campioni d’Italia e gli scudetti cuciti sugli zaini. E con le tag diamo calci alle nostre identità ancora fragili che hanno bisogno di mura solide e lacche spray. I nostri ciuffi per le ribellioni e lo scontro con l’altro sesso, i braccio di ferro a colpi di lingua e il solco tra i pantaloni elasticizzati della nostra compagna di banco. Le strade chiuse per la libertà di parola e macchine della polizia con le luci accese, il blu dei tuoi occhi lo dimentico per qualche ora mentre le strisce pedonali non servono più, mi innervosiscono i commenti sui programmi tivù e la bruttezza esibita della commessa, lo scontrino e l’ennesimo caffè a storcermi la bocca. Mentre imperversano le manifestazioni, questi studenti che imparano a indurire il volto e a farne schermo. La massa che elemosina musica e spazio per lo squilibrio ormonale e le eruzioni cutanee. Dagli altoparlanti la primavera di Praga e le ballate di Cuba tratte dai canzonieri Scout. Sempre la stessa musica, le orecchie abituate alle urla che per le cospirazioni ricordiamo i sussurri e l’onda anomala non la vedi finché non ti travolge. Al coro di libri gratis, vergogna e lavoro per tutti sorridono le bocche delle vecchiette ancora sporche delle brioches di Maria Antonietta. E mentre il Negramaro pubblica pagine sul disagio dei giovani d’oggi e la smania d’amore dei più, ti allacci una scarpa e togli la polvere dal risvolto dei jeans. Ti siedi sui gradini fuori dai negozi chiusi, e sotto il cartello svendita totale, cedesi attività non puoi che farti abbagliare da quelle voci acerbe, le barbe appena accennate e le sciarpe lasciate annodare al caso, i dread che non ho mai avuto il coraggio di fare e i baci arruffati di queste adolescenze in gemme, per lo sbocciare della passione che o ce l’hai o non ce l’hai. E si comincia da piccoli. Perché la vita scorre ed è troppo facile ridurla a un’alzata di spalle, le derive nichiliste dell’esperienza. Aspetto le rughe e fortifico lo sguardo. E poi mi sporgo alla finestra, il pugno chiuso, come Kim Ki Duk a Venezia, la mia nenia infantile che si perde nell’aria.

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Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

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Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

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Centinaia di eventi dai nomi impronunciabili

E ci tiravamo in mezzo in una storia che non mi ricordo, io cominciavo dal c’era una volta e tu passavi all’azione. Ci sorprendevamo a toglierci le scarpe ed eravamo così goffi che anche il letto piangeva dal ridere e così lo punivamo saltandoci sopra e disfandogli il rozzo del bianco. Quando ti giravi dall’altra parte e mi dicevi immaginati i miei occhi, coi i miei vaffanculo, la voce da bimbo. Quando mi siedo sulle panchine appoggio entrambe le mani e ci trovo gomme già masticate e allora mi convinco siano imperfezioni della vernice o soltanto stemmi di non so quale casata nobile, così mi inganno e non provo ribrezzo. La borghesia mi sfila davanti col passo veloce, Milano chiama e il popolo risponde. Le altezze dei grattacieli e nessun pozzo per affogare in profondità. Centinaia di eventi e tutti con nomi impronunciabili. L’esigenza del party e le confraternite del sabato sera. Hai preparato il vestito? Linate non chiude lo sai, partono ancora gli aerei e possiamo cambiare vita, come in Revolutionary Road te lo ricordi quel film e poi Di Caprio quant’era bello una volta e adesso com’è? Si invecchia lo sai, la cicatrice sopra il mio occhio sinistro e le corse al parco che per tenerci in forma puntiamo l’occhio ai busti dei greci, al bronzo etrusco e confondiamo la storia con la moda. E poi lamentati ancora se ti parlo del mio razzismo estetico, di quella fisiognomica che basta uno sguardo e mi allontano e mi avvicino dai tuoi capelli, il movimento delle tue dita e il pozzi di petrolio che porti negli occhi. Volevo scriverti soltanto una storia vera, ma finisco per dilungarmi in attimi: le immagini che si accumulano nel mio cervello, come i quei sogni che non ti ricordi e che ti viene voglia di raccontarmi. Quando mi guardi, mi dici: sai che c’è? E immagino che tu voglia tagliare a metà il tuo cuore per annaffiarmi di rosso e regalarmi il marchio indelebile delle tue interiorità. E finalmente le cateratte, il volo delle astronavi e Plutone con le mutande abbassate, e allora nessuna arca e nessun Noè, chiuderanno gli uffici anagrafici perché comincerò a inventare il tuo nome e tu sarai così contenta che ti si illumineranno le guance come certe sfere sugli alberi del Natale. E ora non chiedermi niente, prendi la coperta e avvolgiti e poi rimani ferma, così, come una greca, come una dea. L’immagine invisibile di certe mie ispirazioni.

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Non capisco le persone che non si toccano mai

E li vedi che si avvicinano col sorriso appena stirato, lavato, ingessato dagli inchini sul posto di lavoro e tutto il superfluo della vita delle città, il petto in fuori e le orecchie chiuse, le radioline per la partita della domenica pomeriggio e quei suoni ovattati di neve che riesco soltanto a immaginare. E così ti stringono e ti chiedono come va senza aspettare la risposta, lo sguardo sulla riva, quando l’acqua non è mai la stessa e scivolano via le etichette dei tempi dell’adolescenza. E poi tastano forte i tuoi bicipiti per sentirne il tonico, e nella morbidezza trovano la tua inadeguatezza alla vita. E poi una carezza alla pancia per accorgersi che sei un po’ ingrassato oppure no, certo non sai se quella è amicizia o soltanto desiderio di affermazione di sé, il primeggiare nel confronto e dirsi non sono ancora nulla, ma un poco meglio di te, per quei traguardi che cancellavamo sulle lavagne dopo la lista dei buoni e cattivi. Le assenze dei nuovi maestri e la presenza molesta di quelli antichi. Se fai caso al tatto le parole ne risentono e ricamiamo frasi di circostanza trovando scuse buone per farci distanze. Non capisco le persone che non si toccano mai. Che per la conoscenza non bastano i libri, le lunghe ore passate a prendere il senno sulle poltrone scomode delle conferenze e poi le tavole rotonde del già detto. Quando vorrei prendere penna e foglio, distruggere il televisore e poi un aereo per sorvolare tutte le funi che mi trattengono, lo sguardo preoccupato degli altri è solo acqua per quei fuochi che mi tolgono il dono raro della serenità e mi spingono al limite, alla noncuranza degli affetti di ieri. La sovrastima sensibile degli averi, che siano cose, ricordi o amori. Lasciare tutto e andare, per quei reportage sulle cose dimenticate dai più, i vulcani in attività della Siria e le morti scontate della Somalia. La negazione della libertà del corno d’Africa e poi quel che non so. Non bastano due occhi, non una penna, un foglio. Che la mia voce risuoni tra le vostre montagne e si faccia eco, che io non parli di me, ma dell’uomo che questo è: vulcano, fuoco, e poi cenere. E silenzio. E poi voce. Parola.

Foto: © Bruce Gilden

Photo editing: Neige

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Per quando non sei che contorni

Per quando non sei e le trapunte in fiori che nascondiamo in soffitta. Non parlerò più d’amore, non scriverò delle foglie nerastre dei boschi delle tue cosce. Rimarrò sul davanzale dei tuoi occhi, petalo io per il succhiare stanco delle ultime api.

Il giallo e il nero di notti e giorni, il passo lento alle sei del mattino e la ricerca vana delle aquile in stormi.

Per quando non sei che contorni.

Per quando sei erba e radura.

Per le le grigliate a cavallo del tuo petto. Le dita roventi per l’eruzione dei tuoi sussurri.

Di quando c’eri sono rimasti ricordi.

Erba schiacciata e mozziconi spenti. E il verde di bottiglie vuote.

Con le vibrazioni della Dub ballavano anche le cavallette e davanti ai tuoi seni arrossivano i tramonti.

Il sussidiario della scuola media, con la terra che gira su se stessa e i nostri pensieri che si perdono nel tempo. Ci pensi mai che stiamo girando in tondo? E non siamo mai dove crediamo di essere.

Sulle vocali francesi batte il vento di luglio per i ricordi delle masturbazioni dell’adolescenza.

Di quando mi domandavo dello sguardo degli animali, conoscerà mai vergogna un cane?

Ti avevo svegliata puntandoti la mia pistola sulla schiena, ti sei presa paura che era ancora buio,mi hai domandato che fai e poi hai capito che non era metallo.

Bello sarebbe ora addentare brioches e caffè caldo. Hai risposto scemo, alle rondini basta il pane. Ci pensi mai che gli uccelli giovani prendono il cibo dalla bocca dei genitori? Hai mai visto due carpe baciarsi?

La banalità del mai.

Per quando non sei che ricordo.

Lo sguardo sul petto e il desiderio del fumo denso degli stupefacenti.

Di quando mi sdraio sul tavolo e provo ad afferrare il soffitto. Le dita in cerca disegnano rotte per l’invisibilità della polvere.

Per quando non sei che guance.

Per quando non sei che assenza.

Per il profumo nelle mie narici.

Per l’odore tra le mie dita.

I miei capelli sporchi.

Il rosso degli occhi.

Questo fastidio del cazzo mi fa pensare a te.

Taglieranno l’erba prima o poi, troverò le tue forcine infilzate a terra. Il tuo anello rotola nella bocca della rana verde.

Il canto asmatico dei nostri intestini, verrà la pioggia e fango per l’annullamento dei segni del nostro peso.

E tu sopra di me, io sopra di te e tutti questi esperimenti, i Frenz, gli Staind e i gruppi finto rock degli anni novanta.

Sul tuo ginocchio la pelle morbida e bolle bianche colpa d’ortica.

Per quando non sei che gambe e posso portarti sul petto come una collana.

Foto: © Mapplethorpe

Photo editing: Neige

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Con le palpebre ancorate all’autunno

Lasciare il mondo con le palpebre ancorate all’autunno.

Il bianco degli occhi, la riva del fiume, i sassi lanciati al pelo dell’acqua e lo sporco sotto le unghie. Le ginocchia piegate ad arco per l’attraversamento pedonale dei cigni.

Vorrei avere ventidue anni. Un’estate. Il barcone sulla Senna, i nostri corpi nudi, l’odore rancido dell’acqua del bordo. A scaldarci come rami intrecciamo le ossa: i rituali dell’ardere e poi sospirare guardando il cielo che non c’è, lo sciabordio delle onde degli sguardi degli altri. Dentro gli oblò che danno sulla riva i binocoli ciechi dei curiosi. Il mio pene disegna rotte sul pavimento, lo segui con gli occhi e mi dici che somiglio a un compasso e prendi in mano il mappamondo e cominci a farlo girare forte così che i continenti si confondono, lo alzi e diventiamo campioni, la coppa blu e verde per quei nostri mari che hanno la consistenza dei prati.

Dove vorresti andare tu?

I pesci che sbattono le ali mentre lasciano andare alla bocca le parole che abbiamo mandato in letargo.

Hai urlato forte il mio nome, io il tuo, il mondo appoggiato al pavimento e noi a girarci intorno, a giocare a prenderci, a far rimbalzare i denti contro i muri, l’odore fresco dei sorrisi dell’adolescenza.

Ci siamo detti, andiamo, partiamo, coi nostri corpi che si sono alzati in volo, sull’altalena dei tuoi fianchi le mie spinte più belle. Nelle discese sulla tua schiena gli uau che m’erano rimasti in bocca nelle estati in montagna. I roller coaster dei week end estivi e le mani dei genitori. Quei silenzi da ritorno in automobile, dormire sul sedile di dietro e poi in braccio tra le coperte pulite. Il peso dell’affetto di mamma a sfondare il materasso e il c’era una volta per la buonanotte.

S’è fatto buio e siamo scesi a riva. Mi hai detto bello sarebbe i nostri piedi nudi e lanciarci dal Pont Neuf e dimenticarsi dei colori degli oceani. Mi hai guardato negli occhi: lo sai quanti ne ha uccisi la musica? E la scrittura ti ho detto io, lo sai quanti ne ha uccisi? Così abbiamo acceso lo stereo, il ritmo elettronico dei nostri cuori, la mia lingua lunga, ti ho scritto sulla schiena qualcosa che non mi ricordo. Quando mi hai detto, non è importante che cosa, lasciami dimenticare, non vorrei essere io la causa delle tue morti e io ti ho detto che sapevi di sale.

Foto: André Kertész, Distorsioni Cognitive

Photo  editing: Neige

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Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono

A cuore aperto il vuoto delle bottiglie di birra e la nostra malavoglia a decorare il pieno della pattumiera. Le scale e l’odore delle nostre cene passate. A niente servono gli inviti se nessuno li accoglie. A nulla i cappelli se nessuno li indossa. Sono sei mesi, ma sembra un anno, i miei capelli in grappolo e il rifiuto per le coperte. Non ci sono letti troppo piccoli quando si ha la libertà dell’andare e scelte varie per il domani. Ci hanno addormentato da infanti con la storia del destino, che tutto è scritto e così seduti al banco, il grembiule nero e le alzate di mano per andare in bagno. Quando mi trascinavo fino al treno e mi alzavo alle sei del mattino, l’inchiostro simpatico per le memorie a termine e la paura delle interrogazioni a esplodere nei giornaletti porno all’uscita da scuola. Quando ora vorrei domande a grappolo e tutto il tempo per le risposte. Mi hai detto che il silenzio è un tuono e invece piove e mi manca la tua voce. Le lenzuola si fanno contorno quando sei così cruda che vorrei morderti e poi cuocerti con l’ansimare ardente del respiro. E tutti quei casini che ci ricamiamo addosso, la perdita dei peli superflui per fare ordine nella carne e lo svelamento delle emozioni che proviamo a chiamare curiosità. E sui giornali la serie B della lingua italiana, l’esibizione dell’accademia e sintomi di pressapochismo per i nostri clic pagati a caro prezzo. E scaglie di cuore sulle nostre paste scotte, sulle pizze ordinate al telefono ed i formaggi sintetici per l’addestramento chimico delle nostre preferenze; il gusto decadente dei tetti invisibili di Milano e quei disegni che tieni nascosti sotto le ascelle. Del Marocco e delle mie prime corse a cavallo, gli zoccoli sulla sabbia e schizzi di mare sui tuoi seni acerbi. Cresceranno, crescerai, cresceremo e lanceremo bottiglie nel mare senza messaggi per il futuro, ci affascina il rumore limpido dei vetri rotti e la capacità del mare di smussare gli angoli. Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono e poi hai alzato la gonna mi hai detto ti ricordi quando mettevo ancora le mutande? Ti ho detto no. E sei scappata via. Così ho lasciato il cavallo e ho cominciato a rincorrerti.

Foto: Elliott Erwitt, North Carolina

Photo editing: Chiara

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