Uno spliff e un etto di bresaola.

L’odore dell’erba, i muscoli duri. Sei sotto tre a zero e i compagni dispersi. Nessun timone e nessuna lancia. Riportare a casa la pelle e la sensazione di non vederci più. A rincorrere gli altri, una palla che viaggia e quando ce l’hai tra i piedi è fuoco e prima te ne liberi meglio è. Nessuna responsabilità e il coraggio soltanto nel respiro lungo dei calci piazzati. E tutto intorno i pensieri di un pubblico che non c’è. I razzi di Gaza e le orazioni funebri del nord Africa. Le manifestazioni delle coscienze abbattono le reti e trasformano l’erba in fango. Dove sono finiti i nostri discorsi sul modulo e il 4 4 2 per sistemare le nostre giornate? Quando apri la bocca per lasciar decantare il profumo della fica che ti si è strusciata addosso e poi se n’è andata. La tristezza delle gonne corte e poco spazio per l’immaginazione. Ora che fare? Tornare a casa: una lavatrice, un bacio alla moglie, una telefonata alla fidanzata, il risultato della nazionale, un’antidolorifico per le botte date e ricevute, uno spliff e un etto di bresaola. E poi sfilarti i jeans, entrare nel letto in mutande e non prendere sonno. L’adrenalina nei muscoli e il cazzo che non dà segni di vita. Ed ora puoi pensare ai tuoi cari e al significato dell’esistenza. Quale la tua balena bianca e in quale mare? E tutte le domande che ti sei lavato via in doccia ora tornano a pungerti. E ti rigiri tra le coperte e lei non c’è e chissà mai se un giorno tornerà. E tu dove sarai? Non c’è un mare che contenga tutto quanto desideri. Non c’è una terra che ti dia la sensazione del trapasso d’orizzonti. Questa precarietà che i direttori dei telegiornali scarnificano con parole nemmeno accademiche, la banalità delle pettinature delle giornaliste e poi i soffitti bassi, le luci forti. Quale libertà negli studi televisivi? Quale naturalezza? Non prendo sonno perché il sonno è dei lavoratori, le dieci ore degli operai e le schiene curve sui computer. Io come i folli attraverso i giorni in lucida mollezza: un bicchiere di vino, un panino, verdura cotta e fibre e il pensiero zen che non m’appartiene. Il libro giace aperto come un pesce boccheggiante. Il letto sfatto. I vetri del tetto consumati dai miei pensieri sporchi che urlano per uscire e aspettano una rivoluzione delle coscienze. Ma è tutto uno specchio, e il Narciso muore ancora prima di dare frutto.

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One thought on “Uno spliff e un etto di bresaola.

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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