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Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te.

Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te. Il titolo di un film drammatico tramutato in commedia. Gli abiti lunghi e i sorrisi di circostanza per lo sfoggio consapevole delle apparenze. L’euro al semaforo e il no alle rose congelate dai cingalesi. E poi la notte acqua e spazzole sull’asfalto per purificarci dagli orrori quotidiani. Ci prenderanno di petto i nostri conti in banca e ci costringeranno a marchette impensate. Stringere le mani ai padroni e con la scusa della nostra ignoranza farci incastrare dagli slogan americani. Le primarie alla porta peseranno due euro sulla nostra economia settimanale. Tutto questo pensare che finisce in niente. Le correnti di pensiero che ci costringono a prendere freddo. La tua storia piccola e i miei calzoni corti. Quando riflettevo meno e mi godevo i momenti. La crema della brioches a sporcarmi il viso, le scarpe zuppe di quando saltavo nelle pozzanghere e i cartelloni pubblicitari erano soltanto un pretesto per farmi chiedere da mamma il nome dei colori. Che poi alle medie sapevo pure dirli in francese. E vuoi dirmi ora che senso hanno queste vicinanze virtuali? Che senso ha il mio scrivere quando si gioca Juventus-Chelsea? Nelle imitazioni demenziali della domenica pomeriggio la mia spocchia repressa e le figurazioni nei film di serie A, le comparsate nel campionato Amatori e i progetti lasciati a metà. Vuoi dirmi perché non scivolare lungo i tuoi capelli, giungere tra le tue cosce e sdraiarsi tra le dune chiare delle tue gambe. Vuoi dirmi il perché dei tuoi piedi lunghi, il secondo dito che supera l’alluce e le divagazioni sulla natura dei nostri sentimenti. Quando mi dirai la tua età non ti crederò perché ho perso per sempre il senso di questo presente. E divago d’immaginario. E prendo il largo sulla zattera incerta del mio dire, le onde insolite dei tuoi sguardi mai uguali e quelle ciglia che hai perso sulle mie mani, ma ancora non lo sai. Quando mi dicevano di battere un pugno sul palmo della mano rivolto verso il basso e dopo il pum far sparire quel ciglio, che se vola un desiderio si avvera e se rimane sul palmo incastrato tra i peli invisibili della giovinezza non c’è speranza di realizzazione alcuna. Ma in fondo a noi la speranza non interessa. Ci racconteremo presto una storia cominciando dal verrà una volta che per i c’era (una volta) non c’è più spazio.

Foto: Luigi Ghirri

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Non è Mourinho e nemmeno Real. Manifesta.

E ancora Madrid non è Mourinho e nemmeno Real. Una scarpa rossa dimenticata sul marciapiede e piedi scalzi sulle terrazze. Odore di griglia e bandiere. Il fumo nero delle marmitte e i pianti molesti dei bimbi. Gli ululati lunghi dei cani e quei caschi tutti uguali. Non serve conoscere la lingue per preoccuparsi di quel che ci accade intorno. La pioggia di bombe e la mia vicina che se gettassi un lacrimogeno dal balcone verrebbe a prendermi per il collo, avvelenerebbe il ragù e comincerebbe a chiedermi dell’andirivieni che bussa alla mia porta. E classificare le morti a grappolo con un va così e non sentirsi morti un po’. Che quando sparisce un innocente che ne è della mia umanità? E quando faccio finta di niente è solo allora che raggiungo serenità prima impossibili. E concentrarsi sulla tensione dei muscoli e l’igiene dei condimenti. Faranno la mia anima a pezzi per darla in pasto a qualche bestia. Nei pascoli erbosi si mesce vino inquinato e acini d’odio, col venticello della calunnia che diventa monsone. Verrà il brutto tempo, arriverà sulla penisola e ci chiuderemo in casa, noi sotto i letti aggrappati al blu di Facebook che per salvarci scriveremo agli sconosciuti raccontando di noi. Di quando tornavo a casa un sabato sera, la via chiusa e camionette e divise antisommossa per rimuovere i nostri stati d’animo che fanno pernacchie alla quiete e si cibano di spazio. La strada chiusa è toglierci un altra possibilità di fuga o di cammino. Ci togliete spazi perché non potete toglierci il tempo. Le sigarette accese e raccontarvi i particolari poco interessanti: le tette sode della manifestante e le ossa deboli dell’adolescente. Che fine faremo noi davanti alle vostre forbici per tagliarci le lingue? Il corso lungo di Porta Romana e quei muscoli in movimento separati ormai dal corpo. Sempre le stesse parole. Ci hanno ridotto al silenzio ritagliandoci lo spazio intorno. E come i trasferelli siamo avvezzi all’appiccico. E siamo così vicini che ci confondiamo. E siamo così vicini che non respiriamo. E come uscire da tutto questo? Una barca e andare e poi verso dove? Come in Albania negli anni novanta quando partiva una nave diretta verso l’Italia correvano tutti: i belli e i brutti, i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi. Tutti correvano verso la terra vista in tivù, tra i pixel e il design raffinato, i culi grossi delle trasmissioni di cucina, i muscoli tonici dei calciatori e le cravatte dei professionisti. Le canzoni dei premier e i dibattiti moderati. E giornalisti al posto degli intellettuali. E come noi oggi correvano tutti e perderemo tutto il fiato per lo sforzo così quando arriveremo un giorno a prua e ci chiederanno il perché  del nostro andare noi non sapremo rispondere.

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Come i narvali

Noi come i narvali.

E l’unica mia radice un dente lunghissimo, la vite in fronte per l’accumularsi dei pensieri dei giorni. La mitologia che mi carico sulla testa.

E tu simile al beluga, al delfino o alle grandezze straordinarie dei cetacei.

Ti parlavo degli unicorni quando dal brufolo tra le sopracciglia mi è cresciuto un corno lunghissimo. E sono stato costretto a gettarmi nel lavandino. Quando avevi aperto l’acqua soltanto per lavarti le mani e sono caduto nel buco. E come Alice e le sue meraviglie mi sono fatto spazio nel blu, io senza squame, la psoriasi a mollo smette di infastidirmi.

E mi circondavano abbracci di pesci minuscoli e sciarpe d’ossigeno. E si prendevano la mia carne morta e sbocconcellavano piano lasciando i morsi ai pesci più grandi.

Per distanziare la banalità degli squali americani raggiungevo le acque fredde del nord, lo sfogo alle malinconie nel buco ai ghiacci del mio corno lungo. Poi il sole di mezzanotte e avere voglia di gettarsi in mare pur essendo già in acqua. Non sappiamo godere di quello che abbiamo ti ripetevo. E mi dicevi che bellezza e sensibilità e intelligenza e coscienza non sono fatte per il guadagno. Io ti ho risposto che un contadino furbo può far fortuna coi prodotti dell’orto.

E non possiamo far l’amore io e te, come i narvali, che se ti infilzo col mio corno ti perforo gli organi vitali. E poi smetti di respirare. Possiamo nuotare vicini, e farci prossimi alla riva o solcare il largo. Conoscere l’infinito dell’orizzonte, abbeverarci al sole e prendere sonno sul finire del giorno. Disegnare nell’acqua il contorno delle colonne d’Ercole e non aver paura delle gomme da cancellare dei futuri degli altri.

Tra le vetrine il fascino del denaro, venivo a farti visita in sogno con le mie ossessioni per il numero 8, e non è Marchisio e non è Nocerino.

Stasera si gioca la Champion’s League e farò finta di niente, la nostalgia di Del Piero non è per i pesci grossi.

E in Groelandia ci sono leggende che parlano di noi, della coda del figlio tra la coscia levigata di mamma narvalo, le nostre navigazioni del non ricordo settimane prima della nascita per poi prendere il largo da soli. E non sarò Tu, Mio, allontaneremo la retorica dai nostri futuri e quello che chiamavamo morale sarà soltanto coscienza.

Liberi noi in questo mare, in branco o soli, ma noi, con corni da unicorno e zoccoli santi. Verso l’azzurro, ancora una volta. Per respirare ci solleviamo in altezza e sembreremo più alti, ma sarà soltanto un miraggio, che con gli occhi belli tutto è possibile.

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Soltanto uno sguardo tra il bianco.

Dopo il risveglio l’azzurro tra i vetri e il primo caffè.

I pruriti degli arti, la nostra pelle secca e le presidenziali americane, le tazze coi nostri volti nei negozi sul lungomare e i tuoi like su Facebook come indicatori di distanze.

Pollice su ai potenziali elettori dei nostri domani, quando continuano ad essere gli altri a scegliere per noi. C’è chi può dire no ai lavori mal pagati per le coperte in cashmere che hanno cominciato a rimboccargli da piccolo.

E intanto non c’è pietà negli intervistatori della domenica e i sudditi del pre serale. Tra le tirate lunghe dello scrittore e i lanci di pomodori del lunedì. Quando la tivù non ci concede altri tempi,

il folle istrione

e

la mancanza di vuoti.

Quando muore qualcuno si libera uno spazio.

Quando si lascia la terra e si prende il mare si lascia un messaggio.

Con le nostre relazioni a tempo determinato consumiamo l’ansia di piccole morti e ci prepariamo all’ultimo giorno. Al ciao definitivo che per qualcuno è un arrivederci.

 

Ma non c’è ancora spazio per tutti. I nuovi rampanti e queste scale a chiocciola che ci fanno girare la testa. E rimaniamo in basso a guardare.

Troverò qui il perché dei tuoi silenzi?

 

Quando lo spazio bianco apre nuovi scenari e cambia il tempo della percezione, 2001 Odissea nello spazio è un film troppo lento.

E dove sono adesso le tue guance. Dove le tue lentiggini. Questo cielo ha bisogno dei tuoi denti bianchi e capelli neri e camicie a quadri per tornare ad essere il latte che tanto piace a Milano. Le nostre colazioni dimenticate tra i vicoli di Brera.

Le notti insonni a rincorrere un’immagine, le proiezioni dei miei contorni contro i muri illuminati soltanto per tracciarmi il contorno e capire cosa sta cambiando intorno a me. A provarmi tuoi reggiseni mai visti e poi la nuova moda vintage. Le cannibale è soltanto il motto di una discoteca.

Fioccano i mercatini, le luci del Natale, a ricordarmi che se non ci vediamo non esisti, la balena bianca delle mie pesche infruttuose. Ritornare a quell’uomo e al coraggio degli oceani: le mie reti tutte bucherellate, pescatori di uomini che rifiutano il contatto.

Ed ora torna alle tue pagine tutte bianche, tra i miei oggi ci son sorprese e grappoli d’uva, cachi arancioni e il prezzo incredibile delle castagne.

Vorrei cucinare per te, dirti non ho mai ucciso nessuno con gli occhi, e andrebbe a finire che tu non ci crederesti, perché hai paura o soltanto non puoi vedermi perché hai lo sguardo proiettato lontano.

Quando non ci sei. E io sì. E così affermo soltanto me stesso, come i candidati di destra. Come i testimonial famosi. Come i vestiti firmati. Come quella candela che ci siamo dimenticati accesa più di un anno fa, ed ora è un fuoco, come l’Ohio, e non c’è verso di spegnerla.

A nulla servono gli uragani, abbiamo interiorità così vaste che manco le bombe a idrogeno.

Soltanto un incontro.

 

 

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Sei bella, anche tu.

Un caffè lungo e la scusa per il bagno.

Ottanta centesimi di gocciolii e la soddisfazione dello svuotamento interiore e poi fuori a prendere aria, una sigaretta e uno sguardo alla fretta dei passanti.

Noi senza meta abbiamo tempo per i commenti e come le colazioni delle vecchie nei bar della provincia ci facciamo ovvietà.

Tra il bianco degli arredi il pippo in mano e le scritte sui muri, chi tocca muore, Ac/Dc d’annata e i numeri di telefono per le grandezze che non chiamerai mai. Il pensiero che sale sul lampadario e solletica i cirri, poter dire che è tutta una questione di aperture del sé, passaggi a livello alzati e accessi alle intimità.

Poi il taglio dei tuoi occhi e i disegni elementari che ti sei trascinata sulla pelle, i tuoi sogni semplici e le velleità rinchiuse nelle toppe dello zainetto.

E intanto gli amici che si frequentano con donne nuove, le attese e la pienezza del colore delle loro guance, tutti i dubbi che di giorno in mese perdono consistenza e poi affidarsi. Il godimento nello sfregamento dei loro bacini e suoni di risa che puoi soltanto ascoltare, o immaginare. E rallegrarti della gioia degli altri è un buon piatto di pasta, un ritorno a casa o un abbraccio desiderato da tempo. L’eremitaggio è un’utopia perdente.

Così mi è spuntata una voglia di musica elettronica francese proprio sulla coscia tra i peli che cominciano a perdersi e i muscoli gonfi per il gioco del calcio.

E mi ricordo che ci siamo seduti uno di fronte all’altro, che tu dovevi mangiare e io ti volevo soltanto guardare. E per non incrociare le gambe i fischio d’inizio di pacifiche battaglie. I tavoli sempre più piccoli e i letti più ampi che poi finisci per perderti. Quando stamattina pensavo di avere la febbre la tua voce a sussurrarmi in sogno sei così sano che ti stai impigrendo. 

E mentre tornavo a casa sono passato sotto la sua porta, una targa dorata e il solito bar, ho comprato un pacchetto di sigarette per non dimenticarti, che lo sai che non fumo, ma consumo il fiato altrove che tanto con te non serve se hai ancora paura.

E mentre sei girata e parli coi tuoi simili vorrei attaccarti sulla schiena un cartello con scritto Non scappare come ai tempi della scuola e il pesce d’aprile. Che chi ti guarderà penserà che sei folle, che cammini piano e non hai fretta alcuna e correre non ti serve.

E vorrei esistessero lettere alte due metri per mostrarti queste righe sul selciato di piazza Duomo. Ma non si può, che wordpress è una piattaforma, con le sue regole e le sue leggi.

Ci pensi mai che esistono mondi a petrolio e persone in mezzo all’oceano, e re e regine del blu e che ai potenti del mare non serve la democrazia.

E poi le nostre piccolezze: che siamo così belli che non dobbiamo avere paura di dircelo. Potrebbe accadere più o meno così: io che ti dico sei bella e tu che rispondi anche tu, tu che mi dici sei bello, io che rispondo anche tu.

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Come gli ombrelli dimenticati

Non correremo la maratona di New York.

Tra le macerie delle nostre feste della domenica le nostre strategie per non pensare. A casa presto, domani il lavoro.

Coi vicini che si esprimono ad urli e rancore per le sigarette spente nei vasi delle piante grasse.

I contenitori dell’immondizia zuppi dei nostri avanzi e tutti i tuoi rifiuti sistemati in lavastoviglie tra una forchetta e una tazza. Apparecchieremo un’altra tavola un giorno e la tovaglia sarà così bianca che proveremo il gusto di sporcarla. E vino nei nostri calici in affitto, tutto intorno a noi le indicazioni delle scadenze. Una casa a tempo e quegli amori che rifiutiamo perché ci siamo abituati a consumare in fretta per farci saltelli sulla parola fine. Così abbiamo deciso di non partire che i soldi sono sempre troppo pochi e le mete infinite, il rituale del cavatappi per queste serate solitarie, la pioggia di novembre e il giorno dei morti.

Gli amici e una pizza, tra le parole diventiamo due e poi tre e ci facciamo a tranci, poi a brani tra i colloqui di lavoro dei film e la sincerità del reale. Non ci prendono mai.

Le nostre strategie rinchiuse in un App e questi smartphone che ci indicano la strada. Con Google Maps ci siamo incontrati e quando ti ho accompagnato a casa non volevo salire e nemmeno salutarti per sempre. Sarei stato sotto al portone fino al mattino soltanto per sapere che se ne fanno delle attese gli ombrelli dimenticati. Poi ti ho scritto due righe e mi hai risposto che eri morta. E Capossela veniva a prenderci sotto il paltò per riscaldare le notti, noi accolita di rancorosi lo sai che una volta ci siamo incontrati e non eri in te? Non mi ricordo. E poi dicevi che scrivo come Vasco Brondi e io non sapevo cosa rispondere e ti domandavo di Tondelli, Ginsberg, Keruac e il gruppo ’63, ti urlavo non è così, sono un diverso.

E nelle nostre dimenticanze ci gettiamo i litigi dietro le spalle, quando mi scrivi che guardavamo Ciprì e Maresco su YouTube, Rocco Cane e i quattro ladroni, Signò Belluscone voglio una birra, quando ci porti la birra, ti sei dimenticato che ci avevi promesso una birra? Le carezze dell’ubriachezza e poi il divano, i nostri contratti che non si rinnovano, i diritti negati alle donne incinta e il nostro professionismo da 66cl. E ora vieni a dirmi ti aspetto per un brindisi e a me viene soltanto in mente una domanda: a cosa brindiamo? Poi mi prendi la mano e sostituisci un chi a quel cosa. E ci battiamo un cinque alto. E Pam andiamo al supermercato, che quella birra ce la compriamo, che Chi vive aspettando, chi aspetta sperando, muore cagando, che lo diceva Nicola Lo Russo in Mediterrano, 1991.

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Bello e brutto, mai e per sempre

Amare di un amore conosciuto, così simile a tutti gli altri che per distinguersi ha perso una gamba e ora zoppica, goffo girovagare di parole il mio. Quando alla stazione Centrale i treni partivano in orario e così ci siamo persi. Salutarsi dietro ai vetri come quelli dei film. Avrei voluto dirti lo vedi che ogni partenza è un fischio lungo? I cani abbaiano infastiditi mentre i capotreno ci chiudono ogni possibilità di fuga. Non c’è mai posto per la giacca. I quotidiani aperti con cura per non dar noia al vicino e le parole di rabbia che diluisco nella bottiglietta d’acqua. Non mi farò un opinione perché è inutile farsene una, preferisco gli investimenti della meraviglia, i tuoi occhi lasciati sul comodino e quelle lentiggini come una linea da tracciare sulle tue guance; ridisegnare il mondo attraverso gli incontri. E sulla sella del motorino gli adesivi dei popoli in guerra per ricordare al mio culo di aver cura degli altri e poi dimenticarmene. Volersi bene, oppure male, le velleità di queste parole cariche di polvere: bello e brutto, mai e per sempre. Dovrei parlarti dei guai della new economy, dei tre compleanni di Putin o dell’assassinio dei dissidenti? Dovrei portarti in piazza Fontana e leggerti le due lapidi a Pinelli? Omicidio o suicidio, i pascoli erbosi della giovinezza e l’impegno civile. Dov’è dunque questa verità che cercavamo con forza? Abbiamo cominciato a lavarci i capelli e a vestirci bene per distinguerci dal lasciarsi andare dei nostri coetanei. Contro alla corrente nelle correnti che non nascono più. Ci hanno marchiato a fuoco come una generazione liquida, avari noi del senso della storia, insetti da schiacciare e miele d’acacia per sapore di lontananza. Come quel giornalista che mi scrive io della tua scrittura non capisco nulla e per fortuna non sei un mio collega. Gonfio il petto e sputo per terra. Correggimi pure gli accenti che sono troppo occupato a medicarmi le guance. Per tutti gli schiaffi della carta stampata e la retorica del punto e a capo. Vorrei fermarmi e dire wow davanti a una stella cadente, ma ricerco le campagne per tenere gli occhi appesi alla via lattea e non perdermi tra le luci accese degli uffici nei grattacieli. Le parole nuove che non so usare e la precarietà dell’umanista. Vorremmo conoscere noi e il mondo fottuto che ci rovista le tasche e consumiamo le schiene sui libri o a cavallo del fiume, la briglia sciolta della nostra sensibilità per abituare lo sguardo alla perpendicolare. Che gli orizzonti non sono fatti per le foto noiose dei baci oceano, mare e poi cielo. Il mestiere di vivere, il mestiere del volto. Quando mi guarderai ci troverai le dighe chiuse, che per i pianti son terminati i giorni ed ora navigo a vista, la balena bianca e l’ossessione di Achab. Saremo felici un giorno, o almeno liberi, quando una città sembrerà mare aperto. Un bicchiere di bianco, i tuoi denti dritti.

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Il pugno chiuso e le manifestazioni delle adolescenze.

Gli studenti e il kabap delle dieci del mattino, le colazioni dei campioni d’Italia e gli scudetti cuciti sugli zaini. E con le tag diamo calci alle nostre identità ancora fragili che hanno bisogno di mura solide e lacche spray. I nostri ciuffi per le ribellioni e lo scontro con l’altro sesso, i braccio di ferro a colpi di lingua e il solco tra i pantaloni elasticizzati della nostra compagna di banco. Le strade chiuse per la libertà di parola e macchine della polizia con le luci accese, il blu dei tuoi occhi lo dimentico per qualche ora mentre le strisce pedonali non servono più, mi innervosiscono i commenti sui programmi tivù e la bruttezza esibita della commessa, lo scontrino e l’ennesimo caffè a storcermi la bocca. Mentre imperversano le manifestazioni, questi studenti che imparano a indurire il volto e a farne schermo. La massa che elemosina musica e spazio per lo squilibrio ormonale e le eruzioni cutanee. Dagli altoparlanti la primavera di Praga e le ballate di Cuba tratte dai canzonieri Scout. Sempre la stessa musica, le orecchie abituate alle urla che per le cospirazioni ricordiamo i sussurri e l’onda anomala non la vedi finché non ti travolge. Al coro di libri gratis, vergogna e lavoro per tutti sorridono le bocche delle vecchiette ancora sporche delle brioches di Maria Antonietta. E mentre il Negramaro pubblica pagine sul disagio dei giovani d’oggi e la smania d’amore dei più, ti allacci una scarpa e togli la polvere dal risvolto dei jeans. Ti siedi sui gradini fuori dai negozi chiusi, e sotto il cartello svendita totale, cedesi attività non puoi che farti abbagliare da quelle voci acerbe, le barbe appena accennate e le sciarpe lasciate annodare al caso, i dread che non ho mai avuto il coraggio di fare e i baci arruffati di queste adolescenze in gemme, per lo sbocciare della passione che o ce l’hai o non ce l’hai. E si comincia da piccoli. Perché la vita scorre ed è troppo facile ridurla a un’alzata di spalle, le derive nichiliste dell’esperienza. Aspetto le rughe e fortifico lo sguardo. E poi mi sporgo alla finestra, il pugno chiuso, come Kim Ki Duk a Venezia, la mia nenia infantile che si perde nell’aria.

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Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

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Carofiglio vs. Ostuni. La polemica fragile di via Merulana.

Via Merulana e la difficoltà del linguaggio. Le parole impronunciabili e quei vocabolari che destinavo al greco e al latino nella peggior età della mia esistenza. Il ginnasio e i chili superflui, le difficoltà nell’approccio con le ragazze e il il gusto amaro di certe amicizie superficiali.

Quando il nulla sapevo sulla potenza della parola detta e mi era inaccessibile il suono del vocabolo scritto. La sensibilità accelerata di certe sincerità confessate sulla pagina bianca e le storie inventate per lo sviluppo del pensiero critico.

Nell’anno 2012 di nostra piccola vita salgo sugli alberi bassi dei sampietrini per appuntarmi segni d’umanità, le ore vuote del non far nulla per elaborare un pensiero e tradurlo in parola. Quando siamo così soli che ci vestiamo di scuro per confonderci al cielo, il rosso lasciato ai semafori e il bianco per le soste agli attraversamenti pedonali.

Il ricordo delle avanguardie, il gruppo ’63 e poi le confraternite. Che per essere più e poi darci un nome abbiamo bisogno della politica o della squadra di calcio e affoghiamo in poche lettere le affermazioni lunghe dei manifesti. Soli, ora, che per il confronto rimandiamo al Che tempo che fa e alle politiche editoriali. Un’ospitata e una birra nell’umanità bignardiana e le interviste intime dei rotocalchi. La letterarietà rimandata alla rete, le riviste senza possibilità di stampa e lo sforzo non retribuito di pochi eroi. Quando il giornalismo piega il linguaggio a certa retorica politichese, ai salotti spolverati della tv del pomeriggio.

E per vedere una raccolta di scrittori, le lettere unite per un messaggio importante, tocca scorgere i vestiti sciapi e certe fotocopie di una critica acida. Nè mestieranti, né folli. Eredi voi di una certa tradizione che fa della piazza un megafono e della scrivania una bara. Le polo rosse e certe sciarpe a trequarti per la lotta inerme della parola. Tutti uniti per una libertà di espressione, quando siamo già morti, noi che nascondiamo il sentire tra le copertine rigide e temiamo il riflettore e la performatività del pubblico e per le dichiarazioni aspettiamo una cattedra. Voi dirmi ora a che serve scendere in piazza contro a un risarcimento da cinquantamila euro per mala parola? Vuoi dirmelo ora da che vogliamo liberarci? La libertà si fa parola quando ammettiamo che il critico Ostuni non giudica un uomo ma un suo manufatto. Vuoi dirmelo ora chi denuncerebbe qualcuno per un piatto di pastasciutta, un vaso, un tavolo venuto male e senza stile? Quale giustizia si prenderebbe la briga di un tale pronunciamento? Sciocchezze.

E per la libertà ricerco altre battaglie. Di Carofiglio ve n’è più d’uno e non conosco uomo. Vogliamo mettere certe polemiche d’una volta, quando Fortini rispondeva a Pasolini in poesia? Vuoi mettere il costruire? Dov’è il dialogo quando scendi in piazza e ti fai clown e cerchi ancora l’affermazione di te nella protesta. Dove sono le mani sporche e il sudore? Torniamo alle strade, torniamo alle finestre, facciamoci urlo e richiamo, parola e canto. Ma senza proteste, con proposte. Perché il libro rimane sugli scaffali delle librerie? Abbiamo bisogno ancora di attori che danno voce ai nostri tormenti? Della pubblicità di certe contese fasulle? Basta che se ne parli.

Io dico no. Siamo così soli, lo ripeto, e quel che ci rimane sono soltanto gli ideali di lotta degli anni settanta. Morti stecchiti. Anche le osterie sono chiuse. Ci si ritrova nei pub e se ripenso ai rituali lenti di certe pubbliche letture mi viene sonno. Dov’è la spada, dov’è il sangue, dove la blusa gialla dei tempi di Majakovskij e le tovaglie calpestate da un giovane Rimbaud?

Non c’è ridicolo nella proposta di sé. Ma non invochiamo libertà che già esistono, rincorriamo ali di cavallette, invisibili e schive, ovunque disperse.

Miei scrittori cari, affezionati, amici. Torniamo al confronto e lasciamo i rituali scomodi di certe piazze alle adolescenze.

Con affetto.

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