Nella valigia i vestiti più belli

Nella valigia i vestiti più belli. Dar aria alla pelle e cucirsi addosso giorni nuovi. Il disordine delle nostre camere separate e quei crocifissi che non osiamo più appendere. Volgere lo sguardo agli aerei e darsi il tempo per il linguaggio morse dei cieli contemporanei. Nei voli dei passeri le briciole della memoria dei terrazzi, le cene fresche di mozzarella e il profumo dei pomodori dell’orto. Non sono fatto per star seduto e poi farmi critico col giudizio dalle righe contate, il binocolo delle cronache dei quotidiani e poi l’avviso degli specchietti: quello che vedi nel vetro è più vicino di quanto tu pensi. E’ calma piatta nel mare affannato delle mie debolezze, il nulla cinge in montagne la baia chiara della mia interiorità. Salgono in arrampicata, desiderano riprendermi col dito indice dei rimproveri. Sostituirò le ore buie della notte con le prime ore del mattino, sorprenderò l’alba nel silenzio di una chiesa e ricostruirò la retina per poi tornare a guardare in orizzontale. Non ci sono palcoscenici che danno ebbrezze superiori alla solitudine a tempo. E apprendere dall’ordine i difetti del movimento, la bestialità del mio ingurgitare il cibo. Dei cinque sensi quel che mi rimane è la fretta. E allora lascio le comodità dei pixel, le ore liete dei giochi coi cerchi e le chiacchiere  sane dei coetanei. Userò due coperte di lana, ricomincerò a mettermi il cappello. E stretto nei maglioni invernali capirò dai tramonti le previsioni dei giorni a venire. E chissà tu, chissà. Un’isola, un letto, un negozio chiuso ed uno aperto. Trasformerò le mie invadenze in frastuono, donerò lunghi ululati alla notte, nelle mie righe lo scandaglio delle rive del passato recente e le bottiglie chiuse coi messaggi per le precarietà dei domani. E poi stammi bene.

Foto: Fulvio Roiter, Umbria, 1954.

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Gomme già masticate

Le dieci e quarantacinque del sabato e le chiamate delle compagnie telefoniche. E poi l’urlo forte del mio io su questo cielo avido di nuvole che tiene il bianco per la notte e nelle ore dell’alba dispensa soltanto arie di vanità, coi piccioni a specchiarsi nei vetri dei grattacieli. Muoiono le mosche, muoiono ogni giorno. Sul fondo del mio letto i cadaveri delle zanzare. Voi che al mio cospetto vi fate silenzio codardo, voi, figli di stelle spente, abbraccio i lampioni per trovare affetto in altezze e poi un calcio e buio sul davanzale dei miei vorrei. Questa parola infeconda dispenso dagli altari della vacuità. Il pensiero debole del qualunquismo appiccicato alle scarpe come una gomma già masticata da altri. Mi sveglio sulle tue labbra per cadere nel nero dei tuoi intestini e poi disfarmi nell’acido dei succhi gastrici. Cercavo il tuo battito, ho trovato soltanto colpi e ferro e dolore per lo sfregamento delle nostre interiorità. Ti ho offerto poi il succo del mio frutto maturo e l’hai confuso con il via vai delle auto di piazza ventiquattro maggio. I miei capelli finiscono in boccoli per ribellarsi alla rilassatezza dei più. Comincerò a vestirmi di nero perché risplenda il bianco dell’umor acqueo degli occhi e dispenserò sguardi come brioches per le tue mattinate stanche e l’odore del caffè che non sa raggiungermi. Lascio i bagagli in piramide e affondo il piede nell’asfalto molle d’agosto. E mi allontano da te come ho fatto con tutte. Che il mio respiro esala verso il basso e non è più tempo di rivoluzioni.

Foto: © Francesca Woodman

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Quel movimento lento che ricorda il mare

Il gocciolio delle ultime ore prima delle partenze degli altri. I panni stesi ad asciugare nei salotti e l’attesa aperta delle valigie. Quell’impronta sulla finestra che ancora porta il ricordo delle tue dita. C’eravamo detti vedrai che prima o poi diventeremo viaggio e così ci siamo trasformati in distanze. Non era quello il desiderio della mia ultima stella cadente, le aspettative sono fumogeni, ti fanno chiudere gli occhi e ti perdi nel colore e poi non rimane niente se non una piccola fiamma che lenta si spegne, e odore di zolfo. Sono ancora aperti i kebap mentre Milano svuota gli uffici e chiudono i bar per signore. E tutto questo caldo che ci spinge allo scontro, le frasi di circostanza e la banalità della luce d’agosto. Attendiamo i tramonti per quei Ramadam degli aperitivi cittadini, i parchi aperti e le feste di piazza dopo le levatacce e le ore rinchiuse negli odori stanchi dei mezzi pubblici, aria condizionata alla scrivania e una decina di caffè. E poi traffico e telefonate, i messaggi all’amico e l’organizzazione della serata. Gli occhiali stesi e la doccia, e un altro giro con speranze di conquista. Cosa ne pensi del mondo? Ho appeso un post it sul frigorifero per ricordarmi che prima o poi dovrò darci una risposta. Che io esco tardi la notte. Le birre bevute sul pesce non stancano mai, meglio sarebbe del vino, e prendere la metropolitana, arrampicarsi sui tubi per rubare l’aria ai finestrini come pesci rossi, con le bollicine che si accumulano sulla mia fronte. E poi ti ho vista da lontano e ho appeso i pantaloni al muro per prendere fiato. Volano farfalle tutt’intorno e non ce ne accorgiamo. Il fastidio delle zanzare e il ronzio delle auto in sosta. E un saluto e poi più. Prendere la via di casa e scriverti frasi lunghe una riga così ci fraintendiamo e rovistiamo nei sogni in cerca di risposte. Rimpiango ancora il fallimento dell’Eritrean Airlines, l’ultimo volo e l’attesa di quindici ore all’aereoporto, quando aprivamo le valigie per cambiarci le t-shirt e imparavamo la pazienza dalla pelle nera. Giocare a pallone coi capelli biondi degli israeliani e poi aria d’Africa a cambiare il contorno dei nostri polpacci, la siesta delle ore più calde. Lo sai che c’è? Vorrei pronunciare più volte il tuo nome, ma ancora confondo gli orizzonti, le lune delle tue natiche e labbra rosse, cieli di palpebre e notti di crini trascorse in veglia e poi tempeste e nuove piogge, se ti avvicini te lo racconto, non sono viaggio ora, soltanto amaca, pronto ad accoglierti e farmi culla per quel movimento lento che ricorda il mare.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

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2 Agosto 2000

I diciott’anni a cavallo di una bicicletta. Carte geografiche e un cellulare diviso per sette, il mito verde della Toscana e la voce inconfondibile di Adriano De Zan, per quel giro d’Italia sulle nostre mountain bike da città. Che abbiamo perso le rotelle in discesa e i nostri genitori hanno allentato la mano col mi raccomando. Andate piano, non bevete troppo. Lo zaino e venti chili di superfluo sulle spalle. La maggiore età è confusione e tempesta, non sai distinguere il necessario dai desiderata. Non siamo in viaggio per i seni nuovi delle nostre coetanee, le donne seminude delle discoteche. Sfondare il muro delle possibilità, provarci il culo sulle selle scomode con quella fame che ci porta a fissare ogni giorno un traguardo, a mangiare tre o quattro pizze in serie dopo ore in ginocchio sui pedali. E prendere il treno, la costruzione immobile della Centrale, il deserto d’Agosto e Milano che ci chiede da bere. Una bottiglietta d’acqua, le canzoni degli 883 e i cori di sempre, gli insulti al più ciccio e disegnare rotte future sulla cartina. Una carezza alla bici, sistemare i pantaloni aderenti all’altezza del pube. E poi Bologna, un due agosto qualsiasi. La bici in spalla e i gradini dei sottopassaggi. E un silenzio lunghissimo. I treni che non partono. I passeggeri guardano per terra. Il vociare dei miei amici e posiamo le bici e poi ci guardiamo che silenzio chiama silenzio. Il suono lungo di una locomotiva. Le lacrime dei manifestanti. Il bacio di una giovane coppia rimasto appiccicato al muro della banchina. I murales e le tag, gli slogan che battono il tempo del ricordo e noi che dobbiamo riprendere le bici in spalla, partono i treni, ora, partono tutti. In direzione Firenze ci chiediamo perché e che è successo. Usiamo l’unico cellulare per chiamare a casa: cosa c’è a Bologna? E il telegiornale? C’era la televisione, ci hanno inquadrato. E sapere della strage da mamma e papà, i perché che pronunciamo in infanzia. Perché e ancora perché. La morte che ci ha soltanto sfiorato e sui sellini i nostri futuri lontani, le grida che solleviamo all’altissimo e le domande del senso. E dimenticarci il tutto poco dopo, l’adrenalina, il peso dei lacci e caldo, sudore, le pedalate stanche e cercare un riparo per la notte. Gonfiare le ruote, lo stretching mattutino. Andiamo avanti e dimentichiamo il presente prossimo. Pedaliamo ancora e respiriamo a fatica. E poi quella sera una canzone viene a colorarci di rosso il viso, un’altra locomotiva e il suo capotreno. Libertari noi altri. E libertari i pensieri che ancora portiamo addosso e non sappiamo interpretare. Verrà un giorno verrà che saranno le biciclette a portarci sulle spalle, e saranno discese, capelli al vento, e lunghe tavole apparecchiate e forchette e coltelli e poi un calendario, una data in rosso. Che la memoria ci viene a simpatia nella dinamica di una domanda il resto non conta. Perché? Perché? Diranno ancora i nostri figli tirandoci per la camicia e alle nostre risposte dai tombini esaleranno quegli E pecchè? che suonano bene soltanto nelle voci acute del’incoscienza d’infanzia.

Foto di Alberto Di Cesare

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

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Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

Che ne sai tu della mia gioia, dei deserti di sale, della solitudine a cavallo di una moto e del rumore del mio respiro. Che ne sai tu di quando mi sdraio sulla schiena, apro le braccia, il vento tra i peli delle mie gambe e poi sulla punta del naso. I raggi del sole che si incastrano tra le palpebre e i prati erbosi del nord. Che ne sai tu dei canali di sfogo delle mie dita. Che ne sai del colore dell’ultimo pomeriggio di luglio, dei fiori in tripudio, degli inchini dei girasoli e degli aerei da perdere per un bacio d’addio. Che ne sai delle crepe sui miei capelli. Degli abbracci notturni al cuscino. Della nascita del mio neo sulla guancia sinistra. Dei punti di sutura della mia pelle, che ne sai? L’addio alle armi dei miei approcci invadenti. La cruda verità del tramonto dell’età prima. Dei pantaloni corti intrisi d’estate. Lascerò perdere le imminenze, gli scandali della buona coscienza e tutti i vetri rotti che porto tra le dita dei piedi. Le ferite del mio sentire e il desiderio della scaltrezza, per cavalcare i marosi dell’insipienza, le onde lunghe della non violenza e quella retorica di abbracci e sorrisi. Il bianco e nero mi ricorda i film degli anni sessanta e le pubblicità di Benetton col desiderio di scandalizzarci che è diventato abitudine, odiosa ricorrenza ai crocicchi di città. Chissà dove si nascondono i denti mancanti dei nostri vecchi. Chissà come sarà quando invecchieremo e sarai costretta ancora a inginocchiarti sul mio membro, dormirò sul tuo seno e tra le pieghe delle tue mani pianterò semi nuovi per il tempo a venire. Per le nostre gioventù accese e il nostro ardere. Perdiamo in foglie in vestiti leggeri, sul pavimento si accumulano in gocce le nostre interiorità. Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

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Come le viole anche tu ritornerai

Come le viole anche tu ritornerai. Il giradischi rotto e le parole di nonna registrate male col cellulare. Dipingevo pensieri nell’aria, sulle schiene fredde di questi muri bianchi le chiazze rosse delle zanzare. D’estate manchiamo d’alito, ricordi? Per le parole sussurrate la notte, le ripetizioni che servono per tenerci vicini col fiato dei telefoni sulle nostre orecchie bollenti. La mia lingua a pennello e la cornice morbida del tuo collo. Aspettare il mattino con gli occhi chiusi e le gambe aperte. Disegnare le traiettorie delle nostre future partenze sui tovaglioli dei bar e poi dimenticarceli in tasca. Con le inibizioni chiuse a raccolta nei cessi dei locali quando ti tocca di fare la fila e poi conosci gente e ti dici che senso ha tutto questo girovagare. Quando esplodo in incontri e poi spavento. Le bombe teniamocele per il futuro, per combattere le ore stanche del sappiamo già tutto e poi costruiamo qualcosa: un aereo di carta o un modellino di un’astronave. Le nostre transumanze sulle coste della Liguria e i colliri per depurarci gli occhi. Che se non ci vediamo è soltanto per la paura degli specchi. La chiamiamo vita e ci perdiamo le ore liete che misuriamo la qualità nelle preoccupazioni per il domani e per le gita fuori porta ti tieni lontano da casa mia. E poi il suono della tua voce vorrei appenderlo in camera per guardarlo prima di prendere sonno, nei segni della croce la malinconia dell’uomo che vorrei essere. Lontano da qui suonano ancora campane di bronzo, a lutto o a festa chiamano a raccolta gli affetti.

Per dirci che non siamo soli servono le liti, le incomprensioni delle corde disarmoniche in gola ai vecchi. A strappare le barbe lunghe dei saggi e trovarci mosche incastrate. Quando mi sveglio nel ricordo dell’amore che ci hanno insegnato. I tuoi capelli a camaleonte e le spalline che dovresti lasciare cadere. Mandami un segno della tua presenza, alza la bandiera bianca dei pianti lunghi che lavano via le macchie di caffè dei divani. Trascinami le dita sulle tue guance e facciamoci prigionieri in sbarre e per la libertà sorprendiamoci in smorfie e poi stanchi spegniamoci soffiandoci addosso.

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Mia simile, mia amata

Per tutto ciò che mi è lontano: i messaggini sul cellulare e la chat di facebook. Anni fa non era così. Che inforcavo la mountain bike per arrivare sotto casa tua e incastrare i baci nel citofono e urlare scendi, dai, e prenderti per mano e raccontarti il mio nulla che un tempo era molto. Non ho ricordi che non siano immagini e il dolore che queste trasportano. Che se le parole a ripeterle perdono il loro significato, con le immagini è diverso, queste ti si incastrano tra le vertebre e il ricordo si fa lente per nuovi sguardi. “Uscirei con te solo per dirti che sei una meraviglia”, questo avrei voluto dire alla ragazza anoressica che attraversa la strada davanti a casa, il viso bello e quelle stampelle al posto delle gambe per resistere all’urto travolgente che è il lento scorrere dei giorni. Direi addio al computer per prendere le strade di montagna, i sassi enormi e chiedersi da dove tutto questo ebbe inizio. Il mio naso non distingue più gli odori dell’intorno, che è tutto un grigio e le sfumature non emozionano più. Nelle narici incastrati i profumi dolci delle ragazzine e il puzzo di benzina dei semafori. Questo desiderio di aprirmi al presente e far entrare una vita. Il concepimento all’incontrario. Io che nasco il mondo in te e il mondo che in me rinasce. E verranno a parlarmi di umiltà, di mani tese e poi del bene. Non mi strapperò i capelli, non alzerò le spalle, ma urlerò forte il mio: ti rendi conto? Ti rendi conto che l’umiltà è bassezza, e piccolezza, riconoscimento del proprio limite nello sporco del terriccio. Nel nascondimento di vermi e putrefazioni e semi nuovi e piscio e sperma e chissà quali altre sconcezze. Io solo così, nell’abisso, nel limite nitido e contro la cecità del bene riconosco la mia limitatezza. Non c’è sole che riesca a illuminarmi completamente, non c’è luce che possa rischiarare le piante dei miei piedi che affondano il suolo. E allora parlami di bellezza, fammi ammosciare confondendo la grazia con le movenze lente della riflessione statica. Non cederò al pensiero dei quotidiani, all’antico gioco dell’educazione dei pargoli. Sputerò forte sopra le teste degli impagliati cronisti e mi libererò dal fascino stanco delle opinioni in vista. La ricerca è questione di rischio e buio e paura e adrenalina e coraggio. E distinguerò la quiete dalla sonnolenza. Lo sguardo parlante con lo sguardo morto. Farò forza sul mio sesso e gli insegnerò la disciplina conscio che vive di pressioni e spinta, il corpo cavernoso nel quale affogano i dubbi della mia adolescenza. E quando aprirai le braccia, mi farò largo e terrai la bocca aperta così che io possa entrare e lasciarti in eredità parte della mia ombra nera. Illuminerai la regione di me che il sole non raggiunge, sarai mio argine, riva cheta per le mie onde furiose. Sarai mia grandine e mia rugiada, mia simile. Mia amata.

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La festa a sorpresa che io non aspetto

E rivoltarsi nel letto, con le dita striate di viola, gli occhi gonfi e la testa pesante. Col sudore che si scioglie sul naso e le mani dietro la nuca. I ricordi vaghi del giorno prima e questi trent’anni che si avvicinano mentre ho scritto tempo fa che non credo negli orologi e i calendari sono soltanto invenzioni numeriche. Vestito a festa ti chiamano a cena cantore di vino ed oblio, afferra il bicchiere e bagna le labbra, baci di donna regalo di nuvole bianche. E sottobraccio Baudelaire, Kavafis, Khayyam e i periodi lunghi di fratello Kerouac, e poi pensi chissà, meglio sarebbe un mago o un clown per animare una cena di luglio. Immaginarsi panzuti dottori, donne in tailleur e figlioletti in jeans eleganti con la maleducazione in cintura. E tuo fratello, quello vero stavolta, ti dice che ti accompagna lui, che dopo le parole dei grandi arriverà il tempo della nostra tavola e di quelle discussioni lunghe e vino e sciocchezze e parlare sciolto, le tirate del ti racconto e le riflessioni sull’oggi. Saran signori e poeti, ma il lavoro è un lavoro, siamo in ritardo, quell’autostrada agli ottanta all’ora dico sei scemo e poi che fai, io lavoro, lo sai? Il suo cellulare che vibra, le mie idee sul presente, vorrei un posto tra gli scaffali delle librerie, saprei spolverarle a dovere e issarmi con grazia là sul soffitto e dall’alto balzare sulle teste sciocche delle letture di massa, saprei cadere e dormire sui pavimenti per gli inchini delle giovani e i loro vestiti in fiore, larghi e leggeri. Ti porterò sulla mia Vespa, ti porterò al lago, là dove non si fa il bagno, là dove si china il capo. Accelera, dai, forza, ci siamo, che bello, c’è il verde, le viti, i prati fioriti. T’accoglie lo zio, dice tranquillo, dai vieni e poi seguimi e qualcosa non torna. Un cartello, un saluto, le mie foto d’infanzia, il tratto di mamma, e poi ecco, servito. Gli amici di sempre, sorpresa, frastuono. Dai forza, via presto, che scemi, che stronzi, io a casa ritorno. La mamma, il papà, la nonna, la zia, la tavola lunga per le parole che non so dire. Esplodo in sconcezze, mi siedo, dai bevo. Le feste a sorpresa degli anni duemila, col tavolo lungo e la tovaglia bianca, il vino in brocche e poi carne e la gincana dei baci che non fai un discorso che sia uno, il bicchiere in mano e le labbra bagnate, non c’è parola che valga presenza. Voi qui, io così, arrogante e indifeso, presuntuoso e sciocco, poeta e buffone, ubriacone. Io provinciale, io amico, io figlio, fratello, nipote, ragazzo. E libertà, non c’è paura, né freno tirato, così come appaio io sono per voi che frequentate da tempo il mio volto e le fisarmoniche dei miei fianchi. Che intorno alla tavola si contano affetti e tiri tardi, coi fuochi nel cielo e gli abbracci e che dire? Il silenzio che ho dentro, l’intimità che esibisco soltanto al riparo dei pixel e la mia festa che non vuole vetrine. I grazie sì, non siamo poi così soli e alzerò il bicchiere ancora e pioggia di volti e vicinanze per quei ti voglio bene che si liberano dalle mie guance come risvegli, uno e più al giorno. La cura e l’attesa. E poi viene il sonno.

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Sono ancora aperte come un tempo le osterie di Fuori Porta

Le fiaccole accese degli ultimi giorni di luglio, gli zampironi contro il fastidio delle zanzare e il rumorio del caricatore del cellulare.

Lasciamo le briciole ai cani e tagliamo il salame con tanto di pelle, che sul palato si accendono piccoli fuochi e vien sete e via di vino, un bicchiere ed uno ancora.

Asse di spade e regina e carte coperte. Volano le mosche volano nell’aria densa, le dita gialle di sigarette e gli sguardi bassi. La tosse secca dei vecchi e ancora un bicchiere, un altro giro. Mischia le carte il signore barbuto, son sessant’anni che paiono cento, gli occhi bagnati e fissi, la camicia rossa delle rivoluzioni soltanto sfiorate.

Le diciannove in punto, il Luigino che spegne la macchina del caffè, si inginocchia lo straccio sul bancone per l’ultima passata. Tutti si alzano, le sedie tremano e poi si chetano sotto ai tavoli in legno e metallo. Il bar è quasi vuoto, ora. Il Luigino lava i bicchieri, saluta con la mano destra, e poi l’accompagna tra le cosce come a dire si chiude miei cari, attaccatevi al cazzo. E al cazzo si attaccano tutti e pigliano la porta d’uscita e dicono a culo, a domani e buonanotte. Rimangono seduti solo l’Enrico Tre dita e il Gino Maglietta.

Il primo due dita tranciate dalla pressa, la fabbrica e gli scioperi, lui che s’è fatto la galera, lui degli amori alla boia d’un Giuda e il perdigiorno alla segreteria del partito nelle susine accennate delle nuove leve che per principio il reggiseno lo lasciavano alla volgarità dei grandi magazzini. Gino il Maglietta che s’era rifiutato di indossar la divisa, che ti parlava di libertà col gesto delle maniche e poi la mandava a culo che se parli di libertà significa che non ce l’hai, te lo diceva a nausea e sorrideva compiaciuto col dente d’oro a illuminargli le labbra. 

Vedovi entrambi, il passato noto tra i portici di Bologna, arresi alle insegne del bar, passati di moda, a schiacciare le mosche intontite e poi gettarle in un bicchiere per far l’esca a un amo per una pesca che non c’è più.

Luigino prende sotto braccio il Tre Dita e il Maglietta e abbassa la serranda del bar. Tre amanti tra i ciottolo rossi, li porta a casa, a cenare con lui, che l’è domenica e il bar chiude presto.

E se li vedi passare li segui, perché i bolognesi veri son pochi, e li conosci tu che in facoltà t’han detto di quel bar e dei suoi musicisti, li segui per chiedergli dov’è la star, la stella, la celebrità. E loro ti guardano da capo a piedi e proseguono in passi, stretti in un silenzio intimo che sa d’amicizia, che tutto si son già detti e non c’è spazio per le parole. Così prendi la tua domanda e te la rigetti in gola, pensi che il fascino di Bologna sta in questo, son tutti parolai biassanot quei vecchi qui delle carte, ma poi alla luce dell’ultimo sole non parla mica nessuno. Pare che ruminino come le vacche, e tu pensi che la saggezza sta lì, aver la pazienza di digerire il nuovo e poi tirarlo fuori com’è. 

E il nuovo qui è una merda. Che c’hai trent’anni e gli amici si son sposati e li vedi poco e quando li vedi ti sembrano altri, non l’han dimenticato il passato, ma si sono detti è ora, cambio la vita e fò su famiglia. Si veston diversi e c’han l’autocontrollo e poi son morigerati, una parola che tu fai anche fatica a pronunciare. Quella solitudine che ti prende già prima del tramonto, che non hai voglia di cucinare e allora tiri su il libro buono e ti fai i portici, ti fermi a bere e ti guardi intorno col fare svagato di chi si perde tra le cosce scoperte dell’estate, ma alla fine cerca consolazione alla notte e desidera condividere le idee rivoluzionarie del fannullone che troppo tempo gli si sbriciola in tasca per accettare le cose così come sono.

Così il giorno dopo entri in quel bar, e lo sai chi ti troverai davanti, quei tre che sfidano le strade a braccetto con gli occhi gonfi di vino. Ti guardi intorno e cerchi la foto del tuo cantautore, e però non la trovi. E gli vorresti raccontare che un po’ gli somiglia a tuo zio, quello che guidava il tram su a Milano, che aveva fatto l’incidente con la macchinona dell’Agnelli e quel là s’era fermato ed era sceso e non s’era mica arrabbiato, no, aveva chiesto a tutti come stavano e poi era salito sul tram col proletariato. E tu gliel’hai sempre detto a tuo zio che l’era meglio prenderlo a bastonate l’Agnelli al posto che portarlo tu col tram ai suoi appuntamenti nelle stanze dei poteri forti. E va ben che la mancia l’era buona, ma non si può mica dargli il culo ai padroni, che già si son presi le nostre dita direbbe l’Enrico.

Sai giocare tu? M’aveva lanciato parole di sputo il Tre Dita. Gli dico non lo so, son milanese, lassù si fa la Peppa Tencia con le carte. 

Giochiamo alla briscola qui, anche se la chiamiamo alla bolognese, ma tu non capiresti, sei un iuvnèn.

E io che sapevo giocare alla briscola dico va bene, giochiamo, che il nonno del sud me l’ha insegnata a sei anni, che da quand’è in pensione pensa solo alle carte e a far tardi la sera perché gli anni di matrimonio son tanti e la convivenza invecchia -dice lui-.

E mentre il Maglietta mescola il mazzo e distribuisce le carte una a una e si comincia a giocare, io prendo coraggio e interrompo il silenzio.

Ma lui qui ci viene ancora?

Quella domanda che avevo cacciato in gola già troppe volte, mentre supero in donna la carta nulla che ha lanciato il mio vicino, un baffone alto e magro che ripete più volte un sì che non si sa a chi è rivolto.

Sei venuto per lui? Vai pure via, tanto non torna. S’intromette il Maglietta.

Ma no, dico io, son solo. E’ estate, Bologna si svuota e gli universitari tornano a casa, non c’è niente da fare, mi piace il vino. Non riesco a dormire.

E son cose buone. Mi guarda il Tre Dita e il Baffo ci aggiunge tre sì.

Allora lui non passa più di qua, vero?

Ci passa, ci passa. Prende la mano il Gino, ripete ci passa e scuote il capo. Un paio di sì.

E quando ci passa s’incazza.

Sì. Sì.

Oh, Baffo, ti sei addormentato? A monte le carte, non si può giocare con uno così, che gli dice sì al billo.

E così il Maglietta e il Tre Dita gli strizzano il cavallo dei pantaloni e lui dice sì, si alza dalla sedia e rimane in piedi con le mani strette sul pube.

El pistulòn gli andava forte, tutte le infermiere son passate dal suo letto, le portava al parco, robe da poco però, amava sua moglie, ma lo faceva andare, diceva che era un vanto di pochi piacere a tutte, che lui si dava per beneficenza, ma l’amore rimaneva uno. Ora che l’è morta la sua spàusa, dice solo sì e non parla più e il billo l’è andè, l’è mòrt.

Non possiamo giocare in tre, perché non mi raccontate di lui.

Ancora? Iuvnèn, lui è come tutti noi, siamo invecchiati, qui un tempo era tutto osterie, si aspettava l’alba e si cantava e si brindava e non c’è niente da dire, si tirava tardi a bacajer, bisbier coi dòni, dscarrer della politica, e poi si stava in piazza a fumar le sigarette, come gli universitari di oggi, non è mica tanto diversa la storia, suonavamo tutti la chitarra e lui cantava, e non era mica il più bravo a suonare, ma si inventava le storie e poi alla fine parlava di noi, dello zio, del Luigino, oh, no, Luigino?

Eh? Si sente del bancone.

Il Francesco ti ha fatto la canzone a te?

Il Francesco può andare in culo!

Lo vedi, iuvnèn?

Mica gli piaceva a loro ricordare quel passato che non c’era più, i ricordi li mandavano al culo, cercavano solo il quarto per le carte, che il Luigino non giocava mai, serviva il vino e guardava, e basta.

Perché lo mandi in culo?

La fama è una brutta bestia, lo non lo vedi più in tivù con quei maglioni ridicoli e la barba lunga, se vieni qui ti faccio vedere una cosa, ma prima bevi e beviamo tutti. Io chiudo il bar, che stasera non è serata. Serriamo prima, gli urla nell’orecchio al Baffo che dice sì, sì, e mica saluta, esce dal bar sempre con le mani sul billo e sta impalato fuori mentre il Luigino abbassa la serranda e il Tre Dita e Il Maglietta svuotano i bicchieri.

Il Luigino prende una foto e me la mette in mano. Guarda qui. Dice.

E ci son loro, giovani e con le barbe curate, magri e ubriachi seduti al tavolo, con la tovaglia uguale a quella di adesso, il Francesco con la chitarra e tutti con le bocche aperte in parole.

Ci facevamo una foto ogni sera, iuvnèn, e li vedi tutti quei buchi alle pareti, mica c’han sparato qui dentro, sono i buchi dei chiodi delle foto che avevamo appeso, ma è arrivato un giorno che le ho tolte tutte.

E perché?

E perché, perché, non c’è un perché. Siam tutti bucherellati, quella è la nostra memoria, e se ci chiedon di lui non siam mica cuntant, non siam contenti, perché ci tocca raccontare di noi, e siam fatti a buchi, e ogni ricordo è un dolore, siamo stati sconfitti, iuvnèn, noi volevamo fare la rivoluzione e la rivoluzione non l’abbiamo fatta, e mai la faremo, abbiamo perso e ora quel che rimane è il bar, il vino e le carte, e tutti i buchi che vedi.

Scusate allora, io non volevo.

Stasera è diverso, tu sei da solo, e anche se sei di Milano mi ricordi un po’ noi, non sei mica una foto te, che vieni qui solo, ti bevi il vino e giochi alle carte e non t’arrabbi se il Baffo ti sputa addosso i sì e tu ancora la puoi fare la rivoluzione, ma chiamala in un altro modo che se no ci fai soffrire a tutti, dalle un altro nome.

Allora grazie.

Come la chiami?

Non lo so. Ci penso.

Chiamala pataca. Dice il Maglietta.

Pataca non è male.

Per niente male. Ride il Tre dita.

Che poi se ti piace lui ti piacciamo anche noi, no?

Sicuro.

Mi sembri un bussn. Lo spaventi il iuvnèn. Interviene il Maglietta.

E il Luigino si mette a ridere, son sempre stato un cul figarèn, hai capito?

Non c’è niente di male.

Sta attento a come parli. Che poi il male cos’è? Appena dici male o bene qui dentro sbagli.

Andiam di filosofie? Continua il Maglietta e porge il bicchiere vuoto.

Prenditi un vetro, facciamoci un brindisi su.

A che?

Ai iuvnèn come questo qui, e ai buchi.

Evviva, evviva, evviva. E giù d’un fiato.

E tu che non sai che fare, che sei lì che ti sembra che è tutto inventato, che le sciocchezze son fatte per il bar, e la vita si insegna col bicchiere in mano. E non ti prendi sul serio, però la storia del bene e del male ti ha colpito e non sai che dire, che devi star attento alle parole che usi e poi la serranda che suona in metallo, si sente bussare.

Il Luigino che urla: Stà buono, Baffo, aspettaci là.

Si sente un sì, sì, ma è diverso da quello del Baffo. E ancora bussare.

Chi è?

Un’occhiata d’intesa e assetto da guerra, il Luigino che prende la mazza da baseball, il Maglietta il bicchiere grande della birra e lo carica dietro la spalla, il Tre dita che afferra il mocio e lo tiene in lancia e mi getta la scopa.

Bussano ancora.

Chi sei?

Che siam pronti all’agguato.

Sì, sì, e china la testa il signore e passa sotto la serranda. E l’aspettiamo in coorte.

E appena ci vede lui scoppia a ridere e fa no no, ripete no no, amici miei. Non me l’aspettavo mica che stavate chiusi a farvi i giochini sadomaso. E mi fate pure abbassare per farvi l’inchino. Mi inchino a voi allora, pifarlot.

E abbassiamo le armi, è arrivato il Francesco.

Lo vedi che va al bancone, che si versa il vino, che bestemmia perché non c’è mai il rosè, che apre un grignolino.

E io non so mica che dire, e non dico niente.

C’abbiamo il quarto per le carte. Dice il Maglietta.

Porta il mazzo, Luigino.

E quattro bicchieri, rasi.

E il quinto per te, che bisogna brindare ancora stasera.

Si è ringiovanito il Baffo? Dice il Francesco riferendosi a me.

E’ solo un iuvnèn.

Non mi ha mica riconosciuto. Bisbiglia al Luigino.

Non ti conosce più nessuno, Francesco.

La ista ban, prinzipiem a zughèr.

Non si parla più adesso. Mi dice il Tre Dita, una pacca sulla spalla. E un sorso di vino.

Sì, sì.

E sbaglio a giocare perché penso a un nome nuovo per le rivoluzioni.

Sì, sì.

Fuori dal bar qualcuno ancora non tace. E come l’alba, ci aspetta.

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